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I Rom nell'arte

Nascita, matrimonio, morte: riti di passaggio ravvicinati e carichi di tabù

25 apr , 2019  

La vita sociale dei Rom ruota tutta intorno a tre fondamentali momenti dell’esistenza: la nascita, il matrimonio e la morte. Ognuno di questi eventi non riguarda solo l’individuo o la sua famiglia stretta, ma coinvolge l’intero clan in una serie di relazioni sociali, rituali e simboliche, che rinsaldano i legami tra i membri e l’unità della vita comunitaria. Questi riti di passaggio, con le relative fasi intermedie, come l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù, la maternità/paternità, l’età matura e anziana, si susseguono più velocemente, e quindi sono più ravvicinati, rispetto alle generazioni delle altre società. Inoltre, con il loro carico di impurità materiale e rituale (maxrimós), sono veicoli di contaminazione e di tabù, che costituiscono una grave minaccia all’integrità e persino alla sopravvivenza della collettività. Intorno a ciascuno di questi riti, quindi, si è sviluppata una serie di norme, precetti, pratiche comportamentali, interdizioni alimentari e ruoli ben definiti, che devono essere rigorosa­mente  osservati.

La nascita (bjandilipé)

Nelle tradizionali società rom tutto ciò che è connesso con la nascita è ritualmente impuro. La donna incinta è ma­xrimé ‘impura’ e durante la gravidanza deve osservare una rigorosa precettistica, che le impone di evitare qualsiasi contatto con persone e oggetti, di preparare i cibi e perfino di avvicinarsi a un cavallo, animale totemico simbolo di valenze maschili.

Per questi motivi il parto doveva avvenire in un luogo aperto, lon­tano dall’accampamento, isolata dal gruppo e assistita da un’anziana. In genere veniva allestita una tenda apposita, dove la partoriente prendeva i pasti a parte con piatti, posate e bicchieri riservati a lei che dopo dovevano essere gettati. D’inverno il parto poteva avvenire in una fattoria o in un fienile, per la benevola disponibilità di un contadino. Durante il viaggio la donna che stava per dare alla luce un bambino, doveva occupare l’ultimo carro in fondo alla fila.

    Durante il parto si usavano particolari precauzioni, per lo più dettate dalla superstizione. Per impedire che il cordone ombelicale si annodasse attorno al bambino, si dovevano slacciare i nodi dei vestiti, sciogliere i capelli e togliere le collane e i bracciali della partoriente. Per facilitare il parto la donna anziana faceva cadere tra le gambe della partoriente un uovo, simbolo del feto, mentre pronunciava una formula magica:

  Anro, anro hin obles,              L’uovo, l’uovo è rotondo,

te e perá hin obles.                  tutto è rotondo.

Avá, ciavo, sastovestes,          Bambino, vieni fuori sano,

Devla, devla, tut akharel.        Dio, dio ti chiama! (Wlislocki, 1890, p. 91).

 

Dopo la nascita avevano luogo i riti di purificazione, come il bagno del neonato in acqua corrente, in un recipiente o in un buco scavato nella terra e riempito d’acqua. Quindi si sanciva il suo ingresso nella comunità con l’imposizione di un nome rom (romeskro nāv), con il quale era riconosciuto nella quotidianità familiare. Seguivano alcuni riti per tenere lontani gli spiriti cattivi. Presso i Rom balcanici si accendeva un fuoco davanti alla tenda, mentre i gypsies inglesi cospargevano con briciole di pane il territorio intorno alla tenda (Hall, 1915, p. 53). Per proteggere il bambino dal malocchio gli veniva legato al polso un cordoncino o un filo rosso o, come nel caso dei rom transilvani, una corda di violino usata.

L’incisione Il parto di una donna itinerante di Georg Philipp Rugendas il Vecchio, pittore e incisore tedesco, specializzato in scene di battaglia e di vita militare, datata 1702, ricrea la grande animazione dell’accampamento in occasione della nascita di un bambino. Sotto una grande e rozza tenda, improvvisata sotto un grande albero, alcune donne assistono una puerpera che ha appena dato alla luce un bambino. In primo piano a destra altre donne si prendono cura del neonato, la levatrice lo lava in una tinozza piena d’acqua, mentre un’altra provvede intorno al fuoco ad asciugare lenzuola e indumenti.

 

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 Georg Philipp Rugendas il Vecchio, Il parto di una donna itinerante, 1702

 

Tra i rituali più importanti dopo la nascita figura il battesimo religioso del bambino (bolimós). Fin dai primi tempi della loro apparizione nell’Europa occidentale all’inizio del Quattrocento, i Rom facevano battezzare i propri figli con estrema facilità, tanto che venivano chiamati “getouften Heiden”, i pagani battezzati. Grazie alla pratica del battesimo ebbero riconosciuto il loro status di cristiani e sancita la loro accettazione ufficiale da parte della cristianità. Nei registri parrocchiali di vari paesi europei dal XVI al XVIII secolo sono registrati numerosi battesimi di bambini zingari, i cui padrini e madrine erano nobili, castellani, borghesi e ricchi proprietari terrieri, che provvedevano alla dote per il bambino e facevano regali alla povera famiglia.

Una testimonianza interessante è rappresentata dall’incisione Battesimo di un bambino zingaro del pittore e incisore tedesco Carl Grote, datato 1892. In una radura della foresta di Hildesheim, nella Bassa Sassonia, un sacerdote del vicino villaggio, accompagnato da un chierichetto con in mano una lunga croce e un servitore che regge un bacile con l’acqua benedetta e gli oli sacri, battezza il bambino di una coppia di zingari, sotto la sorveglianza di un gendarme. A destra vi è un gruppo di musicisti rom in tipico costume ungherese e una donna distratta che fuma una pipa magiara. A sinistra vi è una ragazza seduta sul carro, su cui è appollaiata una scimmia, e una donna con una fascina di legna in mano, indaffarata a preparare la cena, tra un gruppo di curiosi intervenuti alla cerimonia. Un ragazzino, con in spalla una chitarra, cerca di derubare una guardia forestale, seduta su un masso, che gioca con il proprio cane.

 

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Carl Grote, Battesimo di un bambino zingaro, 1892

 

     I bambini restano con la madre almeno fino allo svezzamento, che si protrae molto nel tempo, anche fino al terzo anno di vita. Si mettono in culle ad amaca, appesa ai pali delle verande o alle travi delle baracche, e cullati dai fratellini più grandi. I bambini godono di un’ampia libertà di movimento e di gioco nell’accampamento. Ci sono giochi tipici dei comuni bambini, come nascondino, il gioco della palla, l’altalena, il cerchio di ferro, le bambole di stracci. Ma ci sono tipici giochi rom, favoriti dall’ambiente naturale circostante, come rincorrere le farfalle, la balneazione in un corso d’acqua che scorre vicino, il gioco del “ghiaccio” (po ledo), in cui un bambino rincorre gli altri e quando ne tocca uno questo diventa di ghiaccio e resta immobile. Un passatempo per i più piccoli è il gioco con i cuccioli degli animali, come cagnolini e agnellini. In autunno i ragazzi catturavano i porcospini e giocavano portandoli in giro con un filo di seta scarlatto legato intorno a una zampa (Dollé, 1980).

A volte i bambini si esercitano in giochi di ruolo, imitando i grandi, come il gioco di “negoziare”, usando foglie e ramoscelli come denaro, cercando di usare la massima intelligenza e accortezza nello scambio degli oggetti, o il “gioco dei cavalli”, che vede protagonisti i bambini trasformati in finti cavalli, come nel disegno Troika zingara di Ludwig Knaus, 1888. Una ragazza, con in mano un ramoscello a mo’ di frusta, guida con delle redini al posto dei cavalli tre bambini nudi o vestiti di stracci giù per la china di una montagnetta, seguiti da un cane.

Il disegno Bambini zingari nella neve di Edmund Richard White, fine XIX secolo, rappresenta una suggestiva scena invernale in un piccolo accampamento innevato. Alcuni bambini, avvolti nei loro miseri panni, rincorrono il loro fratellino lanciandogli le palle di neve, sotto lo sguardo divertito della madre, che con una scopa in mano sta spazzando via la neve all’ingresso della roulotte, da cui si affacciano sorridenti la nonna e una piccola nipotina.

 

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Ludwig Knaus, Troika zingara, 1888                       Edmund Richard White, Bambini zingari

                                                                                                   nella neve, fine XIX secolo

 

 

Il matrimonio (abijav)

     Il periodo dell’adolescenza è molto breve per i ragazzi rom, sottoposti ad esperienze di vita, che ben presto maturano in loro comportamenti “da adulto”, e immersi in una realtà che li chiama alla responsabilità e solidarietà sociale nel mantenimento economico della famiglia.

Dalla pubertà al matrimonio il passo è breve. I giovani zingari si uniscono in matrimonio in età precoce (14/15 anni per la donna e 17/18 per l’uomo). Generalmente il matrimonio avviene secondo il rito tradizionale rom. E’ molto raro che ricorrano all’unione sacramentale o all’istituto dell’unione civile.

Presso la maggior parte dei Rom, il fidanzamento avviene mediante una cerimonia, detta manghimós, in cui il padre del giovane fidanzato chiede la mano della ragazza ai genitori della sposa. Dopo aver contrattato il prezzo della sposa o daró, i genitori di entrambi gli sposi suggellano il patto, bevendo da una bottiglia di brandy o champagne, avvolta in un fazzoletto di seta colorato e ornata da una collana di monete d’oro, detta pljashka o buklì.

Presso i Sinti, invece, è diffusa la cerimonia del rapimento rituale della giovane mediante la fuga (nashlipé), specialmente quando i genitori sono contrari al matrimonio. Dopo un breve periodo di lontananza, la coppia torna in seno alla famiglia e il giovane chiede il perdono al suocero, che dopo un leggero schiaffo simbolico gli concede la figlia in matrimonio.

La cerimonia delle nozze (abijav) prevede un rito molto semplice, officiato dai genitori o dall’anziano del gruppo. La letteratura etnografica e romantica si è sbizzarrita nell’elaborare una serie di cerimonie nuziali, che hanno il sapore di una favola metropolitana. Una delle cerimonie più conosciute è l’unione del sangue, che consiste nell’incidere i polsi degli sposi, perché il sangue dell’uno si mescoli con il sangue dell’altra. Presso altri gruppi, dopo che i giovani sposi hanno congiunte le loro mani, il celebrante li lega insieme con un foulard o una sciarpa, solitamente rossa. Secondo un’altra tradizione i giovani si scambiano pane e sale e ne mangiano, mentre il celebrante dice: Quando il pane e il sale non avranno più sapore, allora so­lamente voi non avrete più gusto l’uno per l’altro”. Presso i gypsies del Galles vi era l’usanza di saltare un fosso, una ginestra in fiore o una scopa. All’inizio del XX secolo presso i sinti francesi, lo sposo metteva tra i denti una zolletta di zucchero e la passava in bocca alla sposa, dicendo: “Che la nostra vita possa essere dolce come questo pezzo di zucchero” e lo stesso faceva la sposa.

L’incisione Matrimonio zingaro di Louis Tinayre, illustratore e pittore  francese, che ha trascorso parte della sua vita in Ungheria, datata 1890, rappresenta un rituale nuziale molto pittoresco, diffuso nei Balcani. Di fronte all’anziano del clan, i due giovani, dopo essersi giurato reciproco amore, rompono un vaso di terracotta e dal numero dei frammenti si stabilisce quanti anni il matrimonio dovrà durare. Lo ziganologo Adriano Colocci riferisce che il celebrante congeda i due sposi con queste parole: “Quando i frammenti di questo vaso si riuniranno, solo allora potrete dividervi”. Il vaso rappresenterebbe la sposa e sua riduzione in frammenti il taglio con il passato e la famiglia (Colocci, 1889).

In una figurina Liebig Un matrimonio di gitani, inizio XX secolo, viene ricreata la scena di un matrimonio di gitani di Granada, presso i quali è diffusa l’usanza di sposarsi in chiesa con il rito religioso. I fidanzati su un cavallo bardato a festa, accompagnati da parenti e amici, si dirigono verso la chiesa del villaggio per ricevere la benedizione nuziale. Secondo la tradizione il corteo era preceduto da un cavaliere che portava un lungo bastone, in cima al quale sventolava un fazzoletto di lino bianco, simbolo della verginità della sposa, cui seguivano uomini che sparavano con pistole e carabine (De Vaux de Foletier, 1978, p. 211).

 

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Louis Tinayre, Matrimonio zingaro, 1890        Figurina Liebig, Un matrimonio di gitani, inizio XX secolo

 

Tradizionalmente la festa nuziale dura tre giorni, tra l’incessante suono di musiche e balli, dall’incalzante “fandango” con chitarre e nacchere dei gitani spagnoli, alla “czarda” dei rom ungheresi, al “kolo” in cerchio dei rom balcanici, alla tipica “hora” dei rom rumeni, al “ballo liscio” dei sinti, alle danze con arpa o violino dei gypsies inglesi, alle musiche napoletane e latino-americane di cui vanno pazzi i rom abruzzesi.

Il disegno Matrimonio zingaro del pittore polacco Antoni Piotrowski, datato 1873 e conservato nel Museo Nazionale di Cracovia, ricrea l’aria festosa di un matrimonio rom nel momento culminante delle danze. Uomini e donne ballano allegramente. Specialmente il padre e la madre della sposa ballano insieme, esibendo la loro gioia e soddisfazione, e molto spesso la sposa balla con la futura suocera.

Anche il dipinto Matrimonio zingaro della pittrice polacca Anna Binkuńska, che ha messo al centro dei suoi lavori la vita quotidiana e il folclore rom, datato 1977 e conservato nel Museo Nazionale di Wroclaw, ci trasporta in pieno clima festoso di un classico matrimonio rom del giorno d’oggi. Al centro dell’accampamento gli sposi ballano insieme agli invitati, accompagnati da un gruppo di musicisti, davanti a una tovaglia e un piatto, che alludono al pranzo nuziale, con alcuni elementi simbolici, come il pane e la doppia spirale, simbolo dell’unione maschile e femminile. In primo piano, in mezzo ai carrozzoni variopinti e con ornamenti floreali, arde uno spiedo, su cui è messa ad arrostire la selvaggina. Alcune ragazze raccolgono fiori, i bambini giocano allegramente e gli uomini si muovono per il campo, brindando con bottiglie di brandy (https://mnwr.pl/malarstwo-anna-binkunska/).

 

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Antoni Piotrowski, Matrimonio zingaro, 1873,                    Anna Binkuńska, Matrimonio zingaro, 1977

Cracovia, Museo Nazionale                                                         Wroclaw, Museo Nazionale

 

Al mattino del terzo giorno del matrimonio ha luogo la prova della verginità della sposa, alla presenza di alcune donne anziane, mediante un fazzoletto bianco o un panno di seta. Se il panno porta la macchia di sangue, significa che la sposa era luludji ‘fiore’, cioè vergine, e viene mostrato in pubblico e portato in corteo tra balli e grida di gioia. Se no, la giovane viene ripudiata dallo sposo e considerata come una lubní, una prostituta. Tra i canti dei gitani spagnoli vi è l’alboreá, un canto rituale di nozze che si canta all’alba del terzo giorno, dopo la “prueba del pañuelo”, per celebrare la verginità della sposa:

En un verde prado                                    In un prato verde

tendí mi pañuelo;                                   ho steso il mio fazzoletto;

salieron tre rosas                                   ne uscirono tre rose

como tres luceros                                   come tre stelle.

Bendita la mare                                         Benedetta la madre

que tiene que da                                     che deve dare

rosita y mosqueta                                   rose e rose canine

po la madrugá                                         all’aurora.

Guardalo que es bueno                            Tienilo caro che è buono;

te acompañará;                                     ti accompagnerà

si tu no lo guardas                               se tu non lo tieni

Sola te verás                                          sola tu ti vedrai (AA.VV., 1982, p. 161).

 

Nel disegno La verifica della verginità del pittore Bruno Morelli, 1998, al centro di un cerchio simbolico di donne e bambini, che esprimono il mistero della maternità, vi è un panno bianco macchiato di sangue, espressione della verginità femminile, la più grande virtù di una ragazza romní.

 

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Bruno Morelli, La verifica della verginità, 1998

 

 

La morte (meribé)

Il mondo rom è esposto più degli altri alle malattie. Le precarie condizioni di vita alla mercé degli agenti naturali, la scarsa alimentazione e la sovralimentazione disordinata, l’abuso di fumo e di bevande alcoliche provocano una serie di malattie croniche. Fino a non molto tempo fa i Rom attribuivano la causa delle malattie non ad agenti patogeni, ma all’azione di influssi nefasti, come la cattiva sorte, il malocchio e la trasgressione di tabù. I rimedi  erano di natura prevalentemente magica, mediante il ricorso a incantesimi o a transfert simbolici, con cui si cercava di trasferire una malattia su un og­getto o su un animale.

Un disegno Una cura zingara per una morsicata di orso di Hermanus Willem Koekkoek, tratto dalla rivista “The Illustrated London News” del 14 ottobre 1905, rappresenta un particolare rito di medicina simpatica, eseguito da un gruppo di Rom ursari rumeni, allevatori ed esibitori di orsi, che svolgevano un lavoro stagionale presso una locale fattoria. Mentre la famiglia era occupata a trebbiare il grano, un bambino fu morsicato da un orso. Subito soccorso, il bambino fu sottoposto a un particolare rito curativo, basato sull’analogia o relazione simpatica con l’animale. La madre seminuda, al centro di un cerchio magico, regge il bambino disteso tra le sue braccia, cantando una lamentevole nenia, mentre intorno gli uomini mandano alte grida e fanno una serie di balli, simulando la danza dell’orso, mentre il padre volteggia su sé stesso, facendo le capriole fino ad essere esausto.

 

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Hermanus Willem Koekkoek, Una cura zingara per una morsicata di orso, 1905

 

La morte (meribé) è il rito di passaggio estremo, che più di tutti è circondato da tabù. E’ un evento fonte di impurità per l’intero clan familiare, che impone una serie comportamenti prescrittivi che devono essere rigorosamente osservati. Quando uno muore, si devono coprire gli specchi con degli stracci, per evitare che vi rimanga impressa la sua immagine e si devono aprire le porte e le finestre, in modo che l’anima del morto possa partire. Si devono vuotare i secchi e i recipienti pieni d’acqua e non devono esserci in giro animali, perché il morto potrebbe trasferirsi in uno di loro.

Parenti e amici si riuniscono per la veglia funebre, intonando canti e nenie in onore del morto (mulenghi djilja), per lo più improvvisati, che celebrano le virtù del caro estinto e gli augurano un lungo riposo. Per passare il tempo non è raro che si giochi a carte e si narrino racconti della tradizione orale, non esclusi quelli comici e licenziosi.

L’incisione Veglia funebre di gitani a Triana di Gustave Doré, tratta dal periodico francese “Le Tour du monde” del 1874, mostra una scena di lutto nella comunità gitana di Triana, quartiere di Siviglia. La salma giace in un angolo appartato della casa, distesa nel letto con le mani incrociate sul petto e con le candele che ardono vicino ai suoi piedi. In un’altra stanza i familiari in veglia elevano lamenti e singhiozzi, un uomo seduto a un tavolo nasconde il viso tra le mani, una giovane donna sconsolata si getta a terra su una sedia rovesciata, tra la disperazione di una bambina, altri uomini seduti a un tavolo o in giro per la casa cercano di affogare nel vino la loro disperazione.

 

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Gustave Doré, Veglia funebre di gitami a Triana, 1874

 

Il dipinto Funerale zingaro in Transilvania del pittore slovacco Karol Ondreička, datato 1993 e conservato nella Galleria Nazionale Slovacca di Bratislava, raffigura una cerimonia funebre in uno degli insediamenti dei rom, detti vatra, alla periferia dei villaggi slovacchi, in cui furono confinati dalla politica di sedentarizzazione dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria nella seconda metà del XVIII secolo. Davanti a una baracca di un insediamento tra i Carpazi, in un paesaggio invernale coperto dalla neve, è allestito un catafalco con la bara. Il prete con i sacri paramenti e la croce, circondato dalle sagome meste e curve dei parenti, celebra la funzione religiosa, con l’immancabile accompagnamento musicale di un suonatore di contrabbasso.

 

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Karol Ondreička, Funerale zingaro in Transilvania, 1993, Bratislava, Galleria Nazionale Slovacca

 

Secondo un’antica e comune usanza i Rom mettono nella bara gli oggetti appartenuti al defunto, come i gioielli, il cappello, la pipa, uno strumento musicale come la chitarra o il violino, persino un pacchetto di sigarette, il cellulare o una caffettiera, se il caro estinto era patito di caffè. Durante il funerale è tradizione comune a tutti i Rom e i Sinti accompagnare il carro funebre, disseminando i fiori delle corone per terra lungo tutto il tragitto fino al cimitero a formare un tappeto sui cui il caro defunto compie l’ultimo suo cammino. Un’altra usanza è l’ingaggio di una banda di musicisti che accompagna il feretro, a volte anche con musiche allegre.

I Rom praticano l’inumazione. Un tempo i cadaveri venivano seppelliti clandestinamente in una fossa scavata sul ciglio della strada, presso un crocevia o sotto un albero. Sulla tomba veniva piantato un albero sacro o un cespuglio di spine per proteggere il corpo del defunto (Anonimo, 1864, p. 112).

Quando i familiari visitavano i loro defunti, ponevano sulle tombe un mazzo di fiori e talvolta piccoli doni, come un po’ di tabacco per gli uomini, perline per le donne e giocattoli o bambole di legno per i bambini (Dawson, 2009, p. 12).

Alcuni autori riferiscono che i Rom sviavano il corso di un torrente e, dopo aver scavato una fossa nel suo letto, vi deponevano il morto e infine facevano ripassare il torrente nel suo vecchio corso (Francisque, 1857, p. 143). Pare che in Inghilterra vi fossero alcuni luoghi selvaggi, che alcuni clan avevano adibito per la sepoltura dei loro membri, come la brughiera di Mousehold Heath, nei pressi di Norwich, nell’Inghilterra orientale, chiamata in zingaro Heviskey Tan o luogo delle fosse, frequentata dal clan degli Smith, che ne avevano fatto il loro quartier generale  (Borrow, 1874, p. 15).

Una reminiscenza dell’antico modo di sepoltura è rimasta viva anche in tempi moderni, quando era stata concessa agli zingari nomadi una sepoltura cristiana, come mostra la volontà di vecchi gypsies inglesi, espressa sul letto di morte, di essere sepolti non alla maniera dei gorgios, i non zingari, ma secondo l’antica tradizione (kosko puro rati), come Isaac Heron che disse ai suoi familiari: “seppellitemi sotto una siepe”, o Mosè Boswell che chiese di essere sepolto “sotto il camino”, o “sotto il focolare”, ossia sul posto dell’accampamento della sua gente (Hall, 1915, p. 241, 244). C’erano zingari di vecchio stampo che sul letto di morte minacciavano i loro figli con una maledizione, se avessero provveduto a seppellirli in cimitero (Borrow, 1874, p. 15).

Anche se ci sono diverse testimonianze di sepolture religiose di defunti zingari già nei secoli precedenti, è solo a partire dalla metà del XIX che questa pratica si diffuse e fu incoraggiata. All’inizio, benché fossero accolti nei cimiteri urbani e rurali, i Rom erano sepolti lontano dagli altri cristiani e senza una lapide. Ma poi la maggior parte dei Rom cominciò a onorare i loro morti, specialmente le grandi personalità, con solenni funerali e la sepoltura in tombe con lapidi commemorative. Sulla tomba di Daniel Boswell, nel villaggio di Selston, nel Nottinghamshire, nell’Inghilterra centrale, vi era un curioso epitaffio che diceva:

Ho alloggiato in molte città.

ho viaggiato molti anni,

ma la morte alla fine mi ha portato giù,

al mio ultimo alloggio qui (Hall, 1915, p. 242) .

      

    E’ interessante come alcune opere artistiche, specialmente relative alle usanze dei Rom dell’Europa orientale, documentino la persistenza nel XIX secolo di entrambe le modalità di seppellimento dei defunti, sia quella all’aperto in posti nascosti che quella cristiana nei camposanti. L’incisione Funerale zingaro in Transilvania del pittore francese Robert Chaillour, 1870 circa, mostra il funerale di un piccolo bambino, secondo l’usanza primitiva di seppellire in un luogo lontano e isolato, come mostra il paesaggio montuoso, aspro e solitario. La piccola bara è sorretta dal padre seduto su un cavallo, condotto per la cavezza da un ragazzino e affiancato da un familiare con una pala in spalla e un ramoscello in mano. Segue il piccolo corteo con uomini, donne, bambini e un cane, chiuso in fondo da un giovane ragazzo che incurante si attarda con una pipa in bocca.    L’incisione Funerale zingaro di Frédéric Godefroy Vintraut, incisore francese nato da genitori valacchi, 1880 circa, mostra una seppellimento nella radura di un fitto bosco. Dopo aver scavato una profonda fossa con una pala e un piccone, due uomini con l’aiuto di grosse funi vi calano il cadavere di un giovane uomo, sotto gli sguardi mesti di un gruppo di uomini, donne e bambini. E’ una cerimonia semplice e primitiva, senza alcun rito e senza accompagnamento musicale. Probabilmente si tratta di un gruppo particolare di Rom rumeni, i cosiddetti Netoţi, che significa ‘idioti’ con allusione al loro stile di vita differente dagli altri rom, che probabilmente si sottrassero alla schiavitù, fuggendo e riparando nelle foreste dei Carpazi. Giravano in tende e vivevano per lo più di caccia, di raccolta dei frutti della foresta e, occasionalmente, di rapine.         

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Robert Chaillour, Funerale zingaro in Transilvania,               Frédéric Godefroy Vintraut, Funerale  zingaro,

    1870 circa                                                                                           1880 circa

 

 

L’incisione Funerale zingaro del pittore e grafico polacco Franciszek Kostrzewski, 1868, tratto dalla rivista “Wycinek z Tygodnika Ilustrowanego” del 1868, invece, mostra una sepoltura in luogo consacrato, come si evince dal muro di cinta del cimitero disseminato di croci. Un uomo porta in spalla una piccola bara, preceduto da un giovane che porta una pesante croce di legno e seguito da un mesto corteo di uomini, donne e bambini con i capelli scarmigliati e i volti segnati dal dolore, che procedono faticosamente lungo un sentiero fangoso. Una scena di grande pathos per lo straordinario realismo e la capacità di esprimere la tensione drammatica dell’evento, al quale sembra partecipare la stessa natura, sotto un cielo di nubi nere e minacciose e gli ispidi cespugli e gli alberi agitati dal vento.

L’incisione Funerale zingaro nella regione di Semigrad del pittore ungherese Vincenz Melka, seconda metà del XIX secolo, rappresenta l’accompagnamento di un bambino al cimitero da parte di una famiglia di Rom di Semigrad, in Transilvania. Un uomo a cavallo porta una piccola bara, preceduto da un piccolo gruppetto di persone, tra cui un ragazzo con una croce in mano, una donna accompagnata dai suoi bambini e due musicisti, un suonatore di violino e uno di clarinetto Dietro vengono alcune giovani donne che si contorcono in singhiozzi e cantilene, due uomini vestiti con una lunga pelliccia, che recano sulle spalle una pala e un piccone per scavare la fossa, e una bambina con una coperta in mano, che probabilmente getterà nella tomba[1].

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Franciszek Kostrzewski, Funerale zingaro, 1868                         Vincenz Melka, Funerale zingaro nella regione di

                                                                                                                  Semigrad, seconda metà del XIX secolo

 

Vista l’impurità che circonda la morte, dopo la sepoltura occorre disfarsi dei vestiti e degli oggetti appartenuti al defunto, compreso tutto ciò che è venuto in contatto con lui al momento del trapasso, come la biancheria e il materasso, che vengono bruciati. Un tempo i Sinti, i Manouches e gypsies inglesi davano alle fiamme la tenda e perfino il carrozzone appartenuto al morto, come mostra l’incisione L’incendio della roulotte dell’artista inglese Henry Benjamin Roberts, 1874. Nella landa desolata, il piccolo carrozzone brucia tra alte fiamme che si innalzano verso il cielo grigio. In primo piano la sventurata famiglia, privata del capofamiglia, si raccoglie a breve distanza tra le poche suppellettili che sono rimaste.

 

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Henry Benjamin Roberts, L’incendio della roulotte, 1874.

 

 

Durante il periodo di lutto, che dura da sei mesi a un anno, vige il rigoroso tabù che vieta ai parenti di pronunciare il nome del morto, perché porta male. E’ proibito pettinarsi, radersi, tagliare i capelli, truccarsi, persino lavarsi con il sapone. Oltre al divieto di concedersi divertimenti, come ballare, cantare, guardare la televisione, ci sono interdizioni alimentari, che vietano di mangiare la carne e i suoi derivati, come le uova e i latticini.

Un’altra usanza comune a tutti i gruppi è il banchetto funebre che si celebra nell’anniversario della morte del familiare, detto pomana (dal rumeno pomeni ‘ricordare’), in cui a capotavola viene riservato un posto vuoto per il morto e davanti un piatto con i suoi cibi preferiti. Alla fine tutto ciò che avanza, anche le briciole della tovaglia, deve essere buttato via, messo in un recipiente e sepolto o abbandonato alla corrente di un fiume.

 

 

 

 NOTE

 

[1] I Rom balcanico-danubiani gettano nella tomba una manciata di terra, dicendo: “Mek te aval vushoro phuv po liste” (Che la terra sia leggera per lui). I Rom transilvani interrare nella tomba un po’ di tabacco. Presso i Rom del Burgenlad la vedova doveva strapparsi i capelli e gettare le ciocche nella fossa.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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