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Storia

Le persecuzioni contro i Rom

1 feb , 2015  

LA PERSECUZIONE CONTRO I ROM

 

LA REPRESSIONE NEGLI ANTICHI STATI: PERSEGUITATI  E SFRUTTATI

 

L’Europa che nel corso dei secoli XIV e XV accoglie gli “zingari” è un organismo in profonda trasformazione, che va strutturandosi secondo nuovi assetti politici e socio-economici. Se politicamente il fatto più importante è la formazione dei grandi Stati nazionali, che tendono “ad escludere tutti coloro che appaiono diversi”1, sul piano economico si ha la rivalutazione del lavoro e la condanna di coloro che non rientrano nel mercato capitalista della manodopera, e in quello sociale si fa strada la nozione dell’inutilità di “quegli individui o gruppi che rifiutano di riconoscersi nei loro ruoli sociali”2.

In questo contesto non poteva non consumarsi quello che Thomas Acton chiama il primo olocasto zingaro che, come avverte lo stesso autore, non si deve considerare “come una loro tragedia privata causata dai comportamenti della loro comunità, ma come parte della storia economica e politica più generale di un periodo che vide l’inizio del capitalismo agrario e la fondazione dello stato-nazione” 3.

Dalla fine del se­colo XV alla metà del secolo XVIII la repressione degli zingari diventa, presso quasi tutti gli stati europei, metodo di governo. In Spagna nel 1492 viene emanato il primo provvedimento con il quale i re cattolici Ferdinando e Isabella espellono dal neo-costituito regno gli zingari insieme ai Mori e agli Ebrei. In Portogallo, per decreto del re Giovanni III, vengono frustati con corde chiodate. Nel ducato di Milano e nello Stato della Chiesa si punisce gli uomini con tratti di corda, le donne e i bambini con una serie di “staffilate”. In Moravia e in Austria si condannano le donne e i bambini al taglio di un orecchio, in Francia alla marchiatura a fuoco sulla guancia o la rasatura dei capelli. Nei Paesi Bassi sono sottoposti a tremende punizioni, come la fustigazione a sangue e la perforazione delle narici.

L’imperatore Mas­similiano d’Asburgo nell’anno 1500 dichiara gli zingari “fuorilegge” (accusati di essere traditori e spie dei Turchi) e sancisce il principio che chi uccide uno zingaro non commette reato. Ferdinando I (1503-1564) è più clemente e proibisce di uccidere immediatamente le donne e i bambini, mentre due secoli più tardi l’imperatore Leopoldo I emana un bando per il quale dovevano essere passati immediatamente a fil di spada.

Elisabetta I d’Inghilterra nel 1554 decreta per loro la pena di morte. In Scozia gli uomini sono condannati all’impiccagione, le donne ad essere affogate, i bambini  marchiati a fuoco sulle guance. I re di Svezia ordinano che i gitani arrestati vengano impiccati senza processo. Cristiano di Danimarca decreta la morte solo per i capi tribù. In Francia l’Assemblea degli Stati di Orléans nel 1561 ordina a tutti i governatori di sterminarli ”col ferro e col fuoco”. Nel Settecento Federico Guglielmo di Prussia condanna alla forca tutti gli zingari maggiori di diciotto anni sorpresi sul territorio prussiano. Il principe Eugenio di Savoia, governatore dello Stato di Milano, permette a chiunque di uccidere impunemente gli zingari con libertà di tenere il bottino “come in premio d’opera sì salutare al pu­blico bene”. In Navarra si pone una taglia sugli Zingari e in Germania si organizzano battute di caccia allo zingaro.

Anche la Chiesa li perseguita o per lo meno li respinge, come individui irreligiosi, immorali e propagatori di esoterismi. Nelle province basche è vietato loro l’accesso nelle chiese. In Svezia si proibisce ai preti di seppellire i loro morti e battezzare i figli. In Bulgaria il clero ortodosso dichiara peccato peggiore del furto l’elemosina fatta agli zingari4. In alcuni stati della Cristianità, come in Spagna e in Francia, viene persino negato loro il diritto d’asilo, concesso a qualunque altra categoria di persone, e si dà ordine di perseguitarli a oltranza “fino ai piedi degli altari”.

Alla politica assurdamente persecutoria dei poteri pubblici, si aggiunge una strategia “funzionale a un piano economico di sfruttamento” 5. Dalle coste del Mar Nero all’Atlantico gli zingari diventano preziosa manodopera: servi della gleba nell’Europa orientale e persino schiavi nei principati rumeni di Moldavia e Valacchia, condannati al remo nelle galere delle flotte cristiane, usati nelle miniere in Spagna.

Fin dal sec. XIV l’asservimento feudale degli zingari in molti paesi dell’Europa balcanico-danubiana è un fatto normale. Gli zingari di Corfù erano sottomessi all’autorità di un barone (Feudo o Baronia degli Zingari). Numerose famiglie zingare erano proprietà dei monasteri di Rila in Bulgaria, di S. Antonio di Volitza in Valacchia, degli Arcangeli di Prizren in Serbia, di Artocha in Ungheria.

Nel codice di Moldavia e Valacchia era statuito che “gli zingari sono automaticamente servi della gleba fin dalla nascita”. Praticamente furono ridotti in schiavitù e tenuti in catene per cinquecento anni fino alla metà del secolo XIX, quando gli ultimi schiavi d’Europa furono finalmente liberati. Ancora oggi in Romania schiavo (rob) e zingaro (tigan) sono sinonimi 6.

Schiavi della corona, dei monasteri o dei boiardi, grandi proprietari terrieri, gli Zingari erano ridotti a cose, venduti e acquistati come oggetti o bestiame. Vivevano in condizioni simili a quelle dei Negri d’America: sottoposti a lavori massacranti e nutriti  con “mameliga” (una specie di polenta di mais) o semplicemente a pane e acqua. Tremende erano le punizioni per lo schiavo zingaro che avesse commesso una qualche mancanza (per esempio cento frustate per un piatto rotto). Chi avesse tentato la fuga era condannato a tenere una maschera di ferro sul viso in modo da impedirgli di mangiare e bere o costretto a portare in­torno al collo un collare munito  di  punte di ferro 7.

La Cristianità occidentale li trovò utili come rematori e perciò furono condannati alle galere per il solo fatto di essere zingari in quasi tutti gli stati che si affacciavano sul Mediterraneo: Spagna, Portogallo, Repubblica di Venezia, Regno di Napoli. Perfino il papa Pio V nel 1571 ne ordinò la cattura per metterli nelle galere pronte per la battaglia di Lepanto contro i Turchi 8.

Ma numerose altre furono le forme di sfruttamento, cui furono sottoposti gli zingari. Condannati ai lavori forzati in Francia; impiegati nelle miniere in Spagna; donne e bambini rinchiusi in ospizi strutturate come manifatture9. Una lunga serie di barbare quanto inuti­li atrocità, prima che si inaugurassse un nuovo tipo di solu­zione del problema zingaro: la loro assimilazione “forzata” alla popolazione sedentaria.

 

 

 

 

 

LA POLITICA DI MARIA TERESA D’AUSTRIA: CONTADINI E SEDENTARI PER FORZA

 

Nel secolo XVIII la politica dei sovrani europei ri­guardo gli zingari fu condizionata da una sola idea: l’assimi­lazione dei nomadi alla popolazione locale. La principale promotrice fu l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che consacrò tutti i suoi sforzi per trasformare gli zingari in buoni contadini e cittadini.

A partire dal 1758 emanò una serie di leggi che obbligavano gli zingari alla sedentarizzazione forzata e all’abbandono della lingua, dei costumi, dell’abbigliamento e dei me­stieri tradizionali. E, come se ciò non bastasse, li privò del loro nome e tolse i figli alle loro famiglie. Proibì loro di “abitare sotto le tende o nelle capanne e di andare qua e là vagando per il paese”. Impose loro di vestire come tutti gli altri cittadini. E pensare che due secoli prima le leggi decretavano l’impiccagione per gli zingari vestiti alla civile! Se uno zingaro era sorpreso a parlare la sua lingua era punito con 25 colpi di bastone. Vietò loro di esercitare le professioni tradizionali come il commercio dei ca­valli.

Ordinò che da allora in poi non si chiamassero più zingari ma Nuovi Ungheresi (Uj Magyar), facendo scomparire il loro nome e negando persino l’esistenza di un gruppo etnico zingaro. Per facilitare la fusione con la popolazione residente, impose a chiunque di entrare in rapporti con loro: proprio il contrario di qualche secolo prima, quando si era scomunicati se si avevano rapporti con loro! Tutti i bambini zingari d’età superiore ai 5 anni dovevano essere strappati alle loro famiglie per essere allevati a cura dello stato. Ciò avvenne in alcuni comitati ungheresi, come a Fahlendorf nella notte del 21 dicembre 1773 e il 24 aprile 1774 a Hideghib.

Il successore di Maria Teresa, Giuseppe II, adottò l’identica politica di insediamento forzato, emanando nel 1783 il “De Domiciliatione et Regulatione Zinganorum”.  Oltre a proibire il nomadismo, il modo di vestire e la lingua, rese obbligatoria l’istruzione religiosa e la frequenza della scuola. Inoltre era loro proibito di sposarsi se non dimo­stravano un reddito sufficiente a mantenere la famiglia.

Tuttavia questa politica assimilatrice fu un fallimento e gli sforzi per distruggere la cultura zingara furono vanificati dalla fiera determinazione degli zingari a resistere. Si dice che trasfor­massero le loro abitazioni in stalle per i cavalli e facessero bollire il grano prima di seminarlo per impedire che germo­gliasse 10.

 

 

 

L’OLOCAUSTO ROM: DAI “CAMPI DI ABITAZIONE” ALLE CAMERE A GAS

 

La tragedia del popolo rom in Germania parte da molto lontano. E’ Martin Lutero che pone le basi dell’intolleranza, bollando gli zingari di oziosità, furto e sessualità sfrenata. Ma è con Adolf Hitler, l’odiato ”Hitlari” dei Sinti tedeschi, che la persecuzione diventa olocausto.

Il nazismo, basandosi su una interpretazione biologistica dei fenomeni sociali, venne elaborando una teoria folle intorno al concetto (utopico) di razza. Secondo questo modo di vedere, esisterebbero “razze diverse” stigmatizzate come inferiori razzismo antropologico); non solo, ma anche all’interno di una razza esisterebbero determinati gruppi considerati inferiori e pericolosi (igiene razziale). Le due tassonomie negative sembravano coesistere nei Rom: essi infatti risultavano appartenenti a una razza inferiore antropologicamente e nello stesso tempo pericolosa socialmente. Il problema razziale e il problema sociale, nel caso dei Rom, si fondevano: non solo diversi, ma anche asociali. “Sinti e Rom si trovarono dunque presi in mezzo fra antropologia razziale e igiene razziale”11 .

Ma come ritenere i Rom di un’altra razza, se gli studi scientifici portavano a concludere la loro origine indiana e quindi ariana? L’ostacolo fu aggirato con la pretesa che i Rom non erano altro che una mescolanza di razze diverse. Per eliminare questi ariani non ariani si pensò a ogni sorta di soluzione. Nel 1933 un gruppo di studio delle SS propose di portarli in alto mare e affondare le navi, altri di deportarli in territori extraeuropei, come la Po­linesia 12. Il prof. Robert Ritter, direttore del  Centro di ricerca sull’igiene della razza, e la sua collaboratrice Eva Austin, soprannominata dai Sinti tedeschi “Loli Ciai” (ragazza rossa) per il colore dei suoi capelli, proponevano la separazione dei sessi, l’aborto, la sterilizzazione.

Poi, come per gli ebrei, si fece strada il disegno dell’annientamento fisico: anche i Rom e i Sinti dovevano essere sterminati e scomparire dalla faccia della terra. Le tappe di questo calvario ebbero inizio nel 1938 quando Heinrich Himmler ordinò che gli zingari fossero tutti schedati e registrati dalla polizia. Nel 1939 Reinhard Heidrich, per ordine di Hit­ler, emanò una legge (editto di insediamento) in base alla quale gli zingari erano obbligati a risiedere nei cosiddetti campi di abitazione, appositi quartieri per zingari nelle periferie cittadine, simili nella finalità ai ghetti ebraici. Nel dicembre 1942 venne l’ordine di Himmler di internamento nei campi di concentramento di tutti gli zingari del Reich, compresi quelli di sangue misto, a qualunque età e sesso appartenessero.

Iniziarono le depor­tazioni in massa dei Rom e Sinti nei campi di sterminio nazisti. Li troviamo un po’ dovunque nei lager del grande Reich: Dachau, Mauthau­sen, Lackenbach, Ravensbrück, Auschwitz-Birkenau (dove perirono quasi 20.000 Zingari), Buchenwald, Bergen-Belsen, Terezin, Chelmno, Treblinka, Sobibor, Marzahn (dove furono internati tutti i Sinti di Berlino durante le Olimpiadi del 1936), Schirmeck in Alsazia, Zemun in Iugoslavia, Mezekövesd in Ungheria, Jasenovac in Slavonia, Lety in Boemia, Hodonín in Moravia, Komarno in Ucraina, Struthof  sui Vosgi.

Quasi sempre nei lager i Rom erano deportati a nuclei familiari completi: nonni, genitori, bambini. Portavano il trian­golo marrone della loro razza o il triangolo nero degli asociali o veniva tatuata sul corpo la lettera “Z” (Zigeuner). Gli zingari, come gli ebrei, furono sottoposti a duri lavori, ad esperimenti scientifici brutali (inoculazione di batteri e veleni, esperi­menti di fecondazione artificiale e di sterilizzazione nelle donne, esperimenti sulla potabilità dell’acqua marina e sul tifo, esperimenti di congelamento rapido e sulla resistenza al freddo) o a raccapriccianti crudeltà, come il caso di un gitano a cui fu staccata la pelle perché ornata di vistosi tatuaggi per poi essere usata come rivestimento per una poltrona13. Tra le vittime “illustri” del campo di Auschwitz-Birkenau vi fu anche un sacerdote zingaro, Jaja Sattler, un lovara tedesco ucciso nel marzo 1944 14.

Lo sterminio dei Rom fu messo in atto anche nei paesi satelliti o occupati dalla Germania nazista. In Polonia li si trucidava sulle strade, nei boschi o in aperta campagna. In Slovacchia intere famiglie venivano rinchiuse in capanne e date alle fiamme dai gruppi fascisti. Fucilazioni ed esecuzioni sommarie in Ucraina, Ungheria e Romania. In Jugoslavia gli ustasha croati operarono veri e propri massacri: si dice che uccidessero un gran numero di bambini sbattendoli selvaggiamente contro gli alberi per risparmiare le munizioni. Molti fecero una fine atroce, letteralmente schiacciati dai carri nazisti che passavano sulle loro tende. Fu un vero genocidio nel quale perì mezzo milione di Rom e Sinti.

La persecuzione nazista ha avuto effetti deva­stanti sulla società rom. Ha causato innanzitutto un forte vuoto demografico: interi clan scomparvero nelle camere a gas (anche i due gruppi degli zingari cosiddetti puri o germanici e dei Sinti Lalleri, che Himmler in un primo momento intendeva preservare); in Polonia perse la vita il 75%; in Boemia e Moravia la maggior parte furono sterminati; in Lituania, Estonia e Lettonia la distruzione fu totale.

Alla eliminazione fisica si è aggiunta la disgregazione sociale e culturale, causata dalla dispersione dei nuclei familiari, dalla violazione di certi tabù per motivi di sopravvivenza (per esempio il nutrirsi di carne di cavallo), dal vuoto generazionale e dalla eliminazione degli anziani, depositari della tradizione e garanti del controllo sociale. La persecuzione nazista ha insomma colpito al cuore l’identità rom, come ebbe ad esprimere Romani Rose, presidente del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi: “Questo nostro sentimento è stato scoraggiato, calpestato con i piedi e in parte annientato”.

 

 

DEPORTAZIONE

Cielo rosso di sangue,

di tutto il sangue dei Sinti,

che a testa china e senza patria,

stracciati affamati scalzi

venivano deportati

perché amanti della pace e della libertà

nei famigerati campi di sterminio.

Guerra che pesi

come vergogna eterna

sul cuore dei morti e dei vivi,

che tu sia maledetta.

 

Spatzo (Vittorio Mayer Pasquale)

 
IL KIDNAPPING SVIZZERO: UNA FORMA LEGALIZZATA DI SOTTRAZIONE DI MINORI

 

I metodi assimilativi usati da Maria Teresa d’Austria nella seconda metà del Settecento furono ripresi, con una tecnica più raffinata e subdola, in  Svizzera un secolo e mezzo dopo. Dal 1926 al 1973 oltre 600 bambini nomadi (zingari e jenish) furono strappati alle loro famiglie e sistemati presso pessimi istituti (orfanatrofi, istituti di rieducazione, ospedali psichia­trici) oppure dati in affidamento o in adozione a famiglie sedentarie. Inoltre parecchie ragazze furono sterilizzate.

L’operazione fu condotta dalla Pro Juventute, una fondazione per l’aiuto all’infanzia, secondo un programma di socializ­zazione dei nomadi battezzato “bambini della strada”. In realtà un kidnapping legalizzato, con lo scopo di eliminare l’etnia nomade.

Discutibili, perché lesivi dei fondamentali diritti dell’individuo, anche i metodi usati. Per avvicinare i nomadi l’organizzazione si serviva di agenti che visitavano le famiglie in roulotte o sfruttavano la frequenza scolastica dei bambini per raggiungere i loro scopi. Inoltre ogni contatto con i parenti veniva loro impedito: veniva cambiato loro il nome perché le famiglie non potessero rintracciarli e si diceva loro che i genitori erano morti  15.

Fu grazie all’azione giuridica e politica di alcune organizzazioni svizzere, come la Pro Tzigania e l’Associazione della Ruota della Strada Maestra, che  si giunse nel 1973 alla chiusura della sezione speciale per i figli della strada della Pro Juventute.

 

 

NOTE

1) KARPATI M., I Figli del Vento. Gli Zingari, La Scuola Brescia 1978 p. 20

2) GEREMEK B., Mendicanti e miserabili nell’Europa moderna, Laterza Bari 1989 p.4

3) ACTON Th., Categorizzazione dei viaggianti irlandesi, Lacio Drom 1993 n. 3-4 p. 12

4) KENRICK D., PUXON G., Il destino degli Zingari, Rizzoli Milano 1985 p. 24.

5) KARPATI M., Zingari , fascicolo allegato a L’Unità, 28 ottobre 1991 p. 7.

6) VOSSEN R., Zigeuner, Frankfurt a. M., 1983 p. 58

7) KOGALNITCHAN M. (de),Esquisse sur l’histoire, le moeurs et la langue des Cigains, Berlino 1837 p. 16.

8) CALLAEY F. S. Pio V e gli Zingari, Lacio Drom  1966 n. 1 pp.20-26.

9) GOMEZ ALFARO A., La tragedia di “Los girtanitos del Puerto”, Lacio drom  1995 n. 4-5 p.5.

10) UFFREDUZZI M. Canti Zigani, Padova 1962 p. 116.

11) ZIMMERMANN M., La sezione L3 “Ricerca sugli Zingari” dell’Ufficio di sanità del Reich durante il nazismo, Lacio Drom 1995 n. 1 pp. 3.

12) KENRICK D., PUXON G., op. cit. p. 67.

13) FLEURY J., Lo sterminio nazista degli Zingari, Lacio drom 1969 n.2-3-4 pp. 18-33.

14) GILSENBACH R., Jaja Sattler, un rom predica la parola di Dio, Lacio Drom 1993 n.  p. 25-26.

15) KARPATI M. op. cit. p. 7.

 

 


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