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I Rom nell'arte

Porrajmós: l’olocausto del popolo rom

7 apr , 2020  

 

I Rom e i Sinti dell’Europa durante la seconda guerra mondiale sono stati le vittime di un orrendo genocidio perpetrato dal regime nazista. Considerati asociali e di razza inferiore, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini furono sterminati nei campi di concentramento o massacrati con esecuzioni sommarie. Fu l’olocausto del popolo rom, che essi chiamano Porrajmós o ‘grande divoramento’ (nei dialetti rom) e Samudarípe o ‘genocidio’ (nei dialetti sinti). I Rom, con gli ebrei, sono l’altra minoranza di persone annientate dai nazisti per motivi razziali, eppure il loro è stato un olocausto a lungo ignorato. Ancora oggi è poco conosciuto, sottovalutato e perfino negato, solo perché ne furono vittime individui che appartengono a una popolazione marginale, disprezzata, discriminata, che non ha solidarietà nemmeno nelle atrocità subite.

 

Un olocausto annunciato

La persecuzione nazista non fu un fatto improvviso, ma raccolse l’eredità di una campagna razzista contro i Rom maturata in Gemania nei secoli precedenti, portandola a conseguenze estreme e orrende, come un punto culminante nelle relazioni tra le popolazioni europee e loro.  La “soluzione finale”, come veniva eufemisticamente chiamato dai nazisti lo sterminio totale dei Rom, fu la fase conclusiva di una ideologia razzista che si era sviluppata in Germania a partire dalla fine del secolo XVIII per opera dei più importanti ziganologi tedeschi. Essi hanno avuto una grande responsabilità nella creazione di un’immagine totalmente negativa dei Rom, conferendo carattere di scientificità alla loro indagine strumentalizzata, prevenuta, aberrante e in molti casi errata.

   Heinrich Grellmann, uno dei primi studiosi che dimostrò l’origine indiana dei Rom in un libro pubblicato a Lipsia nel 1783, pose le basi di questa deriva razzista che influenzò tutti gli studi a seguire. Per Grellmann i Rom non erano altro che paria indiani e quindi inferiori, criminali e difficili da educare. Un decennio dopo, nel 1793, il pastore luterano Martin Zippel, che si occupò della lingua di un gruppo sinto tedesco, considerava gli zingari nocivi a una nazione come i parassiti sul corpo di un animale. Uno dei primi vocabolari della lingua romaní, compilato nel 1827 da Ferdinand Bischoff, fu raccolto tra i carcerati ad uso della polizia e dei criminalisti, più che per un interesse antropologico. Richard Liebich, autore di un importante libro sugli usi e costumi degli zingari del 1863, sosteneva che il crimine faceva parte della “natura” zingara e che le loro erano “vite indegne di vita”, un assioma diventato famoso e ripreso dai nazisti. Karl Andree, geografo tedesco e fondatore di una rivista etnografica, aveva una visione apertamente razzista dell’antropologia e considerava legittimo lo sterminio dei popoli di natura, come gli gli indiani d’America, gli aborigeni australiani e gli zingari.

La schedatura e la registrazione dei Rom e Sinti, che hanno giocato un ruolo fondamentale nel genocidio nazista, hanno una lunga e funesta tradizione in Germania. Uno dei primi elenchi di individui rom su base etno-criminologica fu la cosiddetta “Sulzer Zigeunerlist” o Lista degli zingari di Sulz, un lungo elenco di presunti delinquenti zingari con i loro nomi e le caratteristiche somatiche, compilato nel 1787 (l’anno della seconda edizione del libro di Grellmann) da Georg Jacob Schäffer, giurista e ufficiale giudiziario del distretto di Sulz nel Württemberg. Poco più di un secolo dopo, nel 1905, vedeva la luce lo “Zigeunerbuch“ di Alfred Dillmann, capo della polizia della Baviera, nel quale gli zingari erano definiti una razza con caratteristiche antisociali e criminali, contenente i dati anagrafici, impronte digitali e informazioni di oltre 3350 rom e sinti tedeschi.

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 Georg Jacob Schäffer, Frontespizio          Alfred Dillmann, Zigeuner-Buch, 1905

 del Sulzer Zigeunerlist, 1787

 

 

 

Il nazismo e i Rom

Si calcola che nel 1933, all’avvento del nazismo, vivessero in Germania circa 30.000 zingari, in prevalenza sinti, una buona parte dei quali conduceva vita nomade, altri invece erano sedentarizzati e integrati nella vita civile.

Nonostante l’ostilità secolare della popolazione e la repressione operata dai pubblici poteri, le loro condizioni di vita potevano essere considerate tollerabili. La Repubblica di Weimar, pur nelle limitazioni imposte ai loro movimenti e al loro stile di vita, aveva comunque garantito loro uno spazio vitale né era mai stato messo in discussione il loro diritto all’esistenza.

Le immagini degli anni ’20 e dei primissimi anni ’30 ci restituiscono individui alle prese con i bisogni quotidiani della vita, ma felici della propria esistenza e libertà, ignari della tremenda bufera che di lì a poco si sarebbe abbattuta su di loro. Possiamo scorgere sui loro volti la gioia di vivere e di assaporare la quotidianità fatta di viaggi, fiere cittadine, occupazioni e spettacoli itineranti.

Ceija Stojka, nata in Austria nel 1933 in una famiglia di Rom lovara allevatori di cavalli, nei suoi dipinti della serie “quand on roulait” (quando si viaggiava) rappresenta i giorni felici della sua infanzia, prima dell’annessione dell’Austria alla Germania e la deportazione della sua famiglia ad Auschwitz. Possiamo ammirare, in uno stile semplice e spontaneo, variopinti carrozzoni in idilliaci paesaggi colorati, cavalli che pascolano liberi su verdi prati, uomini e donne allegre e indaffarate, lunghe carovane in viaggio nella solitaria campagna tra campi di girasole al tramonto.

 

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Ceija Stojka, Vita in campagna, 1993                       Ceija Stojka, In viaggio d’estate attraverso i

                                                                                                               girasoli, 1996

 

Alla presa del potere nel 1933 Hitler affrontò quella che i nazisti chiamarono la “questione zingara”. Già dal settembre di quell’anno furono avviati i primi programmi di repressione contro nomadi e individui senza fissa dimora. Nel 1935 fu emanata una “Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco” e gli zingari furono subito inclusi nella categoria dei lebensunwertesleben, i cosiddetti “indegni di vivere”. Secondo l’ideologia nazista gli zingari possedevano un innato impulso al nomadismo “(Wandertrieb) e una serie di istinti che li inducevano ad essere sporchi, oziosi e ladri[1]. Intanto si andava intensificando la propaganda denigratoria contro gli zingari dalle colonne dei giornali e delle riviste. Furono pubblicati numerosi articoli che li presentavano come “elementi criminali e asociali” o “impossibili da educare” e “lontani da noi [i tedeschi] per la loro origine ancestrale asiatica”.

 

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    21 febbraio 1939: Propaganda         1938. Campagna denigratoria nazista contro

   giornalistica contro la                          gli zingari che intendeva presentarli                                             

   “piaga zingara”                                    “così come realmente sono”.                 

 

 Gli zingari finirono così per essere il bersaglio privilegiato di quella ideologia nazista che si fondava sul riconoscimento di razze “diverse”, stigmatizzate come inferiori. Una visione sfociata progressivamente nel progetto di igiene razziale, mirante a eliminare le razze che costituivano una minaccia alla purezza della razza ariana e in particolare di quella tedesca.

 

 

Un olocausto paradossale: gli ariani degenerati

     Nel 1936 a Berlino fu istituito il “Centro di ricerca di Igiene Razziale”, diretto dal dottor Robert Ritter, con lo scopo di trovare conferme scientifiche alle teorie razziali del regime nazista. Gli zingari furono tra i principali soggetti cui si rivolsero il dottor Ritter e la sua équipe con un accanimento più da aguzzini che da scienziati. Ritter si avvalse in particolare della collaborazione della sua assistente Eva Justin, con la quale visitò sistematicamente gli insediamenti zingari. Eva Justin, soprannominata dai Sinti tedeschi “Loli Ciai” (ragazza rossa) per il colore dei suoi capelli, imparò la lingua romani per ottenere la loro fiducia e conquistava i bambini portando loro piccoli doni[2].

Gli zingari furono sottoposti a censimenti, ricerche genealogiche, schedature, studi genetici, esami antropometrici (come la misurazione del cranio, analisi del sangue, rilevazione del colore degli occhi, realizzazione di calchi in cera del volto) e test razziali per dimostrare la loro inferiorità. Il risultato fu la creazione di un archivio completo di tutti i sinti e i rom tedeschi (circa 30.000) e austriaci (circa 11.000). Furono classificati in quattro categorie, secondo il loro grado di “purezza” o “incrocio” con i non rom: rom di razza pura ((Z), di razza mista al 50% (ZM), di razza mista per più o meno del 50% (ZM+ o ZM-) e non rom (ZN). Circa un migliaio, tra cui alcuni gruppi di sinti germanici e i sinti “lalleri” della Boemia, furono considerati di razza pura e quindi con un patrimonio genetico impeccabile, per cui all’inizio si pensò di preservarli, ma poi furono anch’essi sterminati. Ai rom e ai sinti si agggiunsero anche gli Yenish (nomadi autoctoni di origine non indiana), considerati i discendenti di antiche tribù sottomesse e quindi non ariani, decretando così la loro condanna a morte.

Il disegno “Misurazione della testa di una donna rom” di Paula Bulling, grafica e illustratrice tedesca, 2014, ricostruisce una delle operazioni eseguite da Eva Justin, durante le indagini genetiche condotte dal Centro di Ricerca di Igiene Razziale sui Rom, in nome della salvaguardia della purezza ariana.

 

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Paula Bulling, Misurazione della testa di una donna rom, 2014

 

Ma come si poteva ritenere gli zingari appartenenti a un’altra razza, se la loro origine indiana e l’appartenenza al ceppo linguistico indoeuropeo portavano a concludere che erano ariani? Il dottor Ritter aggirò l’ostacolo e affermò che non esistevano più zingari puri, poiché durante le continue migrazioni si erano contaminati con altre razze. I Rom, quindi, non erano altro che una razza ibrida, inferiore e degenerata, giungendo quindi alla paradossale conclusione che i Rom erano ariani degenerati, e quindi non più ariani. Fu stabilito che la maggioranza dei Rom rappresentavano una minaccia per la purezza della razza tedesca per cui dovevano essere eliminati.

Le aberranti conclusioni a cui giunse il dottor Ritter ebbero un decisivo impatto sulla legislazione contro gli zingari e le sue ricerche antropologiche fornirono le basi “scientifiche” all’ideologia razziale, spianando la strada alle deportazioni nei lager nazisti e allo sterminio di Rom, Sinti e Yenish.

Alla messa a punto di questa infernale macchina di investigazione, alla quale non sfuggì nessuno, dal più anziano ancora in vita all’ultimo bebé nato, contribuirono direttamente o indirettamente alcuni ricercatori e linguisti tedeschi dell’epoca. Uno dei principali assertori dell’importanza della ricerca genealogica nell’ambito della ziganologia fu il dottor Ernst Peust, medico della città di Magdeburgo, che fin dal 1927 incoraggiava in diverse conferenze a servirsi di questo metodo per una maggior conoscenza del popolo rom. Ma nel 1933 dichiarò coerentemente di voler interrompere le ricerche genealogiche delle famiglie zingare, poiché erano ormai legate a strumentalizzazioni politiche e a fini di persecuzione razziale.

Nel 1943 il linguista austriaco Johann Knobloch soggiornò per alcune settimane nel campo di concentramento di Lackenbach, in Austria, per raccogliere materiale per la sua tesi sulla lingua e i costumi dei Rom. La sua ricerca fu fatale per loro, poiché le sue conclusioni che i Rom insediati nel Burgenland fossero “imbastarditi”, avendo perso la loro purezza originaria, fornirono un argomento pseudo-scientifico in più per la loro deportazione e il loro sterminio.

Un caso emblematico, molto controverso e dal tragico epilogo, fu quello del ricercatore e fotografo Hanns Weltzel, che tra il 1932 e il 1939 fece ricerche genealogiche e scattò centinaia di fotografie presso le comunità sinte forzatamente confinate nel campo di Magdeburgo Holzweg, nella Germania centrale. Raccolse una serie di informazioni sulla storia, i legami parentali, gli incroci e gli alberi genealogici fino a cinque o sei generazioni delle famiglie sinte dei Laubinger, Lauenburger, Thormann, Stein, Steinbach e Ansin, che pubblicò in diverse riviste specializzate, specialmente nella prestigiosa rivista inglese “Journal of the Gypsy Lore Society” (Weltzel, 1938). Il 1° marzo 1943 tutti gli abitanti del campo di Magdeburgo (circa un centinaio di persone) furono deportati ad Auschwitz e morirono quasi tutti nelle camere a gas.

Dopo la fine della guerra Weltzel pagò molto caro questa ambiguità tra ricerca accademica e dossieraggio e la smania di rivelare confidenze allora molto delicate e pericolose[3]. Accusato di collaborazione con Ritter e di essere responsabile della morte dei sinti di Magdeburgo, nel 1952 fu arrestato e giustiziato dalle autorità militari sovietiche (Rosenhaft, 2005).

Diversamente da Weltzel, gli altri ebbero miglior fortuna. Infatti non fu stabilito con certezza se Johann Knobloch abbia cooperato con il regime nazista e dopo la guerra divenne influente all’interno della comunità accademica come professore di linguistica all’Università di Bonn. Quanto ai due principali teorici razziali del gruppo di studio sulla “razza zingara”, il dottor Robert Ritter e la sua assistente Eva Justin, sappiamo che furono giudicati da un tribunale militare ma furono assolti per insufficienza di prove. Ritter continuò la sua carriera accademica e lavorò come psicologo in un ufficio di sanità pubblica a Francoforte sul Meno. Eva Justin continuò a lavorare come psicologa nel dipartimento dei servizi sociali della stessa città.

 

 

 

 

I “campi di abitazione” o i lager urbani

     Nel luglio del 1936, in occasione dei giochi olimpici di Berlino, Hitler dichiarò che “la città va ripulita dalla feccia zingara”. In breve tempo olte 600 zingari furono arrestati dalla polizia di Berlino e trasferiti in un campo a Marzahn, alla periferia della città, alloggiati in carrozzoni o in baracche di legno. Il campo fu recintato con filo spinato e sorvegliato da un distaccamento di polizia metropolitana, che aveva l’ordine di infliggere punizioni a chi abbandonava il campo o trasgrediva gli ordini. Gli zingari furono costretti a vivere in condizioni di vita proibitive e sottoposti al lavoro forzato. Si svilupparono facilmente malattie come la tubercolosi, la scarlattina e la difterite, che finirono per mietere numerose vittime.

 

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 “Berlino senza gli zingari”: lo slogan nazista per i giochi olimpici del 1936

 

Nell’ottobre del 1939 Reinhard Heidrich, capo della Polizia segreta, per ordine di Hit­ler, emanò il cosiddetto “Editto di insediamento”, che rese obbligatorio per tutti gli zingari risiedere nei campi di abitazione, pena la deportazione in un campo di concentramento. Così vennero istituiti altri campi simili a quello di Marzahn nelle periferie delle principali città tedesche, come a Colonia, Düsseldorf, Hannover, Ravensburg, Magdeburgo, Francoforte sul Meno. Sull’esempio di quelli tedeschi sorsero campi municipali anche in Austria, come a Vienna, Salisburgo, Lackenbach, Weyer.

L’incisione Bambini zingari al filo spinato di Otto Pankok, pittore espressionista tedesco che ha documentato nelle sue opere la vita dei sinti insediati a Heinefeld, alla periferia di Düsseldorf, 1936, mostra alcuni bambini, dai tratti essenziali ma espressivi, aggrappati al filo spinato del ghetto, mentre guardano fuori con visi interrogativi e imploranti.

La famiglia di Ceija Stojka, che viaggiava in Austria con una carovana commerciando cavalli, era solita svernare in un accampamento a Vienna. Nel marzo del 1938, quando la Germania annetté l’Austria, il campo venne recintato con filo spinato e posto sotto sorveglianza della polizia. “I miei genitori, racconta Ceija, dovettero convertire il nostro carro in una casa di legno e dovemmo imparare a cucinare con una vera cucina invece che su un fuoco acceso all’aperto”. In un dipinto acrilico Senza titolo, 1995, Ceija ricrea idealmente questa situazione, rappresentando un “normale” accampamento di roulotte in un paesaggio invernale, ma in basso sul bordo dell’immagine compare, sinistra e minacciosa, la bandiera nazista con la svastica.

 

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Otto Pankok, Bambini zingari al filo spinato, 1936                              Ceija Stojka, Senza titolo, 1995

 

 

Esclusi e ripudiati  

   In Germania la maggior parte dei Sinti erano cittadini tedeschi, molti di loro erano sedentari e avevano raggiunto una rilevante posizione socio-economica, insomma, come si dice oggi, erano integrati nella società. Molti svolgevano attività rispettabili e utili, come musicisti professionisti, commercianti, artisti viaggianti dediti allo spettacolo e al circo, altri erano importanti nel campo dello sport, dell’arte e perfino soldati e ufficiali dell’esercito tedesco. Ma il nazismo li considerò a priori esseri inferiori e criminali e vennero ripudiati e condannati alle camere a gas. Nel febbraio del 1941, per decisione dell’alto comando militare tedesco, per motivi di politica razziale i soldati zingari furono espulsi dall’esercito e gli ufficiali degradati e congedati. Molti di loro furono deportati nei campi di sterminio, dove c’erano uomini che andavano in giro portando sul petto le decorazioni ricevute dagli stessi nazisti per atti di valore compiuti al fronte. Paul Ansin, soprannominato Weiskopp, che fu espulso dalla Wehrmacht a causa della sua origine zingara, arrivò al campo di sterminio di Auschwitz indossando ancora la sua uniforme militare e fu fucilato il giorno dopo il suo arrivo  (http://porrajmostebisterdontumareanava.blogspot.com/2011/03/).

Alfons Lampert, dopo la sua esclusione dalle forze armate, fu deportato insieme alla moglie Else ad Auschwitz, dove entrambi morirono. Emil Christ, licenziato dalla Wehrmacht, fu deportato ad Auschwitz con sua moglie e due figli. Anche Bernhard Steinbach, che si arruolò come soldato volontario nella Wehrmacht, quando si scoprì che proveniva da una famiglia sinta, nel 1943 fu espulso dall’esercito, arrestato e internato con la moglie e il figlio prima nel campo di Francoforte e poi ad Auschwitz. Molti altri fecero la stessa fine: Josef Laubinger, che aveva prestato servizio come pilota nella Wehrmacht, Karl Heilig, che combatté con il grado di sergente nell’Afrika Korp di  Rommel, Johannes Adler, Christian Weiss, Anton Reinhardt, Franz Lehman, Oswald Winter (https://thenorwichradical.com/2019/01/25/how-the-nazis-wiped-out-the-romani-middle-class).

La stessa crudele e beffarda sorte capitò a Franz Baranyai, un rom austriaco del Burgenland, che si arruolò come agente di polizia di Graz. Nel marzo del 1942 scrisse al governatore della Stiria Siegfried Uiberreither per lamentarsi del trattamento ingiusto che riceveva dai colleghi perché era zingaro: “Tutto il mio pensiero è tedesco -scriveva nella lettera- e la mia lotta e il mio sacrificio sono per i capi, per il popolo e per il mio paese, fedele fino alla morte”. In tutta risposta il dipartimento di polizia criminale di Graz dispose un’indagine sulle sue origini ed emanò una risoluzione che dichiarava che Baranyai “era del tutto zingaro” e fu immediatamente espulso dalle forze di polizia. Nel luglio del 1943 fu deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau, dove poco dopo fu assassinato nelle camere a gas. In suo ricordo è stata posta una pietra di inciampo nella Paulustorgasse 8, a Graz, davanti al comando di polizia in cui svolgeva il suo lavoro (http://www.stolpersteine-graz.at/stolpersteine/baranyai-franz/).

Il sinto Franz Winterstein nel 1941 era in servizio presso il Dipartimento di Artiglieria di Würzburg in Baviera. Un funzionario della Gestapo di quella città chiese al comando se c’erano zingari. Avendo avuto una risposta di conferma, Winterstein nel luglio del 1942 fu esonerato dal servizio e a settembre fu arrestato dalla Gestapo. Egli cercò di scappare e fu ucciso (http://muzeum.tarnow.pl/na-bister/wurzburg-stolperstein/).

 

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Paul Ansin, espulso dalla Wehrmacht                                           Pietra di inciampo nella Paulustorgasse 8, a Graz,

e assassinato ad Auschwitz                                                               in memoria del poliziotto Franz Baranyai

 

Ancora più emblematica è la vicenda del pugile Johann Trollmann, soprannominato “Rukeli” (“albero” in sinto) per via dei capelli ricci scuri e del suo fisico prestante, che nel 1933 divenne campione nazionale dei pesi mediomassimi. Combatteva con uno stile del tutto nuovo, quasi danzante, caratterizzato da brevi movimenti saltellanti intorno all’avversario per poi sferrare il colpo decisivo della vittoria. I giornalisti diedero a Trollmann il nome di Gipsy, che all’inizio fu osteggiato dal pugile, ma in seguito, non avendo ottenuto alcun risultato, si fece cucire il nomignolo sui pantaloncini con cui saliva sul ring, anche se trasformato in Gibsy. Il titolo, però, gli venne illegittimamente revocato e nel 1941 fu arrestato e deportato nel campo di Neuengamme, vicino ad Amburgo, dove fu costretto a battersi contro un numero infinito di guardie ed ex-pugili. Trasferito a Wittenberge, un campo satellite di Neuengamme, dopo un’ennesima vittoria, il 31 marzo 1944 venne assassinato per vendetta da uno dei kapò nazisti che lo aveva sfidato ed era stato battuto (Repplinger, 2018).

    L’acquarello Johann Trollmann di Silvio Mengotto, libero pubblicista e pittore, 2016, mostra il ritratto del giovane e carismatico pugile sinto dal fisico muscoloso e asciutto in una delle sue pose classiche. In memoria di Rukeli, che non si sottomise né si arrese mai ai nazisti, pur sapendo che la vittoria gli sarebbe costata la vita, è stata posata una pietra di inciampo in Fidicinstraße 2 a Berlino, non lontano dal “giardino estivo”, dove si svolgevano i combattimenti di boxe, che videro protagonista l’eroico pugile[4].

 

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Silvio Mengotto, Johann Trollmann, 2016               Pietra di inciampo nella Paulustorgasse 8,a Berlino,

in memoria del pugile Johann “Rukeli” Trollmann

 

 

 

Rastrellamenti e deportazioni: … e l’’ultimo fumo si spense nella roulotte” 

A partire dal 1937-38 ebbero inizio i rastrellamenti, gli arresti e le depor­tazioni in massa dei Rom e Sinti nei campi di concentramento. I campi municipali tedeschi e austriaci, in cui le comunità zingare erano confinate, schedate e indifese, furono i primi ad essere presi di mira. Gli zingari di Marzahn, Düsseldorf, Francoforte sul Meno, Vienna furono periodicamente prelevati e deportati nei lager di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen. Il sinto Otto Rosenberg, che era stato rinchiuso nel campo di Marzahn a Berlino, all’età di nove anni fu deportato ad Auschwitz e poi a Buchwenwald, dove tutta la sua famiglia fu sterminata. Egli riuscì a sopravvivere, ha mantenuto il silenzio per anni, poi ha voluto raccontare la sua terribile esperienza nel libro “La lente focale”.

Il dipinto Arresto e deportazione di Ceija Stojka, 1995, rappresenta il grande campo di abitazione situato sul Laer Berg, una piccola collina a sud di Vienna alta circa 250 metri, priva di alberi e battuta dal vento, in cui venne confinata la maggior parte dei Rom viennesi. Alla fine del 1941 arrivarono le SS e deportarono gli uomini a Dachau. Anche il padre di Ceija, Karl, fu arrestato e imprigionato nel campo di Dachau e, più tardi, nel campo di Mauthausen, dove fu ucciso nel 1942. Pochi mesi dopo, sua madre ricevette una scatola con le sue ceneri.

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 Ceija Stojka, Arresto e deportazione, 1995

 

Poi vi furono dovunque grandi retate. Fermati sulle strade, prelevati negli accampamenti, inseguiti nei boschi. Ignari del destino che li attendeva, spesso si facevano incontro ai loro carnefici con il saluto nazista. Si dice che alcuni dipingessero le svastiche sui loro carri e issassero bandiere naziste accanto alle tende.

Ceija Stojka ha raccontato in centinaia di disegni e dipinti, oltre che in libri e romanzi, la deportazione e la prigionia con tutta la sua famiglia nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Ravensbrück e Bergen-Belsen[5]. Nel dipinto Trovati, 1993, una famiglia zingara, accampata tranquillamente in una foresta, si trova improvvisamente di fronte alle mitragliatrici delle SS. I soldati dalle uniformi nere irrompono nell’accampamento con le armi spianate contro uomini, donne e bambini inermi, vestiti dei colori sgargianti della natura, che alzano le mani in segno di resa. Un camion, su cui sventola la bandiera con la svastica, già carico di prigionieri, li attende. L’arrivo dei soldati porta un vento freddo, che spazza la terra e fa cadere le foglie colorate, simbolo della vita, da un albero dal tronco e i rami neri. Al centro una piccola roulotte con un grande comignolo da cui esce una grande nuvola di fumo … e l’ultimo fumo si spense nella roulotte (Ceija Stojka).

 

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Ceija Stojka, Trovati, 1993

 

Nuclei familiari interi venivano arrestati, caricati suoi camion o scortati verso i treni con destinazione i campi di concentramento. Le roulottes venivano distrutte o bruciate, i cavalli venivano confiscati e messi a disposizione della Wehrmacht o venduti agli agricoltori, i loro beni, come i braccialetti, gli orecchini, le collane e i pettorali di monete d’oro o galbi delle donne e i grandi anelli, le grosse catenine e i medaglioni d’oro degli uomini venivano sequestrati[6].

Il dipinto La retata di Walter Weil, pittore tedesco autore di diverse tavole sul genocidio rom, che sono state esposte a Saintes Maries de la Mer e nel Memoriale del Genocidio a Washington, presenta una realistica e tragica ricostruzione della cattura di famiglie inermi di zingari, sorpresi nella loro quotidianità con i panni stesi ad asciugare e la pentola fumante sul treppiede. In primo piano la concitazione degli uomini e la disperazione delle donne che stringono a sé i bambini, scortati dalle truppe d’assalto nelle loro uniformi grigioverdi e le armi in mano, mentre sullo sfondo le roulottes bruciano.

Nel dipinto Deportazione in un campo di sterminio di Ceija Stojka, 1994, un gruppo di zingari vengono prelevati dal loro accampamento e fatti salire su un treno. Vi domina il colore nero delle uniformi naziste, del fumo che si sprigiona dalla locomotiva e del campo devastato, dove restano solo alcuni fiori gialli, cui si contrappone la macchia colorata degli zingari con a terra i loro poveri bagagli, che salgono nei vagoni piombati e senza finestre per la deportazione nei campi di concentramento.

 

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Walter Weil, La retata, XX secolo                                                             Ceija Stojka, Deportazione in un campo di

                                                                                                                                           sterminio, 1994

 

  L’espansione militare dei tedeschi portò l’intera Europa sotto il loro controllo. Per gli zingari non ci fu scampo, nemmeno nella fuga, che per secoli era stata la loro àncora di salvezza. Una straordinaria rappresentazione di questo dramma è narrata nel romanzo “E i violini cessarono di suonare” di Alexander Ramati (da cui è stato tratto l’omonimo film), che racconta la tragica odissea di un gruppo di Rom polacchi che fuggono dal ghetto di Varsavia cercando la salvezza in Ungheria, ma appena arrivati vi trovano i carri armati tedeschi, che più veloci dei loro cavalli, li avevano preceduti.

Lo sterminio dei Rom fu messo in atto anche negli stati satelliti e nei paesi occupati dalla Germania nazista. Quasi dovunque vi furono massacri di donne e bambini, fucilazioni di uomini, esecuzioni sommarie e di massa, eccidi a sangue freddo da parte degli Einsatzgruppen, i gruppi d’assalto speciali, e dai fascisti locali.

In Polonia intere famiglie furono rinchiuse insieme agli ebrei nei getti di Varsavia e di Łódz, dove molte perirono per le condizioni di vita insostenibili e i maltrattamenti. Altre furono massacrate nei loro accampamenti o nei boschi della Volinia, dove cercavano inutilmente rifugio in buche del terreno. Altre ancora furono gasate ad “Assfiz”, come chiamavano nel loro gergo, cercando di semplificare almeno nel suono quel terribile campo di sterminio.

In Slovacchia gruppi fascisti (i miliziani della “Guardia di Hlinka”) compirono massacri selvaggi nei villaggi con metodi orrendi: le famiglie venivano rinchiuse in capanne, che poi venivano date alle fiamme. Fucilazioni ed esecuzioni di massa furono compiute in Ucraina. Oltre 800 Rom furono uccisi la notte del 24 dicembre del 1941 a Sinferopoli, in Crimea. Nell’ottobre del 1941 le famiglie di cinque campi “zingari” di Kiev furono arrestate e tutti i membri furono brutalmente trucidati nella gola di Babij Jar, luogo tristemente famoso per l’eccidio compiuto il 29 e 30 settembre 1941, in cui trovarono la morte 33.771 ebrei di Kiev (Kuznecov, 2019).

In Romania il regime fascista di Ion Antonescu pianificò lo sterminio di circa 36.000-39.000 Rom con brutali massacri. Nell’autunno del 1942 ordinò la deportazione di circa 25.000 Rom in Transnistria, una regione dell’Ucraina, situata tra il Dnester e il Bug, che la Romania aveva annesso in seguito all’invasione tedesca dell’Unione Sovietica nel giugno 1941, dove la maggior parte morì per le violenze subite, il freddo e la fame.

La tragedia di questi infelici rivive in alcuni disegni dai toni cupi e drammatici dell’artista rumeno Kurt Vio. Ne L’arrivo del treno in Transnistria le guardie aprono le porte del treno e fanno scendere dai vagoni merce, come bestiame umano, uomini donne e bambini, tremanti di freddo e di spavento, con addosso pochi stracci e a piedi nudi, e li scortano nella landa sconosciuta e desolata. Nel disegno Deportazione in Transnistria, vengono descritte le tremende condizioni delle famiglie rom, sistemate in tende e in povere capanne, sottoposte a ogni tipo di privazioni e costrette ai lavori forzati.

 

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Kurt Vio, L’arrivo del treno in Transnistria, s.d.                             Kurt Vio, Deportazione in Transnistria, s.d.

 

In Estonia e Lituania i Sinti e i Rom vennero annientati totalmente. In Jugoslavia gli ustasha croati operarono veri e propri massacri. In genere i Rom venivano prelevati dagli accampamenti e trasportati sul luogo dell’esecuzione, quindi venivano uccisi, in ginocchio o in piedi, da plotoni d’esecuzione e i cadaveri venivano gettati nelle fosse. Si dice che uccidessero un gran numero di bambini sbattendoli selvaggiamente contro gli alberi per risparmiare le munizioni. Molti fecero una fine atroce, letteralmente schiacciati dai carri nazisti che passavano sulle loro tende, altri fatti morire sui carri bestiame piombati e lasciati fermi per giorni senza cibo né acqua.

 

DEPORTAZIONE

Cielo rosso di sangue,

di tutto il sangue dei Sinti,

che a testa china e senza patria,

stracciati affamati scalzi

venivano deportati

perché amanti della pace e della libertà

nei famigerati campi di sterminio.

Guerra che pesi

come vergogna eterna

sul cuore dei morti e dei vivi,

che tu sia maledetta.

                                                                                                                                                                                                                                                                     Vittorio Mayer Pasquale detto Spatzo

 

 

 

I campi dell’orrore

I Rom e i Sinti  furono deportati e internati un po’ dovunque nei principali lager del grande Reich, dove morirono a centinaia di migliaia, vittime della fame[7], dei lavori forzati, degli esperimenti scientifici, della sterilizzazione, delle malattie (come dissenteria, setticemia, tubercolosi e noma facciale, una specie di cancrena del viso che colpiva soprattutto i bambini) e in molti casi anche della gassazione.

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Cartina dei principali lager nazisti

    Avevano un numero preceduto dalla lettera Z (Zigeuner) tatuato sul braccio e portavano sul vestito come segno distintivo un triangolo di stoffa marrone, contrassegno della loro etnia, oppure il triangolo nero degli asociali. In molti campi, come ad Auschwitz, Buchenwald e Lackenbach, vi erano orchestrine composte da musicisti Rom, obbligati a suonare per intrattenere le autorità e le guardie del campo, quando i loro compagni rientravano dal lavoro, trascinando i corpi di coloro che erano morti durante la giornata, all’arrivo dei nuovi deportati e perfino durante le esecuzioni dei prigionieri e i brutali assassini di massa nelle camere a gas[8].

Il dipinto Campo di concentramento di János Szilágyi, pittore rom ungherese di formazione naïf, 1995, rappresenta un bozzetto con tutti gli elementi tipici di un lager nazista, a forma rettangolare, circondato dal filo spinato, con quattro torri di avvistamento agli angoli e chiuso da cancelli con la classica frase “Arbeit macht frei”, tra le bandiere rosse con la svastica nera. Nel cortile interno, dove sorgono alcune baracche fumanti, un gruppo di persone con le torce in mano sono in fila davanti alla pentola del misero rancio serale, mentre uomini, donne e bambini, scortati da guardie armate, aspettano il loro turno.

 

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János Szilágyi, Campo di concentramento, 1995                  Simboli delle principali categorie di internati

 

    Non è possibile ripercorrere tutti i lager nazisti in cui sono stati deportati, rinchiusi e massacrati i Rom e i Sinti. Possiamo solo evocare i più orrendi e funesti, nei quali essi hanno dato un grande contributo non solo di sangue ma di resistenza, di opposizione e perfino di lotta, e che rimangono indelebilmente scolpiti nelle opere artistiche di alcuni di loro, che ci restituiscono una testimonianza unica del dramma vissuto sulla propria pelle e nelle viscere profonde del proprio spirito.

Il primo campo di concentramento nazista fu quello di Dachau, istituito nel marzo del 1933 poco dopo l’avvento al potere di Hitler, su iniziativa di Heinrich Himmler. Costruito all’inizio per accogliere i prigionieri politici e gli oppositori del nazismo, dopo le leggi di Norimberga fu usato per internarvi emigranti, omosessuali, testimoni di Geova e zingari. Nel 1936 vi furono deportati circa 400 Sinti e Rom tedeschi, prelevati dai cosiddetti campi di abitazione, e nell’estate del 1938 oltre 1500 Rom provenienti dal Burgenland. Gli uomini erano costretti a lavorare in condizioni disumane come schiavi per l’industria bellica tedesca. Quando faceva caldo, dovevamo indossare i cappotti, se faceva freddo, dovevamo stare nudi all’aperto. Chi non poteva tenere il passo doveva spogliarsi e rotolarsi nudo nelle ortiche. Le poche volte che le coperte dei bambini erano  lavate venivano rimesse sui letti ancora bagnate. Adolf Gussak, un rom di Stegersbach, nel Burgenland austriaco, deportato nel giugno 1938 a Dachau, riferisce che “non avrebbe mai immaginato che il cervello umano potesse escogitare simili atrocità” (http://www.hdbg.de/dachau/pdfs/04/04_15/04_15_01.pdf).

Ma Dachau fu tristemente famosa per gli esperimenti medici condotti dai medici delle SS. Oltre alle prove di ipotermia e di contaminazione malarica, furono messi in atto una serie di esperimenti particolarmente dolorosi e letali sulla potabilità dell’acqua marina, in cui le vittime erano obbligate a bere acqua di mare o veniva loro iniettata una soluzione salina. Una spoglia scultura commemora le vittime del campo, tra cui alcune migliaia di Rom.

 

 

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Ricostruzione planimetrica del campo                                Scultura che commemora le vittime di Dachau

di concentramento di Dachau

 DACHAU

Amici, adesso non parliamo.

Lasciamo che il nostro silenzio vivo

si unisca al silenzio dei morti.

Lo scroscio della pioggia

sia il solo suono

che anima questi luoghi.

Nei nostri cuori si levi il grido

di dolore di questi morti.

Misto a una sinfonia ebraica,

il canto di libertà di ogni terra,

lasciamo che si levi,

in un solo singhiozzo

il gemito lontano

di un violino sinto.

 

                                                                                                                                                                                                                                                            Elena Assandri

 

Un altro luogo tra i più orrendi fu il campo di Mauthausen, il primo campo istituito al di fuori della Germania e il più grande in Austria, dove si attuò lo sterminio soprattutto attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito, la malnutrizione e le torture, pur essendo presenti anche alcune piccole camere a gas. In totale perirono oltre centomila prigionieri, di cui circa 500 zingari, che in gergo venivano denominati “Brauner”, per via del triangolo di colore marrone che li distingueva dagli altri detenuti. Tra le vittime rom vi fu Karl Stojka, padre di Karl e Ceija, che dopo una breve prigionia a Dachau fu trasferito a Mauthausen, dove morì nel 1942. Il figlio Karl, sopravvissuto alla deportazione, divenne uno dei principali sostenitori per il riconoscimento dei Rom come gruppo etnico, nonché per l’assegnazione di indennizzi alle vittime del Porrajmós. Nel 1994 svelò una targa commemorativa sul sito dell’ex campo di concentramento a ricordo dell’uccisione di uomini, donne e bambini rom.

Valente artista, ha realizzato diverse opere in cui commemora la prigionia dei sui connazionali e la morte del padre a Mauthausen. Il dipinto Famiglie rom deportate a Mauthausen, 1989 circa, rappresenta sotto un cielo plumbeo un vagone merci scoperto, carico di  uomini con il cappello a tesa larga, donne con il tipico foulard o diklo e bambini dai capelli neri e ricci, diretto al campo di concentramento, rappresentato simbolicamente da una cupa e alta rete metallica munita di corrente elettrica.

Nel dipinto Mauthausen 1942, datato 1989, un gruppo di prigionieri, nella loro divisa a strisce nere e azzurre su cui sono cuciti il triangolo nero con l’iniziale Z di Zigeuner e il numero di matricola, stanno rigidamente in piedi all’aperto, durante l’appello o in attesa dei tremendi ordini dei loro aguzzini nazisti.

Il disegno La morte dietro il filo spinato, 1989, rievoca la tragica morte di un detenuto che per disperazione si getta sulla rete di filo spinato con la corrente elettrica che cingeva il campo, con allusione a suo padre, come rivela la scritta: Es war mein vater. Anche se sembra che in realtà suo padre fosse stato assassinato o avvelenato durante esperimenti di eutanasia, il dipinto riveste tutta la sua intensa carica emotiva e drammatica, dato che questi episodi estremi non erano per nulla rari[9].

 

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Karl Stojka, Famiglie rom deportate a Mauthausen                                                                          Karl Stojka, Mauthausen 1942, 1989

1989 circa

 

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Karl Stojka,  La morte dietro il filo spinato, 1989

 

Un altro campo tristemente famoso fu quello di Buchenwald, uno dei più grandi campi di concentramento costruiti sul suolo tedesco, in cui i prigionieri erano impiegati nei lavori forzati, nella produzione bellica e nella costruzione di linee ferroviarie.

Già dalla fine del 1937 e nel 1938 ci furono arresti diffusi e l’invio di Rom e Sinti a Buchenwald, dove venne creata una Sezione Speciale, ma fu dopo il decreto di Himmler del dicembre 1942 che si intensificò la loro deportazione in massa. Nel maggio del 1944, numerosi contingenti di zingari iniziarono ad arrivare da diversi campi di concentramento, specialmente da Auschwitz. Allora il campo di Buchenwald “traboccava” di prigionieri e la maggior parte dei nuovi arrivati furono sistemati nel “Piccolo campo”, o campo di quarantena, in attesa di essere trasferiti al campo di concentramento di Dora-Mittelbau, satellite del campo di Buchenwald, a 60 km di distanza. Tuttavia molti di loro riuscirono con grande abilità a passare sotto il filo spinato e a diffondersi nel grande campo.

Gli zingari di Buchenwald vivevano nel blocco 47, il blocco dei “neri”, poiché indossavano sul petto, sopra il loro numero di matricola, un triangolo nero, il segno distintivo degli asociali. Il carattere che a prima vista colpiva era la loro allegria, straordinaria in una situazione del genere. Essi cantavano continuamente le loro arie tradizionali o gilis e facevano cantare e ballare i loro bambini. Perfino il giorno in cui alcuni di loro furono assegnati ai lavori forzati nei famigerati sotterranei di “Dora”, dove si producevano armi e i missili V2, cantavano e ridevano. Solo uno di loro, molto giovane, si teneva in disparte e sembrava triste. Si rifiutò di cantare e si prese la testa tra le mani. Gli altri lo guardarono con disprezzo e rabbia: “Quell’uomo,” disse un giovane zingaro, “è meglio che muoia, quell’uomo, è triste”. Quando gli uomini o i bambini sfilavano davanti al medico nazista per la visita medica, nessuno di loro fingeva di essere malato, come spesso facevano gli altri prigionieri, anzi alla domanda “sano” o “malato”, tutti rispondevano “sano”. Data la loro mancanza di specializzazione, gli zingari non erano utilizzati nelle fabbriche, ma venivano impiegati in lavori di manovalanza, come muratori, falegnami, carpentieri. Uno di loro, un violinista itinerante tedesco di Brunswick, rivestì il ruolo di “Vorarbeiter” o caposquadra di un’équipe di muratori non zingari. Un altro, ammaestratore di orsi, ebbe in carico l’allevamento dei cani delle SS e la cura di orso appartenuto al giardino zoologico della città di Buchenwald (Max, 1946, pp. 29-31).

Vi era un’orchestrina da campo formata da musicisti zingari, che suonavano vari strumenti, come chitarre, armoniche, un trombone, una tromba e un tamburo. I responsabili del blocco erano soliti passare la noia con le loro audizioni nella sala delle prove. Purtroppo il compito dei musicisti zingari era spesso ingrato e raccapricciante. Essi dovevano suonare le loro allegre marce mentre i prigionieri affaticati riportavano al campo i compagni morti o morenti, oppure dovevano accompagnare il cosiddetto “Auszahlung” o pagamento, in cui i prigionieri venivano frustati a sangue o l’eliminazione dei detenuti ammalati di tubercolosi (Kogon, 1946, pp. 133- 134).

In questo campo nell’agosto del 1944 fu deportato il giovane Karl Stojka all’età di 13 anni. Faceva parte di un convoglio di circa 920 uomini, in gran parte zingari, che furono trasferiti da Auschwitz per essere impiegati nei lavori forzati. Come racconta lo stesso Karl in una sua memoria, una volta giunto a Buchenwald i tedeschi volevano rimandarlo indietro con altri uomini ritenuti inabili al lavoro. Un suo zio, però, riuscì a convincerli che aveva più di 14 anni, ma che era un nano di statura. Così potè restare e si salvò. Tutti coloro che tornarono indietro ad Auschwitz, infatti, vennero uccisi nelle camere a gas.

Anche le terribili esperienze vissute in questo campo dovevano lasciare traccia nell’esperienza artistica di Karl. Nel dipinto Buchenwald. Metà persone, metà volti, 1989 l’orrore cede il posto a una rappresentazione tragicamente allegorica dell’internato, non più un individuo ma solo un “pezzo”, spersonalizzato, umiliato e senza alcuna dignità. Dietro le sbarre nere su fondo rosso sfilano le principali categorie di perseguitati con le loro divise da carcerati. L’ebreo che ha cucita sul petto la stella di David con la J di Juden, segue il detenuto politico con il triangolo rosso e la lettera R di russo, per terzo lo zingaro, tarchiato e dalla carnagione scura, con il triangolo nero e la lettera Z di Zigeuner, il delinquente comune con la lettera I di italiano, altri di cui non si vede la simbologia e per ultimo l’omosessuale, con il triangolo rosa e la lettera F di francese.

Il dipinto Buchenwald. La fuga, datato 1992, è emblematico del tormento assillante dei prigionieri di fuggire da quell’inferno e riconquistare finalmente l’agognata libertà. A destra il tetro carcere di Buchenwald, simile a una gabbia per uccelli, con il filo spinato, il cancello con la beffarda scritta “Arbeit macht frei”, la minacciosa torretta e le baracche rosse. A sinistra si staglia la figura alta e solenne del prigioniero che corre esultando ed alzando le braccia al cielo, in un paesaggio lugubre e inospitale dalle tinte rosse e scure che sanno di tragedia. L’artista, già internato e marchiato nel campo di Auschwitz, si firma con i due contrassegni tatuati sul braccio: Z 5742 di Auschwitz e Z 74705 di Buchenwald.

 

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Karl Stojka, Buchenwald. Metà persone,                                                  Karl Stojka, Buchenwald. La fuga, 1992

metà volti, 1989

 

Un’altra testimonianza della presenza zingara in quel campo la troviamo in due opere, facenti parte di una serie di disegni a matita, realizzati clandestinamente da Boris Taslitzk, pittore francese nato da genitori ebrei russi rifugiati in Europa, durante la sua prigionia a Buchenwald, dove era stato deportato nel 1944. Il disegno La minestra dei gitani, 1944, collezione privata, rappresenta due zingari, uno giovane con la testa rasata, l’altro più anziano con in testa un cappello, con giubba e brache larghe, che siedono su un gradino di marmo, mentre consumano la razione di cibo al limite della fame.

Nel disegno Bambino zingaro di 14 anni, 1944, Museo della Resistenza Nazionale di Champigny-sur- Marne, un ragazzo zingaro dai capelli ricci con una larga casacca, con una mano in tasca e l’altra sotto il mento e con gli occhi abbassati esprime tutta l’amarezza di un uomo adulto provato dalla sofferenza e destinato alla morte.

 

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Boris Taslitzky, La minestra dei gitani, 1944,                                   Boris Taslitzky, Bambino zingaro di 14

collezione privata                                                                                      anni, Champigny-sur- Marne,

Museo della Resistenza Nazionale

 

Dopo una permanenza di alcuni mesi nel campo di Buchenwald, Karl Stojka fu trasferito a Flossenbürg in Baviera, dove fu messo ai lavori forzati con altri zingari in una cava di pietra. Anche questo tragico periodo trascorso a Flossenbürg fu immortalato, a perenne ricordo, in alcune sue opere pittoriche. Il Campo di concentramento di Flossenbürg, 1985, mostra con poche agghiaccianti pennellate, una panoramica del campo: un rettangolo, cintato da un nero reticolato di filo spinato, un grande prato interno di colore verde in cui sorgono le baracche color rosa allineate una accanto all’altra e l’edificio in mattoni con l’alto forno crematorio, da cui esce un fumo nero e in basso due piccoli vagoni su rotaie carichi di cenere. Il dipinto è firmato Z71705, il nuovo numero tatuato sull’avambraccio sinistro con cui venne registrato a Flossenbürg. Nel dipinto intitolato semplicemente Flossenbürg, 1990, un gruppo di uomini con i capelli lunghi e neri, donne con foulard colorati e piccoli bambini, per lo più seduti, si stagliano silenziosi e mesti davanti al reticolo  metallico e a una torretta di guardia che delimitano il campo.     Infine il dipinto Il dormitorio, 1989, mostra l’interno di una baracca con i letti a castello  a tre piani, dove dormivano i detenuti. Dai soppalchi di legno si affacciano visi scavati, terribilmente tristi, che guardano fissi l’osservatore, come a chiedere un perché. A destra si staglia in tutta la sua macabra ossessione la sagoma scheletrica, nuda e denutrita di un detenuto (forse lo stesso Karl) con il capo coperto da un berretto azzurro.     Nel marzo del 1945, all’avvicinarsi delle truppe americane, i tedeschi abbandonarono il campo portandosi dietro i prigionieri in una marcia della morte verso sud, durante la quale i più deboli venivano freddamente uccisi. Karl sopravvisse alla marcia e fu liberato dai soldati americani vicino a Roetz, in Germania. Era il 24 aprile 1945.

 

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Campo di concentramento di Flossenbürg, 1985

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                   Karl Stojka, Flossenbürg, 1990                                                                    Karl Stojka, Il dormitorio, 1989

 

A Ravensbrück si trovava il più grande campo di concentramento femminile, dove vennero internate oltre 40.000 donne, provenienti dalla Polonia e dagli altri territori occupati, che venivano utilizzate come manodopera schiava nel lavoro nei campi e nelle fabbriche di tessitura. Nel giugno del 1939 giunsero al campo 440 zingare insieme ai loro figli, provenienti dal Burgenland austriaco, a cui si aggiunsero via via altre donne e ragazze fino a raggiungere le 5.000 unità. Centinaia di loro furono sottoposte alla sterilizzazione mediante iniezioni e raggi X, spesso senza anestesia, dal dottor Horst Schuhmann.

Anche Ceija Stojka nel giugno del 1944 fu trasferita in questo campo da Auschwitz con sua madre e le sue sorelle e vi rimase fino a dicembre. Ceija racconta che alla vista delle SS, furono paralizzati dalla paura. Mentre tutti i prigionieri facevano silenzio, i soldati “urlavano così forte che perfino Satana aveva paura di loro”. Nel dipinto Le donne di Ravensbrück, 1944, realizzato nel 2008, l’artista rappresenta una straordinaria allegoria della maternità violentata e messa in croce. In mezzo al campo vi è un gruppo di donne zingare, dalle figure geometriche allungate, vestite di lunghe vesti colorate con il capo coperto da un foulard, come tante Madonne con il velo, che implorano e alzano le mani al cielo. Dietro di loro il filo spinato e un cane feroce che le assale e in alto corvi neri che volteggiano nel cielo, forse simbolo del desiderio di libertà.

Il dipinto Ravensbrück. L’appello, datato 1993, ricostruisce il tremendo rito che si svolgeva ogni giorno all’alba sulla Lagerstrasse, dopo il fischio della sirena, che addestrava psicologicamente la manodopera destinata a lavorare per l’industria tedesca, e nello stesso tempo attuava il processo di selezione naturale delle più deboli. Nel grande cortile centrale, circondato dalle baracche, le donne schierate una accanto all’altra, piccole e tutte uguali e anonime, vestite di una lunga veste con una grossa croce dipinta davanti, con i piedi che sprofondano nella neve, sorvegliate dalle terribili kapò e sotto la minaccia di cani feroci, sono costrette a rimanere in piedi per ore e ore, senza muoversi né parlare con le compagne. Esse guardano con orrore a sinistra, dove alcune di loro, che per lo sfinimento sono cadute a terra, sono state percosse a morte e caricate su un carretto, che gronda sangue sulla neve bianca, per essere trasportate nei forni crematori. Dietro il carretto appare la sinistra sagoma di Dorothea Binz, la spietata sorvegliante del campo[10].

 

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Ceija Stojka, Le donne di Ravensbrück 1944,                                  Ceija Stojka, Ravensbrück. L’appello, 1993

2008

 

All’inizio del 1945 Ceija Stojka, ormai undicenne, fu trasferita con la sua famiglia nel nuovo campo di Bergen-Belsen, dove morirono oltre 70.000 persone, tra cui Anna Frank, per denutrizione, malattie, torture e una grave epidemia di tifo. Quando i soldati inglesi liberarono il campo il 15 aprile 1945 si trovarono di fronte ad una spettacolo orrendo. Vi trovarono circa 60.000 prigionieri, una gran parte dei quali moribondi o in pessime condizioni di salute, e migliaia di corpi insepolti o accatastati all’interno e nei pressi del campo. Il dipinto La liberazione di Belgen-Belsen di Ceija Stojka, 1993, fa rivivere quel momento, in cui gli uomini, le donne e i bambini esultano, alzando le braccia verso i soldati che entrano vittoriosi nel campo con i carri armati, tra l’impressionante catasta di cadaveri umani. Durante la resa alcune SS cercarono di farsi passare per prigionieri, indossando gli abiti degli internati e mimetizzandosi con loro. In una sua memoria, Ceija ricorda l’evento con queste parole: “Durante la Liberazione, devi immaginare il grido dei soldati alleati quando videro il campo! Così tanti cadaveri! I soldati ci hanno toccato per sapere se eravamo reali, se fossimo vivi! Non potevano immaginare che noi vivessimo trai i cadaveri. E come hanno pianto e gridato! E stava a noi consolarli! I morti erano i nostri protettori ed erano esseri umani. Persone che avevamo conosciuto. E non eravamo soli, perché c’erano così tante anime che svolazzavano dappertutto. Sempre, quando torno a Bergen-Belsen, è come una festa! I morti volano in un fruscio di ali. Escono, si muovono, li sento, cantano, e il cielo è pieno di uccelli”.

MAISON ROUGE - CEIJA STOJKA

Ceija Stojka, La liberazione di Belgen-Belsen, 1993

 

Nel novembre del 1940 venne allestito un campo di detenzione per famiglie zingare a Lackenbach, a sud di Vienna, trasformando una grande tenuta dei conti Esterhazy. Vi furono internati la maggior parte dei Rom del Burgenland. Furono alloggiati nelle stalle e nei fienili dell’ex-fattoria, praticamente senza servizi igienici e strutture sanitarie, in locali fatiscenti e su letti di paglia. Erano sottoposti ai lavori forzati, impiegati nella costruzione delle strade e in varie imprese locali. La maggior parte di loro erano bambini, a cui si dava latte avvelenato. Nell’inverno del 1941/42 scoppiò un’epidemia di tifo che mietè un gran numero di vittime. Dei 4.000 Rom internati a Lackenbach, più della metà furono deportati nel ghetto di Lodz e poi nel campo di sterminio di Auschwitz, dove perirono quasi tutti. Solo poche centinaia di Rom sopravvissero fino alla liberazione del campo ad opera delle truppe sovietiche nell’aprile del 1945 (https://rm.coe.int/i-campi-di-concentramento-schede-sulla-storia-dei-rom/16808b1abc).

Il dipinto Zigeuner Familienlager di Karl Stojka, 1990, è una commovente ricostruzione della vita di desolazione, di privazioni e di morte di tanti suoi connazionali Rom a Lackenbach. In una baracca di legno vi è un grande letto, con una donna dal volto mesto, sdraiata sotto le coperte, e un bambino con un coltello e una forchetta in mano ma senza cibo e tremante per il freddo. In primo piano un uomo seduto a un tavolino è intento alla fabbricazione di oggetti di ferro o di rame.

 

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Karl Stojka, Zigeuner Familienlager, 1990

 

Tra i numerosi campi che sorsero nei paesi satelliti nazisti vi fu il campo di concentramento di Jasenovac, in Croazia, creato dal regime degli ustasha di Ante Pavelić, il terzo in Europa per grandezza, ma secondo a nessun altro per gli efferati crimini che vi si compirono, tanto da essere soprannominato “l’Auschwitz dei Balcani”, dove perirono oltre 90.000 persone, di cui 28.000 Rom. Il grande complesso, che fungeva da smistamento, lavoro e sterminio di serbi, ebrei e rom, sorgeva sulla sponda sinistra del fiume Sava, nel quale venivano gettati i corpi dei prigionieri impiccati agli alberi lungo le sponde del fiume o di uomini, donne e bambini ai quali veniva tagliata la gola, dopo averli portati in mezzo al fiume con una chiatta. All’entrata campeggiava una scritta: “Red, Rad, Stega”, cioè “Ordine, Lavoro, Disciplina”

Il disegno Deportati zingari in marcia verso Jasenovac, 2010, di Francine Mayran, pittrice e ceramista francese che ha dedicato i suoi lavori al genocidio degli ebrei, rom e armeni, mostra una colonna di Rom in marcia verso Jasenovac, scortati dalle guardie ustasha. Molti di questi trasporti non solo non erano registrati, ma non riuscivano neanche ad entrare nel lager perché venivano direttamente portati al massacro. Gli uomini abili al lavoro venivano inviati a Donja Gradina, impiegati nella costruzione di una diga, mentre le donne erano inviate nei campi di grano di Uštica, e una volta inutili venivano liquidati in massa e sepolti in fosse comuni. L’inferno di Jasevac è emblematicamente espresso in un’istantanea, che coglie i segni di una profonda angoscia e abbandono sui volti strazianti e inconsolabili di una donna, un uomo e un bambino dietro il filo spinato.

 

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Mayran Francine, Deportati zingari in marcia verso                  Rom dietro il filo spinato a Jasenovac

    Jasenovac, 2010

 

GAZISARDE ROMENGHI                                      HANNO CALPESTATO

            VIOLINA                                                          IL VIOLINO ZIGANO

Gasizarde romenghi violina                                       Hanno calpestato il violino zingaro

ačile ognjište romane                                                cenere zingara è rimasta

e jag o dimo                                                              fuoco e fumo

ando oblako vazdinjalo.                                            salgono al cielo.

Idžarde e Romen                                                      Hanno portato via gli zingari

čavoren restavisarde pe datar                                   i bambini divisi dalle madri

e romnjen pe romendar                                            le donne dagli uomini

idžarde e Romen.                                                     hanno portato via gli zingari.

Jasenovco perdo Roma                                           Jasenovac è piena di zingari

pangle pala betonse stubujra                                    legati a pilastri di cemento

pale lanstujra pe prne pe va                                     da pesanti catene ai piedi e alle mani

ando blato dzi ke čang.                                            nel fango fino alle ginocchia.

Ačile ando Jasenovco                                             Sono rimaste a Jasenovac

lenge kokala                                                            le loro ossa

te prinčin, o nemanušengim djelima                      denuncia di disumanità

zora vedro osvanisarda                                           altre albe schiariscono il cielo

i Romen o kam pre attarda.                                    e il sole continua a scaldare gli zingari.

                                                                                                   Rasim Sejdić

                                                                                                        rom bosniaco

 

 All’inizio degli anni ’40, nel Protettorato di Boemia e Moravia, che era sotto il controllo tedesco, vivevano diverse migliaia di Rom e Sinti. Tra l’agosto del 1942 e il dicembre del 1943 oltre 2.600 di loro, uomini, donne e bambini furono internati nei campi di lavoro forzato di Lety in Boemia e Hodonín in Moravia, dove parecchie centinaia morirono per le percosse, la malnutrizione, le malattie e il lavoro estenuante. Era tale la mancanza di cibo che perfino le guardie sottraevano il cibo destinato ai prigionieri. Oggi sul sito del campo di Lety si trova una fattoria per l’allevamento di suini, costruita negli anni 1972-1974, mentre nell’ex campo di Hodonín sorge un lussuoso resort. Tra il 1943 e i primi mesi del 1944, circa 4800 uomini, donne e bambini rom furono deportati in massa da questi campi e altri luoghi del Protettorato nel campo di concentramento di Auschwitz. Solo 583 di loro tornarono in patria. Praticamente la quasi totalità dei Rom e Sinti della Boemia e della Moravia fu annientata. Per questo motivo dopo la guerra vi fu un “ripopolamento” delle terre ceche con l’emigrazione dei Rom dalla Slovacchia, che subirono una persecuzione feroce ma non così tragica dal punto di vista numerico.

1402Hodonin                        1403Lety

Mappa del campo di lavoro di Hodonin in Moravia                                    Mappa del campo di lavoro di Lety in Boemia

 

In uno di questi campi fu composto un canto, basato su una melodia tradizionale, che è diventato l’inno di tutti i Rom dell’ex-Cecoslovacchia (Hübschmannová, 2006, p. 20):

 

ROMANO ROVIBEN                                          PIANTO ZIGANO

Andr’oda taboris                           In quel campo di lavoro

phares buti keren                          le persone fanno un lavoro duro

a bokhate meren                           e muoiono di fame

mek mariben ciudén.                    e qui vengono picchiate.

Ma maren, ma maren,                  Non picchiatemi, non picchiatemi,

bo man murdarena.                      così mi ammazzate.

Hin man khere ciave                     Ho bambini a casa,

ko len łikerela.                              chi li alleverà.

 

                                                                canto dei Rom slovacchi

 

In Ungheria, entrata in guerra nel giugno 1941 al fianco della Germania, la situazione dei Rom all’inizio non fu particolarmente drammatica. Nel marzo 1944, vista l’avanzata delle forze sovietiche da est, il governo ungherese ritenne venuto il momento di intavolare un armistizio unilaterale con gli Alleati. I tedeschi intervennero, occupando l’Ungheria e instaurando un nuovo governo filo-nazista, appoggiato dai fascisti nyilas di Ferenc Szálasi. Da quel momento i Rom ungheresi furono sottoposti a una tremenda persecuzione. In numerosi villaggi vi furono indiscriminati massacri di uomini, donne e bambini. Migliaia di Rom furono rastrellati e deportati nel campo di concentramento di Komarom, nell’Ungheria settentrionale al confine con la Repubblica Ceca, dove molti di loro morirono di fame, di freddo e di malattia. Altri furono deportati nei lager tedeschi e morirono nelle camere a gas. Verso la fine della guerra, non potendo essere trasportati con i treni, perché molti tratti ferroviari erano stati distrutti dai bombardamenti degli Alleati, furono costretti alle “marce della morte”, centinaia di chilometri a piedi per raggiungere i lager in Austria e in Germania, durante i quali molti perirono per sfinimento o finiti dai soldati (Katz, 2006, pp. 47-86).

Un’eco, pallida e struggente di questo tremendo dramma, rivive in un canto rom ungherese:

 

La baracca del ghetto di Komarom

da tutti gli zingari è conosciuta,

alle loro famiglie gridano

che la baracca del ghetto puzza.

Sono nel ghetto,

mi hanno rasato la testa.

Mio Dio, che fare?

Correre o fermarsi?

Se corro, mi spareranno.

Se resto, mi batteranno a morte.

 

In Francia sorsero una trentina di campi di concentramento, di cui uno a Natzweiler-Struthof, in Alsazia, nella zona annessa al Reich, 25 nella zona occupata (Natzweiler-Struthof, Linas-Montlhéri, Montreuil-Bellay, Mérignac, Poitier, Jargeau, Coudrecieux, ecc.) e 5 nella zona libera sotto il regime di Vichy (Saliers, Rivesaltes, Lannemezan, Gurs, Nexon), in cui furono internati circa 40.000 manouches, rom e sinti. Si trattava di campi improvvisati, dove le famiglie erano tenute prigioniere in baracche insalubri, nella miseria più completa, in condizioni igieniche spaventose, al freddo, nel fango, nella fame e nelle malattie. Ben 15.000 di loro furono deportati e morirono a Dachau, Ravensbrük e Buchenwald.

 

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Mappa dei campi d’internamento in Francia                Kkrist Mirror, Campo d’internamento francese, 2012

 

Il più importante campo nella zona occupata, che accolse il maggior numero di zingari, era il campo di Montreuil-Bellay, vicino a Saumur, a sud-ovest di Parigi, aperto nel 1941, dove vennero concentrati oltre 1.800 nomadi, costretti a vivere in quattordici caserme di venti persone ciascuna. Alcune religiose delle “Sorelle della Congregazione dei Missionari Francescani di Maria” condivisero volontariamente la vita quotidiana degli internati, assicurando il loro sostegno alle famiglie e l’istruzione scolastica e religiosa dei bambini (http://www.memorialdelashoah.org/wp-content/uploads/2018/11/dp_mds_nomades.pdf).

Una di loro ci ha lasciato una toccante testimonianza in un disegno Bambini a Montreuil-Bellay, 1942-43, che mostra alcuni bambini con i capelli arruffati, i vestiti laceri e a piedi nudi sotto la pioggia nello spiazzo antistante le baracche e la cappella del campo. Il dipinto Montreuil-Bellay, detenuti dietro il filo spinato di Mustapha Boutadjine, pittore, grafico e designer naturalizzato france, è stato realizzato nel 2010 rielaborando una fotografia in bianco e nero, scattata nel settembre del 1943, con una particolare tecnica di collage, che è la particolarità delle sue opere. L’opera è il risultato di un disegno a carboncino su tela, che è ricoperto con pezzi di carta lucida colorata, presi da riviste di lusso e ritagliati con precisione. Questo impulso a strappare la stampa borghese per “vestire” le vittime di ingiustizie e di crimini accentua l’infelicità e l’angoscia di questi prigionieri e risveglia la coscienza politica di coloro che li guardano (https://journal.ccas.fr/mustapha-boutadjine-attirer-loeil-avec-un-choc-esthetique-puis-attaquer-le-cerveau/).

 

1404Montreuil_Bellay2e                     1404Montreuil-Bellay2_Boutadijine

Anonimo, Bambini sotto la pioggia a Montreuil-Bellay,             Mustapha Boutadjine, Detenuti dietro il filo spinato

1942-43                                                                                                     a Montreuil-Bellay, 2010 (da una fotogafia del 1943)

 

Il poeta e musicista rom Tikno Adjam, che vi fu internato nel 1942, descrive così le condizioni di vita nel campo:

 

I senza patria,

i senza territorio che noi siamo

sono segregati in un inferno

creato dagli uomini, per gli uomini.

Il campo dove la fame e la sete

più oscure ci tormentano

è una dura prigione per tutti.

Non una canzone degli uccelli lo rallegra

e Vichy teme persino gli accenti di un violino,

un accordo di chitarra,

perché ci è proibito

suonare qualsiasi strumento.

 

Il campo di Poitier, sulla strada per Limoges, cominciò ad ospitare un gran numero di nomadi francesi e stranieri (circa 450) nell’ottobre del 1940, a cui si aggiunsero nella primavera del 1941 circa 300 ebrei stranieri che vivevano nel Poitou, ammassati in una quindicina di caserme. Nonostante i recinti di filo spinato, le famiglie ebree e i nomadi svilupparono legami di solidarietà e si aiutarono a vicenda. Alcuni preti e suore si internarono volontariamente per scolarizzare e catechizzare una popolazione di bambini in maggioranza cattolica. Da agosto a dicembre 1942 il padre Jean Fleury, cappellano dei nomadi, fornì supporto alle famiglie internate, sia nomadi che ebree. Grazie all’aiuto dei sinti, egli poté sconfinare numerose volte nella parte riservata agli ebrei e riuscì a portare fuori dal campo numerosi bambini ebrei e a sistemarli in famiglie affidatarie, sfuggendo così alla deportazione nei campi di sterminio. Grazie alle testimonianze di numerosi sopravvissuti il 24 marzo 1964 gli fu conferito il titolo di Giusto fra le Nazioni.

Una rara e preziosa testimonianza grafica della vita che si svolgeva in questi luoghi ci è presentata da alcuni disegni eseguiti da Sonia Steinsapir, un’ebrea russa emigrata a Parigi, arrestata e confinata nel luglio del 1941 nel campo di Poitiers, da cui riuscì a fuggire il 1° gennaio del 1942 alla volta di Parigi, dove rimase nascosta fino alla fine della guerra.

Nel disegno Gruppo di zingari al campo di Poitiers, 1941, collezione privata, sullo sfondo delle misere baracche in un campo fangoso cintato dal filo spinato, sfilano in primo piano uomini con le loro ruvide casacche e donne con le lunghe gonne con in braccio i bambini, dai visi sofferenti sui quali si legge una tristezza indicibile e la nostalgia dei tempi felici del libero vagabondaggio.

Il disegno Coppia di gitani al campo di Poitiers, 1941, MuCEM, Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo di Marsiglia, rappresenta una famiglia di zingari fuori dalla propria baracca. Un uomo, seduto su una panchina di legno, si dedica alla lavorazione di vimini, attività tradizionale dei manouches francesi, e una donna con una capigliatura ben curata e gli orecchini, seduta su una sedia, allatta un bambino. In basso un altro bambino tiene in mano un oggetto, forse un manufatto del padre, mentre da una baracca lontana si avvicina una donna che tiene per mano un bambino o una bambina.

 

1404Steinsapir1                           1405Steinsapir2

Sonia Steinsapir, Gruppo di zingari al campo di Poitiers,             Sonia Steinsapir, Coppia di gitani al

1941, Collezione privata                                                                        campo di Poitiers, 1941, Marsiglia, MuCEM

 

Nella zona cosiddetta libera, nel sud della Francia, nel 1941 fu istituito il campo di Saliers, nei pressi della città di Arles, in Camargue, con l’obiettivo di separare la “razza nomade” dagli altri internati, perseguire una politica di sedentarizzazione, mostrare un modello positivo per la propaganda di Vichy e sfruttare la forza lavoro dei prigionieri. Purtroppo l’unico risultato fu che per i circa 700 internati in questo campo fu il sovraffollamento nelle baracche, il lavro massacrante, la mancanza di cibo, i bambini strappati alle famiglie e collocati in istituti e le donne molestate dalle guardie (http://www.memorialdelashoah.org/wp-content/uploads/2018/11/dp_mds_nomades.pdf).

In Olanda il campo di Westerbork, costruito nel 1939 come centro di accoglienza dei rifugiati ebrei, dopo la conquista sei Paesi Bassi da parte della Wehrmacht tedesca, fu trasformato in campo di reclusione e di transito, in cui vennero internati ebrei e zingari olandesi per essere deportati nei campi di sterminio di Auschwitz e Sobibór. Vi furono imprigionati circa 400 zingari con le loro roulottes, come mostra il disegno Roulottes ai margini del campo di Westerbork del pittore ebreo Henri Joseph Gosschalk, imprigionato nel campo di Westerbork durante la guerra e successivamente trasferito a Theresienstad, datato 1944 e conservato nel Museo storico ebraico di Westerbork, dove si vedono numerose roulottes allineate sul prato vicino alle baracche di legno e a una torretta di guardia.

Il campo è rimasto famoso per avere ospitato per alcuni mesi Anna Frank prima di essere deportata ad Auschwitz e poi a Bergen-Belsen, dove morì di tifo esantematico nel febbraio del 1945, ma anche per una commovente vicenda che vide protagonista una ragazzina zingara olandese di nove anni di nome Anna Maria Steinbach, detta “Settela”. Il 19 maggio 1944 un treno, composto da vagoni merci, lasciava Westerbork con destinazione Auschwitz con a bordo prigionieri ebrei e un centinaio di zingari. Prima della partenza del treno, Rudolph Breslauer, un prigioniero ebreo, filmò alcune riprese su ordine del comandante del campo, in cui appariva una ragazzina in piedi con un grande foulard in testa mentre si sporgeva da un vagone, poco prima che le porte fossero chiuse. L’immagine divenne famosa e fu utilizzata in documentari e libri. Si pensava che quella bambina olandese senza nome, che veniva chiamata “la ragazza con il velo”, fosse ebrea e divenne un simbolo della persecuzione degli ebrei. Solo nel 1994 il giornalista olandese Aad Wagenaar, grazie a ricerche archivistiche e alla testimonianza di Grasa Wagner, un’ebrea che era sullo stesso vagone e che sopravvisse alla deportazione ad Auschwitz, che la identificò, scoprì che la ragazzina si chiamava Settela Steinbach ed era figlia di un sinto olandese violinista. E’ inusuale che una ragazzina sinta portasse il “diklo”, prerogativa delle donne mature e sposate, ma come misura preventiva contro i pidocchi a Settela fu rasata la testa e, come le altre bambine e le donne sinte, nascondeva la testa calva sotto un fazzoletto. Purtroppo Settela morì nell’estate del 1944 nelle camere a gas di Birkenau insieme a tutta la sua famiglia, ad esclusione del padre che morì due anni dopo (https://www.guiasambonet.com/2019/08/09/violino-e-settala-bambina-sinti-assassinata-a-auschwitz-nellestate-del-1944/).

Il disegno Settela della pittrice francese Francine Mayran, 2015, riproduce la breve sequenza cinematografica in cui la sfortunata ragazza, con il capo avvolto in una pezza di lenzuolo, guarda fuori dal vagone piena di paura il via vai dei soldati tedeschi che costringono i prigionieri a salire sui vagoni della morte, mentre la madre la chiama per nome e le intima di non sporgersi e di rientrare subito. Di lì a poco il tetro vagone, su cui era vergata con la vernice bianca la scritta  “74 pers(onen)”, verrà  piombato e partirà alla volta di Auschwitz-Birkenau.

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Henri Joseph Gosschalk, Roulottes ai margini                                            Francine Mayran, Settela, 2015

   del campo  di Westerbork, 1944,

Westerbork, Museo storico ebraico

 

In Italia, durante il fascismo, vi erano circa 25.000 Rom. Nel 1939, sulla rivista “Difesa della razza”, Guido Landra, uno dei firmatari del Manifesto della Razza, denunciava il pericolo rappresentato dagli zingari, “eterni randagi privi di senso morale”, sottolineando la loro tendenza al vagabondaggio e al latrocinio. Numerose famiglie di sinti e rom (circa 6.000 persone) vennero internate in una quarantina di campi di concentramento. Uno dei principali era il campo di Fossoli, presso Modena, dove vennero internati circa 5.000 persone tra condannati politici, Rom ed ebrei, molti dei quali, tra cui Primo Levi, furono deportati nei campi di sterminio di Auschwitz. Anche il campo di Bolzano, dove le donne vivevano con i loro bambini nell’unica baracca femminile, era un centro di raccolta per la deportazione dei Rom nei campi di sterminio del Reich. La Risiera di San Sabba a Trieste, un ex-stabilimento per la raffinazione del riso, fu trasformato nell’ottobre del 1943 in campo di sterminio, l’unico in Italia ad essere provvisto di un forno crematorio. Nel 1942, dopo l’occupazione e l’annessione della Slovenia all’Italia, famiglie rom di origine slava vennero internate a Gonars in provincia di Udine in Friuli e una quarantina di Rom sloveni furono confinati nel campo di Tossicia in Abruzzo, ammassati in due edifici fatiscenti. Gli internati vivevano in condizioni disastrose, per scarsità di cibo, con pochi indumenti e costretti a dormire per terra. Inoltre vi erano campi di internamento ad Agnone (Isernia), Isole Tremiti, Ferramonti di Tarsia (Cosenza), e Perdazdefogu in Sardegna. Si calcola che un migliaio di Rom morirono per le pessime condizioni igieniche, la scarsità di cibo e le malattie.

Un disegno Famiglie rom in un campo di concentramento in Italia di Antonella Battilani, 1998, ricostruisce la vita in cattività delle numerose famiglie rom internate, sorvegliate da militari e carabinieri e tenute prigioniere nell’inedia, la fame, i maltrattamenti e le malattie.

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Antonella Battilani, Famiglie rom in un campo di concentramento in Italia, 1998

 

Dopo l’8 settembre 1943 la maggior parte delle famiglie sinte e rom, internate nei campi di concentramento, approfittando dello scarso controllo delle autorità che li avevano in custodia, riuscirono a fuggire. Molte di loro, però, vennero rastrellate e inviate verso il campo di concentramento di Bolzano per poi essere deportate nei lager in Germania e in Polonia. Altre riuscirono a sfuggire alla cattura, nascondendosi nelle campagne o sulle montagne, dove molti giovani si unirono ai partigiani e diedero il loro contributo alla lotta di liberazione dal nazi-fascismo.

 

 

 

 Ad Auschwitz c’era una grande casa

Nel dicembre del 1942 Himmler emanava il “Decreto di Auschwitz”, con il quale si ordinava l’internamento nei campi di sterminio di tutti gli zingari del Reich, compresi quelli di sangue misto, a qualunque età e sesso appartenessero. Era la soluzione finale: anche gli zingari dovevano essere sterminati e scomparire dalla faccia della terra. Ebbero inizio le deportazioni in massa dei Rom e Sinti da tutti i paesi occupati sui treni con destinazione i campi di sterminio polacchi, Belzec, Chelmno, Majdanek, Sobidor, Treblinka, Auschwitz.

Fu ad Auschwitz, a circa 40 miglia a ovest di Cracovia, dove fu allestito il più grande campo di sterminio creato dai nazisti, che si consumò l’olocausto più tremendo di ebrei e zingari. I Rom e i Sinti, provenienti da ogni parte dell’Europa, furono sistemati in un settore riservato alle loro famiglie (Zigeunerlager) nel sottocampo di Birkenau BII, ammassati in una trentina di baracche di legno, in condizioni igieniche tragiche: solo in tre baracche c’erano i lavandini e in due le latrine.

I detenuti erano costretti ai lavori forzati, per undici o dodici ore al giorno, impiegati nei lavori edili, a spalare terra e sabbia e a trasportare mattoni e macerie. Anche le donne e i bambini, che erano numerosi, dovevano portare pietre pesanti. Per la minima colpa, uomini e donne ricevevano la bastonata, un minimo di venticinque colpi. Alcuni furono picchiati così brutalmente che ebbero rotte le loro spalle (Max, 1946, p. 32).

Eppure testimoni oculari riferiscono che i prigionieri non perdevano occasione per suonare e danzare con gli strumenti che avevano portato con sé. I loro canti erano così commoventi che perfino le guardie delle SS nei loro giri si fermavano ad ascoltare. Erano guardati con stupore e talvolta con invidia dagli altri  prigionieri che si recavano al lavoro o alle camere a gas, tanto la loro musica evocava il pensiero di una vita lontana da Auschwitz (https://www.mainpost.de/regional/wuerzburg/Freundlich-aufgenommen-beneidet-verfolgt;art735,4842367).

Il primo trasporto arrivò nel campo il 26 febbraio 1943 e già un mese dopo, il 22 marzo, un’azione mise a morte millesettecento zingari sospettati di avere il tifo. Nel maggio successivo altri cinquecento zingari furono gasati. Tra maggio e agosto 1944 diversi zingari furono trasferiti nei campi all’interno del Reich. Un anno dopo, il 16 maggio 1944, fu presa la decisione di liquidare lo Zigeunerlager. Ma gli zingari, avvertiti in tempo, opposero una violenta resistenza che costrinse i nazisti a rinunciare per il momento al loro piano. Alla fine, il 2 agosto 1944, gli ultimi 2897 superstiti furono mandati nelle camere a gas.

Il gruppo più numeroso, circa 14.000 persone, furono i Sinti e i Rom deportati dall’Austria e dalla Germania. Nel marzo del 1943 vi arrivarono anche i componenti della famiglia Stojka, eccetto il padre che era stato assassinato a Mauthausen nel 1942: la madre Sidonie con i figli minori Karl, Ceija, Hans (Mongo), Joseph (Ossi), Maria (Mitzi) e Katherina (Kathi).

Il dipinto Vienna-Auschwitz di Ceija rappresenta un vagone, che rievoca una roulotte zingara, visto da dietro con una finestrella in cui si intravedono le figure dei deportati, in viaggio verso Auschwitz, sulle rotaie tratteggiate con una semplice pennellata nera con la svastica e proiettate verso l’orizzonte tinto di rosso e bianco, che contrasta con il verde allegro degli alberi che fiancheggiano la ferrovia.

Il disegno Panorama del campo di Auschwitz-Birkenau di Mieczyslaw Koscielniak, pittore, grafico e disegnatore polacco, arrestato nel 1941 e mandato nel campo di concentramento di Auschwitz, mostra una veduta agghiacciante del campo di Birkenau. Al centro vi è la banchina ferroviaria, dove arrivavano i convogli carichi di deportati e dove avvenivano le selezioni per il lavoro forzato o le camere a gas. A sinistra una colonna di donne in marcia viene condotta dalle loro baracche ai campi di lavoro. A destra una squadra di prigionieri trasporta pali sotto la sorveglianza delle SS e di un caposquadra o kapo, riconoscibile da una fascia che porta al braccio. In fondo si scorgono i fumaioli dei crematori II e III, dove uomini, donne e bambini venivano gasati, i loro corpi bruciati e le loro ceneri scaricate in enormi pozzi o nel fiume Sola. Lo Zigeunerlager era situato vicino alla rampa in cui arrivavano i treni e ai forni crematori, per cui i Rom erano, in un certo senso, testimoni privilegiati delle atrocità naziste. Ceija Stojka nel suo libro “Forse sogno di vivere. Una bambina rom a Bergen-Belsen” racconta così: “La cosa peggiore per noi era l’arrivo dei treni alle tre di notte. Senti lo stridore dei freni e i passi delle persone incalzate dai kapò e dai soldati con i cani. I cani guaiscono, il rumore sale fino al cielo”, e ancora: “Vivevamo all’ombra del crematorio, che fumava sempre, e avevamo ribattezzato il sentiero di fronte alle nostre baracche “l’autostrada per l’inferno” perché portava alle camere a gas… Poi senti come i loro vestiti strisciano sul terreno, come si preparano per entrare nel crematorio. Poi, per un po’, non senti più niente. Poi c’è solo silenzio, capisci? E poi, all’improvviso, soffia un alito di vento e l’odore penetra nella baracca” (http://www.sarahmatthias.co.uk/articles/art-as-memory-the-documentary-canvases-of-karl-stojka-a-roma-in-auschwitz-birkenau/).

 

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 Ceija Stojka, Vienna-Auschwitz, s.d.                                    Mieczyslaw Koscielniak Panorama del campo

                                                                                                        di Auschwitz-Birkenau, 1942 circa

 

A differenza degli ebrei, i Rom non erano sottoposti a processi di selezione e venivano internati in gruppi familiari[11]. Vestivano i loro abiti tradizionali e potevano lasciarsi crescere i capelli. Nel dipinto L’arrivo ad Auschwitz di Karl Stojka, 1989, l’attenzione è centrata su un gruppo di donne dai lunghi capelli neri in trecce o nascoste nel foulard con le tradizionali gonne colorate, giovani uomini con il foulard al collo, bambini infreddoliti nelle loro ruvide casacche. Non vi è nessun altro elemento contestuale, se non l’espressione di paura e di smarrimento sui loro volti. Il dipinto Auschwitz-Birkenau, 1988, mostra il gruppo di zingari con i loro poveri bagagli all’interno dello Zigeunerlager, con il filo spinato e una torretta di guardia, sorvegliati a vista dalle guardie, vicino a una alta torre di un forno crematorio da cui escono fiamme e fumo nero. Lo stesso Karl commenta così: “Si vedeva il fuoco giorno e notte; puzzava terribilmente. Mio fratello ed io eravamo in piedi accanto al recinto e abbiamo visto file di persone con stelle gialle passare per le camere a gas”.

 

1410Karl Stojka_l'arrivo ad Auschwitz1989 1411Karl Auschwitz

Karl Stojka, L’arrivo ad Auschwitz, 1989                                         Karl Stojka, Auschwitz-Birkenau, 1988

 

Anche la sorella Ceija, che portava il numero Z 6399, fa una rappresentazione cruda e simbolica dei mesi di prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. La sua arte, tra naïf e ingenuo espressionismo, fatta di semplici pennellate di colore, senza prospettiva né proporzione delle immagini, ricrea tutti i dettagli e la tragica atmosfera di quella terribile esperienza (https://www.wienerzeitung.at/nachrichten/kultur/kunst/2040055-Ceija-Stojkas-Bilder-des-Ueberlebens.html).

Nel dipinto Le baracche del campo. Esterno, 1993, sono tratteggiate piccole persone anonime, ammassate davanti alle buie baracche, prigioniere del filo spinato e brutalmente maltrattate da soldati in uniforme scura, in una gamma di colori vivissimi che danno ancora più intensità all’orrore. Nel dipinto Le baracche del campo. Interno, 1995, una teoria di donne sono sistemate nei letti a castello delle baracche. Tutt’intorno desolazione e morte, corpi nudi che camminano nella notte, madri che rincorrono i loro bambini o cadono a terra sfinite, bambini nudi che stramazzano al suolo a testa in giù, uomini coperti di miseri cenci che si aggirano come fantasmi.

1412Stojka_L'arrivo_baraquement du camp exterieur1993                 1413Stojka_baraquement interieur1995

Ceija Stojka, Le baracche del campo. Esterno,                              Ceija Stojka, Le baracche del campo. Interno,  1995

  1993

 

Le condizioni delle famiglie zingare ad Auschwitz-Birkenau erano atroci, peggiori di qualsiasi altro campo, dove migliaia di persone morirono di fame, stenti, malattie massacri.

Il dipinto Lavori forzati di Walter Weil descrive la condizione disumana degli uomini costretti ai lavori forzati. Qui i prigionieri nelle loro divise bianche e blu, aggiogati a una fune come animali, tirano un pesante carico, frustati da un sadico aguzzino. Si piegano in avanti in un estremo sforzo, svuotati di ogni volontà e dignità, consapevoli che di loro non rimarrà neppure un brandello.

Il dipinto Dietro il filo spinato di Ceija Stojka, 1996, rappresenta la tenera scena della piccola Ceija in braccio a sua madre nella neve, dietro il recinto di filo spinato, mentre in alto volteggiano corvi neri. Le condizioni dei bambini erano terrificanti. Secondo l’aberrante ideologia nazista, solo quelli di razza ariana, in particolare i tedeschi, avevano il diritto di vivere, mentre le “razze inferiori” andavano sterminate. Lo sterminio dei bambini nei lager avveniva in tanti modi, dal colpo alla nuca all’annegamento, uccisi con iniezioni di veleno, massacrati a bastonate, usati come tiro al bersaglio, abbandonati nelle “Kinderzimmer”, camere speciali in cui i piccoli venivano messi a morire di fame e lasciati in pasto ai topi.

Stanisław Chrulski, un internato polacco a Birkenau, racconta che nel cosiddetto reparto maternità c’era dovunque un’incredibile sporcizia e una puzza insopportabile. Le zingare in travaglio giacevano nude sotto coperte orribilmente sporche. Un giorno vide una zingara con un bambino su uno dei letti, che stava morendo. Quando il bambino incominciò a piagnucolare, l’infermiera, una donna ucraina, ha preso una coperta e l’ha soffocato dicendo “stai zitto, bastardo”.

 

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Walter Weil, Lavori forzati, s.d.                                     Ceija Stojka, Dietro il filo spinato, 1996

 

Ad Auschwitz il famigerato dottor Joseph Mengele nei suoi atroci esperimenti pseudoscientifici utilizzava in larga misura i Rom, specialmente i bambini, in quanto erano considerati una razza pura degenerata e per questo oggetto di specifici esperimenti genetici, in particolare il parto gemellare, il nanismo, il gigantismo e la bicromia oculare. Barbara Richter, una bambina sinta sottoposta ad esperimenti sul vaccino per la malaria, descrive così la sua tragica esperienza: “Il dottor Mengele mi ha presa per fare esperimenti. Per tre volte mi hanno preso il sangue per i soldati. Allora ricevevo un poco di latte e un pezzetto di pane con il salame. Poi il dottor Mengele mi ha iniettato la malaria. Per otto settimane sono stata tra la vita e la morte, perché mi è venuta anche un’infezione alla faccia”. Una madre, di nome Stella, uccise i propri figli, due gemelli di nome Tigo e Nina, piuttosto che vederli soffrire dopo un esperimento in cui il medico nazista aveva loro cucite insieme le vene, somministrando loro un po’ di morfina che era riuscita a rubare (Kenrick, 2006, p. 103).

Nel marzo del 1944 Mengele diede ordine a Dina Gottlievoba, un’ebrea ceca che lavorava nell’unità medica di Auschwitz, di dipingere i ritratti di alcuni prigionieri zingari per documentare i suoi esperimenti su di loro, in quanto riteneva la pittura più idonea a rendere il colore scuro della loro pelle. In due mesi di lavoro, realizzò dodici ritratti fatti con acquarelli di uomini, donne e ragazzi, di cui sette si salvarono. Uno di essi è il ritratto di Celine, una sinta francese il cui bambino era morto per denutrizione. Celine viene ritratta, su ordine di Mengele, con un foulard che copre la testa rasata e un orecchio sporgente, perché secondo il medico nazista la forma delle orecchie era un segno dell’inferiorità della razza zingara (Milton, 1990, pp.147-152).

 

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 Dina Gottliebova, Zingari di Auschwitz, Museo statale di Auschwitz-Birkenau

 

A differenza degli ebrei, gli zingari non si rassegnavano facilmente alla morte, ma opponevano spesso una disperata resistenza, lottando con tutte le forze. Il 16 maggio 1944 le SS ricevettero l’ordine di liquidare il campo adibito alle famiglie zingare e di eliminare nelle camere a gas tutti i superstiti, circa 4.000 persone. I Rom fecero resistenza e, armati di pietre e bastoni, riuscirono a tenere testa alle SS, che alla fine dovettero desistere e si ritirarono, dopo aver subìto diverse perdite (Cecchi Paone-Pagano, 2009).

L’eliminazione dei Rom fu tuttavia solo posticipata. La sera del 2 agosto 1944 il campo zingaro fu circondato da centinaia di SS armate, che fecero uscire dalle baracche uomini, donne e bambini e li allinearono per cinque. Quindi li fecero salire sui camion, dicendo loro che sarebbero stati portati in un altro campo. Cominciarono ad orientarsi soltanto quando venne dato loro l’ordine di dirigersi al crematorio V. Non fu facile introdurli nelle camere a gas, poiché le donne urlavano cercando disperatamente di salvare i loro figli. Dopo la gassazione, i cadaveri degli uccisi furono bruciati nelle fosse scavate accanto al crematorio, poiché i forni crematori al momento non erano in funzione. Con la liquidazione di ben 2.897 persone aveva fine il cosiddetto “campo per famiglie” di Birkenau, sotto-campo di Auschwitz, in cui morirono complessivamente oltre 23.000 Rom e Sinti, provenienti da dodici stati europei (http://www.deportati.it/non-categorizzato/2-agosto-1944-sterminio-degli-zingari-a-birkenau/).

Il dipinto Gassazione di 2.897 Rom e Sinti ad Auschwitz-Birkenau di Karl Stojka, 1992, racconta il momento culminante di quella tragica notte quando i camion, carichi di prigionieri disperati che urlavano al tradimento, invece di procedere verso l’uscita dal campo, presero la strada delle camere a gas. La terra è rossa di sangue e dal crematorio esce una colonna di fiamme rossastre e di fumo nero. Sotto, come un’epigrafe scolpita nel marmo a perenne ricordo, la scritta: “Vergast 2897 Rom und Sinti”.

Nel dipinto Liquidazione finale di Ceija Stojka, 2003, i Rom vengono prelevati dalle baracche e mentre una teoria di persone di ogni età e sesso, nude e rassegnate, vengono fatte entrare nelle camere a gas, altri uomini, vecchi e donne con i loro bambini aspettano il loro turno, scortate da guardie con cani feroci. In alto un enorme camino nero con una svastica rossa manda fiamme rossastre e un denso fumo grigiastro in un irreale cielo notturno, solcato da uno stormo di uccelli neri. A margine del disegno Ceija scrive: “Tutto ci è stato proibito tranne la morte”.

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    Karl Stojka, Gassazione di 2.897 Rom e Sinti                                Ceija Stojka, Liquidazione finale, 2003                         

      ad Auschwitz-Birkenau, 1992

 

Accanto a queste opere che rappresentano in modo crudo e realistico lo sterminio dei Rom nelle “costruzioni speciali”, come venivano chiamati ad Auschwitz i crematori, vi sono opere in cui prevalgono elementi emblematici dell’iconografia zigana, come il violino, che esprime il senso della grande tragedia di questo popolo inerme, che ha trovato nella musica l’espressione della propria resistenza e sopravvivenza in tutta la sua storia di persecuzioni e genocidi.    Il dipinto L’ultimo viaggio del pittore rom ungherese Ervin Farkas, 2004, che ha sviluppato una serie di dipinti intitolata “I colori del popolo rom”, rappresenta in primo piano un rom con un triangolo marrone cucito sulla camicia e il numero di matricola Z 1231 che suona per l’ultima volta il violino, mentre la sua gente si avvia alle camere a gas. A sinistra la lugubre figura di una SS che osserva impassibile e in fondo le alte ciminiere da cui esce un fumo grigio che si innalza verso il l’azzurro cielo notturno (https://www.sulinet.hu/oroksegtar/data/magyarorszagi_nemzetisegek/romak/cigany_festeszet_magyarorszag_1969_2009/pages/cfm_00_kiado.htm).

Nel dipinto E i violini cessarono di suonare di Walter Weil un rom con la testa rasata e con il numero Z 8457 appuntato sulla divisa a strisce bianche e azzurre e tatuato sul braccio sinistro, si erge in piedi a testa bassa con in mano il violino e l’archetto – abbiamo appeso i  violini al filo spinato-, davanti a cadaveri scheletrici, sullo sfondo di una grande baracca all’interno di un recinto di filo spinato.

 

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Ervin Farkas, L’ultimo viaggio, 2004           Walter Weil, E i violini cessarono di suonare, s.d.

 

Auschwitz ha ispirato numerosi canti che rievocano la tragedia del popolo rom, alcuni improvvisati da detenuti nel campo di prigionia, altri rifatti su arie tradizionali a condanna della follia nazista e a perenne ricordo del sacrificio del popolo rom.

 

Ad Auschwitz c’è una grande casa

 

Ad Auschwitz c’è una grande casa:

mio Dio concedimi

ch’io ne evada!

E con mia madre

m’incontri di nuovo,

con la famiglia

che più non vedrò,

con la famiglia

voglio bere vodka.

Ad Auschwitz

ci percuotono,

ci procurano

sfortuna.

 

                                                                                                                                                                                                                                           canto dei Rom polacchi 

 

Ruzena  Danielova, una romní originaria della Slovacchia, sopravvissuta ad Auschwitz, dove perse  tutti i suoi cinque figli e il  marito, cantò spesso in pubblico questa canzone, dicendo che usciva dalla sua voce e le sgorgava dal cuore sotto i colpi degli aguzzini nazisti:

 

         AUSCHVITSATE                                          AD AUSCHWITZ 

         HI KHER BARO                                      C’E’ UNA GRANDE CASA

 

Aushvitsate hi kher baro                                  Ad Auschwitz c’è una grande casa

odoj beshél mro piraño.                                   dove è imprigionato il mio fidanzato.

Beshél, beshél gondolinél                                E’ là, è là e si lamenta

te pre mande pobisterél.                                   e si dimentica di me.

Ah, tu kalo cirikloro,                                          Tu, uccellino nero,

ligia manghe mro liloro,                                    porta la mia lettera,

ligia, ligia mra romnjake,                                  portala, portala alla mia donna,

hoj som phandlo Aushvitsate.                           Che io sono rinchiuso ad Auschwitz.

Aushvitsate bare bokha                                      Ad Auschwitz c’è una grande fame

te so te xal amen nane,                                   e non abbiamo nulla da mangiare,

añi oda koter maro                                         nemmeno un pezzo di pane

o blokoris bibaxtalo.                                      e la guardia è cattiva.

Jaj sar me jekfa kere giava                                     Quando io me ne andrò per tornare a casa

le blokoris murdarava.                                            la guardia io ucciderò.

Sar me jekfa kere giava                                          Qundo io me ne tornerò a casa

le blokoris murdarava.                                            la guardia io ucciderò.

 

 

Un olocausto devastante

Fu un vero genocidio che costò la vita a 500.000 Rom e Sinti. In Germania furono pochi gli zingari che sopravvissero. In Austria perirono oltre i due terzi degli 11.000 Sinti e Rom austriaci. In Polonia le vittime furono circa 35.000, il 75%, della popolazione rom totale. In Belgio, Lussemburgo e nei Paesi Bassi furono quasi tutti sterminati. Anche in Francia vi furono gravi perdite (circa 15.000), come pure in Romania (25.000). In Boemia e Moravia furono sterminati quasi tutti (circa 7.500). In Ungheria perirono circa 28.000 persone. La loro eliminazione fu pressoché totale in Lituania (1.000), Estonia (1.000), Croazia, Ucraina e Bielorussia, mentre solo metà della popolazione zingara della Lettonia sopravvisse (2.500 su 5.000).

La persecuzione nazista ha avuto effetti deva­stanti sulla società romaní e la psicologia dei Rom e Sinti. Il dramma del genocidio nazista non ha risparmiato nessuna famiglia, creando un pauroso vuoto demografico e generazionale con l’eliminazione degli anziani, depositari della tradizione e garanti della vita sociale. I nuclei familiari furono smembrati e dispersi (il ricongiungimento dei familiari sopravvissuti avvenne spesso a distanza di anni). Tabù e valori tradizionali furono infranti per motivi di sopravvivenza (come la mutua solidarietà o il divieto di nutrirsi di carne di cavallo).

La psicologia romaní, già scossa da secoli di persecuzioni, fu quasi irrimediabilmente compromessa. Paura e diffidenza verso i gagé (‘non zingari’) trovarono nuova linfa e ragione d’essere. Molti Rom, spe­cialmente in Polonia e Romania, per trovare scampo alla deportazione, negavano la propria identità. Quando furono liberati dagli alleati, molti di loro fuggirono disordinatamente a piedi, per paura di essere di nuovo ripresi e internati e finirono per essere presi a fucilate. I Rom, internati nel campo di Tossicía, dopo l’armistizio del settem­bre 1943 si diedero alla fuga e si dispersero nella campagna circostante. Molti sopravvissuti ai campi di sterminio, che dopo la guerra erano stati sistemati in campi sosta comunali in vicinanza di una linea ferroviaria, faticarono non poco a superare il trauma che provavano al passaggio dei treni, che ricordavano loro i convogli nazisti.

Ancora oggi presso i sinti tedeschi non si è spento il risentimento verso i maledetti e diabolici nazisti (Bengesko niamse) e la parola Hitlari, come essi chiamavano Adolf Hitler, è talmente odiata che è diventata un tremendo insulto e una delle più gravi offese che possono essere fatte a una persona. Un canto ungherese, conosciuto come “La ballata di Hitler”, impreca così contro il dittatore tedesco (Erdös, 1963, 54):

 

Qui una volta vivevano gli zingari di Bačka:

gli stranieri li uccisero sulle strade.

Ecco, Janko, un dolore così pesante

per i tuoi figli e la tua giovane moglie!

Il tedesco è arrivato con grandi bombe

e il russo con molte granate.

I fucili crepitano, i giovani fuggono;

fuggono a causa del fuoco incessante.

Ehi! Hitler, perderai la testa,

che cosa hai fatto nel nostro paese?

Ehi! Hitler, apri le tue porte

affinché io possa vedere la mia famiglia.

Restituisci il mio letto di piume,

per i poveri bambini piccoli che stanno congelando.

 

La persecuzione nazista ha colpito al cuore il popolo rom, che, come ebbe a dire Romani Rose, attivista tedesco per i diritti civili dei Rom, “è stato scoraggiato, calpestato con i piedi e in parte annientato”. Così si esprime il poeta rom Tikno Adjam nella poesia “Ai nostri martiri” (Adjam, 1965, pp. 34-35):

 

 Le vecchie tribù  sono estinte;

l’uomo dalle mani rosse

le ha assassinate.

Gli scampati sono pochi,

le loro prghiere flebili flebili,

ma il cielo tutto quanto

prega  con loro

con questi martiri.

 

Il disegno Ritorno da Auschwitz di Otto Pankok, 1948, rappresenta Whilhelmien Lafontaine, una delle due ragazze sinte di Heinefeld sopravvissute ad Auschwitz. Tutti gli altri morirono nelle camere a gas. Sullo sfondo vi è il campo di sterminio con il lugubre edificio delle camere a gas e dei forni crematori. In primo piano la ragazza in piedi, con il volto triste e smarrito e le mani dietro la schiena, appoggiata alla parete della sua casa, vuota e desolata, con un piatto e un bicchiere, un lume a petrolio e delle piantine di felce a indicare la vita che riprende e un graffito con una testa rotonda e calva che rappresenta gli antenati morti, i numi tutelari della casa e della nuova esistenza.

 

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Otto Pankok, Ritorno da Auschwitz, 1948

 

Le atrocità compiute dai nazisti hanno trovato un’eco in rappresentazioni popolari, come fumetti e vignette, dove si dà sfogo a caricature ironiche e dissacranti o a scene in cui l’ironia amara e dolorosa ha il sopravvento su situazioni drammatiche inenarrabili. Una vignetta di Ferdinand Koçi, un artista rom albanese, ritrattista e illustratore di libri, mostra un bambino con il sedere nudo seduto su un casco delle SS con dipinta la svastica, trasformato in un vasino da notte, in segno di assoluto disprezzo. Il fumetto, firmato Charmag, carico di satira amara e desolante, fa dire a un rom “Che strano…per una volta non ci chiedono di sgomberare il campo”, fondato sul parallelismo tra i campi di concentramento forzato dei nazisti e i continui sgomberi dei campi nomadi di oggi.

 

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Ferdinand Koçi, Bambino sul vaso                               Charmag, Campi di sterminio e campi nomadi,

da notte delle SS, s. d.                                                        s. d.

 

 

 

Madre Courage e i “Giusti” dell’olocausto rom

 

La vecchia Ritzli, come veniva soprannominata nella sua comunità, era una sinta eftavagari tedesca, rimasta vedova poco prima della seconda guerra mondiale. Trasferitasi in Italia con i suoi figli e nipoti, girava con un carretto tirato da un cavallino, dando spettacoli nelle fiere paesane con un piccolo circo equestre. Dopo il settembre del 1943 il nomadismo si era fatto più difficile perché l’Italia era occupata dalle truppe tedesche. Come tutti gli anni, il 19 marzo del 1944 la troupe dei sinti si fermò a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, per la tradizionale sagra di San Giuseppe. Non appena arrivati, i tedeschi arrestarono alcuni giovani sinti e li caricarono su un treno in partenza per Bolzano, da cui sarebbero stati deportati in uno dei campi di sterminio del Reich. Appena saputa la notizia, la Ritzli si recò immediatamente alla caserma del comando tedesco e rivolgendosi in lingua tedesca riuscì a farsi ricevere dal comandante. Disse che era la proprietaria del circo arrivato in città per le feste e che i suoi artisti erano tedeschi. “Voi qui fate la guerra contro la vostra gente”, aggiunse con decisione. Poi indicò da quale regione della Germania provenivano alcuni militari che avevano parlato con lei. Conosceva, infatti, le diverse inflessioni locali. Il comandante allora ordinò che i sinti arrestati fossero tutti rilasciati e questa “Madre Courage” si riprese i suoi figli (Rom Sinto, 2012, p. 23).

Alfreda Markowska, soprannominata “Noncia”, era una romní polacca appartenente a una numerosa comunità di Polska Roma o Rom della pianura, nomadi allevatori di cavalli. Verso la fine del 1941 erano accampati in un bosco vicino a Biała Podlaska, nella Polonia orientale, quando furono sorpresi da una pattuglia di tedeschi e furono ferocemente massacrati. Solo lei, poco più che quindicenne, si salvò poiché era fuori per esercitare la questua in un vicino villaggio. Quando tornò, trovò solo le rovine fumanti delle roulotte e delle tende e i cadaveri dei suoi familiari e parenti ammucchiati in una fossa comune. Dopo aver vagato tra i boschi per alcuni giorni, si rifugiò a Rozwadów, dove conobbe un giovane rom e decise di sposarsi. Lei e suo marito furono catturati e imprigionati più volte, prima nel ghetto di Lublino, poi a Łódź e infine nel campo di lavoro per rom di Rozwadów. Qui furono assegnati ai lavori forzati sulla rete ferroviaria, ottenendo un certificato che li esimeva dai rigidi controlli e dava loro una certa libertà di movimento. Da allora in Alfreda si fece strada una sola idea: salvare il maggior numero di persone. In effetti riuscì a salvare dalla deportazione e dalla morte oltre cinquanta tra rom ed ebrei, soprattutto bambini, specialmente quelli sopravvissuti all’eccidio dei loro genitori, tenendoli nascosti e procurando loro documenti falsi. Li faceva fuggire dai vagoni dei treni, li infilava dentro sacchi di piume, li nascondeva sotto l’ampia gonna colorata e trovava loro una sistemazione presso famiglie polacche o in rifugi nei boschi. Per il suo eroismo, nel 2006 fu insignita della Croce del Cavaliere con la Stella, una delle più alte onorificenze polacche, e la regista Agnieszka Arnolha girò un film sulla sua vita, intitolato “Puri Daj”, La vecchia Madre (Laura Quercioli Mincer, 101 storie ebraiche che non ti hanno mai raccontato, 2011).

Nel maggio del 2006 nel recinto della scuola media di Ochota, un distretto di Varsavia, è stato creato un murale per commemorare “nonna Noncia”, come la chiamavano amorevolmente i suoi protetti, dipinto da Dariusz Paczkowski, artista di graffiti e street art e attivista sociale polacco, con la collaborazione di studenti rom e non rom. Nel dipinto è ritratta Alfreda Markowska sorridente, con un grande scialle rosso e un foulard giallo in testa e con in mano un bastone. Sullo sfondo vi è un carro trainato da cavalli e la scritta con il suo nome (https://puszka.waw.pl/alfreda_noncia_markowska-projekt-pl-4758.html).

 

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Dariusz Paczkowski, Alfreda Noncia Markowska, 2006

 

Ci furono anche numerosi “gagé” che hanno salvato i Rom, a rischio della propria vita. Sono i giusti del “Porrajmós”, tra i quali si distinse il barone ungherese György Rohonczy, soprannominato “l’Oskar Schindler” del Burgenland. Possedeva una piccola tenuta agricola a Mitterpullendorf, vicino a Lackenbach, dove sorgeva il campo di concentramento dei Rom. A causa della carenza di manodopera legata alla guerra, riuscì ad ottenere un grande numero di prigionieri da impiegare nei lavori della fattoria, ritenuta importante poiché forniva latte e cibo all’ospedale locale. I Rom era quasi esclusivamente musicisti e non erano portati per l’agricoltura. Il caposquadra si lamentava che non erano nemmeno in grado di distinguere il mais dalle erbacce. Ma al filantropo Rohonczy non interessava il profitto economico, bensì il benessere delle persone.  La sua iniziativa permetteva loro di vivere in condizioni migliori e di sfuggire ai trasporti verso i campi di sterminio. Ma volle fare di più: salvarli dal loro destino. Per questo aiutò circa 130 di loro a mettersi in salvo in Ungheria, oltre il confine austriaco, consapevole di ciò che rischiava (http://www.erinnern.at/bundeslaender/oesterreich/zu-erinnern-at/jahresbericht-2012/der-jahresbericht-2012/Jahresbericht%202012.pdf).

In Germania fra coloro che si opposero al regime nazista e hanno rischiato la propria vita per salvare i Sinti dalla deportazione nei campi di sterminio e dalle camere a gas vi fu il sacerdote cattolico Arnold  Fortuin. Nato il 19 ottobre 1901 a Neunkirchen, frazione di Nohfelden, nell’Alta Renania, fu ordinato sacerdote nel 1927 e nominato cappellano nella parrocchia di San Michele a Saarbrücken, cittadina tedesca poco distante dal confine con la Francia. Quando nelle vicinanze fu costruito il campo di concentramento di Hinzert nel 1939, dove cominciarono ad essere internate le famiglie di Sinti, destinate ad essere trasportate nei campi di sterminio polacche, in base al decreto di Himmler del dicembre 1942, l’unica preoccupazione del sacerdote fu quella di salvare il maggior numero di loro. Nascose diverse centinaia di Sinti e li aiutò a fuggire oltre il confine in Francia, nella vicina regione dell’Alsazia-Lorena. Dopo la guerra negli anni ’50 molti di questi sopravvissuti ritornarono in Germania e si stabilirono a Illingen, dove padre Arnold era stato nominato parroco. In tempo di pace si dedicò alla loro cura pastorale, divenendo il loro cappellano fino alla sua morte, avvenuta nel 1970. Chiamato “l’Oskar Schindler” dei Sinti, è da loro venerato come un santo e il loro patrono. A lui è dedicata una strada a Colonia e un grande murale che campeggia sulla facciata di una casa a Berlino (http://www.katholische-kirche-ruh.de/index.php/nachrichten-leser/items/verdiente-ehrung-fuer-vielfachen-lebensretter-arnold-fortuin.html).

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Ritratto di Arnold Fortuin sulla facciata di un edificio di Berlino

 

In Croazia in più occasioni la popolazione civile e le autorità di polizia locali manifestarono il loro sostegno ai Rom, protestando o addirittura opponendosi alla loro deportazione nei campi di concentramento. Alla fine di maggio del 1942, quando una colonna di rom destinati al campo di Jasenovac, scortata dai miliziani ustasha, attraversò le strade della città di Osijek, in Slavonia, una donna si avvicinò a una donna rom e l’abbracciò e la baciò pubblicamente. Nel giugno del 1941 Jakob Prijavec, comandante della stazione di armeria di Sokolovac, un villaggio di un migliaio di abitanti a nord-est di Zagabria, con il sostegno della popolazione locale rifiutò di eseguire l’ordine di arrestare e deportare un gruppo di Rom nel campo di Danica. Gli abitanti del villaggio di Gunja, nella Sirmia, cercarono con la forza di far scendere i Rom dai treni che li deportavano a Jasenovac, dicendo che erano “persone oneste e laboriose”. Nel giugno del 1942 ben 44 cittadini di Kutjevo, in  Slavonia, firmarono una petizione per chiedere la liberazione di Djuro Jelenić di professione fabbro, internato nel campo di Jasenovac, dichiarando che era “un bravo lavoratore, non era un vagabondo e che possedeva una propria casa” (Vojak, 2018, p. 73).

 

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Giugno 1942, Petizione dei cittadini di Kutjevo per la liberazione da Jasenovac di Djuro Jelenić

    In alcuni paesi con una popolazione a larga maggioranza musulmana, come la Bosnia, il Kosovo, la Macedonia e la Crimea, le autorità religiose islamiche cercarono di proteggere le comunità rom di fede musulmana, poiché non li consideravano diversi da loro, ma membri della loro comunità. In Bosnia, quando nel maggio del 1942 si ordinò la deportazione dei Rom musulmani di Travnik, vi fu una violenta reazione delle autorità musulmane, che il 26 maggio emanarono la cosiddetta “Dichiarazione di Zenica”, in cui si ribadiva fermamente che “i cosiddetti zingari musulmani sono parte integrante dell’elemento musulmano nella Bosnia-Erzegovina. Non sono in alcun modo diversi dagli altri musulmani. Nascono e muoiono come musulmani, sono registrati negli stessi registri e svolgono tutti i rituali dell’Islam, si sposano con le altre donne e uomini musulmani e non sono mai stati considerati non musulmani. Essi hanno sempre svolto i loro doveri religiosi e civili e goduto dei diritti civili come tutti gli altri musulmani, nel presente e nel passato. Tutti i musulmani li considerano ora e sempre come una parte comune di loro e condannano severamente coloro che li distinguono dagli altri musulmani. Tutti i musulmani vogliono e chiedono all’’unanimità che questi musulmani abbiano lo stesso trattamento di tutti gli altri musulmani in Bosnia-Erzegovina” (Vojak, 2018, p. 65-67).

 Ljatif Sucuri, un rom kosovaro di Kosovska-Mitrovica, si battè a fondo per il suo popolo contro le forze di occupazione fasciste albanesi. Sucuri, che godeva di grande ascendente sul capo della polizia albanese, intervenne in più occasioni per impedire che i Rom venissero uccisi. Una volta ottenne che lui informasse i suoi superiori che a Mitrovica non vi erano Rom, ma solo musulmani. Quando, poi, il capo della polizia ebbe l’ordine di radunare i Rom della città e inviarli ai campi di lavoro, Sucuri si fece consegnare il foglio e lo bruciò. Alla fine della guerra, a causa della sua familiarità con le forze dell’ordine, fu accusato ingiustamente di collaborazionismo e fucilato dai partigiani (Kenrick, 2006, p. 104-105).

In Crimea, dopo l’occupazione  da parte delle truppe tedesche nel dicembre del 1941, molti Rom Kirimitika, che erano musulmani e parlavano la lingua tartara, furono risparmiati grazie all’intervento delle autorità del governo tartaro. Il 9 dicembre 1941 gli uomini delle Einsatzgruppe entrarono a Sinferopoli e circondarono il quartiere di Tsiganskaya Slobodka, alla periferia della città vecchia, dove viveva una grande colonia di Rom. La maggior parte di loro furono caricati sui camion e portati nella vicina città di Bakhchisaray per essere trucidati. Il capo del governo tartaro locale, subito informato, si recò dal comandante dell’unità tedesca e gli chiese di selezionare a caso tre dei Rom prossimi a morire. Quindi, dopo aver calato i loro pantaloni alla presenza del comandante, indicando il loro organo circonciso, annunciò che si sarebbe dimesso dalla sua carica, poiché non poteva garantire la cooperazione della popolazione, se i tedeschi avessero massacrato i musulmani. Fu così che quella volta l’azione fu fermata (http://riowang.blogspot.com/2014/06/crimean-gypsies.html).

Ma la vicenda più straordinaria e toccante è quella di Hajrija Imeri Mihaljić, una romní kosovara che ebbe l’onore di ricevere il più alto riconoscimento israeliano di “Giusta tra le nazioni”, per aver rischiato la sua vita e la vita della sua famiglia per salvare una bambina ebrea, Stella.

Nella primavera del 1941, dopo l’occupazione nazista del Kosovo, la vita degli ebrei si fece difficile. Nel maggio del 1942 i tedeschi ricevettero l’ordine di arrestare tutti gli ebrei della città di Kosovska Mitrovica, che contava allora circa un centinaio di ebrei. Di fronte alla minaccia di un tale destino, l’ebrea Bukica e il marito serbo Blagoje fuggirono sui monti per unirsi ai partigiani e affidarono la loro figlioletta Stella di due anni alla nonna Esther. Poco dopo arrivarono i tedeschi e portarono la nonna e la nipotina nel campo di concentramento di Sajmište vicino a Zemun.

Presso la famiglia ebrea lavorava come domestica Hajrija, una romni che abitava con la sua famiglia di cinque figli nel vicino villaggio di Ada. Quando seppe che Esther e la piccola Stella erano state rinchiuse nel lager nazista, decise di andare a trovarle. Prese con sé tre dei suoi bambini e si recò al campo. Le guardie, pensando forse che stesse lavorando lì, non la fermarono né le fecero domande. Esther si rallegrò di rivedere Hajrija e la piccola Stella, quando la riconobbe, le sorrise e allungò le mani verso di lei. Hajrija prese la bambina tra le sue braccia, mentre Esther le disse: “Sono vecchia e non importa cosa mi succede, ma questa bambina deve vivere. Se la sua famiglia sopravviverà alla guerra, verrà a prenderla. In caso contrario, allevala come se fosse tua figlia e un giorno dille chi sono i suoi genitori”.

I nazisti non si accorsero che Hajrija lasciò il campo con una bambina in più in braccio. La donna rom crebbe la bambina ebrea, che ribattezzò con il nuovo nome di Miradija, con amore materno, come se fosse sua figlia. Alla fine della guerra, Hajrija non fu in grado di trovare la famiglia di Stella, quindi mantenne la sua promessa data alla nonna e rivelò alla ragazza chi fossero i suoi veri genitori. Ma un vicino di casa, per un alterco con il marito di Hairija, li accusò di aver rubato una bambina ebrea. I poliziotti informarono la comunità ebraica di Pristina che c’era una bambina ebrea nel villaggio di Ada, che inviò immediatamente un loro rappresentante, Joseph Josifovic, per fare un sopralluogo. Dopo che Hajrija ebbe raccontato tutta la storia, la bambina venne presa in custodia e mandata in un orfanotrofio per bambini ebrei a Belgrado. Ma Stella, che aveva vissuto in una famiglia rom e che conosceva solo il loro linguaggio, si chiuse in un ostinato mutismo. Alla fine, qualcuno si rese conto che Stella non capiva il serbo-croato e si ricordò di una partigiana ebrea che lavorava in Comune. Fu convocata all’orfanatrofio e quando si trovò davanti la bambina le chiese in turco-romani come si chiamava e lei le disse il suo nome e quello dei veri genitori. La donna per poco non svenne e tremando per l’emozione sussurrò a malapena a un suo collega: “Ho appena ritrovato mia figlia”. Era Bukica che era viva, mentre il marito era morto in combattimento.

Bukica portò Stella a casa sua, ma la bambina la respingeva e continuava a chiedere insistentemente della madre adottiva. Allora mandarono a chiamare Hajrija, che partì da Ada e andò a Belgrado. Qui ci fu un incontro toccante tra due madri e la loro bambina, Stella alias Miradija.

Bukica sposò un collega di lavoro e nel 1948 decise di trasferirsi in Israele con Stella. Passarono gli anni e Stella crebbe, ma non cessò di pensare ad Hajrija. Le scrisse più volte, ma non ebbe nessuna risposta. Infine a metà degli anni ’70 fece un viaggio in Macedonia, ma non trovò traccia di lei, finché uno studioso del mondo rom la informò che era morta a Pristina, dove girava mendicando per le strade della città.

Stella sapeva di non poter più incontrare Hajrija, ma poteva tramandare la sua memoria. Hajrija Imeri Mihaljić è stata proclamata Giusta tra le Nazioni nel 1991 e il suo nome è stato inciso sul Muro d’Onore nel Giardino dei Giusti del Museo Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme. Su quel muro ci sono i nomi di oltre 23.000 persone di tutto il mondo che hanno ricevuto il titolo di Giusto tra le Nazioni, che lo stato israeliano accorda fin dal 1953 a a coloro che rischiarono  le loro vite per salvare gli ebrei. E Hajrija è una di loro, l’unica donna rom ad avere ricevuto il più alto riconoscimento israeliano. Stella piantò un albero nel “Viale dei Giusti” in suo onore e in sua memoria (www.e-novine.com/feljton/44336-Hajrija-ljubavi-moja.html).

Dalla vicenda nel 2016 è stato tratto il film “Pravednica Ciganka” (La romni Giusta tra le nazioni), diretto da Jakov & Dominik Sedlar. Dal momento che non ci sono foto di Hajrija, la pittrice Aleksandra Alfirević, su incarico del regista Jakov Sedlar, realizzò il suo ritratto sulla base delle testimonianze oculari. Hajrija era descritta come una donna piccola, dalla pelle scura, con la faccia rotonda, i grandi occhi neri e i capelli raccolti nel tradizionale foulard.

 

 1425Hajrija

Aleksandra Alfirević, Hajrija Imeri Mihaljić, 2016

 

 

Ebrei e Rom: due popoli uniti dallo stesso destino

Ebrei e Rom: due popoli (e due culture) diversi e per certi aspetti opposti. Gli ebrei parlano una lingua semitica e i Rom una lingua indoeuropea. Gli uni hanno una scrittura, che è la ragione stessa del loro esistere (fino a diventare Sacra Scrittura), mentre gli altri si fondano sulla tradizione orale e sulla forza della parola (la parola data è legge e il giuramento è sacro). Gli ebrei si sono inseriti nel dinamismo economico delle nazioni con la loro capacità e intraprendenza, i Rom hanno un concetto relativo di ricchezza, basato sulla mancanza di produzione di plus valore, l’assenza di una economia del risparmio, la dispendiosità ostentata nelle feste al fine di aumentare il prestigio personale e quello del proprio nucleo familiare. La religiosità degli ebrei, centrata sul Dio immanente alla storia di Israele e dell’umanità, si scontra con la religiosità istintiva dei Rom, fondata sulle leggi della natura e la superstizione. Il senso di rassegnazione e di totale confidenza nella volontà divina degli ebrei si contrappone alla tenace volontà di lotta e di sopravvivenza dei Rom di fronte alle avversità.

Una tremenda fatalità ha voluto che questi due popoli fossero accomunati da uno stesso tragico destino. Considerati dall’ideologia nazista due razze esogene e inferiori presenti in Europa e suscettibili di inquinare la purezza del sangue tedesco, furono destinati alla distruzione totale (Williams, 2018, p. 42). Il genocidio dei Rom è perciò indissociabile da quello degli ebrei e ha avuto un corso parallelo: comincia con misure di esclusione, prosegue con le deportazioni e si compie nelle camere a gas[12] (Ternon, 1997, p. 151). Nell’agosto 1942 Harald Turner, governatore militare della Serbia notava: “Gli ebrei e gli tzigani sono un elemento di insicurezza e quindi un pericolo per l’ordine e la pace. E’ lo spirito ebraico che procò questa guerra, quindi deve essere annientato. Lo tzigano non può, per il suo stesso carattere, essere utile alla società” (Novitch, 1973).

Non vi è alcuna differenza tra la Shoah ebraica e il Porrajmós rom. Gli ebrei e i Rom hanno subìto una terribile persecuzione che non ha eguali nella storia ed entrambi furono le vittime sacrificali di quell’orrenda macchina tritacarne che voleva sostituirsi al Dio immanente della religione ebraica e cambiare il corso della natura umana, che è da sempre il fondamento della cultura rom. Il legame ideale tra la Shoah e il Porrajmós è rappresentato in modo straordinario nella scena del film “Train de vie” (1998), in cui Rom ed ebrei, in fuga dai nazisti, si incontrano. Diffidenza, paura, smarrimento. Solo dopo essersi finalmente riconosciuti i due ruppi si sciolgono in una danza liberatoria, sulle note della musica klezmer e di quella gitana (Cecchi Paone, Pagano, 2009, p. 10).

Proprio per il loro comune destino e le loro Shared Sorrows (Sonneman, 2002) o sofferenze condivise sotto i nazisti, è intervenuta tra i due popoli una sinergia reciproca di solidarietà etnica, sia durante che dopo la persecuzione. I Rom erano fatti salire sui vagoni agganciati ai convogli dei deportati ebrei oppure direttamente in vagoni assieme agli ebrei, come dimostra l’episodio della piccola Settela. Gli ebrei e i Rom hanno subìto le stesse atrocità e sono stati deportati negli stessi campi di sterminio, sono morti insieme nelle camere a gas e nelle fosse comuni della Polonia, dell’Ucraina e della Russia[13].

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, i primi a raccontare l’eccidio dei Rom sono stati gli ebrei sopravvissuti, come Primo Levi, Eugen Kogon, Miriam Novitch. Negli anni ’70, quando lo sterminio rom era ancora pressoché ignorato, alcuni ebrei che tenevano conferenze sulla loro esperienza di ex-deportati, non perdevano l’occasione per ricordare i Rom e talvolta iniziavano salutando l’assemblea in zingaro (Novitch, 1978, p. 31). Il Consiglio del memoriale americano per l’Olocausto ha espresso solidarietà e piena compartecipazione “al popolo rom, il solo gruppo etnico, insieme agli ebrei, ad essere stato vittima di genocidio”. A tutto questo aggiungiamo le attestazioni di solidarietà e di “fratellanza” verso i Rom di grandi personalità del mondo ebraico, come la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che nel 2018 in un memorabile discorso al parlamento italiano disse: “Ricordo quei rom morti nel mio lager. Dirò no, finché vivo, alle leggi speciali”. Il rabbino Elio Toaff, la massima autorità spirituale e morale ebraica in Italia dal secondo dopoguerra sino ai primi anni duemila, fu sempre in prima linea nel ricordare i Rom e nel 2001 volle apporre, insieme all’Opera Nomadi di Roma, una targa in memoria del genocidio dei Rom “per la fratellanza di tutti i popoli”. Piero Terracina, ebreo, ex deportato del lager di Auschwitz-Birkenau, che dietro il filo spinato elettrificato che divideva gli ebrei dallo Zigeunerlager fu tra i pochissimi testimoni dell’eliminazione di Rom e Sinti la notte del 2 agosto 1944, fu sempre dalla parte del popolo rom. L’artista e scrittore Moni Ovadia, per sua stessa ammissione, non perde occasione per ricordare insieme l’olocausto di ebrei e Rom nelle sue performances musicali e teatrali. Leone Paserman, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha espresso la sua solidarietà fraterna al popolo rom: “Non possiamo dimenticare la nostra fratellanza nel dolore. Abbiamo condiviso le stesse pene ad Auschwitz, dove i criminali nazisti sterminarono i loro e i nostri cari”. Il poeta francese Elie Szapiro, conosciuto anche come Elie Benacher, sopravvissuto ad Auschwitz e a Dachau, critico d’arte e proprietario di una galleria d’arte a Parigi, dedicò una poesia ai suoi “amici rom”, compagni di prigionia (http://danilorota.blogspot.com/2015/01/razzistest-scopri-se-sei-razzista.htlm):

                                             

                                                                                                                                                                                        ZINGARI MIEI AMICI

 

Zingari miei amici

zingari miei fratelli,

a Dachau e ad Auschwitz

siamo morti insieme.

Zingari,

suonate ancora,

suonate presto

il tema scintillante.

L’allodola danza,

le fiamme danzano,

voglio dimenticare, o zingari,

la nostra notte.

 

David Beigelman, famoso musicista ebreo, rinchiuso nel ghetto di Łódz in Polonia, che condivise  quella triste sorte con oltre 5.000 Rom e Sinti provenienti soprattutto dal campo di concentramento di Lackenbach, nel 1942 compose per loro in lingua yiddish uno straordinario “Tsigaynerlid” o Canto tzigano. La tradizione vuole che Beigelman si sia ispirato a una canzone tradizionale rom circolante nel ghetto, “Romani Džili”, straordinario esempio della contaminazione musicale, oltre che della solidarietà, fra i due popoli (http://www.braincircleitalia.it/wp-content/uploads/2015/03/paladino-completo-it.pdf):

 

Scura è la notte, nera come il carbone.

Penso e ripenso, il mio cuore batte.

Noi zingari viviamo come nessun altro.

Soffriamo dolori e fame

E abbiamo solo un po’ di pane.

Dzum dzum dzum.

Voliamo intorno come gabbiani

Dzum dzun dzum.

Noi suoniamo la balalaika.

 

Questa comunanza di sentimenti è ricambiata da un anonimo rom polacco, autore di questi versi (Canova, 2018, p. 3):

 

E’ notte,

siamo nella foresta:

stelline non risplendete

affinché la morte

non venga

a uccidere

il bambino ebreo

e il bambino zingaro.

 

Anche i Rom hanno voluto sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda, ricambiando il rispetto, il dolore, la solidarietà e la loro alleanza con il popolo ebraico. Nel dipinto Tre prigionieri a Buchenwald, realizzato nel 1989, Karl Stojka ha messo in primo piano un ebreo (Juden)  e uno zingaro (Zigeuner), lasciando nell’anonimato il terzo internato, per mettere in evidenza il medesimo carattere della persecuzione e loro comune destino, aggiungendo sul retro del dipinto un crudo commento: “Hitler credeva che gli ebrei e gli zingari avessero lo stesso sangue alieno”.

Ian Hancoch, attivista rom per i diritti del suo popolo, studioso e avvocato inglese, professore di linguistica e studi asiatici presso l’Università del Texas ad Austin, ha elaborato il Simbolo dell’Alliance ebreo-romani, formato da una grande stella di David con al centro la ruota di un carro con la scritta in ebraico e in romanés: “Siamo morti nello stesso posto”, a voler simboleggiare l’abbraccio delle due memorie.

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1426Alliance Romany-Jewish_Ian Hancock     1426Karl Stojka_Buchewald

Ian Hancock, Simbolo dell’Alliance Romany-Jewish             Karl Stojka, Tre prigionieri a Buchenwald, 1989

 

 

 

Ma bister: un olocausto da non dimenticare

     Dopo la fine della seconda guerra mondiale sulla tragedia dei Rom calò il sipario. La persecuzione di cui furono vittime non fu neanche presa in considerazione e per molti decenni fu ignorata dalle istituzioni. I Rom non furono chiamati a testimoniare davanti ai tribunali di Norimberga.  Si racconta che vi fu un unico teste, che quando vide i gerarchi nazisti sui banchi degli imputati, li aggredì senza esitare e venne allontanato dalle udienze (Cecchi Paone, Pagano, 2009, p. 169). Fu perfino messa in dubbia la sua natura razziale e considerata un’azione politica contro la loro presunta asocialità e criminalità, e quindi parzialmente responsabili del loro destino. In una sentenza del 1956 della Corte Federale di Giustizia tedesca, che rifiutava di pagare un risarcimento ai Rom, si dichiarava che i Rom e i Sinti furono perseguiti “non per la loro etnia, ma a causa delle loro natura nomade, antisociale e criminale”.

Del resto gli stessi  Rom non avevano ancora maturato la coscienza storica della memoria, visto che nella loro cultura ha importanza solo il tempo presente. Perseguitati e oppressi da secoli, non si aspettavano niente di buono dai gagé, tanto meno la loro considerazione, i mea culpa o i risarcimenti. Per i sopravvissuti sembrava un sogno essere ancora in vita: la tempesta era passata e si ricominciava a vivere. Il resto non contava! Inoltre, essendo i sopravvissuti ai lager per la maggior parte analfabeti, non erano in grado di mettere per iscritto le loro esperienze. La reticenza dei Rom ad evocare il genocidio aveva un’altra ragione: il sacro timore dei morti. La morte è un evento fonte di impurità e rappresenta un tabù. “Mortibus non buligaribus”, dicono i Rom harvati, sloveni e dell’Italia nord-orientale. Dei morti non si parla, vanno lasciati in pace.

I primi a parlare della persecuzione razziale dei Rom furono gli ebrei e i deportati politici[14]. Una delle prime autorevoli testimonianze sulla sorte dei Rom fu quella di Eugen Kogon, un ebreo tedesco oppositore del partito nazista, che fu fu arrestato più di una volta e trascorse sei anni nel campo di concentramento di Buchenwald. Sopravvissuto all’olocausto, elaborò un rapporto dettagliato e documentato del sistema dei campi di concentramento, pubblicato nel 1946 con il titolo Der SS-Staat. Das System der deutschen Konzentrationslager. Egli cita più volte i Rom, affermando esplicitamente che per sbarazzarsi di loro fu deciso di metterli nei campi di concentramento, dove in effetti, tranne un residuo, perirono completamente (Kogon, 1946, p. 46).

Frédéric Max, oppositore politico francese, arrestato dalla Gestapo nel luglio del 1943 e deportato a Buchenwald, pubblicò un articolo sulla rivista inglese della Gypsy Lore Society, descrivendo le condizioni di vita dei Rom e il loro massacro nelle camere a gas, da cui pochi scamparono (Max, 1946, pp. 24- 34).

Un contributo fondamentale alla causa rom fu dato dall’ebrea polacca Miriam Novitch, soprvvissuta ai lager nazisti e fondatrice del “Museo del Combattente del ghetto di Gerusalemme”, che si consacrò alla raccolta di testimonianze e di documenti per immortalare il ricordo dell’olocausto degli ebrei e dei Rom. Girò l’Europa, perorando la causa dei Rom e la salvaguardia della loro memoria: “Trascurare i Rom, tacere del loro massacro, costituirebbe una seconda ingiustizia nei loro confronti. Chi vi pala è una donna ebrea che vive per custodire la memoria del suo popolo martirizzato ma anche per commemorare i Rom…la memoria del popolo rom massacrato deve trovare un posto fra tutti i popoli del mondo”.

Le ricerche culminarono negli anni ’70 con la pubblicazione di alcune opere che sono pietre miliari nella ricostruzione inconfutabile della persecuzione razziale dei Rom e Sinti. Nel 1972 veniva pubblicato il libro “The destiny of Europe’s Gypsies” di Donald Kenrick e Grattan Puxon, che racconta per filo e per segno la storia, i fatti e i numeri dello sterminio della popolazione rom. Nel 1979 usciva il libro “L’Holocauste oublié” di Christian Bernadac, giornalista e scrittore francese, figlio di un deportato, una vibrata denuncia, redatta sulla base di nuovi documenti e testimonianze, del massacro dimenticato dei Rom.

Negli anni ’70 cominciarono ad apparire sulla scena internazionale associazioni e movimenti rom per il riconoscimento dei loro diritti civili e del loro genocidio. Nel 1971 si svolse a Londra il primo congresso mondiale, nel quale intellettuali e attivisti di tutto il mondo definirono l’identità del popolo rom, dandosi una bandiera e un inno nazionale e ponendo le basi per le loro rivendicazioni. I Rom presero coscienza del loro dramma. E gli diedero un nome, anzi due, per scolpirlo nelle coscienze: “Porrajmós” (da Baro Xajmós, Grande Divoramento) nella lingua dei Rom e “Samudarípe” (da sa ‘tutti’ e mudarípe ‘uccisione’, Genocidio) nel linguaggio dei Sinti. I due termini si completano a vicenda in una visione totale dell’olocausto. I Rom hanno voluto sottolineare con un termine crudo l’orrenda carneficina operata dai nazisti. I Sinti hanno messo in risalto il massacro, l’annientamento e quindi il genocidio di un popolo. La voce della parte lesa (Samudarípe) e la condanna dei carnefici (Porrajmós).

Nel 1980, per richiamare l’atten­zione pubblica un gruppo di Sinti tedeschi fece lo scio­pero della fame nel lager di Dachau. Nello stesso anno il governo federale tedesco, presieduto dal cancelliere Helmut Schmidt, concesse alle vittime della sterilizzazione forzata un pagamento una tantum di 5.000 marchi.

Da allora si intensificò la costituzione di organizzazioni rom, come il “Consiglio centrale dei Sinti e dei Rom tedeschi” e il “Movimento per l’uguaglianza dei Rom e Sinti europei”, che organizzarono manifestazioni e sit-in, per il riconoscimento del Porrajmós e l’assegnazione di indennizzi alle vittime. Dopo decenni di silenzio, a partire dagli anni ’80 molti rom sopravvissuti cominciarono a raccontare la loro traumatica esperienza nei campi di sterminio in resoconti autobiografici o attraverso il mezzo artistico di dipinti e disegni, come Ceija Stojka, il fratello Karl, Otto Rosenberg, Barbara Richter e molti altri.

Solo negli anni ’90 cominciarono a concretizzarsi i primi successi nella lotta per il riconoscimento dell’olocausto dei Rom, anche se ciò non impedì che il 27 gennaio 1995, nel 50° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz, essi fossero esclusi dalla commemorazione e costretti ad assistere alla cerimonia fuori dal campo.

 

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Auschwitz-Birkenau, 27 gennaio 1995. La bandiera dei Rom sventola fuori dal campo, perché esclusi dalle cerimonie di commemorazione

 

Finalmente nel 1997 il presidente federale tedesco Roman Herzog riconosceva la persecuzione razziale del popolo rom, dichiarando che “il genocidio di Sinti e Rom è stato portato avanti con lo stesso motivo di follia razziale, con la stessa premeditazione e con la stessa volontà di sterminio sistematico e totale del genocidio degli ebrei. Furono assassinati sistematicamente e in famiglia, dal bambino al vecchio, nell’intera area di influenza dei nazionalsocialisti”.

Nel 2013 la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha visitato l’ex campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera, e ha deposto una corona di fiori in memoria delle vittime della dittatura nazista. Con la forza di uno straordinario coraggio, che le fa onore, ha voluto assumere su di sé l’enorme fardello delle atrocità compiute dalla Germania nazista. “Per me è un momento molto particolare”, ha detto incontrando i sopravvissuti: “la memoria di questi destini mi riempie di profondo dolore e vergogna” e ha concluso: “Per noi è dovere sapere e ricordare quanto qui accadde: il ricordo e la memoria devono essere tramandati di generazione in generazione, lo dico da Cancelliere federale. I giovani devono sapere e dovranno sapere sempre quali dolori e sofferenze furono arrecati al mondo dalla Germania”.

Si calcola che furono almeno 500.000 i Rom e i Sinti che furono uccisi nei campi di sterminio nazisti, nei massacri di massa o nei loro accampamenti. Ma bistér!, non dimenticare! Il loro ricordo deve essere per sempre, perché koi bari bibaxt t’avél puta gia!, quella grande sventura non deve più avvenire.

Il disegno L’olocausto dei Rom dell’artista albanese Ferdinand Koçi, s.d., mostra un soldato nazista di spalle, senza volto, tutto nero, con un elmetto in testa e un mitra in mano. Gli sta di fronte una bambina rom dai tratti ariani, con un foulard in testa e i gioielli, fiera e intrepida con una lacrima che scende sul viso carico di dolore, tra la ruota del carro e un violino, con in mano una colomba, simbolo di non violenza e di pace.

1427Koçi                1428Ma bister

Ferdinand Koçi, L’olocausto dei Rom              MA BISTÉR – Non dimenticare: 500.000 Rom e Sinti uccisi

 

Numerosi monumenti sono stati eretti in tutto il mondo (non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti e in Australia) per commemorare le vittime rom della persecuzione nazista. Memoriali sorgono a Mauthausen, Ravensbrück, Bergen-Belsen, Buchenwald, dove ogni stele reca il nome di un campo di sterminio, in cui essi perirono.

Ad Auschwitz-Birkenau nel 1967 è stato inaugurato il Monumento Internazionale alle Vittime del Campo, costituito da una serie di blocchi di pietra sovrapposti e sagomati a formare una vaga immagine antropomorfa. Ai piedi della stele sono collocate 21 lapidi marmoree in varie lingue, tra cui la seguente iscrizione in lingua romaní (http://muzeum.tarnow.pl/na-bister/birkenau-tablica/):

 

 

SAVORRE MANUŚENQE                                      Per tutti gli uomini

TE OVEL AND-E ŚELIBERŚA                              sia nei secoli

THAN DUKHADE ROIPNASQE                           un luogo di dolore

THAJ DARAQE                                                       e di avvertimento

AKAJA PHUV, KAJ MUDARDILE,                      questa terra, dove morirono,

E HITLERITKONE VASTENÇAR,                        per mano di nazisti di Hitler,

JEKH MILIONI TA-JEKHPAŚ                               un milione e mezzo

MURŚA, ƷUVLIA, ĆHAVORRE,                          di uomini, donne e bambini,

MAŚKAR SAVENÇE BUTEƷENE SAS                tra tutti i popoli che

ƷUTA E EVROPAQE THEMENQERE.                 vivevano in Europa.

 

AUSCHWITZ-BIRKENAU1940-1945

 

Sul sito commemorativo di Jasenovac, l’Auschwitz dei Balcani, su una grande spianata si eleva al cielo un monumento a forma di un gigantesco “Fiore di Pietra” dello scultore Bogdan Bogdanović, inaugurato nel 1966, “al fine di preservare per sempre il ricordo delle vittime del terrore fascista e dei soldati della guerra popolare di liberazione, caduti nella seconda guerra mondiale nei campi di Jasenovac e Stara Gradiška”.

 

Fiori di cemento, fiori di prato,

fiori di bambini mai nati,

Jasenovac hai lasciato morire i tuoi figli

e ora con un fiore li ricordi

                                                                                                                                                                                                                                                                   Anonimo

 

1429Auschwitz_memo              1429Jasenovac1a

 Auschwitz-Birkenau: il monumento                       Il memoriale di Jasenovac

 e la lapide marmorea in lingua rom

 

Il 24 ottobre 2012, all presenza del presidente della Repubblica federale tedesca Joachim Gauck e della cancelliera Angela Merkel, è stato inaugurato a Berlino un memoriale per i 500.000 Rom e Sinti deportati e uccisi nei campi di concentramento durante il nazismo. Erano presenti il presidente del Consiglio centrale dei Sinti e Rom tedeschi, Romani Rose, e alcune centinaia di sopravvissuti e discendenti delle vittime. Il monumento è opera dell’artista ebreo Dani Karavan ed è costituito da uno specchio d’acqua di forma circolare, simbolo dell’annientamento, ed è circondato da pietre su cui sono incisi i nomi dei campi di concentramento dove sono stati uccisi uomini, donne e bambini delle comunità sinte e rom. Al centro galleggia una piattaforma triangolare (che rimanda al triangolo cucito sulla divisa dei prigionieri), mentre sul bordo soo incisi i versi del componimento “Auschwitz” del poeta italiano di etnia rom rom Santino Spinelli: “Volti incavati / occhi spenti / labbra fredde / silenzio / cuore spezzato / senza fiato / senza parole / senza lacrime”.

Il 15 settembre 2016 a Kiev, in Ucraina, è stato inaugurato lo storico memoriale del “Romani Wagon”, un monumento a forma di carovana, opera dell’architetto Anatoly Ignashchenko, in memoria dell’eccidio di Babi Yar, presso Kiev, dove vennero massacrate numerose famiglie rom.

 

 

1430Memoriale Berlino     1431Baby Jar

                        Memoriale di Berlino                                                      Il “Romani Wagon” di Kiev          

 

A Montreuil-Bellay sorge un memoriale, inaugurato nel 2016, composto da otto pilastri in mattoni traforati, che ricordano le ciminiere dei forni crematori,  con un lato smaltato di diversi colori brillanti, su cui sono incisi i nomi di 473 prigionieri. Sul davanti vi è un’aiuola quadrata coperta di ciottoli bianchi, al centro della quale vi è uno specchio circolare, su cui è incisa un’iscrizione del poeta Tikno Adjam, internato nel campo: “… libertà! È il cuore dell’uomo che continua a battersi nonostante i peggiori destini” (https://muzeum.tarnow.pl/na-bister/en/montreuil-bellay-camp/).

A Rivesaltes vi è un monumento, inaugurato nel 2009, costituito da una grande lastra di metallo a forma di clessidra con in alto a sinistra una ruota nei colori blu e verde della bandiera dei Rom e al centro la parola “Tsigane”. Sotto vi è l’iscrizione: “Tu che non conosci né confini né catene, / Tu la cui libertà scorre nelle vene, / La follia degli uomini … la follia hitleriana / Qui ti hanno rinchiuso dietro le porte dell’odio. / Tu che passi, prega che questo non torni più. / Dillo … gridalo al mondo, in modo che lo ricordi”. Seguono due lacrime intagliate nella lastra e la scritta: “Queste lacrime d’acciaio sono lacrime di sangue / Sofferenza di zingari, rom e gitani (https://muzeum.tarnow.pl/na-bister/en/rivesaltes-memorial/).

 

1431Montreuil-Bellay1                           1431Rivesaltes2a

Memoriale a Montreueil-Bellay                                                                             Memoriale a Rivesaltes

 

 

Nel gennaio 2001 per iniziativa del Comune di Roma, dell’Opera Nomadi e della Comunità ebraica è stata posta in Via degli Zingari una targa in marmo “a perenne ricordo dei Rom, Sinti e Camminanti che insieme agli Ebrei perirono nei campi di sterminio ad opera della barbarie genocida del nazifascismo. Perché questa storia non si ripeta più. Per non dimenticare. Per la fratellanza fra tutti i popoli”.

Nel Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto a Terranegra di Padova, sorto nel 1953 per volere dell’allora parroco Don Giovanni Fortin, vi è una targa in memoria di tutti i Rom e Sinti internati nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. E’ una lastra in rame sbalzato, opera del rom kalderash Loris Levak, figlio di Emilio Levak detto Mirko, che riuscì a fuggire dal campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e si unì ai partigiani italiani. L’opera, inaugurata il 12 giugno 1997, rappresenta una ruota stellata attraversata dal gambo di una rosa con una mano che porge e un’altra che accoglie: è il segno e l’invito all’ospitalità come dice la didascalia: “Solo perchè’ diversi vi hanno considerato nemici e giorno per giorno il lager vi ha ingoiato nella morte ed eravate 500mila, quando non foste e non siete che un pugno inerme di uomini. Ora qui davanti a questo muro, con un disegno scolpito nel metallo che da sempre è richiamo del vostro pane, ne facciamo memoria. Ed è gloria a voi e a voi popolo rom, popolo dei Sinti. Nella ruota stellata che vi identifica come gli uomini in cammino, nomadi per scelta e per cultura, voi perpetuate il richiamo dell’uomo pellegrino nel tempo e nello spazio mentre due mani intrecciano un gesto che scambia nella rosa il sorriso di un’amicizia che è ospitalità del vivere vicini, uguali anche se diversi” (https://digilander.libero.it/clapad5/padova/internato/visite.html).

 

1432Lapide a Roma                      1433Museo Padova_targar om

    Lapide commemorativa di via degli Zingari a Roma                      Loris Levak, Targa in memoria dei Rom e Sinti

                                                                                                                         deportati, 1997, Terranegra di Padova, Tempio

Nazionale dell’Internato Ignoto

 

Un altro contributo al Porrajmós sono le pietre di inciampo, cubi di pietra con targhe di ottone interrate nel marciapiede prospiciente le case dei deportati (ebrei, rom, deportati politici, omosessuali, testimoni di Geova), su cui sono incisi il nome e la data di nascita e morte e, se possibile anche il luogo di morte. L’idea venne all’artista di Colonia Gunter Demnig agli inizi degli anni ’90, proprio per ricordare lo sterminio dei Rom. Mentre assisteva a una cerimonia cittadina in commemorazione delle famiglie rom del “campo zingaro” comunale istituito nel 1935 e deportate ad Auschwitz, udì una donna che negava che in città abbiano mai abitato Rom e Sinti. Per rispondere all’obiezione dell’ignara donna e per non disperdere la memoria dei Rom assassinati, nel 1992 realizzò la prima pietra di inciampo o Stolpersteine, come si chiama in tedesco, che costituì l’archetipo delle decine di migliaia posate in 20 nazioni europee e che reca incisa una parte del cosiddetto Auschwitz-Erlass o decreto di Auschwitz del 16 dicembre 1942, con il quale Himmler ordinava la deportazione di Rom e Sinti nei campi di sterminio. La pietra, collocata davanti al municipio di Colonia, fu distrutta da un atto vandalico dei naziskin e fu reintegrata con la posa di un’altra targa identica nel marzo del 2013 (https://www.repubblica.it/cronaca/2020/01/27/news/intervista_a_gunter_demnig_pietre_d_inciampo-246899432/).

Da allora sono state posate altre pietre di inciampo in memoria di singoli rom e sinti perseguitati dai nazisti, con l’autorizazione dei loro familiari, anche se con difficoltà dovute all’opposizione di alcune associazioni rom, che in nome della loro tradizione non vogliono che i nomi dei morti siano calpestati. Uno di questi esempi è la pietra di inciampo collocata nel 2018 in Pungshausstraße 17 a Hilden nella Renani-Vestfalia, vicino a Düsseldorf in memoria del sinto Karl Heinrich Weiss, nato nel 1883 a Semd vicino a Dieburg, nell’Assia, e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1943, dove fu assassinato il 6 settembre dello stesso anno (https://dewiki.de/Lexikon/Liste_der_Stolpersteine_in_Hilden).

 

Verlegung Stolperstein Historisches Rathaus Köln       1435Pietra inciampo_Karl Heinrich Weiss_Hilden

Gunter Demnig, Pietra di inciampo con                                  Gunter Demnig, Pietra di inciampo di Karl     

l’Auschwitz-Erlass, Colonia, 2013                                              Heinrich Weiss, Hilden, 2018

 

 

L’olocausto del popolo rom viene ricordato nel Giorno della Memoria, che si celebra il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime del nazi-fascismo, insieme agli ebrei, ai prigionieri politici, agli omosessuali, ai disabili e ai testimoni di Geova, nell’anniversario della liberazione del campo di sterminio Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa, proprio in quel giorno del 1945.

Ma per i Rom assumono particolare significato due date legate a due episodi, che hanno segnato la loro immane tragedia. Il 16 maggio è dedicato alla “Giornata della Resistenza Rom”, che commemora l’eroica rivolta dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau del 16 maggio 1944, chiamata anche “la battaglia delle 32 baracche”. L’altra ricorrenza è il 2 agosto che celebra il Kalo Memorijano Dives “Giorno Nero della Memoria”, per commemorare l’eccidio di 2.897 Rom e Sinti in una sola notte il 2 agosto del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Questo massacro è diventato il simbolo del Porrajmós e ha risvegliato nei Rom la coscienza di popolo e la loro voglia di riscatto morale, sociale e politico. Qesta commemorazione è oggi affidata a molti giovani artisti rom che ne hanno fatto il soggetto preferito della loro arte, come i pittori ungheresi Gábor Váradi e László Jovánovics che hanno rappresentato l’evento nei loro dipinti nel sessantennale dell’eccidio (https://www.sulinet.hu/oroksegtar/data/magyarorszagi_nemzetisegek/romak/cigany_festeszet_magyarorszag_1969_2009/pages/cfm_00_kiado.htm).

 

1436Gabor                   1436Laszlo

Gábor Váradi, In memoria dell’olocausto rom, 2004           László Jovánovics, Sessantanni, 2004

 

 

 

Un olocausto mutilato

La tragedia dei Rom continua ancora, come al tempo del nazi-fascismo. Anche oggi la realtà ci mette di fronte a drammatici episodi di violenza contro i Rom che sembrano riaffiorare dal passato. Il tempo non ha cancellato niente. Seppur in modi e forme diverse, i Rom continuano a essere le vittime di ingiustizie e di oppressione in ogni parte d’Europa. L’ostilità nei loro confronti, il razzismo, la caccia allo zingaro e le politiche di esclusione sociale del XXI secolo si fondano sulle stesse ideologie e pregiudizi che erano alla base del progetto sistematico del loro annientamento razziale da parte dei nazisti e dei loro alleati. Si assiste oggi, in un crescendo pauroso, al riemergere del razzismo e alla rinascita di gruppi e movimenti intolleranti e xenofobi che si ispirano alle ideologie naziste. Non è un caso che ancora oggi gli “zingari” sono associati alla svastica di funesta memoria nelle scritte ziganofobe che compaiono sui muri o, come in questo caso, nelle lettere minatorie inviate a personalità rom impegnate nella lotta contro il razzismo.

     

 1437aSvastica

Lettera minatoria a un rom che si batte per i diritti dei Rom

 

Nell’attuale contesto di rifiuto ed esclusione, la semplice commemorazione di questo olocausto mutilato non basta. Il grido che non abbia mai più a ripetersi, al di là di una retorica generalizzata, non basta. Anzi si rivela un pericoloso alibi. L’enormità del genocidio dei Rom finisce per attribuire ogni responsabilità alla follia nazista e fornisce un alibi che ci mette al riparo da altri “minori” atteggiamenti razzisti, ugualmente pericolosi e funesti.

L’olocausto dei Rom, se non nelle atrocità, si ripete nei metodi e nello spirito del passato. I brutali sgomberi delle forze dell’ordine, gli episodi di violenza e intolleranza dei cittadini, l’incendio di baracche e roulotte, le morti bianche dei bambini carbonizzati nelle roulottes durante la stagione invernale, i tremendi pogrom e i linciaggi in diversi paesi europei, specialmente in Romania, Austria, Slovacchia, sono uno schiaffo al Porrajmós dei Rom e Sinti.

La memoria delle esperienze durante il nazifascismo non può essere disgiunta dall’intolleranza e dalle continue violenze in atto contro i Rom e i Sinti. Piero Terracina, ebreo ed ex deportato del lager di Auschwitz- Birkenau ebbe a dire: “Ho visitato un campo zingari a Roma ed ho avuto l’impressione di essere tornato ad Auschwitz”. Il disegno Campo sosta, 1988, di Karl Stojka paragona le condizioni di vita dei Rom e Sinti, segregati nelle periferie delle città, nei (non)luoghi malsani e nelle discariche, a quelle sofferte in passato nel campo di sterminio di Auschwitz. Mostra, infatti, una roulotte accampata in un’area inospitale, lontano dal centro abitato che si scorge sullo sfondo, e la scritta “Wir Sinti sind in der gaskammer in Auschwitz” (Noi Sinti siamo [e non siamo stati] nella camera a gas di Auschwitz).

Questo tragico parallelismo con i campi nazisti è ripreso in una vignetta del grafico e illustratore Mauro Biani, Razzismo, 2019, che stigmatizza sarcasticamente l’odio razzista camuffatto da perbenismo, della serie “Io non sono razzista, io non sono come i nazisti”. Mostra un gruppo di donne e bambini rom contrassegnati dal triangolo con la Z, dietro il filo spinato di un campo di concentramento, e un’eloquente scritta: “Mica ce l’ho con voi, ce l’ho con gli altri zingari, quelli vivi”. Non bisogna dimenticare che il genocidio rom fu il frutto di una strategia maturata lentamente, alimentata dall’odio e dal razzismo. Si è cominciato con “Gli zingari sono una piaga per l’umanità” e “Gli zingari non lavorano e non servono a nessuno” e si è arrivati ai recinti di filo spinato, ai convogli per Auschwitz, ai massacri e alle camere a gas.

 

1437bSalvini       1438Karl Stojka1

Mauro Biani, Razzismo, 2019                                  Karl Stojka, Campo sosta, 1988

 

 

BISTARDI LAIDA                                         OLOCAUSTO DIMENTICATO
Stil, phari, tunnel rathy                                           Silenzio, desolazione, oscura notte

u himlo hi kalo, pharo fon stilapen!                         il cielo è cupo, pesante di silenzio!

Rivela an u lufto muldrengri gili!                            Aleggia nell’aria la nenia della morte!

Fon kala bar, grau bar,                                          Da queste pietre, grigie pietre

von haki zugrunda fon pargherdé raume,                da ogni rovina, dalle cornici infrante,

kant fon rat und treni.                                            esala disperazione di sangue e lacrime.

Mu gaisto hengela an u stekeltrota                         Il mio spirito s’impiglia nel filo spinato

mar zela hengrelpes pù sastar,                               e la mia anima s’aggrappa alle sbarre,

plandli an fremdo them!                                         prigioniera in casa nemica!

 

Kum hone? Keck! Tu kun hal? Keck!                   Chi sono? Nessuno! Tu chi sei? Nessuno!

Tume sinti kun han? Keck! Nur shata,                   Voi, Sinti, chi siete? Nessuno! Solo ombre,

nebla! Nebla fur braucha cass                               nebbia! Nebbia che per abitudine è rimasta

Phlandli fon brardar cilacipen                                 Prigioniera della più grande infamia

Fon mencengri historia!                                         Della storia dell’uomo!

 

                                                                                              Paola Shöpf

 

Fintanto che la più grande minoranza etnica in Europa sarà bersaglio dell’odio razzista ed esclusa dalle politiche sociali non si potrà parlare di giustizia. “Ci hanno fatto entrare  dal portone e ci hanno fatti uscire dal camino”, dicono i Rom. Questo portone non è stato ancora chiuso, come mostra questo grande manifesto, inalberato dai Rom durante una manifestazione in memoria del genocidio dei Sinti e dei Rom a Bergen-Belsen nell’ottobre del 1979: “I Rom gasati ad Auschwitz sono stati perseguitati fino ad oggi” e, più in basso, il cartello che dice: “ROM = MENSCH (Rom uguale uomo). Tutti gli uomini hanno lo stesso valore”.

 

1439Manifestazione Bergen Belsen

 

 

  

 NOTE

[1] Già Martin Lutero nel XVI secolo bollava gli zingari come individui irrecuperabili, dediti all’ozio, al furto e alla sessualità sfrenata.

[2] Nella sua “applaudita” tesi di laurea Lebensschicksale artfremd erzogener Zigeunerkinder und ihrer Nachkommen (1943) sull’infanzia zingara tarata, la Justin sosteneva che nel sangue degli zingari fosse presente un gene estremamente pericoloso, il “wandertrieb”, l’istinto errante, concludendo e mettendo in guardia che il loro sangue era assai dannoso per la purezza della razza tedesca.

[3] Weltzel “svelò” ingenuamente tratti fondamentali della psicologia romani, utili nell’indagine investigativa, con affermazioni oggettivamente vere ma estremamente gravi nel contesto socio-politico del momento storico, come “Solo con l’ausilio di questi pedigrees è possibile ottenere una visione precisa delle tribù che scorrono qua e là, che rende comprensibili le peculiari connessioni tra le diverse famiglie, le loro simpatie e animosità e molte altre caratteristiche” e ancora “Con la conoscenza dei loro pedigrees il ricercatore acquisisce inoltre un libero lasciapassare, che gli è di grande valore ovunque vada. Ogni zingaro sarà amico di uno sconosciuto, quando apprenderà che quest’ultimo conosce i suoi parenti o li ha appena lasciati, e ogni zingaro aprirà il suo cuore con maggior confidenza, quando si troverà di fronte al miracolo che il gagio abbia conosciuto anche suo padre o suo nonno, e sappia anche chi è la moglie del fratello di suo padre, e così via” (Weltzel, 1938, p. 77).

[4] Nel 1932 Trollmann mise al tappeto nel secondo round il pugile Walter Sabbotke, grande campione e fisicamente molto più prestante di lui. La sua vittoria fece tanto scalpore che il campione dei pesi massimi Max Schmeling gli propose di combattere negli Stati Uniti. Trollmann rifiutò. Se avesse accettato, la sua vita forse avrebbe preso un’altra strada e si sarebbe salvato.

[5] Ceija Stojka ha ricevuto numerosi riconoscimneti per meriti artistici e culturali dal ministero autriaco dell’Educazione, delle Arti e della Cultura. Nel 2014, dopo la sua morte avvenuta il 28 gennaio 2013, le è stata dedicata una  una piazza a Vienna, la Ceija Stojka Platz.

[6] Uno zingaro francese di nome Oscar, commerciante di cavalli che viaggiava attraverso la Francia del nord e il Belgio con la sua roulotte, deportato a Buchenwald, si lamentava che “i tedeschi gli avevano preso tutti i lové (soldi), venti anni di onesta attività commerciale, facendo i grai (commercio di cavalli) alle fiere” (Max, 1946, p. 31).

[7] I Rom sapevano affrontare i momenti di maggior scarsità di cibo, poiché conoscevano e raccoglievano piante ed erbe commestibili, frutti selvatici, radici, bacche e perfino ortiche.

[8] Il rom polacco Roman Mirga, che fu internato con la sua famiglia ad Auschwitz, parla così dell’orchestrina del campo, di cui faceva parte anche suo padre: “Improvvisamente sentii la musica. In lontananza i violini suonavano “Il Danubio Blu” … Aveva lo scopo di calmare gli ebrei che entravano, sapone e asciugamani in mano, senza dubbio credendo di fare il bagno. Solo che non era un bagno, ma un crematorio. L’orchestra zingara era lì, la loro musica aiutava a fare una transizione graduale per gli ebrei dalla vita alla morte” (Ramati, 1986)

[9] Molti Rom tentarono di sottrarsi alle condizioni di vita impossibili dei campi di concentramento con la fuga. Joanna Talewicz-Kwiatkowska ha analizzato la documentazione del campo di Auschwitz e ha osservato che 38 Rom e Sinti hanno tentato di fuggire dalla prigionia: 31 non hanno avuto successo, mentre non vi sono dati sui restanti sette (Vojak, 2017, p. 12).

[10] Germaine Tillion, grande figura della resistenza francese, internata nel campo di concentramento di Ravensbrück, descrive così Dorothea Binz: “Quando lei appariva da qualche parte si sentiva letteralmente passare un vento di terrore. Camminava lentamente tra i ranghi, con la sua frusta dietro la schiena, cercando con i suoi piccoli occhi cattivi la donna più debole o la più spaventata per massacrarla di colpi” (Marchand, 2018, p. 46).

[11] Questo trattamento “privilegiato” non era dovuto a un motivo umanitario, ma al fatto che i Rom diventavano del tutto ingestibili, se separati dai membri delle loro famiglie. Era semplicemente più conveniente e causava meno problemi alle guardie.

[12] Miriam Novitch riferisce che durante la deportazione di un gruppo di Rom ad Auschwitz, una di loro, vedendo gli ebrei, esclamò: “Io non sono zingara, sono per metà ebrea!” Un tedesco le rispose: “Allora la tua sventura è doppia. Tu sei ebrea e zingara!” (Novitch, 1978 p. 28).

[13] Ceija Stojka riferisce che, quando sentivano passare accanto alla loro baracca gli ebrei condotti ai forni crematori, sua madre diceva: Tra gli ebrei, ci sono sicuramente anche dei Rom.

[14] Unica eccezione fu Matéo Maximoff, scrittore e romanziere rom che, pur non avendo subíto la persecuzione nazista, formulò un preciso atto d’accusa contro i nazisti di aver assassinato l’intera razza zingara: “Noi Rom chiediamo che i martiri di Auschwitz vengano vendicati per mano della giustizia” (Maximoff, 1946, p. 106).

 

 

 

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