Vesti righe1

Storia

Vesti a righe e gioielli d’oro

3 dic , 2015  

VESTI A RIGHE E GIOIELLI D’ORO

 

Fin dai primi tempi della loro apparizione in Europa l’esotico abbigliamento dei Rom non ha mancato di suscitare curiosità e meraviglia. Gli uomini vestivano lunghe tuniche o larghe giubbe di grosso panno. Le donne indossavano ampie vesti che giungevano fino ai piedi e portavano a tracolla la “schiavina”, una lunga coperta annodata a una spalla che servi­va da portaneonato durante il viaggio; in testa avevano un velo o, più comunemente, un tipico copricapo a ciambella, costituito da stoffe arrotolate intorno ad u­na armatura circolare di vimini. Quasi tutte erano adorne di ornamenti e di monili preziosi e portavano grandi anelli alle orecchie 1.

Ma l’elemento che più ci interessa è il rigato. I resoconti dettagliati dei cronisti e le rappresentazioni iconografiche che hanno per oggetto personaggi o comitive zingare dimostrano che l’e­lemento a righe era una costante nei capi di abbigliamento dei Rom. Rigati erano le tuniche e i caffettani indossati dagli uomini. Pure gli ampi mantelli delle donne erano di tessuto rigato a strisce diagonali blu, gialle e rosse. Rigati erano i copricapi delle don­ne, sia che si trattasse di un semplice velo o del largo turbante di stoffe arrotolate. Rigata era anche la “schiavina” nelle quali le donne av­volgevano i bambini: in un inventario del materiale sequestrato a una comitiva zingara in quel di Jesi, nelle Marche, il 2 maggio 1495, risultano oltre a oggetti vari anche tre schiavine “con liste negre”2.

Dipinti, incisioni, stampe e arazzi non trascurano questo particolare, dimostrando che questa era la caratteristica che più di ogni altra balzava agli occhi degli osservatori. Nelle tappezzerie franco-fiamminghe del XV e XVI sec., in particolare negli arazzi di Tournai, compaiono donne con ampi mantelli rigati in viaggio su cavalli con i bambini nudi stipati in panieri fis­sati presso l’incollatura dei cavalli. Nelle illustrazioni che accompagnano le prime cronache, come la ‘Cosmographia’ di Sebastiano Münster, uomini donne e bambini indossano lunghe vesti rigate. Nelle pitture di artisti del XVI e XVII secolo, come Hieronymus Bosch, Giorgione, Caravaggio è frequente il rigato indossato dai gitani. La celebre “Zingarella” di Boccaccio Boccaccino ha in testa un foulard azzurro con sottili ri­ghe dorate. Nella “Fuga in Egitto” dipinta da Simone Canta­rini e da Ansaldo la stessa Madonna è abbigliata come un’e­giziana con un turbante bianco a righe sottili. Nelle incisioni di Jacques Callot dei primi del Seicento, vengono rappresentati uomini con ampi mantelli rigati da cui spuntano armi e pugnali e donne avvolte in larghi drappi a righe o con ampi cappucci a frange rigati in diagonale.

L’abito a righe non aveva dunque una funzione estetica, ma un valore emblematico: era il “segno di una condizione marginale”. Nel Medioevo infatti era il marchio distintivo di categorie di esclusi come l’ebreo, l’eretico, il saltimbanco, il lebbroso, il boia, la pro­stituta. Gli “zingari” rientravano dunque in queste categorie di reprobi ai qua­li era prescritto di vestire tessuti e abiti rigati in segno di esclusione e di condanna 3.

Non necessariamente doveva essere a righe un intero vestito, ma bastava un semplice indumento che richiamasse il rigato, e quindi rendesse immediatamente percepibile lo stato di chi l’indossava. Una sineddoche vestiaria, che come quella retorica, doveva indicare il tutto mediante un particolare: il velo in testa a strisce sottili, la camicia screziata sotto la lunga veste, i calzettoni rigati degli uomini, la sciarpa rigata a ciascun polso delle danzatrici zingare.

Le leggi e le disposizioni statutarie dei secc. XVI e XVII imponevano agli zingari l’obbligo di vestire ‘alla zingara’ in modo da distinguersi dal resto della popolazione. Si proibiva lo­ro di “travestirsi”, affinché si riconoscessero facilmente co­me zingari. Le pene contro i trasgressori erano molto severe e andavano dall’arresto all’impiccagione. Nella grida del 6 ago­sto 1567 del duca d’Alburquerque, governatore di Milano, si dichiara tassativamente che “trovandosi essi Cingari stravestiti saranno impiccati per la gola”4. E nel 1572 una zingara fu arrestata a Finale, nel mo­denese, perché si aggirava per il mercato “vestita alla no­strana”5. In Francia un decreto del Parlamento di Tolosa del 1618 obbligava le donne zingare “ad abbigliarsi secondo il costume del paese­ senza portar alcun abito di Boemia” 6.

Ma nel sec. XVIII, al mutare della politica, variò anche l’atteggiamento dei governi verso l’abbigliamento zingaro e si adottarono misure esattamente opposte. In Portogallo la legge del 10 novembre 1708 imponeva agli zingari l’abbi­gliamento e i costumi locali, pena la fustigazione e dieci anni di galera; l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, per facilitarne il processo di assimilazione, impose loro di vestire come i sedentari. Carlo III di Spagna con la Prammatica Sanzione del 17 settem­bre 1783 ordinava di “abbandonare i vestimenti e le loro abitudini”, pena la marchiatura a ferro rosso.

Tuttavia l’antico abbigliamento con tanto di rigato persistette nei secoli successivi fino ad oggi. Nel 1758 fu notato a Rennes un gruppo di zingari con cotonine a grandi quadri blu e rossi, fla­nelle a righe multicolori”. In Finlandia alla fine del XVIII sec. le donne vestivano scialli di la­na a righe nere7. Ancora oggi il motivo a righe è il preferito da uomini e donne zingare, in qualunque paese vivano e a qualunque gruppo appartengano: abiti rigati, scarpe a tinta bianca con strisce scure, gonne screziate, giacche e cravatte a righe. Motivo che in linea con la tradizione pittorica troviamo ancora accentuato in artisti moderni, come nella “Zingara dormiente” di Henry Rousseau (1844-1910), dove la figura scura della zingara sdraiata scompare sotto la lunga veste a righe policrome.

Come mai questo attaccamento dei Rom alle righe? Probabilmente ciò che per imposizione era un marchio si trasformò con il tempo in gusto estetico, irrinunciabile. Oppure il motivo a righe finì per costituire una specie di “tenuta professionale”, come per le danza­trici e le indovine8. Infine, molto probabilmente, la spiegazione va ricercata nel significato dinamico della rigatura e nell’affinità naturale tra i Figli del Vento e le righe, “che sono perpetuamente mobili e vanno eternamente avan­ti come mosse dal vento” 9.

L’altro elemento dell’abbigliamento zingaro, opposto e nello stesso tempo complementare al vestiario, è l’ornamento ricco in oro che contrastava con la povertà delle vesti. Il tedesco Stumpf nella sua ‘Schweitzer Chronik’, pubblicata a Zurigo nel 1554, riferisce che gli zingari erano malvestiti ma avevano gioielli d’oro e d’argento. Le donne zingare giunte a Bologna nel 1422 portavano grandi anelli alle orecchie. I noma­di giunti a Parigi nel 1427 portavano un anello d’argento in ogni orecchio e dicevano che questo era segno di nobiltà nel loro paese d’origine. Ancora oggi le romnjá si ornano di orecchini, bracciali, collane d’oro e ostentano catenine, cinture e pettorali di monete d’oro. Gli uomini hanno le dita ornate con anelli d’oro e al collo hanno grosse catene e medaglioni d’oro.

E’ indubbio che presso i popoli nomadi il metallo pregiato era usato come mezzo di pagamento o poteva svolgere un’azione apotropaica in quanto i gioielli hanno sempre avuto la funzione di talismani. Ma nel caso dei Rom possiamo aggiungere un altro motivo. L’ostentazione sfacciata della ricchezza e la dichiarazione esplicita che nel loro paese era segno di nobiltà stanno a sottolineare il lor bisogno di compensare l’immagine di esclusi, palesata dal loro abbigliamento. Per controbilanciare il discredito della rigatura-marchio hanno trovato una compensazione al vestito con l’o­stentazione di ori e gioielli. Se le stoffe rigate erano state in passato segno di esclusione e di vergo­gna, l’oro e l’argento sono sempre stati segno di distinzione e di elevato status sociale.

 

 

 

NOTE

1) VAUX de FOLETIER F. (de), Mille anni di storia degli Zingari, Jaca Book Milano 1977 p. 191-195.

2) COLOCCI A., Gli Zingari storia d’un popolo errante, Torino 1889 p. 58 nota n. 2.

3) PASTOUREAU M., La stoffa del diavolo, Il Melangolo, Genova 1993 p. 22.

4) ARLATI A., Gli Zingari nello Stato di Milano, Lacio Drom 1989 n. 2 p. 8.

5) SPINELLI A.G., Gli Zingari nel Modenese, Lacio Drom 1978 n. 5 p. 36.

6) VAUX de FOLETIER F. (de), op. cit. p. 195.

7) VAUX de FOLETIER F. (de), op. cit. p. 195.

8) VAUX de FOLETIER F. (de), op. cit. p. 195.

9) PASTOUREAU M., op. cit. pp. 12-13.

 


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