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I Rom nell'arte

L’abitazione: non così nomadi, non così sedentari

15 mag , 2021  

L’habitat dei Rom è uno dei temi più controversi della loro storia, che ha prodotto non poca confusione, sia tra coloro che li ritengono nomadi e quindi senza fissa dimora, sia tra coloro che a muso duro difendono le loro aspirazioni sedentarie. Si tratta, in entrambi i casi, di prese di posizioni ideologiche e strumentali. I fondamentalisti dello “zingaro errante” non vedono di buon occhio le politiche (e relativo spreco di risorse) per dare una casa ai nomadi. I loro antagonisti difendono a spada tratta il sacrosanto diritto dei Rom, di tutti i Rom, ad avere una casa. Questa dialettica ha prodotto aspri conflitti nelle relazioni con la popolazione sedentaria e ha prodotto come effetto l’isolamento e la segregazione di gran parte dei Rom nei cosiddetti “campi nomadi” delle grandi città.

L’habitat per il rom è un concetto complesso, che non si identifica in un luogo e tanto meno in una casa, con le comodità o scomodità che ne derivano, ma che non esclude a priori una sistemazione fissa e duratura nel tempo. Per habitat si intende lo spazio vitale, in cui costruire le proprie relazioni con i membri del proprio gruppo e con l’ambiente umano circostante. Non è mai una iniziativa individuale, ma è un fatto comunitario, parentale, che assume la fisionomia di una colonia etnica. Poco importa se esso è costituito da una tenda, un mezzo di trasporto che si trasforma in abitazione, un riparo naturale, una capanna, una vera e propria abitazione in muratura, una villa o un palazzo.

I gagé sono condizionati dal loro habitat precostituito, intorno al quale programmano la loro vita sociale, professionale e ricreativa. Al contrario l’habitat dei Rom viene scelto e/o varia in funzione delle esigenze sociali, economiche, culturali relative alle norme tabuistiche e di conflittualità interna o esterna con la popolazione maggioritaria. Tra i fattori economici si può citare la possibilità o meno di esercitare alcune professioni, come la lavorazione dei metalli per gli uomini e la questua per le donne. Non sono rari i conflitti familiari, per i più svariati motivi, dalle transazioni matrimoniali ai litigi e alle offese, che portano all’ostracismo e alla separazione dei gruppi, onde evitare sanguinose faide. Il luogo dove è avvenuto il decesso di un importante membro della famiglia o si è verificato un grave fatto di sangue (mulengri platsi ‘luogo dei morti’) viene abbandonato e scrupolosamente evitato. E’ un fatto assodato che i Rom abbandonano i luoghi, dove sono oggetto di feroci repressioni o di violenti pogrom.

Ignorare o negare una componente nomadica nella cultura rom, significa ignorare la portata dei loro processi migratori, l’eclettismo linguistico, religioso e culturale che sta alla base del loro vivere sociale, la mancanza di uno stato nazionale sovrano che ne formalizzi l’identità, la precarietà delle condizioni di vita e il particolare tipo di sedentarietà che, nonostante i buoni propositi, deve fare i conti con l’ostilità generale della popolazione che la circonda.

 

Le casupole nei quartieri cittadini in Grecia

     La tendenza dei Rom all’insediamento sedentario è già documentata in Grecia, a partire dai secoli XIV-XV, quando vi erano fiorenti colonie di famiglie rom insediate nelle principali metropoli, come a Salonicco, dove vi era un quartiere detto “Ziganeria”, posto nella parte occidentale della città tra i quartieri musulmani e quelli ebraici, e nelle città portuali, dove svolgevano il mestiere di fabbro. Numerosi viaggiatori e pellegrini ne fanno cenno nei loro resoconti di viaggio.  Nel suo diario di viaggio “Peregrinatio in Terram Sanctam”, steso durante un pellegrinaggio in Palestina nel 1483-1484, il viaggiatore tedesco Bernhard von Breydenbach riferisce che nella cittadina di Modone, sulla costa della Morea, nel Peloponneso, vi era un quartiere situato sulla collina, a ridosso delle mura della città, in cui c’erano duecento famiglie di Rom, dediti al lavoro di fabbro, che vivevano in misere capanne con il tetto di canne e sterpi. La relazione, pubblicata nel 1486, è illustrata da un’interessante incisione del pittore olandese Eberhard Reüwich, che lo accompagnava, che offre una vista panoramica di Modone con l’insediamento rom, in alto a destra sulle pendici della montagna (Fraser, 1994, p. 48).

 

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Eberhard Reüwich, Modone e il Quartiere rom (part.), 1486

 

 

 

 

Grandi e piccoli agglomerati di capanne in Transilvania

Il processo insediativo dei Rom nell’area balcanico-danubiana si intensificò in seguito alla conquista turca nel XV secolo. La politica di integrazione religiosa e sociale favorì una sedentarizzazione generalizzata delle popolazioni rom nei territori dell’impero ottomano.  In Bulgaria i Rom sono sedentari da moltissime generazioni nei quartieri delle città, a loro riservati, detti “mahalla”. In Macedonia vivono decine di migliaia di Rom stanziali, concentrati soprattutto nella capitale Skopje. Questo carattere sedentario trova riscontro nelle denominazioni dei principali gruppi storici della penisola balcanica meridionale, come i Rom Erlides della Bulgaria e i Rom Arlija della Macedonia, il cui nome deriva dal turco yerli (‘abitante del luogo’, ‘sedentario’), i Rom Gavutne (abitanti del villaggio) della Macedonia, i Kolibara (abitanti delle capanne) del Kosovo, i Kherutne (abitanti delle case), i Vatraši (del focolare, ossia domestici) ecc.

In Transilvania la maggior parte dei Rom sedentari viveva in villaggi, a volte formati da numerose capanne o case di legno. L’incisione Abitazioni degli zingari presso Klausenburg del viaggiatore e scrittore inglese Charles Boner, 1865, mostra un villaggio zingaro, che sorge appena fuori dalla città di Klausenburg, oggi Cluj-Napoca, in Transilvania. Su una piccola collina sono allineate una serie di case e di capanne, in parte scavate nella terra, con un portone davanti e una piccola finestra sul lato. Il visitatore racconta che, mentre si aggirava per i sentieri scivolosi, doveva fare attenzione a non calpestare il tetto o entrare nell’abitazione dal camino. Intanto l’intero luogo si animava di esseri umani, che emergevano da porte scarsamente visibili, come conigli dalle loro tane.

Qui Boner ebbe in sorte di incontrare il suo illustre connazionale e grande ziganologo George Borrow, che usava fare quotidianamente una visita ai suoi amici Rom, i quali più che alle sue domande, erano interessati ai suoi pregiati fazzoletti di seta. Un giorno, mentre si accingeva a iniziare la sua abituale passeggiata tra le casupole del villaggio, gli mostrò un fazzoletto, dicendo: “Questo è l’ultimo, hanno avuto tutto il resto” (Boner, 1865, pp. 439-440).

 

 

 

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Boner, Abitazioni dei Rom presso Klausenburg, 1865

 

Due incisioni del paesaggista e illustratore ungherese János Greguss, seconda metà del XIX secolo, ci offrono la ricostruzione, mista di realismo e di sensibilità sociale, di altre modalità insediative dei Rom della Transilvania.

L’incisione Capanne zingare ai margini del villaggio ricrea un piccolo insediamento rom con alcune capanne di fango con il tetto di paglia, raggruppate ai piedi di una collinetta, lungo una disagevole carrozzabile, nei pressi di un villaggio, contrassegnato da due elementi religiosi, il campanile della chiesetta e una croce di legno sulla curva. Una donna anziana, con la pipa magiara in bocca, e alcune giovani madri con in braccio i loro bambini sono sedute per terra. Versano in misere condizioni e vivono probabilmente di accattonaggio, come mostra un ragazzino che, al passaggio di una carrozza trainata da due cavalli, si fa incontro, tendendo la mano ai passeggeri, che incuranti proseguono la loro strada.

L’altra incisione Accampamento di Rom intagliatori del legno mostra una comunità di Rom Beash, in origine cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi della Transilvania che, dopo la cessazione di questa attività ai primi dell’Ottocento, si dedicarono alla lavorazione del legno. Vivevano vicino alle foreste, che fornivano loro la materia prima per la produzione di cucchiai, vasche, truogoli, fusi e altri manufatti di legno, in misere case o capanne di legno, con un’economia di sussistenza, basata sull’allevamento delle galline e dei maiali, le cui setole servivano per la fabbricavano delle spazzole.

 

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Johann Greguss, Capanne zingare ai margini del villaggio,             Johann Greguss, Accampamento di Rom

seconda metà XIX secolo                                                                             intagliatori del legno, seconda metà XIX sec.

 

 

 

 

 

 

I “şatră” degli schiavi in Romania

Nei principati rumeni di Valacchia e Moldavia, dove vigeva la schiavitù, le famiglie erano costrette a vivere presso le grandi residenze dei nobili boiardi o presso i grandi monasteri, che ne erano i proprietari, in piccoli villaggi di capanne di legno con il tetto di paglia, detti ‘şatră’. Oltre ad essere private della libertà, le famiglie rom erano facile preda delle malattie derivanti da squallore e povertà.

L’incisione Villaggio di zingari in Valacchia dell’incisore e illustratore francese Dieudonne Lancelot, 1869 circa, fa una rappresentazione di uno di questi villaggi, subito dopo l’emancipazione dei Rom nella metà del XIX secolo, animato dai suoi abitanti. In primo piano, una donna con un recipiente dell’acqua in testa, con accanto un bambino, posa davanti a un tugurio, scavato nel terreno con un grande camino fumante, che fuoriesce dalla sommità. A sinistra un uomo e una donna conversano sotto un pergolato, accanto a una capanna simile, mentre in fondo un gruppo di persone riposano sotto il portico di una capanna di argilla. Nel grande spiazzo erboso e incolto razzolano galline, anatre, capre e maiali.

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Dieudonne Lancelot, Villaggio di Rom in Valacchia, 1869

 

 

 

 

Le abitazioni semi-sotterranee in Ungheria e Romania

In Ungheria e Romania vi erano gruppi di Rom, che durante l’estate conducevano una vita nomade, vivendo nelle tende, mentre in inverno si sistemavano alla periferia dei villaggi in miserabili capanne, in parte scavate nel terreno o nel pendio delle colline e ricoperte di paglia, rami, muschio e torba.

L’incisione Villaggio di zingari in Romania di R. Schmidt, 1884, raffigura una colonia di zingari rumeni, che vivevano in uno di questi insediamenti fatti di capanne semi-sotterranee, con una grande apertura davanti e un grande camino sul tetto per la fuoriuscita del fumo. Ai lati dell’ingresso siedono una madre sorridente con in braccio un bambino addormentato e uomo anziano con cappello cilindrico, simile al fez turco, con in bocca la pipa. Un giovane uomo porta sulle spalle due recipienti pieni d’acqua, appesi a una lunga pertica, mentre sullo spiazzo un nugolo di bambini giocano seduti per terra, tra le galline e i maiali che razzolano in cerca di cibo.

Un tipo simile di abitazione è raffigurato nel dipinto Zingari della Bessarabia del pittore polacco Józef Brandt, 1889, ricavato da una fotografia del fotografo Michał Greimna, che lo accompagnava in un viaggio in quella regione stepposa, oggi appartenente all’Ucraina. Sullo sfondo appare una di queste capanne di fango con un buco per la fuoriuscita del fumo, davanti alla quale è seduta una giovane madre che tiene tra le gambe un ragazzino, accanto a una grande giara. Il dipinto non rappresenta solo una scena di genere, ma ritrae una conversazione tra un ufficiale cosacco e una giovane zingara, mentre un altro a cavallo osserva. Nell’Ottocento la Bessarabia apparteneva all’Impero russo ed era abitata da comunità seminomadi di Lautari, musicisti erranti che suonavano presso le corti dei boiardi o nei villaggi durante le feste paesane e, come gli altri sudditi che esercitavano una professione, erano obbligati a pagare una tassa annuale allo stato. Si tratta probabilmente di funzionari statali, incaricati di riscuotere le tasse, alle prese con le risposte evasive della scaltra gitana. Questo singolare quadretto richiama una scena del film “I Lautari” (1972) del regista sovietico Emil Loteanu, ambientato in Bessarabia a metà Ottocento, che racconta la storia del lautaro Toma Alistar, in cui si finge morto per non versare il dovuto alle casse dello stato.

 

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R. Schmidt, Villaggio di zingari in Romania, 1884            Józef Brandt, Zingari della Bessarabia, 1889

 

 

 

 

I ‘vatra’ ai margini dei villaggi in Slovacchia

Nel XVIII secolo i sovrani europei adot­tarono una politica, tendente ad assimilare i Rom al­la popolazione locale con mezzi coercitivi, anche se dettati da idee filantropiche e illuministiche. In particolare l’imperatrice Maria Teresa d’Austria emanò una serie di provvedimenti che costringevano i Rom del Regno austro-ungarico, come i Romungri dell’Ungheria, i  Rom del Burgenland e gli Servika Romá della Slovacchia a una forzata sedentariz­zazione. Specialmene in Slovacchia le famiglie rom furono confinate in insediamenti o “vatra”, alla periferia dei villaggi, in capanne o baracche fatiscenti e sovraffollate.

Il dipinto Capanne zingare del pittore rom slovacco Jozef Bendík, 1940, collezione privata, mostra un gruppo di misere casette, raggruppate sulla sommità di una collina. In primo piano, ai lati di una strada sterrata, una giovane donna e alcuni ragazzi, dai tratti anonimi e in posa teatrale, sono sdraiati nel prato. Sul fondo un gruppo di persone stanno conversando davanti a una capanna. Da notare che invece della porta vi è una coperta appesa all’entrata. E dove c’era una porta, questa non aveva la serratura, ma si legava con una corda. La chiave, infatti, era un segno negativo in quanto significava prigione.

 

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 Jozef Bendik, Capanne zingare, 1940, collezione privata

 

Specialmente nella Slovacchia orientale i Rom vivono da secoli in questi insediamenti, veri e propri ghetti situati alla periferia dei villaggi, in abitazioni primitive, spesso senz’acqua, fognature ed elettricità. Uno schizzo con la Mappa topografica di Čičava, un villaggio vicino a Prešov di circa mille abitanti, eseguito dal rom Michal David, mostra chiaramente la divisione storica dei nuclei abitativi  destinati ai Rom e ai gagé. Nella parte bassa vi è il centro urbano e amministrativo, con le case e i principali edifici, che il rom si premura di indicare, secondo la sua visione geografica del territorio, ossia l’osteria (hospoda) e la chiesetta. All’entrata del paese vi è una grande croce di legno, posta su un basamento di marmo, tipica del paesaggio rurale slovacco. Da lì parte una strada che si inerpica su una collina, lungo la quale sorge il villaggio con le capanne, per lo più di paglia, oltre il quale inizia la foresta. Nel perimetro del villaggio è disegnato un pozzo con una carrucola, per attingere l’acqua. Oggi la situazione sta cambiando e Čičava è stato uno dei primi comuni a dare vita a una efficace progettazione per l’integrazione dei cittadini Rom con la costruzione di alloggi e delle principali infrastrutture negli insediamenti rom (https://www.romaspirit.sk/o-projekte/laureati-ocenenia/obec-cicava/).

Ma il caso più emblematico è quello di Jarovnice, una cittadina che conta 6000 abitanti, di cui oltre la metà Rom, la maggior parte senza lavoro e analfabeta, che vivono alla periferia, in casette e baracche allineate una accanto all’altra, in una piccola vallata, in cui scorre il fiume Mala Svinka. Ha avuto una certa notorietà per l’eccezionale serie di disegni e dipinti, realizzati dai bambini rom della scuola elementare e media, esposti in in molti paesi europei, vincendo numerosi premi in concorsi internazionali di arte per bambini.

Nel giugno del 1998 sulla cittadina si abbatté una catastrofica alluvione, che provocò numerosi morti. Il centro di Jarovnice, che sorge sopra la valle e dove vive la maggior parte degli abitanti slovacchi non rom, fu risparmiato. Invece il villaggio rom venne travolto dall’esondazione del fiume, che causò la morte di oltre 60 persone, di cui 44 bambini, e la distruzione della maggior parte delle case (http://romove.radio.cz/en/article/18679).

 

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 L’insediamento rom alla periferia di Jarovnice               Michal David, Mappa topografica

                                                                                                     di Čičava

 

 

 

 

Gli insediamenti rurali in Polonia

     La Polonia ha visto l’arrivo a partire dalla fine del XV secolo di due principali gruppi storici, i Polska Roma o Rom della pianura, provenienti dalla Germania in fuga dalle persecuzioni inaugurate dalla legislazione antigitana dell’imperatore Massimiliano I, la maggior parte dei quali rimasti nomadi fino ai tempi recenti, e i Bergitka Roma o Rom della montagna, emigrati dalla penisola balcanica e insediati da secoli nelle campagne rurali dei monti Carpazi, nella parte sud-orientale del paese.     

Il dipinto Accampamento zingaro del pittore polacco Antoni Kozakiewicz, 1885 collezione privata, in un’ampia pianura, sullo sfondo delle montagne, rappresenta un accampamento di Bergitka Roma, denominati con l’appellativo spregiativo di “Kuruz” (o capelli arruffati) dagli altri Rom, la cui prerogativa principale è la lavorazione del ferro e la musica. Davanti a una grande capanna di legno con il tetto a due falde molto spioventi, una donna con un bambino in braccio prepara la cena davanti a un focolare, su cui bolle un pentolone. Al centro un ragazzino a petto nudo e con i capelli crespi suona il violino, sotto lo sguardo della madre, seduta sulla soglia della capanna, e del padre, dal viso scurissimo e i capelli nerissimi con un fez rosso in testa e una pipa in mano. Seduti davanti a loro, un bambino e una bambina dai capelli biondi giocano con una scimmia ammaestrata, che attira l’attenzione di un cane, legato a una catena. In secondo piano vi è un’altra capanna simile, con un bambino sorridente, seduto per terra, e una giovane donna con un grande foulard rigato in testa e una pipa magiara in bocca. Tutta la scena, dominata dai colori brillanti e da un ricercato realismo, ispira una serenità pacata, sottolineata dal volo degli uccelli in cielo e dalla rondine posata sul tetto della capanna.

    Il dipinto Capanna fuori dal villaggio del pittore e illustratore polacco Tadeusz Rybkowski, 1894, collezione privata, rappresenta una famiglia di rom polacchi seminomadi. Nella radura di un bosco, ai piedi di una collina, sorge una grande capanna di legno con il tetto triangolare e un comignolo. Un’anziana donna, con una lunga gonna, una blusa ornata di bottoni, gli orecchini e un foulard rosso in testa, cucina all’aperto vicino al fuoco, su cui bolle una pentola appesa a un sostegno di legno. Una giovane donna è seduta davanti alla porta della casetta e due bambini seminudi giocano tra di loro. Al centro un giovane uomo, vestito all’ungherese con la camicia, il gilè luccicante di bottoni e gli stivali, suona il violino, seduto su una stanga del carretto, segno della ripresa della vita nomade, quando sarebbe venuto il momento. Non era raro, infatti, che le famiglie rom si trasferissero in certi periodi dell’anno nelle zone montuose, dove era richiesta la manodopera per il taglio degli alberi o la produzione del carbone vegetale. A tale scopo, si sistemavano in capanne di legno, alla periferia del villaggio o presso il posto di lavoro.

 

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Antoni Kozakiewicz, Accampamento degli zingari, 1885           Tadeusz Rybkowski, Capanna fuori dal villaggio,

collezione privata                                                                                 1894, collezione privata

 

 

 

 

Insediamenti in Alsazia e Lorena

Anche nell’Europa occidentale si verificarono forme variegate di sedentarizzazione più o meno duratura delle popolazioni rom. Un esempio è la regione del medio Reno, al confine tra la Francia e la Germania, che ha costituito un luogo privilegiato di attrazione e di insediamento dei Rom fin dai primi anni della loro apparizione nel Quattrocento, grazie alla conformazione del territorio, ricco di foreste e di montagne poco elevate, attraversato da numerosi fiumi e punteggiato di piccoli ma fiorenti borghi, in cui potevano vivere in assoluta privacy ed espletare le loro attività economiche. Inoltre era una zona di confine per cui, in caso di pericolo o di persecuzione, potevano facilmente mettersi in salvo nell’altro stato, e aspettare che tutto si fosse calmato prima di tornare o potevano compiere imprese malavitose e assicurarsi la sortita, poiché gli sbirri si guardavano bene dall’inseguirli o di sconfinare per non causa­re incidenti diplomatici (Lichty, 2008).

Nei secoli XVIII e XIX numerose comunità di Sinti, come vengono più propriamente chiamati i gruppi stanziati nell’Europa centro-settentrionale, si insediarono soprattutto nelle regioni dell’Alsazia e della Lorena, formando veri e propri villaggi di capanne o abitazioni di fortuna nei luoghi più solitari e selvaggi del territorio, nelle foreste e nelle gole più inaccessibili delle montagne.

L’incisione Colonia di zingari in Alsazia del paesaggista e illustratore austriaco Johann Josef Kirchner, tratta da uno schizzo di G. Arnould, 1873, ci offre una visione particolareggiata di un insediamento di Sinti in una foresta dei Vosgi. Al riparo delle imponenti rocce sorgono le capanne di legno con il tetto di paglia. Nell’ampia radura si svolge la vita comunitaria, dove vediamo soprattutto la presenza di vecchi, mamme con i loro bambini e ragazzi che giocano o sono impegnati in lavori domestici, come procurare l’acqua o fascine di legna per il fuoco. Gli adulti, come si può supporre, sono scesi a valle tra i villaggi, le donne per esercitare la questua o la lettura della mano, gli uomini per suonare, la loro principale attività, o realizzare qualche buon affare.

L’incisione Colonia di zingari vicino a Reichshoffen di G. Arnould, 1872, mostra un villaggio sinto in una gola dei Vosgi, nei pressi di Reichshoffen, in Alsazia, fatto di casette e capanne con il tetto di paglia con grandi camini, da cui escono grandi volute di fumo, dove un gran numero di persone trascorre tranquillamente la giornata. A sinistra un uomo è sdraiato per terra, in compagnia di una donna seduta con in braccio un bambino e con accanto un ragazzino in piedi vestito di miseri stracci. A destra un uomo conversa con una donna seduta su un carretto a due ruote con accanto un cavallo, mentre una giovane madre attraversa il villaggio, tenendo per mano un bambino e portando un recipiente dell’acqua. Due uomini seduti su una panchina, davanti a una capanna, conversano mentre uno fuma la pipa e altre persone sul fondo, dove si vede una lunga fila di panni stesi, sono indaffarate nelle loro occupazioni.

 

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Johann Josef Kirchner, Colonia di zingari in                      G. Arnould, Colonia di zingari vicino a

Alsazia, 1873                                                                                  Reichshoffen, 1872

 

Uno dei principali rifugi dei Sinti era Baerenthal, in Lorena, i cui abitanti sono ancora oggi soprannominati “Heckenbuben” (I ragazzi dei cespugli), in riferimento a una colonia di Sinti, che un tempo erano accampati nelle foreste circostanti, in un villaggio di capanne dette Zigienerhiesel o Zigeunerhaus (Hiegel, 1960, p. 146). Secondo quanto riferisce una fonte del 1845, questi Sinti erano musicisti e acrobati, che viaggiavano per la Francia, dando spettacoli, e di tanto in tanto ritornavano nell’accampamento, facendo ruberie con la forza o con l’inganno.

L’incisione Zingari di Lorena di un artista anonimo, 1872, ricostruisce, seppure in forma romantica e con una commistione di diverse tipologie zigane, uno di questi insediamenti, diffusi nella regione lorenese. Tra le rocce di una montagna, in un’ampia radura della foresta, sorge una grande tenda sorretta da pali. In primo piano una donna anziana, con un foulard in testa, prepara la cena in una pentola, che poggia su un rudimentale fornetto di ferro con quattro piedini, sotto lo sguardo compiaciuto di alcuni bambini e di un uomo dai tratti turchi, seduto per terra. Da sinistra si succedono un anziano assopito, mentre fuma una pipa magiara, una coppia di innamorati in piedi, una madre sdraiata che allatta il suo bambino, un suonatore di liuto e una donna anziana che si esercita nella lettura delle carte.

Queste famiglie di Sinti, rintanate nelle foreste dei monti, si dedicavano alla raccolta di funghi e di frutti selvatici, al bracconaggio e alla cacciagione della selvaggina e alla pesca nei torrenti, come mostra l’incisione Zingari della Lorena pescano con la forchetta di Th. Schuler, 1863. Un uomo, sua moglie e suo figlio sono impegnati nel catturare con appositi forchettoni i pesci in un torrente, che cadendo da una piccola cascata, forma una conca tra le rocce, mostrando un ardore un po’ selvaggio, soprattutto il bambino che si diverte a osservare e a tormentare la sua preda.

 

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Anonimo, Zingari di Lorena, 1872                                Th. Schuler, Zingari della Lorena pescano

                                                                                                      con la forchetta, 1863

 

 

 

Il villaggio di Heideneck in Alsazia

     I Rom hanno lasciato un’impronta profonda nel territorio, segni tangibili del loro passaggio, dei loro insediamenti e dei rapporti con la popolazione locale, che rivivono nelle leggende, nelle tradizioni e, soprattutto, nella toponomastica. I toponimi di molte località, per lo più scomparse, si rifanno alle denominazioni con cui essi erano chiamati nei vari paesi dell’Europa.

In Francia a Bar-le Duc, nella Lorena, un tempo sede del Ducato di Bar, ai piedi della montagna Santa Caterina vi era un quartiere, dove viveva una comunità di Sinti, le cui donne praticavano la lettura della mano, chiamato il “Piccolo Egitto”, per la presunta origine egiziana della loro etnia (Calmet, 1840, p. 86). In molte città del Belgio, come Namur, Liegi e Mons, si incontrano dei toponimi come “Rue des Sarrazins” e “quartier des Sarrazins”, dove erano acquartierate le famiglie dei Sinti, che in quella regione erano chiamati Saraceni, perché provenienti dall’impero ottomano (Van Elven, 1891, p. 140).

In Italia molte località portano il ricordo di insediamenti rom nell’appellativo “zingari” o “cingari”. Nella zona tra Mirandola e Finale Emilia, in provincia di Modena, vi sono caseggiati, sparsi nella campagna, che portano il nome di “ la Zingara” o “la Zingaretta”, indicati già in una mappa del 1711. Ancora nel modenese, a Lavachiello, vicino a Guiglia vi è una “Ca’ de’ Zingari” e a Spilamberto nel XVII secolo vi era una località, presso la chiesa di S. Maria degli Angeli, detta volgarmente “Guasto degli Zingari”, ossia paese diroccato, denominazione oggi scomparsa.

Ad Acquafredda, frazione del comune di Maratea, in Basilicata, sono ancora visibili i ruderi dell’insediamento detto “Piano degli Zingari”, un piccolo nucleo di abitazioni rurali sviluppatosi alla fine del ‘700, oggi disabitato e abbandonato. A Torricella Peligna, in Abruzzo, vi è la “Contrada Colle dello Zingaro” e a Foggia nei primi anni dell’800 vi era il “Vico de’ Zingari”.

Per non parlare dell’antico “Quartiere degli Zingari” a Napoli, il  “Quartiere de’ Cingari” a Palermo e l’insediamento secentesco di una numerosa comunità gitana nel rione Monti a Roma, dove si registra una “Salita delle Zingare” e una “Strada delli Zingari” e dove tuttora vi sono una “Via degli Zingari” e una “Piazza degli Zingari”.

Gli abitanti di Calto, un piccolo paese veneto del Polesine, sono soprannominati “zigagn”, ossia zingari, poiché, secondo un’antica tradizione, la fondazione del paese sarebbe dovuta a una comitiva di zingari, che si stanziarono in quella che una volta era una zona paludosa e piena di acquitrini. Ogni anno, dal 1947, si volge la rievocazione delle origini mitiche del paese, chiamata zingaresca, in cui tra musiche e balli popolari ha luogo una rappresentazione scenica in costumi zigani.

    In Inghilterra, vicino ad Upper Norwood, alla periferia sud-orientale di Londra, vi è una zona elevata e boscosa, denominata “Gipsy Hill”, dove tra il 1600 e il 1800 si stabilì una grossa comunità di gypsies, ossia gitani, da cui il nome dell’area.

Nei paesi germanofoni le località che contengono il toponimo “Heiden”, cioè ‘pagani’, termine con cui venivano comunemente denominati i Rom perché ritenuti senza credenze religiose, costituiscono un forte indizio di un antico insediamento rom. Un esempio è una località, presso Wingen-sur-Moder in Alsazia, denominata Heideneck (l’angolo dei pagani), che secondo alcune fonti sarebbe stata fondata nel 1814 da una famiglia ungherese, arrivata in questi luoghi al seguito dell’armata austro-ungherese contro Napoleone. A questi ungheresi, probabilmente Rom, si aggiunsero alcune famiglie manush dei dintorni, cestai e venditori ambulanti, che ingrandirono il paese. Un disegno Heideneck, il villaggio dei Bohémiens di Charles Rouge, 1909, offre uno scorcio del villaggio, con un gruppo di case rurali, con i tetti di paglia e un grande camino, arroccate su un’altura, all’inizio del XX secolo, quando vennero censiti 31 case e 198 abitanti. Le cronache locali ricordano un certo Karl Heide, un venerabile vecchio, che nella bella stagione lasciava Heideneck e percorreva la regione su un carretto tirato a mano, dove si sistemava a dormire. Morì nel 1910 sotto un pero in un frutteto di un villaggio vicino e un prete lo seppellì a sinistra del portone del vecchio cimitero, alla presenza dei suoi figli e di tutta la popolazione. Un gruppo di ragazze deposero i fiori sulla sua tomba e il maestro Brohm gli dedicò un’orazione funebre, piena di emozione e di poesia (http://lichtydiedendorf.unblog.fr/2008/06/07/les-bohemiens/).

 

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 Rouge Charles, Heideneck, il villaggio dei Bohémiens, 1909

 

 

 

 

 

  Il villaggio di Kirk Yetholm in Scozia

Alla fine del XVII secolo le mire espansioniste di Luigi XIV, re di Francia, sfociarono in una grande guerra che lo vide contrapporsi a una grande coalizione tra le altre potenze europee, tra cui gli Asburgo d’Austria e l’Inghilterra, tra il 1688 e il 1697. Uno degli episodi più importanti del conflitto fu l’assedio di Namur, città belga in mano ai francesi, che capitolò nel settembre del 1695.    Nell’esercito inglese, impegnato nell’assedio, militava un soldato gyspy di Scozia, che di cognome faceva Young, in una compagnia comandata dal capitano David Bennet di Yetholm, nel Northumberlandin Scozia. Mentre dava l’assalto alle mura della città con i suoi uomini, l’ufficiale inglese fu colpito e cadde a terra, mentre gli altri furono uccisi o messi in fuga, ad eccezione del giovane gitano, che gli corse subito in aiuto e lo aiutò a rialzarsi, quindi balzando sui bastioni della città si impadronì di una bandiera nemica e la mise in mano al suo comandante.    Al ritorno in Scozia, dopo la guerra, Bennet non si dimenticò del suo salvatore e in segno di gratitudine concesse a lui e ai suoi familiari, che fino ad allora erano nomadi calderai e stagnini, di stabilirsi sulle terre che possedeva a Kirk Yetholm e costruì per loro delle case.

Il villaggio di Kirk Yetholm divenne, quindi, la più grande e importante colonia di gypsies in Scozia, dove i clan imparentati degli Young, Faa, Blithe e Gordon vissero per generazioni fino alla fine dell’Ottocento. Tuttavia continuarono a praticare uno stile di vita semi-sedentario. Durante l’inverno vivevano nelle loro case di Kirk-Yetholm, mentre in primavera riprendevano la loro vita itinerante sulle strade per vendere cavalli, scope, ceste di vimini, vasi di terracotta e contrabbandare tè, sale e liquori oltre confine in Inghilterra (Baird, 1862, p. 16).

I gypsies di Kirk Yetholm hanno esercitato un irresistibile fascino sul grande romanziere scozzese Walter Scoott, che li mise spesso in scena, dipingendo i loro costumi e il loro stile di vita romantico. Nel romanzo “Guy Mannering” (1815), ambientato nel Galloway, nella Scozia sud-occidentale, e incentrato sulla vita di Harry Bertram, figlio di un proprietario terriero, rapito da bambino da una banda di contrabbandieri, che alla fine viene riconosciuto e riacquista le sue proprietà, compare l’indovina gitana Meg Merrilies, la cui figura è ispirata a Jean Gordon, moglie di Patrick Faa, “re” dei gypsies di Kirk Yetholm.

Intorno alla metà del XIX secolo la comunità, che contava 20 famiglie e 140 persone circa, fu oggetto di una grande iniziativa per la sua inclusione sociale da parte del parroco reverendo John Baird, che mise in atto uno dei primi tentativi filantropici per educare o, come si diceva allora, “riformare” i gypsies inglesi. Egli fondò un comitato che si occupava della loro istruzione scolastica e dell’educazione religiosa. Convinse le famiglie gypsy di Kirk Yetholm, durante i mesi della bella stagione nei quali riprendevano a viaggiare, ad affidare i loro bambini oltre i sei anni alle famiglie inglesi locali, che avrebbero provveduto al loro sostentamento e avrebbero assicurato la loro frequenza scolastica. Inoltre per i ragazzi più grandi organizzò corsi di formazione professionale e li aiutò a trovare occupazioni regolari, le ragazze come domestiche e i ragazzi come braccianti nei lavori agricoli o come artigiani (Baird, 1862 p. 26).

La colonia gypsy di Kirk Yetholm era governata da “re” e “regine”, titoli che furono tenuti per lungo tempo dalla famiglia dei Faa. Una delle più famose regine fu Esther Faa Blythe che “regnò” dal 1861 al 1875 e risiedeva in una casa al centro di Kirk Yetholm, detta Gypsy Palace. L’ultimo re fu Charles Faa Blythe, che fu incoronato nel 1898 con una cerimonia tanto spettacolare quanto comica, alla quale assistettero oltre 10.000 persone. Il re sedeva su un trono improvvisato, circondato da dignitari e guardie del corpo in costumi teatrali buffi. Gli misero una corona di latta, ruppero una bottiglia di whisky sulla sua testa e gli legarono una lepre intorno al collo, a indicare l’antica attività del bracconaggio. Il droghiere del villaggio, un certo signor Watt, in qualità di dignitario di corte, fece un solenne discorso: “Sono stato comandato da Sua Maestà, il re degli zingari di Yetholm, di ringraziare i suoi fedeli sudditi per l’onore conferitogli questo giorno e di dire che si assume l’impegno di governare il suo popolo saggiamente e bene, e si augura che i suoi sudditi nei villaggi di Town Yetholm e Kirk Yetholm possano vivere in pace e prosperità sotto il suo dominio”. Quindi si avviò, camminando tra le stradine del villaggio, verso il suo palazzo come “Sua Maestà!” (https://www.scottishfield.co.uk/culture/charles-faa-blythe-the-last-king-of-scotlands-gypsies/).

La morte di Charles Faa Blyth nel 1902 segnò la fine di un’era. La comunità gypsy si è mescolata con la gente locale ed è effettivamente scomparsa. In ricordo di questa straordinaria pagina di storia rom resta ancora, al centro del villaggio, il cottage detto Gypsy Palace che, ai tempi della regina Esther a fine Ottocento, era un edificio a un solo piano con il tetto di paglia, con i muri dipinti di bianco e coperti dall’edera, che aveva all’interno un grande camino alle cui pareti erano appese due grandi spade, una spada per le cerimonie reali gitane e un’altra, un cimelio della battaglia di Flodden, combattuta nei pressi di Northumberland il 9 settembre 1513, fra le forze d’invasione scozzesi condotte dal re Giacomo IV di Scozia e l’esercito inglese guidato da Thomas Howard, conte di Surrey. Oggi lo storico edificio ospita un bed and breakfast.

Nella grande piazza erbosa del villaggio, denominata Green, dove nel 1898 si svolse l’incoronazione del re Charles, nel 2003 è stata eretta una lapide in ricordo della comunità gypsy insediata da secoli, con un targa, in cui si leggono le seguenti parole: “Questo monumento ci ricorda la tribù zingara che ha abitato questo villaggio dal XVII secolo in poi. I loro costumi e le loro tradizioni hanno influenzato molti aspetti della vita del villaggio. Il defunto Vic Tokely, che ha ricercato e raccontato la loro storia attraverso i confini, ha ispirato questo ricordo permanente della loro eredità. 2003” (http://www.berwickfriends.org.uk/history/gypsies/).

 

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Il Villaggio di Kirk Yetholm, 1850 circa                             Kirk Yetholm, Il quartiere invernale dei gypsies

                                                                                                          scozzesi, 1883

 

Last Gypsy to be crowned 'Gypsy King', Charles Blyth at Kirk Yetholm, Scottish Borders.      1021Kirk Yetholm_Gypsy stone

Kirk Yetolm, L’incoronazione di Charles Faa Blyth          Kirk Yetholm, Gypsy Memorial, 2003

nel 1898

 

 

 

 

Caverne e ripari naturali

Un po’ dovunque i Rom hanno trovato sistemazione in ripari naturali, come grotte e caverne, che hanno offerto loro una protezione dagli agenti atmosferici e dalle continue vessazioni delle autorità statali. Talvolta taglieggiavano la zona circostante, facendo razzie nei paesi vicini e rititrandosi in fretta,  senza che le forze dell’ordine potessero avventurarsi nelle loro sicure postazioni.

In Francia sfruttavano i grandi monumenti megalitici della preistoria, come i dolmen celtici, trasformandoli nei loro insediamenti. Uno degli esempi più celebri è il dolmen druidico di Hamel, un piccolo villaggio nell’Alta Francia, chiamato “Cuisine des Sorciers” (Cucina degli Stregoni), di cui abbiamo una raffigurazione in un disegno, realizzato nel 1830 circa. E’ costituito da sei colossali pietre di arenaria dura, di cui quattro incastonate nel terreno, su cui era appoggiata un’enorme pietra piatta, in modo da formare una sorta di grotta profonda oltre 3 metri. Si dice che nel XVII secolo fosse il rifugio dei Caramaras, una tribù di zingari stregoni, che elaboravano i loro filtri magici nei grandi buchi cilindrici, scavati nella tavola di copertura del dolmen (https://nord-decouverte.fr/hamel-un-dolmen-une-source-des-fees-et-une-jolie-balade/).

In Germania, specialmente nelle zone impervie di montagna e nelle foreste, verso la fine del XVII secolo vi erano numerose comunità di Sinti che alloggiavano in grotte, che portano ancora il nome di Zigeunerloch (buco, cavità degli zingari). In Baviera si contano almeno una decina di Zigeunerloch, che sembrano suggerire una suddivisione artificiale del territorio in aree di influenza e di caccia, come nelle zone di questua. Anche nella valle del medio Reno, vi erano simili insediamenti al riparo di grandi massi rocciosi, denominati Zigeunerfels” (roccia degli zingari).  E’ celebre lo “Zigeunerfels”, nei pressi di Obersteinbach in Alsazia, costituito da un grande ammasso di arenaria rosa, costellato di cavità e dominato da due grandi colonne, levigate dagli agenti atmosferici. Si dice che nel XVII secolo vi avrebbe trovato rifugio una banda di zingari, da cui facevano spedizioni per compiere rapine nei villaggi circostanti. Dopo un’ennesima scorribanda, mentre si ritiravano con il loro bottino, la gente del luogo li inseguì fino al loro rifugio. Dopo un lungo e inutile assedio, gli assalitori fecero una grande catasta di legna intorno alla roccia e le diedero fuoco, così che gli zingari perirono tutti tra le fiamme (http://www.randoalsacevosges.com/article-le-zigeunerfels-ou-chent-de-bohemiens-117350493.html).

L’incisione Accampamento zingaro in montagna del pittore e illustratore tedesco Caspar Johann Nepomuk Scheuren, uno dei più importanti pittori della Renania del XIX secolo, datata 1860, ci offre una rappresentazione particolareggiata e verosimile di uno di questi alloggiamenti zingari. Al centro, in un aspro paesaggio montuoso, giganteggia un enorme masso erratico, che sembra gettare intorno a sé un’ombra sinistra. A destra, in uno spazio al riparo di un’alta parete rocciosa, intorno al fuoco su cui è collocato un treppiede con la pentola della cena serale, vi sono alcune donne sedute con in braccio i bambini e una frotta di marmocchi, seduti per terra. Nell’angolo un uomo, seminascosto nella penombra, gira le spalle al gruppo e tiene un piede appoggiato sulla stanga di un carretto a due ruote. A sinistra, appoggiato alla parete, vi è un uomo in piedi, avvolto in una pelliccia, con un cappello in testa e un bastone in mano. Dietro di lui, un compagno con un cappellaccio da brigante e con accanto un fucile, è sdraiato per terra e sembra sonnecchiare. All’estrema sinistra un uomo sta salendo faticosamente la china della montagna, portando in mano una pentola, forse piena d’acqua, mentre un altro, con un lungo mantello e il fucile in spalla, in compagnia di un cane da guardia, fa da vedetta sulla valle sottostante. In primo piano qualche vettovaglia, un animale da soma e una capra.

 

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Anonimo, Dolmen di Hamel, 1830 circa                         Caspar Johann Nepomuk Scheuren, Accampamento       

                                                                                                  zingaro in montagna, 1860

 

Anche in Italia, specialmente lungo il tratto appenninico da nord a sud, si registrano diversi casi di insediamenti di comunità rom, che in passato hanno sfruttato le caverne e i ripari naturali per alloggiarvi per un periodo più o meno lungo. In una lettera del gennaio 1569 Gian Battista Gozo, podestà di Guiglia, scriveva al duca di Modena, informandolo che vi erano molti zingari “rintanati negli anfratti dei Sassi delle Rocche de’ Malatigni, che scorrazzavano i monti più sicuri che non fossero in aperta pianura”. Si trattava dei Sassi di Roccamalatina, in territorio di Guiglia, nell’Appennino modenese, costituiti da tre spettacolari picchi rocciosi, che sovrastano la valle, che furono utilizzati come insediamenti umani già in epoca etrusca e inclusi in un sistema di fortificazioni nel Medioevo. I tre macigni di arenaria, detti Rocca di sopra, Rocca di sotto e Roccazzuola, erano una specie di fortezze naturali inespugnabili, che offrivano numerose possibilità di rifugio e consentivano di sfuggire agli inseguimenti degli sbirri dopo un’impresa banditesca. Il podestà nella sua lettera aggiunge che per fiaccare la loro baldanzosità “aveva fatto impiccare impiccare uno zingaro che teneva in prigione per esempio de’ suoi compagni” (Spinelli, 1909-10, p. 54).

Nel XIX secolo diverse famiglie di Rom Abruzzesi abitavano nelle grotte situate presso Macchia Valfortore e a Limosano in provincia di Campobasso. Ma il caso più interessante è la Rótt ’li zìnghiri (Grotta degli Zingari) di Montecalvo Irpino, in provincia di Avellino, una delle tantissime grotte scavate nel tufo, collocate fuori della cinta muraria medievale del paese. Qui solevano alloggiare, dall’Ottocento fino agli inizi del ‘900, le famiglie seminomadi di Rom della zona, che trovavano riparo durante la brutta stagione o un alloggio temporaneo durante la fiera di santa Caterina d’Alessandria, che cade il 25 novembre. Come mostra il dipinto dal vero di Angelo Siciliano, 2005, la gotta era molto alta e e all’interno si biforcava in due direzioni, tale da sembrare una caverna, molto adatta per ricoverare persone e animali. La “Rótt ’li zìnghiri” non esiste più, perché, negli anni Settanta, dopo il terremoto del 1962, il Genio Civile vi ha fatto costruire un muraglione di cemento armato, per contenimento e sostegno del terreno (https://www.angelosiciliano.com/GLI%20ZINGARI%20E%20I%20CONTADINI%20DI%20MONTECALVO%20IRPINO.htm).

 

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Sassi di Roccamalatina nell’appennino modenese                                    Angelo Siciliano, La grotta degli zingari a

                                                                                                                                       Montecalvo Irpino, 2005

 

Ma il paese delle grotte gitane per antonomasia è la Spagna. Qui la tradizione dell’insediamento nelle caverne è molto antica, diffusa su tutto il territorio e dalle caratteristiche suggestive e spettacolari. Un’incisione colorata Accampamento di gitani in Spagna del pittore francese François Fortuné Ferogio, 1843, ci mostra uno degli accampamenti di fortuna di una numerosa comunità gitana, incontrata dall’artista durante i suoi viaggi attraverso la Spagna. Sotto un’enorme volta rocciosa, trasformata in abitazione, sono sistemate le cavalcature cariche dell’equipaggiamento di tende, stuoie e coperte per la notte, mentre alcuni uomini si riposano, sdraiati per terra o all’ombra delle pareti rocciose. Una donna, seduta su un masso accanto a un uomo in piedi, si china verso un bambino completamente nudo, mentre una donna di spalle, con un bambino in braccio, dopo aver deposto un fardello per terra, si avvicina alla coppia. A destra, al riparo di una parete, un gruppo di persone siedono attorno al fuoco, su cui bolle una pentola, mentre sopraggiunge una bambina portando una fascina di legna. Nel gruppo si distingue un giovane gitano, seduto su una lastra di roccia, con il tipico costume dei tosatori di muli, con una camicia, un gilé rosso di felpa, una fascia di seta alla vita con infilate un paio di cesoie, un berretto con una coda che cade sulle spalle, pantaloni stretti di fustagno fino al ginocchio, un ampio mantello con orlature di vari colori e sandali di corda di canapa, allacciate a mezza gamba. Dietro di lui un uomo dorme tranquillamente su un pagliericcio all’ombra di una piccola cavità rocciosa.

 

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 François Fortuné Ferogio, Accampamento di gitani in Spagna, 1843

 

Il fenomeno più sensazionale è rappresentato dalle cuevas, le caverne trasformate in abitazioni dai gitani in molte località della Spagna meridionale, come Guadix, Monovar, Vera de la Cuevas, Tijola, Purullena. Specialmente le cuevas del Sacromonte di Granada sono celebri in tutto il mondo, tanto da costituire uno dei simboli della città. Si tratta di vere e proprie case troglodite, scavate appositamente nella roccia sul fianco della collina, che domina la città, in cui si stabilirono i gitani spagnoli, propriamente denominati “Kalé” (Neri), dopo la conquista cristiana della città nel 1492. Hanno le pareti imbiancate a calce, senza finestre, con una porta d’ingresso e l’apertura del camino. Queste abitazioni, insieme ai percorsi, agli anfratti e alle piazze, su cui si affacciano, formano un paesaggio unico che, con le usanze e l’artigianato dei suoi abitanti, gli conferiscono un carattere unico (https://www.wikiwand.com/pt/Sacromonte).

All’inizio del XX secolo don Andrés Manjón, meglio conosciuto come padre Manjón, istituì le Scuole dell’Ave Maria per dare un’istruzione scolastica e religiosa ai bambini gitani del Sacromonte. In groppa a un ronzino saliva in cima alla collina, accolto festosamente dai bambini, ai quali faceva le lezioni all’aria aperta e insegnava la grammatica ballando con le nacchere (Baldasso, 2010).

Il Sacromonte di Granada era meta, specialmente nell’Ottocento, di numerosi turisti, scrittori e artisti, in cerca di esotismo etnico o di ispirazione artistica, tra cui Gautier, Mérimée, Hugo, Dumas padre, Doré e Edmondo de Amicis. Questa attrattiva turistica si è mantenuta, tra alti e bassi, sino a oggi. All’interno delle cave rupestri vengono organizzati spettacoli di flamenco, noti con il nome di tablao, con musiche e danze accompagnate dalle chitarre.

Questa atmosfera romantica, evocativa di un mondo arcaico, libero e non contaminato dal progresso, rivive nelle opere del pittore impressionista granadino Isidoro Marín Garés, che si distinse per il suo realismo pittorico nella rappresentazione degli angoli più suggestivi del Sacromonte.

Nel dipinto L’affare, 1883, Biblioteca Provinciale di Granada, davanti a una grande cueva, riparata da un promontorio roccioso con cespugli e foglie di cactus, si svolge una delle attività tipiche dei “Kalé” di Granada: il commercio degli equini. Un gitano, con il cappello, un ampio mantello rigato sulle spalle e gli stivali, sta contrattando la vendita di due asinelli a un gruppo di “payos” (non zingari), che esaminano gli animali. Davanti alla parete bianca della rupe una donna, seduta su un tappetto e una madre con in braccio un bambino, assistono alla scena.

Nel Ballo nelle cuevas, 1887, Biblioteca Provinciale di Granada, in un piccolo spiazzo davanti alla casa dalla facciata intonacata di bianco, una gitana si esibisce in una “zambra”, la danza flamenca dei gitani di Granada, accompagnata da un chitarrista e da un gruppo di donne, al ritmo del battito delle mani e delle nacchere. A sinistra due giovani donne e un gitano, con la camicia bianca, il gilé, la fascia scarlatta alla vita, i pantaloni stretti, gli stivali e il caratteristico copricapo conico di velluto o catite, assistono allo spettacolo. Sullo sfondo si intravede l’Albaicín, l’antico quartiere arabo di Granada, con la chiesa di San Nicola, costruita nel 1525 su un’antica moschea, e il Mirador di San Nicola, uno splendido belvedere, da cui è possibile godere una vista spettacolare sulla città.

Una straordinaria incisione Gitani del Sacromonte del pittore spagnolo Enrique Atalaya, 1894, riassume la magica atmosfera del quartiere gitano, con le sue peculiari case rupestri tra grandi felci e fichi d’india, e l’aria di festa delle danze di flamenco, che non sembra finire mai e che sono ancora oggi un’attrazione per i turisti.

 

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    Marín Isidoro, L’affare, 1883, Granada,                               Marín Isidoro, Ballo nelle cuevas, 1887, Granada,

Biblioteca Provinciale                                                               Biblioteca Provinciale

 

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Enrique Atalaya, Gitani del Sacromonte, 1894

 

 

 

 

Ville da fiaba nell’Europa sud-orientale

     In alcune regioni dell’Europa sud-orientale e danubiana, migliaia di famiglie rom, alla faccia del nomadismo sbandierato da uno stereotipo duro a morire, vivono non in misere baraccopoli costruite con qualunque cosa capiti, accanto a sgangherate roulottes, ma in quartieri cittadini esclusivi, in lussuose ville e favolosi palazzi, dall’architettura unica e dallo sfarzo straordinario, che non a caso sono denominati “Kastellos”. Sono le abitazioni di Rom, che si sono arricchiti con varie attività imprenditoriali e commerciali, in particolare il traffico di oro e preziosi.

Questi favolosi edifici (“but bare khera” o case molto grandi, come li chiamano i Rom), realizzati senza l’intervento di architetti e senza licenze edilizie, sono il frutto di una progettazione individuale di ogni capofamiglia, che ha scelto lo stile, le dimensioni e il tipo di finiture in base ai propri gusti, alle esperienze di viaggio o all’imitazione dei più famosi monumenti del mondo. Risultano essere una combinazione di diversi stili architettonici, che si fondono in totale anarchia in strutture bizzarre e grottesche, in cui trovano posto tetti a pagoda orientale, colonnati classici, torri e guglie fiabesche, grandi vetrate e finestre a bovindo, balconi da grand hotel e decorazioni barocche mozzafiato. Il disegno di base non cambia quasi mai, sono sempre progettati simmetricamente con una base regolare e generalmente su due piani, un grande salone centrale con una scala in fondo e diversi locali sui lati (https://www.photoawards.com/winner/zoom.php?eid=8-65005-13).

La maggior parte di questi esemplari di architettura rom si trovano concentrati in grossi quartieri alla periferia delle principali città della Romania, come Bucarest, Timisoara, Liești, Ivești, Sibiu, Ciurea, Buzescu, Băileşti e molte altre.

 

 

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   Ciurea, Panorama del quartiere rom della città                  Huedin, Casa di una ricca famiglia rom                   

 

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Ivești, Palazzo in stile orientale                                                         Liești, Villa liberty

 

Una delle più singolari e bizzarre costruzioni è il palazzo “reale” di Neppendorf, un quartiere di Sibiu, in Transilvania, che era la residenza di Florin Cioabă, re dei Rom e presidente dell’Unione Internazionale dei Rom, morto nel 2013. E’ un edificio principesco, simile a una pagoda, con vetrate, finestre a bovindo e impalcature di legno, su cui svetta una selva di strane torrette che si slanciano verso il cielo.

 

 

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Sibiu, Il palazzo “reale”

 

Un caso a parte è la cittadina di Soroca, nella parte settentrionale della Repubblica di Moldavia, lungo la riva sinistra del fiume Prut ai confini con l’Ucraina, dove sorge un quartiere, soprannominato la ‘Collina dei Rom’, in cui risiede una comunità di circa cinquemila Rom, appartenenti al gruppo dei Kalderash, per tradizione lavoratori del ferro. Il quartiere è composto da una cinquantina di ville costruite dopo il 1992. Questo quartiere è un vero e proprio museo dell’architettura a cielo aperto, tra kitch e fantasy, con palazzi surreali con cupole dorate, tetti di latta lavorati a mano, guglie e pennacchi, pagode cinesi e fontane di marmo bianco con statue di coccodrilli a fare la guardia, leoni e capitelli (dorici, ionici e corinzi), stucchi e marmi, archi moreschi e balconi liberty in ferro battuto (http://www.operatoripacecampania.it/progetti/i_re_dei_rom.html).

Alcune ville sono una curiosa riproduzione di edifici famosi come la Casa Bianca, la Basilica di San Pietro a Roma o il Teatro Bolshoi di Mosca. Tra queste residenze vi è il palazzo principesco del “barone” Artur Cerari, il capo dei Rom della Moldavia, che detta la legge in questo stupefacente microcosmo. E’ un grande edificio neoclassico costruito su due piani di mattoni rossi, con una serie eterogenea di elementi diversi e contrastanti, sormontato da un tetto in lamiera in stile indiano (https://voyages-moldavie.com/soroca-sa-forteresse-et-ses-bohemiens/).

Il contrasto tra il quartiere snob dei Rom, sulla collina, e il resto del villaggio è stridente. Guardando a valle dai giardini ben curati delle case dei Rom, si scorge una desolata terra grigia, con stradine dissestate e blocchi di appartamenti tutti uguali, monotoni e cadenti dell’era sovietica. Attraverso questa roboante e retorica architettura, i Rom esprimono il loro riscatto sociale sulla popolazione locale e la rivincita  sull’immaginario negativo, che da secoli li perseguita (http://www.operatoripacecampania.it/progetti/i_re_dei_rom.html).

               

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Soroca, Vista della Collina dei Rom                                         Soroca, Palazzo principesco del “barone” Artur Cerari  

 

E’ evidente che i Rom non hanno costruito queste ville da fiaba come semplice spazio abitativo, per ricercare le comodità di una vita confortevole e lussuosa. Se avessero voluto questo, avrebbero realizzato abitazioni meno costose e più funzionali ad una vita sedentaria. Invece mal sopportano i ritmi di una vita al chiuso e passano gran parte del loro tempo all’aria aperta. Benché possiedano grandi palazzi con molte stanze, il più delle volte vivono fuori, per strada. Si sono verificati casi, specialmente nei primi tempi, di Rom che continuavano a vivere in una tenda accanto alla loro nuova casa. In genere l’intera famiglia allargata, uomini, donne e bambini amano riunirsi intorno a un fuoco all’aperto. Le donne, dalle lunghe gonne colorate e le collane di monete d’oro, continuano a preparare la cena nei grandi calderoni fatte dai loro mariti, come ai tempi di una volta. Galline e oche razzolano nei cortili davanti alle case. Molti di questi palazzi non dispongono di servizi igienici elementari, considerati impuri, o sono collocati all’esterno dell’abitazione, in ossequio a un tabù igienico-rituale ereditato dalla tradizione (Calzi-Corno, 2007, p. 12).

Da un lato questa architettura anti-convenzionale serve a ostentare il grado di ricchezza e di prestigio sociale raggiunto dalla propria famiglia o, meglio, dal proprio gruppo di appartenenza. Queste case-famiglia sono adatte alla vita sociale e di relazione delle grandi famiglie allargate, che possono ospitare numerosi membri per celebrare gli eventi familiari più importanti. 

    D’altra parte questi straordinari palazzi sono un mezzo vistoso ed eclatante per dimostrare la propria capacità a sedentarizzarsi, sfatando la loro immagine di nomadi e conseguendo una legittimazione sociale proprio nel settore tipico della cultura della maggioranza della popolazione, attraverso il manufatto “casa” (https://www.mdr.de/nachrichten/welt/osteuropa/land-leute/rumaenien-architektur-roma-100.html).

Nei Kastellos i Rom non hanno cambiato il loro stile di vita, quasi che questo popolo, pur essendo diventato sedentario, non riesca a sfuggire alla sua essenza nomade e continui a vivere nel proprio mondo, allegro e colorato, come in una prigione dorata. Tutto questo ripropone ancora una volta la grande questione se i Rom siano nomadi o sedentari. Riprendendo il titolo di un saggio antropologico[1], si potrebbe definirli “non così nomadi, non così sedentari”, come dimostra emblematicamente questo manufatto “artistico” Le cassette della posta, appese al muro delle casette di alcune famiglie di Rom Xoraxané della Bosnia, in un campo nomadi di Torino, segni di un nomadismo coatto e di una sedentarietà precaria. Chissà fino a quando i Rom saranno costretti a vivere in questo contrastato dissidio, tra rifiuto e incomprensioni!

 

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Torino, campo nomadi, Le cassette della posta

 

 

[1] Pavesi Nicoletta (a cura di), Non così nomadi, non così sedentari, 2014, in cui si osserva che i cosiddetti nomadi non sono poi sempre e comunque nomadi, e gli stanziali, non nomadi, non sono poi sempre stanziali a tempo pieno.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Baird William, Memoir of the late Rev John Baird, Londra, 1862.

Baldasso Oriana, Gli zingari in Europa, dal loro arrivo all’800 (tesi di laurea) in  https://orybal.wordpress.com/2010/09/05/la-mia-tesi-di-laurea-gli-zingari-in-europa-dal-loro-arrivo-all800/).

Boner Charles, Transylvania: its products and its people, 1865, p. 29-32; 43; 132-140; 347-353; 430; 439.

Calmet Augusto, Notice de la Lorraine, Tom I, 1840.

Calzi Renata,  Corno Patrizio, Gypsy architecture. Houses of the Roma in eastern Europe, 2007.

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Hiegel Henri, Les Tsiganes mosellans, in Le Pays Lorrain 1960, p. 143-150.

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http://romove.radio.cz/en/article/18679.

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