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I Rom nell'arte

Le persecuzioni: una serie infinita di crimini contro una minoranza discriminata e oppressa

18 nov , 2019  

Strano destino quello dei Rom, un popolo che non si è assimilato neppure nella propria terra d’origine, l’India. Cacciati dai sovrani europei, quando volevano soggiornare nei loro stati; condannati alle catene della schiavitù e al remo delle galere, quando l’unica loro aspirazione era la vita libera; indotti a una sedentarizzazione forzata, quando il viaggio era l’unica loro àncora di salvezza; annientati come asociali dalla follia na­zista, anche se riconosciuti di pura razza ariana; respinti ancora oggi, benché depositari di una cultura millenaria.

 

 

 

Banditi e perseguitati: la legislazione repressiva degli antichi stati europei

     La storia dei Rom è segnata da una lunga serie di persecuzioni e repressioni. Dalla fine del secolo XV alla metà del secolo XVIII i governi europei adottarono severe misure legislative per fronteggiare l’arrivo e la propagazione degli zingari, emanando editti e decreti per cacciarli dai rispettivi territori e minacciando tremende punizioni, dalla fustigazione ai tratti di corda, alla perforazione delle narici, all’amputazone delle orecchie, al marchio a fuoco, alla galera e all’impiccagione.

La prima legge contro gli zingari fu emanata in Spagna. Nel marzo del 1499 i re cattolici Ferdinando e Isabella firmarono a Medina del Campo un’ordinanza, la Prammatica Sanzione, con la quale si ordinava ai gitani di lasciare il paese entro sessanta giorni “sotto pena di cento frustate la prima volta e poi si taglino le orecchie e siano incarcerati per sessanta giorni, dopo di che vengano nuovamente banditi a vita”[1].

Questa efferata legge ha ispirato uno dei canti flamenchi più straordinari, il tiento “No les tremblaron las manos” (Non tremarono a loro le mani) del famoso cantante spagnolo Juan Peña “El Lebrijano”, che rievoca con vibranti accenti di denuncia il primo provvedimento persecutorio contro i Rom.

 

No les tremblaron las manos

    Ay, ay, ay!

No fueron los judíos ni los moros,

no fueron los judíos ni los moros,

fueron los reyes cristianos;

ella se llamó Isabel,

él se Ilamaba Fernando.

Cuando firmaron la ley

no les temblaron las manos.

    Finales del siglo XV,

noventa y nueve era el año,

una ley sin compasión

nace en Medina del Campo.

Cuando firmó, firmó, la ley, ahi

no les tembló, tembló, la mano.

 

Tra il 1499 e il 1783 i reali spagnoli promulgarono ben 250 leggi contro i gitani, che ordinavano la loro espulsione dal regno, a condizione che abbandonassero i loro costumi, il nomadismo, la loro lingua e le loro tradizionali professioni, come il commercio degli equini e la chiromanzia. Il dipinto I Supplicanti del pittore inglese Edwin Longsden Long, 1872, proprietà privata, rappresenta un folto gruppo di gitani che implorano un atto di grazia davanti al re Filippo II, che il 3 maggio 1566 aveva emesso un editto che ordinava la loro espulsione dalla Spagna sotto pena di morte. Davanti a tutti sono inginocchiati l’anziano patriarca nel tipico abbigliamento di tosatore di asini e muli con le cesoie nella cintura, una giovane donna che allatta un bambino e una danzatrice, seguiti da un ragazzino a cavalcioni su un asinello e una ragazzina con in mano un tamburello basco accompagnata da una capra ammaestrata.   

 

1301Longsden Edwin_The Suppliants                  1302Prammatica_1499

Edwin Longsden, I supplicanti, 1872, collezione privata          Prammatica Sanzione

dei re cattolici, 1499

 

Sull’esempio spagnolo anche negli altri stati europei si moltiplicarono i bandi di espulsione degli zingari. In Portogallo, per decreto del re Giovanni III, gli zingari sorpresi a vagabondare nel regno, erano frustati con corde chiodate. Nel ducato di Milano e nello Stato della Chiesa si puniva gli uomini con tratti di corda, le donne e i bambini con una serie di “staffilate”. In Moravia e in Austria si condannavano le donne e i bambini al taglio di un orecchio, in Francia alla marchiatura a fuoco sulla guancia o la rasatura dei capelli. Nei Paesi Bassi erano sottoposti alla fustigazione a sangue e alla perforazione delle narici.

L’imperatore Mas­similiano d’Asburgo, impegnato nella lotta contro i Turchi, nella Dieta di Augusta del 1500 dichiarava gli zingari “fuorilegge”, accusati di essere traditori e spie dei Turchi, e sanciva il principio che chi uccide uno zingaro non commette reato. Ferdinando I era più clemente e ordinava di risparmiare le donne e i bambini, mentre due secoli più tardi l’imperatore Leopoldo I emanava un bando per il quale dovevano essere passati immediatamente a fil di spada.

Elisabetta I d’Inghilterra nel 1554 decretava per loro la pena di morte. In Scozia gli uomini erano condannati all’impiccagione, le donne ad essere affogate, i bambini  marchiati a fuoco sulle guance. I re di Svezia ordinavano che i gitani arrestati venissero impiccati senza processo. Cristiano di Danimarca decretava la morte solo per i capi tribù. In Francia l’Assemblea degli Stati di Orléans nel 1561 ordinava a tutti i governatori di sterminarli ”col ferro e col fuoco”. Nel Settecento Federico Guglielmo di Prussia condannava alla forca tutti gli zingari maggiori di diciotto anni sorpresi in territorio prussiano. Il principe Eugenio di Savoia, governatore dello Stato di Milano, permetteva a chiunque di uccidere impunemente gli zingari con libertà di tenere il bottino “come in premio d’opera sì salutare al pu­blico bene”.

 

1303Bando_roma      1304Bando_bologna

Bando contro gli zingari, Roma 1557        Bando contra li Cingari, Bologna 1567

 

Anche la Chiesa li perseguitava o per lo meno li respingeva, come individui irreligiosi, immorali e propagatori di esoterismi. Nelle province basche era vietato loro l’accesso nelle chiese. In Svezia si proibiva ai preti di seppellire i loro morti e di battezzare i figli. In Bulgaria il clero ortodosso dichiarava peccato peggiore del furto l’elemosina fatta agli zingari. In alcuni stati della cristianità, come in Spagna e in Francia, veniva persino negato loro il diritto d’asilo, concesso a qualunque altra categoria di persone, e si dava ordine di perseguitarli a oltranza “fino ai piedi degli altari”.

 

 

Condannati alle galere: rematori al servizio della cristianità

Nelle leggi successive, a partire dalla metà del XVI secolo, compare u­na nuova strategia punitiva: l’invio sistematico degli zingari alle gale­re. Erano i tempi in cui gli stati mediterranei, come la Spagna, il Portogallo, la Francia e la Repubblica di Venezia, erano impegnati in una dura lotta contro i pirati barbareschi, che minacciavano le nostre coste, e la cristianità si preparava a  fronteggiare la minaccia turca. Per sopperire all’insufficienza dei galeotti vi fu una vera caccia allo zingaro, specialmente nella cattolicissi­ma Spagna e nello Stato della Chiesa.

In Spagna nel 1539 un editto del re Carlo V decretava la condanna alla galera da sei ai dieci anni dei gitani vagabondi. Lo Stato Pontificio con un bando del dicembre del 1557 ordinava che gli zingari dovessero essere “u­sciti et sfrattati da Roma e suo territorio entro due giorni sotto pena della gallera per gli uomini e alle donne la fru­sta”. La Repubblica di Venezia nel 1558 approvava una grida per cui ogni zingaro che non rispettava l’ordine di abbandona­re il territorio sarebbe stato condannato “al remo delle galere, dovendo servire alle catene per dieci anni”. In Francia l’Editto di Or­léans del 3 settembre 1561 imponeva “a tutti gli impostori cono­sciuti sotto il nome di Bohémiens o Egiziani di abbandonare il reame entro due mesi pena la galera e punizioni corporali”.

Nel 1571 il papa Pio V ordinò l’arresto di numerosi “Cin­gari”, sorpresi entro i confini dello stato contravvenendo alla grida del 1557, e il loro invio alle galere della flotta che era stata armata per fronteggiare i Turchi nella battaglia di Lepanto (1571), nonostante che alcuni religiosi, tra cui San Filippo Neri, prendessero le loro difese, dichiarando apertamente l’ingiustizia di cui erano vittime (Callaey, 1966, pp. 20-26).

Era normale che i criminali rinchiusi nelle carceri andassero ad ingrossare la ciurma delle galere, ma la maggior parte degli zingari condannati al remo lo erano per il solo fatto di essere zingari. Quasi la metà dei forzati gitani inviati nelle galere spagnole tra la fine del XVII e la prima metà del XVIII secolo erano stati condannati per aver contravvenuto alle “prammatiche” reali che reprimevano il loro stile di vita o per reati minori. Nel 1640 il gitano Gaspar de Flores di 34 anni, “alto de cuerpo”, fu condannato a dieci anni di galera da scontare sulla “Santa Isabel”, perché gitano e per avere truccato degli equini (http://adonay55.blogspot.com/). I fratelli Sebastián e Manuel de Avendaño de Aranda de Duero nel 1682 furono condannati a sei anni di galera “por hablar en jerigonza” (perché parlavano l’idioma zingaro), pena commutata nei lavori forzati nelle miniere di Almaden. Tra i detenuti del carcere di Malaga inviati alla galera “San José y San Miguel” il 1 giugno 1717 figura il gitano Juan Ramirez, di vent’anni, condannato a otto anni di galera per il furto di due asine (Martínez, 2011, pp. 473, 525).

La “Déclaration du roy contre les Bohemes” dell’ 11 luglio 1682 di Luigi XIV ordi­nava l’arresto immediato di tutti gli zingari e il loro invio alle galere a vita, anche “al di fuori di qualsiasi reato riconosciuto”. Purtroppo l’ordinanza non rimase lettera morta, ma fu applicata con estremo rigore. Nella lista generale dei galeotti stesa nel 1739 appaiono i nomi di novantaquattro zingari. Solo tre di loro erano stati condannati per furto, violenza o brigantaggio. Per tutti gli altri accanto al motivo della condanna si legge “in qualità di zingari, secondo la Dichiarazione del re” (vale a dire secondo l’ordine generale firmato da Louis XIV nel 1682) o “come vagabondi sotto il nome di Egiziani e Saraceni” (Foletier, 1961, p. 179).

 

1305Bando_1682       1306Galera_forzati

La Déclaration du roy contre les             Anonimo, Ciurma di galeotti durante la voga, XIX

bohemes di Luigi XIV, 1682                     secolo

 

Durante la detenzione dei loro mariti in attesa di essere inviati alle galere, le donne con i loro figli andavano a rendere loro visita negli arsenali e dire loro l’ultimo addio. L’incisione Galeotti con le loro donne di Corneil de Wael, XVII secolo, testimonia questo drammatico evento nell’arsenale di Marsiglia, dove confluivano numerosi zingari condannati in varie località francesi. Proprio a Marsiglia a metà del XVII secolo si svolse l’opera di Gaspard de Simiane signore di La Coste, discepolo di San Vincenzo de’ Paoli, a favore delle mogli dei forzati zingari con la creazione di un’opera pia e di una “Casa delle donne Egiziane”, a cui lasciò alla sua morte la somma di  duemila lire (Foletier, 1978, p. 125).

 1307Wael_galeotti

Corneil de Wael, Galeotti con le loro donne, XVII secolo

 

Le conseguenze della pena della galera nella comunità zingara furono drammatiche. Famiglie intere furono disperse. Gli uomini rimanevano per anni lontano dalle loro famiglie o addirittura non tornavano più, perché condannati a vita o annegati nell’affondamento delle galere. Le donne, dopo essere state marchiate a fuoco per essere riconoscibili, venivano incarcerate e quindi di nuovo bandite. I figli venivano strappati alle madri e sistemati negli orfanatrofi o negli ospizi di carità.

 

 

 

 Deportati oltreoceano: come liberarsi di una presenza scomoda

     Un altro modo di liberarsi della presenza scomoda degli zingari fu la loro deportazione nelle colonie, che vide impegnate le principali potenze marittime dell’Europa. Nel XVII e XVIII secolo la Spagna inviò un gran numero di gitani negli stati dell’America latina, nelle Antille e in Africa. Il Portogallo deportò in massa i Calons nella condizione di “degredados”, ossia di esiliati, in Brasile e nelle colonie africane dell’Angola, Capo Verde e Sao Tomé.

La Francia, durante il regno di Luigi XIV, adottò la stessa politica invian¬done in Martinica, nella Guyana francese e in Luisiana. Sette zingare da diciassette a trent’anni figurano nel 1719 sulla lista delle donne detenute nella prigione di La Force a Parigi da inviare in Luisiana per servire da spose ai coloni celibi (Foletier, 1961, p. 179). All’inizio dell’Ottocento ad Alexandria, in Luisiana, si registrano matrimoni tra zingari e mulatti e probabilmente molte delle più antiche famiglie in Luisiana potrebbero essere di discendenza zingara (Sinclair, 1917, p. 314).

L’inghilterra si sbarazzò dei gypsies (uomini e donne) detenuti nelle carceri, deportandoli oltre oceano o, come dicevano gli zingari, pavdle the bori pavnee (oltre il grande mare) in Giamaica, nelle Barbados e nelle piantagioni della Virginia. Inoltre inviò sistematicamente centinaia di zingari in Australia, accusati di reati irrisori o con i pretesti più banali. Le “Transportation Lists” o Liste delle deportazioni tra il 1787 e il 1867 riportano il caso di una donna deportata per aver rubato un pettine di una signora del valore di sei penny o di un uomo esiliato per sette anni per aver sottratto alcune riviste da una cassetta per lettere di un cottage. Un giovane zingaro fu condannato alla deportazione d’oltremare per aver rubato delle briglie di cavallo. Un caso singolare fu quello di John Chilcot, che fu condannato ad essere deportato nell’isola di Tasmania, a sud dell’Australia, per aver rubato un cavallo e una puledra. Sua moglie non si diede pace, compì deliberatamente un furto per cui fu spedita in Tasmania, dove si ricongiunse con il marito (Hall, 1915, p. 247-252).

Il reverendo inglese George Hall descrive le scene strazianti delle donne e dei bambini in lacrime nel porto di Suthampton mentre salutavano, forse per l’ultima volta, i loro parenti bitchardé, ossia trasportati in Australia, che gli zingari chiamavano eufemisticamente Sonnakye Tem ‘la terra dorata’, perché si diceva che vi si trovassero grosse pepite d’oro. Il giovane Mosè Heron, in procinto di essere deportato in Australia per il furto di un cavallo, tagliò un lembo del foulard che aveva al collo e lo gettò alla fidanzata, come pegno scaramantico del suo ritorno. Se non morivano in esilio, i deportati che facevano ritorno in Inghilterra dopo parecchi anni, facevano fatica a farsi riconoscere dai loro famigliari che li aspettavano al porto. Uno zingaro, dato che i figli che aveva lasciato da piccoli e persino la moglie avrebbero stentato a riconoscerlo come un novello Ulisse, al suo arrivo al porto fece sapere, come mezzo di identificazione, che avrebbe portato un piccolo fascio di legna sulla spalla destra (Hall, 1915, pp. 253- 254).

Tra i deportati in Australia nel XIX secolo vi fu il famoso pugile Jack Cooper, soprannominato “The Gypsey”, campione dei pesi medi nel combattimento a mani nude, come mostra una stampa del 1824. Al culmine del suo successo, benché sposato con la bella gitana Charlotte Lee, si innamorò di una ragazza gorgio (non zingara). Quando costei derubò una donna della sua borsa, non esitò a incolpare sé stesso del furto, per il quale fu condannato alla deportazione.in Australia. Si dice che durante il lungo periodo di detenzione insegnasse la box ai giovani australiani e che una volta liberato si trasferisse in Tasmania, dove sarebbe morto all’età di 105 anni (Borrow, 1874, p. 136).

 

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 Anonimo, Jack Cooper, 1824

 

 

 

Contadini e sedentari per forza: la politica asimilatrice dei sovrani illuminati

     Nel secolo XVIII la politica dei sovrani europei fu tutta tesa nello sforzo di assimilare i nomadi alla popolazione locale, costringendoli alla sedentarizzazione e al ripudio del loro stile di vita. La principale promotrice fu l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che consacrò tutti i suoi sforzi per trasformare gli zingari in buoni contadini e cittadini. A partire dal 1758 emanò una serie di leggi che obbligavano gli zingari alla sedentarizzazione forzata e all’abbandono della lingua, dei costumi, dell’abbigliamento e dei me­stieri tradizionali, in particolare l’allevamento e il commercio dei cavalli. Non dovevano più essere chiamati zingari ma “Neubauern” (Nuovi contadini) o Uj magyar (Nuovi ungheresi), facendo scomparire il loro nome e negando persino l’esistenza di un gruppo etnico zingaro.

Una delle più atroci disposizioni prevedeva che i bambini zingari d’età superiore ai 5 anni dovessero essere tolti alle loro famiglie per essere allevati a cura dello stato presso cittadini o agricoltori. Tra il dicembre del 1773 e l’aprile del 1774 l’ordine fu eseguito in diverse località dell’impero austro-ungarico, come nel distretto di Bratislava e a Fahlendorf e a Hideghib, in Ungheria. Un dipinto Incursione della gendarmeria austro-ungarica in un accampamento zingaro, di un artista anonimo, XX secolo, rievoca una di queste feroci rappresaglie in un accampamento messo a soqquadro dai gendarmi a cavallo, tra il fuggi fuggi delle madri che cercano di trarre in salvo i loro bambini, che verranno presi, stipati sui carri e condotti in posti lontani.

In Spagna Carlo III, con lo scopo dichiarato di trasformare “una masa de ociosos” in “subditos utiles”, il 19 settem­bre 1783 emanò una Prammatica Sanzione (l’ultima di una lunga serie incominciata nel 1499 con i re cattolici), in cui ordinava ai gitani di “scegliere una dimora fissa, abbandonare i vestimenti, la lingua e le abitudini” nello spazio di 90 giorni, pena la marchiatura a ferro rosso e la condanna a morte. Sancì, inoltre, l’equiparazione legale con il resto della popolazione, proibendo che fossero chiamati gitani e imponendo il nome di Nuovi Castigliani (sul modello di Nuovi Cristiani che designa­va un tempo gli ebrei convertiti). Anche in Russia l’imperatrice Caterina la Grande nel 1783 emanò un decreto che obbligava tutti gli zingari che vivevano in Russia a diventare sedentari, a praticare l’agricoltura e a pagare le tasse come tutti gli altri sudditi.

 

 

1309polizia_austrungar                  1310Pragmática Sanción 1783

Anonimo, Incursione della gendarmeria       La Prammatica Sanzione di Carlo III, 1783

austro-ungarica in un accampamento

zingaro, XX secolo

 

 

 

Frustati e impiccati: i cartelli di avvertimento del XVIII secolo

Nel XVIII secolo un originale deterrente per dissuadere gli zingari ad entrare in alcuni territori dell’Impero Romano Germanico, come l’Austria, la Germania, la Repubblica Ceca e i Paesi Bassi fu quello di affiggere alle frontiere, alle porte delle città o in luoghi strategici dei segnali di avvertimento che illustravano le tremende punizioni corporali in cui potevano incappare coloro che oltrepassavano quel limite: la forca per gli uomini, la fustigazione per le donne e i bambini. Si trattava fondamentalmente di grandi pannelli di legno dipinti, accompagnati da una breve scritta, come “Zigeuner Straffe” o  punizione degli zingari, detti Taternpfähle o Heidenstöcke.

L’idea pare sia venuta nel 1702 nel regno di Prussia, allorché si ritenne utile integrare un editto di espulsione degli zingari, da “gridare” sulle pubbliche piazze, con l’erezione di segnali ammonitori visivi per una popolazione ritenuta analfabeta e per eliminare ogni scusa di ignoranza della legge. Da allora le principali strade dell’impero furono disseminate di centinaia di questi “cartelli” di pericolo. Nella sola regione del Württemberg, nella Germania sud-occidentale, erano stati fabbricati 124 segnali di avvertimento. Eppure solo sette o otto di loro sono sopravvissuti e si trovano nelle collezioni di musei regionali di quegli stati. Gli altri sono andati perduti, probabilmente distrutti dagli agenti atmosferici, dalla gente del posto che ne ricavava legna da ardere o nottetempo dagli stessi zingari (Steiner, 2029, pp. 140-142).

Uno dei segnali di avvertimento più elaborati è quello della prima metà del Settecento, conservato nell’Universalmuseum Joanneum di Graz, in Austria. In primo piano una comitiva di uomini, donne e bambini sembra avanzare tranquillamente nella vasta pianura. Un soldato con una alabarda in mano li ferma, puntando il dito verso una scena che mostra due zingari con le mani legate e la schiena denudata che vengono frustati da due aguzzini. A destra una giovane donna, in piedi e con le mani legate, viene torturata al seno con un pinza rovente. Al di là di un fiume, che probabilmente indica il confine invalicabile, una persona seduta su una sedia attende la decapitazione di fronte a due chierici. Sullo sfondo altre scene macabre di uomini alla ruota o appesi alla forca. Intorno corre un cartiglio con la scritta:“Ascolta, zingaro, non restare qui, lascia il paese o verrai flagellato”.

Un altro segnale simile, conservato nel Castello di Nové Hrady di České Budějovice nella Repubblica Ceca, 1710 circa, mostra le punizioni inflitte agli zingari che entravano in Boemia. Un aguzzino fustiga uno zingaro sulle spalle nude, un altro taglia il naso a una donna, mentre il cadavere di un uomo penzola dalla forca. A sinistra sembra di vedere l’incendio di una casa attribuito agli zingari, la cui fama di incendiari non si era spenta fin dai tempi dell’incendio di Praga del 1541.

 

1311Graz      1312Boemia1710

Segnale di avvertimento, prima metà XVIII                      Segnale di avvertimento, 1710 circa, České Budějovice,

secolo, Graz, Universalmuseum Joanneum                         castello di Nové Hrady

 

Due insegne di avvertimento che erano affissi alle porte della città di Harburg, in Baviera, 1715 circa, conservati nello Stadtmuseum di Nördlingen, presentano immagini visive altrettanto terrificanti. In un pannello ligneo è raffigurato uno zingaro appeso a una forca, mentre un altro con le mani legate dietro la schiena viene fustigato e condotto in carcere con sotto la scritta “Jauner und Zigeiner Strafe”, punizione di vagabondi e zingari. In un altro si vede una forca con un uomo impiccato e in primo piano due carnefici che con una frusta colpiscono un uomo e una donna, con sotto la scritta “Punizione per gli zingari e le zingare che entrano nel paese”.

 

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Segnali di avvertimento, 1715 circa, Nördlingen, Stadtmuseum

 

Un cartello di avvertimento del 1731, conservato nella fortezza Veste di Coburgo in Baviera, presenta un macabro spettacolo. In primo piano campeggia una forca a cui sono appesi un uomo e una donna, mentre in basso un gendarme prende a frustate uno zingaro appena catturato. Al di là di un fiume (probabilmente il fiume Itz che attraversa la città) due uomini sono condannati al supplizio della ruota e in basso un uomo, armato di archibugio, spara a uno zingaro che scappa. Sotto vi è una didascalia che dice: “Punizioni corporali e capitali degli zingari, furfanti e vagabondi che saranno sorpresi in questo principato di Coburgo”.

Uno straordinario esemplare di cartello ammonitore è la bella edicola di legno ben conservata, che era affissa alla porta di Roermond, del 1710 circa e ora al Gemeentemuseum della cittadina olandese, dove si vede uno zingaro legato con le mani a un palo, flagellato e marchiato con ferro incandescente da due boia, con sotto la scritta: “Straff der Heydens”, punizione dei pagani, come venivano chiamati gli zingari.

 

1315Veste Coburgo     1316Olanda

Segnale di avvertimento, 1731,                       Segnale di avvertimento, 1710 circa,

Coburgo, castello Veste                                     Roermond, Gemeentemuseum

 

Questa ossessione dei governi europei di “ripulire” con ogni mezzo i propri territori dalla piaga degli zingari, considerati pericolosi e dannosi, era una pura utopia. Non ci è dato conoscere quale efficacia abbiano avuto questi cartelli, ma si presume che fossero ampiamente disattesi dagli zingari, che continuarono a viaggiare in Europa in lungo e in largo. La maggior parte di loro, quando venivano arrestati, accampavano scuse basate sulla mancanza di conoscenza di qualsiasi divieto. Altri, ammettendo candidamente la loro trasgressione, davano risposte spontanee e naturali che hanno ancora oggi, a distanza di secoli, una grande validità attuale. Una zingara, catturata nel 1727 nello Schleswig-Holstein, in Germania, alla quale fu chiesto dalle autorità se fosse a conoscenza del bando, rispose senza esitazione: “I contadini me ne avevano parlato. Ma, ahimè, dove dovremmo rivolgerci? Non possiamo insinuarci nella terra”. Nel 1723 Anna Catherina Bergner, una zingara fermata a Kladno, in Boemia, diede una risposta simile dicendo: “Dove possiamo andare, se noi non abbiamo la nostra terra?” (p. 149).

Purtroppo le raffigurazioni sui segnali di pericolo, come del resto le punizioni contenute nei bandi, non erano affatto esagerazioni. Gli zingari, infatti, come dimostrano le fonti storiche, furono puniti, mutilati, o giustiziati nei vari modi mostrati, per il fatto di essere zingari.

 

 

Braccati come animali: la caccia allo zingaro

Nel XVIII secolo si ricorse anche alla eliminazione diretta e sommaria degli zingari, sorpresi entro i confini del proprio territorio. In Austria, Germania e Paesi Bassi si organizzavano le cosiddette Heidenjachten (caccia ai pagani), vere battute di caccia contro gli zingari, alle quali partecipavano anche privati cittadini, per catturare e uccidere . All’inizio del Settecento in Germania si svolse una battuta di caccia in cui i nobili “non ebbero difficoltà di tirare a gara ben diritto, come a una bestia selvaggia, contro di una zingara e un suo bambino che ella stava sotto un albero allattando” (Predari, 1841, p. 177). Nell’aprile del 1726 il conte di La Leyen ordinò delle battute nelle foreste della contea, specialmente a Welferding nella Lorena, per cacciare “la dissoluta marmaglia” (Hiegel, 1960, p. 144). Nel 1737 si organizzò una “caccia generale” nei boschi del Gelderland, una regione dell’Olanda centro-orientale, in cui si annidavano numerosi zingari. In Navarra se ne fece una caccia spietata e venne posta persino una taglia sugli zingari di cui si procurasse l’arresto. Nei paesi baschi un vecchio afori­sma diceva che “abbattere uno zingaro con un buon colpo di carabina è legittimo come uccidere un lupo o una vol­pe”. In alcuni paesi, come Aldudes e a Baigorry, allorché compariva uno zingaro veniva braccato come un animale e preso a colpi di fucile (Francisque, 1857, p. 128).

L’incisione Gli zingari catturati del pittore tedesco della scuola di Düsseldorf Eduard Schulz-Briesen, rappresenta in modo realistico e crudo questa feroce barbarie. Una povera comunità di zingari, catturata durante una battuta di caccia nelle campagne circostanti, viene scortata dentro le mura della città da persone armate di forche e bastoni. Un uomo dall’aspetto di brigante con un cappello piumato e una spada al fianco conduce per mano una ragazza a piedi nudi con lunghi capelli neri, che nasconde la faccia con un braccio, e un bambino completamente nudo. Li precede una giovane donna con un bambino in braccio e con pochi utensili da campo sulle spalle. Alla loro vista un vegliardo dalla lunga barba bianca mostra minaccioso i pugni, un macellaio sulla porta della sua bottega, dove è appeso un bovino appena macellato, osserva con aria truce e soddisfatta, una donna con il terrore negli occhi alza le braccia, un gruppetto di bambini si stringono intorno al una donna con in braccio una piccola bambina e una nobildonna con l’ombrellino mette gli occhiali per osservare meglio le fattezze orrende di queste persone e un ragazzino aizza il proprio cane contro il cane degli zingari. Oltre alla denuncia della bruta violenza di una società urbana, che si sente sicura nelle sue mura e saldamente convinta dei suoi valori, su una minoranza indifesa e oppressa, colpisce la fierezza del capo che con la camicia aperta sul torace avanza con fierezza e dignità, sfidando umiliazioni, minacce e forse anche la morte.

Il dipinto Zingari nella foresta del pittore tedesco Ludwig Knaus, 1855, collezione privata, è una emblematica testimonianza di questi conflitti tra gli zingari e la popolazione locale, che qui si risolvono in modo farsesco e a lieto fine. Il villaggio di Stekhein nella Foresta Nera, in Germania, è in allarme per l’arrivo degli zingari che si sono accampati nella vicina foresta. Gli abitanti si armano di forconi, bastoni e rastrelli e marciano verso la foresta, decisi a farsi giustizia della banda di vagabondi che infestano il paese. Ecco, però, che appare père Ganne, la guardia campestre bavarese, che li ferma a debitadistanza. Il vecchio avanza nel bosco con passo fermo e solenne, seguito solamente dal suo cane. Si avvicina al personaggio più importante della truppa, un uomo alto vestito di vecchi abiti smessi, che gli mostra i documenti. La guardia li osserva con i suoi occhiali, mentre in fianco una vecchia donna indica qualcosa con il dito. Un giovane uomo è sdraiato per terra e una madre allatta il suo bambino, mentre una ragazza sbuca da dietro un albero, riavviandosi i suoi lunghi capelli neri. Alcuni bambini si rotolano nell’erba e una povera bestia da soma bruca a qualche passo di distanza. Non c’è niente di pericoloso o allarmante. Persino la scimmia e il cane sembrano familiarizzare dopo un primo momento di aggressività (Le Magasin Pittoresque, 1856, p. 57-58).

 

1317Schulz-Briesen_Cattura1880a         1318Knaus

Eduard Schulz-Briesen, Gli zingari catturati, 1880           Ludwig Knaus, Zingari nella foresta, 1855, collezione

privata

 

 

Vagabondi, nemici dell’ordine e della sicurezza: cacciati, censiti, discriminati

Nell’Ottocento gli Stati europei non ricorrono più alle drastiche e disumane soluzioni del passato, come l’impiccagione o la condanna ai lavori forzati, ma utilizzano le norme relative alla mendicità e al vagabondaggio per incrementare misure poliziesche e repressive contro gli zingari, considerati “oziosi e vagabondi”. Si assiste così a uno stillicidio di interventi autoritari, che sottopongono gli zingari a continui allontanamenti, espulsioni, respingimenti alle frontiere, angherie di ogni sorta  e discriminazioni. Numerose opere artistiche e illustrazioni popolari, come cartoline e figurine pubblicitarie, offrono una realistica testimonianza dell’opprimente e vessatoria politica nei riguardi delle carovane in movimento nel centro-europa tra la seconda metà del XIX e i primi decenni del XX secolo.

L’incisione L’ordine di espulsione dell’acquarellista e illustratore svizzero Gustav Roux, 1874, mostra la cacciata di una numerosa comitiva di Rom ursari. Due uomini con in mano un tamburo e un ragazzo con un bastone, accanto a due orsi sdraiati, con espressione dimessa e ad occhi bassi ascoltano un gendarme che esamina i loro documenti. Dietro di loro una donna con il capo avvolto in un grande foulard sembra tranquillizzare il cavallo, su cui è seduto un piccolo marmocchio che mangia un frutto. In basso una donna e un bambino, sdraiati per terra, guardano con stupore e apprensione. Alcuni bambini del villaggio e due donne affacciate sulla porta di casa assistono alla scena, manifestando curiosità, ma forse anche incomprensione per tanto rigore verso questa povera gente di saltimbanchi che vagano da un luogo all’altro, guadagnando da vivere per il loro divertimento.

Una scena simile la ritroviamo nell’incisione L’interruzione dello spettacolo artistico del pittore tedesco Heinrich Schaumann, 1873. Nella piazza del villaggio, in cui sorge un grande pozzo pubblico, un burbero voshaló o gendarme interrompe uno spettacolo di ammaestratori di orsi e scimmie. Una donna mostra inutilmente un documento, mentre un uomo in piedi e impassibile con un tamburo in mano tiene alla catena due orsi. Due scimmiette ammaestrate, vestite nella moda del tempo con un cappellino in testa, rovistano in una cesta di frutta, sotto lo sguardo perplesso degli abitanti del borgo e dei bambini venuti ad assistere allo spettacolo.

 

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Gustav Roux, L’ordine di espulsione, 1874                                  Heinrich Schaumann, L’interruzione dello

                                                                                                                           spettacolo artistico, 1873

 

Nell’incisione Cacciata degli zingari dell’illustratore tedesco Emil Limmer, 1884, una carovana di zingari viene accompagnata oltre il confine della Prussia. Un povero carretto a quattro ruote con volta arcuata, trainato a mano da due uomini, attraversa un piccolo ponte sotto un cielo di nuvole nere, sotto la sorveglianza di severe guardie prussiane o shingalé. Davanti un’anziana donna con la pipa in bocca tiene per mano una nipotina, seguita da due giovani donne nel tradizionale abbigliamento gitano con lunghe gonne e la classica paramenka in cui portano i neonati, mentre in fondo un giovane con la chitarra sotto il braccio e le mani in tasca sembra irridere a questa vessatoria e ripetitiva messinscena, alla quale sembrano si siano ormai abituati.

In una cartolina del 1893 troviamo riprodotto il dipinto Il controllo di una carovana di zingari di un artista anonimo francese che mostra una lunga teoria di carri su una carrozzabile di campagna fermati da un gendarme francese per l’inevitabile. Un uomo, probabilmente il capo della carovana, mostra un documento al severo e non convinto gendarme, mentre la comitiva è ferma, tra la curiosità di una donna che si affaccia da una roulotte, l’insofferenza dei cavalli che scalpitano e la velata protesta di quelli di coda contro questa ennesima operazione poliziesca.

 

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Emil Limmer, La cacciata degli zingari, 1884               Anonimo francese, Il controllo di una carovana di

                                                                                                       zingari, 1893

 

Nei giornali e nelle riviste dell’inizio del XX secolo sono riportati numerosi episodi di espulsione, che provocavano gravi incidenti diplomatici ai posti di frontiera tra la Francia, la Germania e la Svizzera.

Un articolo Gli zingari alla frontiera franco-tedesca della rivista settimanale francese “Le Petit Journal illustré” dell’8 settembre 1912 riporta la notizia che tre roulotte occupate da 27 zingari, che sostavano abusivamente a Nancy, in Lorena, furono accompagnate dalla polizia francese alla frontiera tedesca. Qui trovarono i gendarmi tedeschi, che prontamente sbarrarono il passaggio agli zingari. Nell’illustrazione vediamo la comitiva sul confine franco-tedesco. Un uomo con un bastone in mano, attorniato da un gruppo di donne e bambini, tenta di forzare il blocco dei gendarmi tedeschi che respingono l’assalto, mentre i soldati francesi stanno a guardare. La banda rimase per qualche tempo accampata sul confine dei due stati, sotto l’occhio delle due stazioni di polizia. Alla fine i gendarmi francesi, su ordine del ministero, trasferirono gli uomini e le donne, sui quali pendeva un ordine di espulsione, nel carcere di Nancy e i bambini, che erano non meno di 21, furono affidati alle cure dell’assistenza pubblica.

L’articolista concludeva con una frase che suona di estrema attualità ancora oggi, a oltre un secolo di distanza: “Così ci sono 27 stranieri in più a spese dei contribuenti francesi, 27 individui che per un periodo più o meno lungo vivranno completamente a spese del nostro bilancio. Quando, dunque, i paesi europei si decideranno a stabilire un accordo internazionale che permetterà di inviare questi vagabondi nei loro paesi di origine? Ma in attesa di questo accordo, quando si deciderà di stabilire alla frontiera una stretta sorveglianza per impedire loro di entrare da noi?” (Le Petit Journal illustré, 8 settembre 1912, p. 12).

Il caso si ripetè alla frontiera svizzera nel 1913. Una numerosa carovana di zingari fu condotta dai francesi fino al confine svizzero, ma fu fermata dalle guardie svizzere. Espulsi dalla Francia e rifiutati dalla Svizzera, senza poter avanzare né tornare indietro gli zingari si accamparono sulla linea del confine. Dopo un mese le autorità svizzere e francesi di comune accordo decisero di trasportarli oltre il confine dell’Alsazia. Qui gli zingari furono nuovamente respinti dai gendarmi tedeschi e furono costretti a piazzarsi nella zona di confine a cavallo tra Germania, Francia e Belgio, finché si decise di bruciare i loro beni e disperdere la tribù, utilizzando il trasporto ferroviario (http://adonay55.blogspot.com/).

 

 

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Le Petit Journal illustré, Gli zingari                     Giornale francese, Gli zingari alla frontiera

alla frontiera franco-tedesca,                                franco-svizzera,  1913

8 settembre 1912

 

Questi espatri erano gli emblemi perfetti di una situazione assurda: agli zingari, espulsi da un paese, non era nemmeno permesso di passare al vicino territorio, poiché ogni luogo era proibito. Per loro non c’era un posto legale dove stare. Si ripeteva continuamente il dramma secolare di un popolo oppresso e cacciato dovunque, la cui unica possibilità era di “insinuarsi nella terra”, come diceva la zingara nel 1727 alle autorità tedesche dello Schleswig-Holstein. La visione di questo trattamento che è loro riservato è satiricamente illustrato in una figurina pubblicitaria emessa a Parigi nel 1900 per il “Chocolat-Louit”. La parte superiore raffigura un gruppo di zingari in cammino con le loro carovane trainate dai cavalli. Nel registro inferiore gli stessi zingari, a piedi, sono cacciati indietro dai gendarmi, sotto lo sguardo di una donna, evidentemente soddisfatta e tranquillizzata dalla loro cacciata (http://www.mucem.org/mobilite-metissage-et-communication).

 

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Figurina “Chocolat-Louit”, Les Bohémiens, 1900

 

Se nei secoli precedenti i Rom vedevano nella macchina statale il nemico principale e ce l’avevano con i diretti artefici dei loro drammi, come i giudici, i funzionari, i torturatori e i boia, è a partire dall’Ottocento che comincia a formarsi il sentimento di diffidenza, paura e odio verso le guardie, gli sbirri e i gendarmi, con cui hanno a che fare quotidianamente e ai quali attribuiscono la responsabilità di tutti loro mali[2]. Il rapporto conflittuale dei Rom con le forze dell’ordine è manifesto nella ricca ed espressiva terminologia con cui vengono definiti i gendarmi nel loro linguaggio: voshalé (‘quelli dei boschi, guardie campestri’, da vosh ‘bosco), shingalé (‘quelli del corno’ da shing ‘corno’, con allusione al caratteristico elmetto chiodato dei gendarmi prussiani), dorjéngre (‘quelli delle manette’, da dori ‘corda’), phandle (‘quelli che imprigionano’, da phandav- ‘arrestare’), bashtane (quelli che gridano, s’arrabbiano, da bashi ‘gridare’), kushtiné (quelli che insultano, da kushav- ‘insultare’), kurmangré (quelli che percuotono, da khur ‘picchiare’), klisté (quelli a cavallo), pořalé (‘i panciuti’, da poř ‘pancia’), panjaré (‘cocomeri’, ‘zucconi’, da panjeskere ‘cocomero’), pabalole ‘pomodori’) e così via.

 

 

I “divieti di sosta” e “il calcio alla pentola” 

Per secoli in Inghilterra la popolazione aveva accettato con indulgente tolleranza i gypsies che si accampavano lungo i bordi della strada, nei boschi e nelle desolate brughiere. All’inizio del XX secolo, però, questo atteggiamento nei loro confronti mutò. La riduzione graduale degli spazi liberi e comunitari, in seguito all’ondata delle enclosures, le recinzioni delle terre comuni e dei campi aperti autorizzate dalle leggi a favore dei grandi proprietari terrieri, e la messa a coltura di aree incolte divennero fonte di conflitto tra gli zingari e i sedentari (v. il capitolo I Rom e il paesaggio: la poetica dei “senza luogo”).

Nel 1909 nel Surrey, nell’Inghilterra sud-orientale, i proprietari terrieri, capeggiati dal conte di Onslow, costituirono un’associazione per sollecitare un’azione di polizia per cacciare gli zingari dalla contea, lamentandosi dei furti e dei disordini che provocavano. Il settimanale inglese “The Graphic” dedica un articolo, intitolato La campagna contro i Gypsies, del 24 aprile 1909 con una illustrazione in cui si vede un accampamento zingaro su un terreno cintato da una staccionata. Un giovane zingaro affronta lord Onslow in atteggiamento altezzoso, in compagnia di altri proprietari terrieri arrivati a cavallo per fare sloggiare gli zingari. In primo piano davanti al modesto carrozzone ippotrainato la piccola famigliola con le donne e i piccoli bambini è raccolta attorno a un treppiede con un pentola con la cena serale (https://www.guildford-dragon.com/2018/04/27/book-review-their-day-has-passed-gypsies-in-victorian-and-edwardian-surrey/).

Intorno al 1900 i contadini del villaggio di Blaxhall nel Suffolk, nell’Inghilterra orientale, se la presero con gli zingari accampati da lunga data nell’area del common, perché dediti al bracconaggio e rovinavano i campi, facendo entrare i loro cavalli a pascolare a notte fonda, e li sfrattarono con una singolare cerimonia di espulsione. Un corteo di contadini, preceduti da un suonatore di tromba e di un’armonica a bocca, si avviò verso l’accampamento senza trovare resistenza. Gli zingari, al sentore delle prime voci, rassegnati, avevano già aggiogato il loro cavalli e gli asini ai carri. Furono accompagnati fino alla strada maestra, dove la polizia li prese in consegna e li trasferì nella giurisdizione di un’altra parrocchia (https://thosewhowillnotbedrowned.wordpress.com).

 

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Graphic, La campagna contro i Gypsies, 24 aprile 1909

 

Nel secondo dopoguerra in Italia le disposizioni di polizia non permettevano agli zingari di sostare più di 24 o 48 ore in un posto. Provvedimenti legislativi, regolamenti ed ordinanze li scacciavano da un comune all’altro, un’eco degli antichi bandi del passato. In numerosi comuni si proibiva loro la sosta su piazzali e aree pubbliche con grandi cartelli che riportavano la scritta: “Divieto di sosta agli zingari”, “Divieto di stazionamento carovane e zingari, “Divieto di sosta ai nomadi e carovane”. Con una circolare del Ministero degli Interni dell’11 ottobre 1973 questi cartelli furono dichiarati incostituzionali e dovevano essere rimossi.

In Francia fin dal 1912, quando fu introdotto il famigerato “carnet anthropométrique” o libretto antropometrico (che gli zingari ribattezzarono subito “baro lil” o grande libro), contenente i dati anagrafici, le impronte digitali, la foto e i dati antropometrici di ciascun componente il nucleo familiare, si instaurò un rigido clima di controllo sui movimenti e la sosta dei nomadi circolanti sul territorio nazionale. Anche qui apparvero quasi dovunque i cartelli montati su un palo di legno con la scritta “Stationnement interdit aux nomades”. Fu solo nel 1969 che questo regime poliziesco di controllo e di interdizione fu superato con una legge, che aboliva il  “carnet anthropométrique” e sanciva il diritto dei nomadi di viaggiare liberamente su tutto il territorio.

Il dipinto Les Gens du Voyage dell’artista “manouche” Albert Morel, seconda metà del XX secolo, collezione privata, ritrae una famiglia di “manouches” francesi accampati con le loro roulottes in un’area ricoperta dalla neve alle porte di un villaggio. Gli uomini, le donne e i bambini sono riuniti di primo mattino attorno al grande falò in mezzo al campo, per scaldarsi e sorseggiare una bevanda calda, mentre un uomo, seguito da un cagnolino, porta una fascina di legna sulle spalle. In uno stile naïf l’artista crea un forte contrasto tra i colori spenti e tenui del paesaggio invernale, che caratterizzano il villaggio dei sedentari con le loro case e la chiesa, e i colori vivi e sgargianti della vita nomade, le roulottes, i vestiti degli zingari e il sole dorato, amico dei viaggiatori. A sinistra, mezzo sepolto dalla neve, campeggia un cartello con la scritta “Stazionamento proibito a fieranti e nomadi”, che gli zingari sembrano ignorare e di cui si fanno beffe, essendo loro notoriamente analfabeti (http://filsduvent.kazeo.com/l-art-tsigane-c27543236/5).

La vignetta Divieto di sosta del disegnatore francese Frédéric Deligne, 2010, rappresenta, con intenti meno descrittivi e più di denuncia sociale, un carretto zingaro, trainato da un cavallo esitante e perplesso, che gira alla ricerca di un posto in cui fermarsi su un’area circolare, delimitata tutt’attorno a distanza regolare da segnali di divieto di sosta. E’ La caricatura paradossale degli zingari “nomadi per forza”, rigettati da un posto all’altro senza possibilità di fermarsi. (https://lewebpedagogique.com/lapasserelle/tag/liberte-dexpression/).

 

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Albert Morel, Les Gens du Voyage, seconda                         Frédéric Deligne, Il divieto di sosta, 2010

         metà XX secolo, coll. pr.

 

Nella memoria dei Rom anziani è ancora vivo il ricordo di un’avvilente procedura operata in tempi non molto lontani dagli agenti di polizia, che si ripeteva spesso quando, dopo aver viaggiato per un’intera giornata, si accampavano in uno dei posti vietati per trascorrere la serata in pace. Mentre gli uomini abbeveravano i cavalli, le donne preparavano la cena. Immancabilmente arrivavano i vigili, che intimavano loro di sloggiare. Davanti alla richiesta di dar loro almeno il tempo di mangiare, il vigile di turno sferrava un violento calcio alla pentola sul fuoco in cui bolliva la minestra del pasto serale. Questa sconsiderata azione è diventata il paradigma della loro oppressione e umiliazione, che li annichilivano nel profondo dell’animo e li rendevano incapaci di una qualsiasi reazione.

La grande pentola o kakavi, con la quale si faceva da mangiare per un grande numero di persone, era l’oggetto totemico della loro vita domestica e familiare. Faceva parte, come la tenda e il treppiede, dell’apparecchiatura indispensabile alla loro vita nomade. Negli arazzi di Tournai del XVI secolo e nelle incisioni e nei dipinti di artisti del XVII secolo, come Jacques Callot e Jean Tassel, grandi pentole erano appese alle selle dei cavalli o portate sulle spalle dagli uomini o perfino dai ragazzini. Nell’immaginario rom la kakavi è carica di ancestrali simbolismi, dagli affetti familiari alla prosperità economica e alla fecondità riproduttiva[3]. Lo studioso greco Alexandre Paspati nel suo lavoro sui “Tchinghianés” dell’impero ottomano, pubblicato nel 1870, menziona una singolare festa detta kakkavá o festa delle caldaie, che veniva celebrata dai Rom musulmani della Tracia e della Rumelia. Il 23 aprile, giorno dedicato a San Giorgio, i Rom lasciavano i quartieri invernali e si davano appuntamento in un grande spiazzo erboso e qui davano una festa che durava tre giorni. Si uccideva un agnello e si imbandiva una tavola ricoperta di fiori e piena di vini (Paspati, 1870, p. 27).

 

 

 

Pogrom razzisti e linciaggio mediatico

     I Rom sono uno dei gruppi etnici minoritari più perseguitati oggi in Europa. Il razzismo e l’intolleranza verso di loro si esprimono sotto diverse forme di violenza, di cui è ricca la cronaca. Molto spesso le proteste dei cittadini contro la presenza di accampamenti zingari sfociano in veri e propri raid, con il lancio di bottiglie incendiarie contro le roulottes o l’uso di armi contro gli occupanti. E’ indimenticabile la strage del 23 dicembre 1990 compiuta dalla tristemente famosa Banda della Uno Bianca nel campo nomadi di via Gobetti, alla periferia di Bologna, dove i killer uccisero a colpi di mitra due zingari e ne ferirono altri. Nel febbraio del 1995 in Austria un gruppo di neonazisti compì un attentato nel Burgenland, dove quattro zingari furono dilaniati da un ordigno fatto esplodere fuori dal loro campo.

Nei paesi dell’est numerosi rom sono stai vittime di pogrom e di aggressioni razziste in Romania, Ungheria, Slovacchia. Nel settembre del 1993 a Hedereni, nella Romania centrale, centinaia di persone inferocite per l’assassinio di un giovane romeno, hanno assalito e dato alle fiamme le case degli zingari, linciando due zingari e riducendo un altro in fin di vita. Nel 1995 in Slovacchia alcuni skinhead, dopo aver picchiato selvaggiamente un giovane rom, lo hanno cosparso di benzina e gli hanno dato fuoco.

In molti casi si formano “comitati” di cittadini che si oppongono al’insediamento di famiglie rom in un campo sosta nel loro quartiere. Altre volte impediscono alle famiglie rom di insediarsi legittimamente in un condominio, come è capitato a Roma nel maggio del 2019, quando gli abitanti di Casal Bruciato, insieme a militanti di estrema destra, sono scesi in strada al grido “Qui non li vogliamo” e hanno impedito a una famiglia bosniaca, composta da 14 membri tra cui 11 bambini, di entrare nella casa che era stata loro regolarmente assegnata dal Comune.

In molti quartieri cittadini associazioni di genitori di alunni non zingari vietano l’ingresso nelle scuole a bambini zingari, oppure rifiutano di iscrivervi i propri figli, accampando motivi assurdi di igiene (sarebbero sporchi) e di salute (diffonderebbero pidocchi ed epatiti).

Non meno colpevole di questi atti di violenza fisica è il linciaggio mediatico, alimentato dagli organi di stampa e da certe trasmissioni televisive che cavalcano il malcontento di un’ampia fascia della popolazione con storie di criminalità, di bambine andate spose, di rapimenti di bambini e via dicendo.

A simili barbarie i Rom rispondono con la loro pacata rassegnazione: “Amaro shinado” (è il nostro destino). Un destino che, come mostra la vignetta di un artista anonimo, è passato attraverso le tappe di una secolare oppressione ed esclusione sociale: il bando degli antichi stati europei, pena l’invio alle galere, la deportazione oltreoceano e la morte; lo sterminio nazista, che ha causato la morte di oltre 500.000 Rom; la politica degli sgomberi selvaggi e del “calcio alla pentola”, che ha lasciato un segno indelebile nel loro animo; la ghettizzazione nei campi sosta, i non-luoghi di un popolo escluso.

 

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Vignetta, I cittadini fanno “blocco”                       Anonimo, Le tappe della persecuzione dei Rom

contro gli zingari

 

 

BIBLIOGRAFIA

  

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Le Magasin Pittoresque, Parigi, 1856.

Martínez Martínez Manuel, Los forzados de Marina en el siglo XVIII. El caso de los gitanos (1700-1765), Almeria, 2011.

Paspati Alexander, Etudes sur les Tchinghianés ou les Bohémiens de l’Empire ottoman, Costantinopoli, 1870.

Pellis Ugo, Con gli zingari, Udine, 1940 in Bollettino della Società filologica friulana, 1940, n. 5-6 p. 3-8).

Predari Francesco, Origine e vicende dei zingari, Milano, 1841.

Sinclair Albert Thomas, American Gypsies, in Bulletin of the New York Public Library, New York, 1917, vol. 20 n. 5, pp. 299- 315.

Steiner Stephan, The Enemy Within: ‘Gypsies’ as EX/INternal Threat in the Habsburg Monarchy and in the Holy Roman Empire, 15th-18th Century, in Eberhard Crailsheim-María Dolores Elizalde (a cura di), The Representation of External Threats From the Middle Ages to the Modern World, 2019, pp. 131–154).

 

[1] George Borrow, uno dei primi storici a ricordare la legge spagnola del 1499 che cacciava i gitani dalla Spagna, osserva con sarcasmo che «non viene fatta menzione del paese nel quale dovevano recarsi nel caso che avessesero abbandonato la Spagna».

[2] L’etnologo Ugo Pellis, impegnato in una ricerca linguistica presso i Rom abruzzesi, quando chiese ad un’anziana zingara di tradurre la frase “I carabinieri sono buoni”, lei tradusse ‘sono molto cattivi’. Lui osservò ridendo: Io non ti ho detto questo e lei replicò prontamente: No, ma è vero quello che dico io (Pellis, 1940,  p. 7).

[3] Nel’oniromanzia rom la pentola di rame significa vita familiare serena, figli numerosi e buone novità da un parente (Buckland, 1998, p. 77).

 


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