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I Rom nell'arte

La zingara questuante: l’emblema della povertà

7 giu , 2019  

 

Al loro arrivo in Europa nel Quattrocento, i Rom suscitarono pietà e disprezzo per le loro misere condizioni di vita. Questi individui “senza loco né foco”, vagabondi, miseri, laceri e scalzi erano l’immagine stessa della povertà e dell’indigenza.

Alcuni autorevoli eruditi del Cinquecento vollero scorgere nel nome cingari o cingani, con cui erano popolarmente denominati, un richiamo evidente alla loro vita povera. Secondo il bellunese Giovanni Pietro Valeriano, autore di una celebre enciclopedia dei simboli, intitolata “Hieroglyphica” e pubblicata a Basilea nel 1556, l’appellativo deriverebbe dal nome di un uccello, il cinclo o cutrettola. La cutrettola è un uccello ramingo che non ha un nido proprio e va a deporre le uova nei nidi altrui o utilizza nidi abbandonati. Allo stesso modo i cingani sono una razza vagabona che non ha case proprie (nusquam certas domos habentes), ma girano di luogo in luogo con le loro mogli, vivendo di elemosina e di buona ventura (Valeriano, 1556, p. 259).

Nell’opera “Iconologia” di Cesare Ripa, un trattato sul simbolismo iconografico post-rinascimentale, pubblicato a Roma nel 1592, la zingara è l’emblema della povertà, perché “non si può trovare più meschina generatione di questa, la quale non ha né robba, né nobiltà, né gusto, né speranza di cosa alcuna, che possa dare una particella di quella felicità, che è fine della vita politica”. Non vi è una raffigurazione artistica della povertà migliore della donna zingara “col collo torto in atto di domandare l’elemosina, che reca sulla testa l’uccello detto codazinzola, che è così debole da essere incapace di costruire un nido” (Ripa, 1592, p. 218).    Anche nella tradizione dei Rom la cutrettola, che nella loro lingua è chiamata romano cirikló o “uccello rom”, è un animale sacro che porta fortuna. La Gypsy Lore Society, la prestigiosa associazione inglese di ziganologi fondata nel 1888, assunse come simbolo la cutrettola, dal becco fine e la lunga coda nera con le timoniere esterne bianche. Nello stemma campeggia il logo “Oke romano chiriklo! Dikasa e Kalen” (ecco l’uccello dei Rom! Vedremo altri Rom). Sono convinti, infatti, che l’avvistamento di una cutretto­la significa che avranno la fortuna di incontrare Rom amici.

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La cutrettola, simbolo della Gypsy Lore Society.

 Il motto in romani gallese dice: “Ecco l’uccello rom. Vedremo i Rom”.

 

Nella tradizione europea l’accattonaggio è stato sancito dalla Chiesa, che ha interpretato perfettamente la parola di Cristo Pauperes semper habetis vobiscum e fin dai tempi apostolici ha considerato come una funzione importante del suo programma quella dell’assistenza ai poveri e ai bisognosi. L’elemosina non è che una forma di espiazione rituale dei propri peccati per ottenere il perdono e la salvezza divina.

Numerosi artisti del XVI e XVII secolo, interpreti di questa concezione caritatevole, hanno intravisto nella figura della zingara questuante, accompagnata dai figli più piccoli, una straordinaria occasione per introdurre un nuovo tipo iconografico nella pletora di personaggi poveri nelle rappresentazioni della miseria e della povertà. La figura della zingara svolge un ruolo emblematico nelle rappresentazioni artistiche delle “Sette opere di misericordia corporali”, ossia gli obblighi in cui si riflette la carità cristiana, in particolare nell’obbligo di “dare da mangiare agli affamati”.

L’incisione Nutrire gli affamati del pittore e incisore olandese Crispijn van de Passe il Vecchio, datata 1590 circa e conservata nel Museo d’Arte di Filadelfia, mostra un uomo e una donna caritatevoli che prendono grossi pani da una cesta e li distribuiscono ai poveri. In primo piano, seduta su un sasso, vi è una zingara con il lungo mantello, il classico turbante di stoffe arrotolate fissato sotto la gola e il bastone del viandante, circondata dai suoi bambini che tendono le loro mani imploranti. La donna, dopo aver ricevuto il pane, lo offre al suo uomo, in piedi a sinistra, con un cappello a cono e il bastone in mano. E’ un tocco magistrale di cultura etnografica, che intende dimostrare come sia la donna a provvede al sostentamento della famiglia[1].

 

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Crispijn van de Passe il Vecchio, Nutrire gli affamati, 1590 circa, Filadelfia, Museo d’Arte

 

Nel dipinto Le sette opere di misericordia di Frans Francken il Giovane, datato 1606-1616 e conservato nelle Manchester City Galleries di Manchester, nella vasta galleria di bisogni che l’artista rappresenta, in basso a destra si vede un giovane cuoco con un grembiule da cucina che arriva portando una grande bacile d’acqua a un gruppo di persone sfinite dalla sete. Gli è accanto una zingara che implora un po’ di acqua per il bambino che tiene in braccio. In questo forte senso di pietà umana e coscienza sociale, anche i Rom hanno la loro parte (https://www.magnetmanchester.org/400-year-old-paintings/).

Nel dipinto Atti di misericordia di Simon de Vos, datato 1635 e conservato nel Museo Nazionale di Varsavia, ben tre delle sette opere di misericordia corporale sono illustrate ricorrendo agli zingari. A sinistra una zingara, avvolta nell’ampio mantello e con il caratteristico turbante circolare, seduta per terra, tiene in braccio un neonato in fasce, circondata da bambini indigenti, alla quale un vegliardo dalla barba bianca dà da mangiare, offrendo un piatto di vivande. Al centro una donna caritatevole offre da bere a una famiglia di zingari esausti per la sete. Sulla destra una famiglia errante di zingari, con uno stuolo di bambini affaticati dal viaggio, si dirige verso un monastero, interprete del comandamento di accogliere e alloggiare i viandanti e i pellegrini.

 

 

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Frans Francken il Giovane, Le sette opere di misericordia,                 Simon de Vos, Atti di misericordia, 1635,

1606-1616, Manchester, Manchester City Galleries                                Varsavia, Museo Nazionale

 

Nel dipinto Un monaco francescano distribuisce il cibo ai poveri del fiammingo Jan Miel, prima metà del XVII secolo, Sotheby’s di New York, una folla di mendicanti e invalidi si accalca alla porta di un convento, dove un frate distribuisce razioni di minestra, attingendo da una grande pentola. In primo piano una donna zingara seduta per terra, davanti ai gradini del monastero, dà da mangiare a un bambino che offre la bocca spalancata. Dietro di loro un bambino e un uomo in piedi aspettano il loro turno.

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 Jan Miel, Un monaco francescano distribuisce il cibo ai poveri, prima metà XVII secolo, New York, Sotheby’s

 

La zingara questuante appare spesso in contesti narrativi evangelici a rappresentare emblematicamente la povertà. Il dipinto a tempera La morte di Anania di Raffaello Sanzio, databile al 1515-1516 e conservato nel Victoria and Albert Museum di Londra, illustra un episodio tratto dagli Atti degli Apostoli, in cui Anania fu punito dalla giustizia divina per aver trattenuto per sé una parte del ricavato della vendita di alcuni suoi terreni destinato ai poveri. Al centro della scena San Pietro esprime un severo gesto di condanna contro Anania, che cade a terra privo di vita, mentre San Giovanni, tra la folla sconvolta dall’avvenimento, indica il cielo con il dito alzato, sottolineando il carattere divino della punizione. A sinistra altri personaggi chiariscono il ruolo della Chiesa, offrendo elemosine a dei bisognosi Gli apostoli Pietro e Giovanni, con l’aureola della santità sul capo, stanno distribuiscono monete da una balaustra di legno a un povero mendicante, mentre al suo fianco due donne zingare a piedi nudi, con il loro lungo mantello e il caratteristico turbante di stoffe arrotolate, attendono il loro turno. E’ significativa la presenza delle zingare nello svolgere un ruolo di primo piano in questo richiamo evangelico alla solidarietà reciproca delle comunità cristiane delle origini, nelle quali l’atto di carità era un dovere fondamentale.

Anche nel dipinto San Pietro e san Giovanni guariscono lo storpio di Nicholas Poussin, datato 1655 e conservato nel Metropolitan Museum of Art di New York, la forza miracolistica degli apostoli è messa in relazione con il gesto di carità verso il prossimo. Sui gradini di una scalinata di un tempio sono accovacciati uno storpio, menomato nel fisico, e una zingara con il suo bambino, indigenti e affamati. In alto i due apostoli compiono il miracolo di guarire lo storpio, in basso un passante allunga una moneta alla zingara. E’ straordinario il linguaggio delle mani che operano il bene. Lo storpio tende la mano verso san Pietro, che gli impone le sue per guarirlo, mentre San Giovanni con una mano afferra quella dello storpio per aiutarlo ad alzarsi, indicando con l’altra il volere del cielo. Allo stesso modo in basso la zingara apre le braccia in segno di richiesta, mentre le piccole braccia del bambino nudo, sdraiato tra le sue gambe, si tendono simbolicamente verso il cielo.

 

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Raffaello Sanzio, La morte di Anania, 1515-1516,                             Nicholas Poussin, San Pietro e san Giovanni

Londra, Victoria and Albert Museum                                                   guariscono lo storpio, 1655, New York,

Metropolitan Museum of Art

 

Le zingare, con la loro carica esotica e simbolica, erano le figure privilegiate nel protagonismo pauperistico delle rievocazioni agiografiche dei santi, che avevano una particolare reputazione per le loro opere caritatevoli. Il dipinto San Martino di Jan Brueghel il Vecchio, datato 1620 circa e conservato nella Galleria Nazionale di Praga, illustra l’episodio in cui San Martino, il santo per antonomasia della carità, diede metà del suo mantello a un povero mendicante intirizzito dal freddo. Ambientato in un villaggio fiammingo, al centro del dipinto San Martino a cavallo dona il proprio mantello rosso a un paralitico. Intorno si agita una folla di bisognosi, invalidi e accattoni, che attendono di essere esauditi dal santo. In fila, in mezzo a loro, vi è una zingara con il tradizionale turbante e la schiavina in cui porta un bambino. A destra in primo piano due donne zingare e una bambina con in mano un piatto si dirigono verso il santo. I poveri sono circondati dalla prosperità. A destra e a sinistra ci sono gruppi di contadini che fanno pic-nic in un prato con ceste piene di vivande. In lontananza un folto gruppo di persone sembra gozzovigliare fuori da una locanda. Il dipinto rievoca la grande povertà del XVII secolo nelle Fiandre, in seguito alla dominazione e all’esosa oppressione degli spagnoli (http://www.scheveningen1813-2013.nl/huifkarren/bruegheljandeoude/20-9/brueghel23/index.html).

 

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 Jan Brueghel il Vecchio, San Martino, 1620 circa, Praga, Galleria Nazionale

 

La pala d’altare San Tommaso da Villanova distribuisce l’elemosina di Luca Giordano, 1658, Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, Napoli, rappresenta il santo vescovo di Valenza, vero benefattore e padre degli indigenti, attorniato da una folla di questuanti, a cui distribuisce alcune monete. Tra loro è raffigurata una vecchia zingara, con il copricapo a forma di disco, con il volto segnato da un’esistenza difficile e il corpo a mala pena coperto da qualche misero indumento, con accanto un bambino, anche lui vestito di poveri stracci, che tende le mani giunte verso il santo.

Nel dipinto San Rocco distribuisce l’elemosina del pittore tedesco Julius Schnorr von Carolsfeld, 1817, collezione privata, la scena è incentrata sul santo di Montpellier che porge una grossa forma di pane a una giovane zingara, a piedi nudi, con una fascia in testa e un bambino avvolto nella schiavina, che regge un bastone e tiene al guinzaglio un cane, gli attributi iconografici del santo pellegrino che, colpito dalla peste, si ritirò in un bosco, ricevendo il nutrimento da un cane, che ogni giorno gli portava un pezzo di pane che sottraeva dalla mensa del suo padrone.

Intorno si respira un clima di religiosità esteriore e formale, con personaggi in pose teatrali. Il santo è circondato da monaci e prelati pieni di dottrina saccente. A sinistra una famiglia di devoti è assorta nella preghiera davanti a un altare, mentre in fondo a destra si snoda una fila di penitenti in processione. Convinto luterano e appartenente alla corrente artistica dei Nazareni, promotori di una nuova spiritualità incentrata sui valori evangelici della carità cristiana, l’artista intende ribadire la superiorità delle opere di bene sulla vita mistica e contemplativa.

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Luca Giordano, San Tommaso da Villanova           Julius Schnorr von Carolsfeld, S. Rocco distribuisce

distribuisce l’elemosina, 1658, Napoli,                      l’elemosina, 1817, Collezione privata

Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte

 

L’incisione Nella Canonica di A. van Benne, 1881, rappresenta in modo satirico e sarcastico il contrasto tra la sfacciata opulenza di due religiosi di una canonica di campagna e una famiglia di poveri zingari, che fanno una breve sosta nel cortile della casa parrocchiale. I due monaci, seduti a un tavolo pieno di cibo, mangiano a quattro palmenti tra bottiglie di vino disseminate per terra. In primo piano, accanto a un asino macilento e a un carretto in cui sono ammassati tutti i beni della famiglia, la madre sbuccia alcune mele e ne dà una alla figlia dai capelli neri, seduta per terra, mentre un altro bambino si è addormentato in grembo alla donna, non si sa se per il viaggio o per la fame. In piedi, contro il muro, un uomo con i vestiti laceri e rattoppati osserva con cupidigia un piatto di carni che una serva sta portando ai paffuti commensali e tira con maggior voluttà la lunga pipa, sperando di calmare nel fumo gli stimoli della fame.

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A. Van der Benne, Nella Canonica, 1881

 

Anche per la religione islamica la pratica dell’elemosina è una delle regole fondamentali per un musulmano. L’incisione Tartari che escono dalla moschea di Auguste Raffet, 1837, mostra un gruppo di dignitari musulmani che escono da una moschea sulla grande via di Bakhchisarai, in Crimea, mentre alcuni loro servitori distribuiscono alcune monete ai poveri seduti sui gradini.

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Auguste Raffet, Tartari che escono dalla moschea, 1837

 

E’ straordinario come gli artisti abbiano saputo interpretare le ragioni profonde della pratica della questua zingara. L’incisione Paesaggio con donne zingare presso una fattoria di Jacob de Gheyn II, 1610 circa, mostra un gruppo di zingare, avvolte in lunghi mantelli e con le sacche in spalla, davanti a una fattoria, su cui svetta una grande colombaia, mentre un contadino è seduto su una recinzione e dialoga con una donna. Sul bordo del disegno è incisa una iscrizione eloquente e chiarificatrice: “Nigra fames et rara fide, nisi rure, vel inter non cultos mages nos terris agit omnibus orbis” (la nera fame e la rara fiducia, se non nella campagna e negli incolti maggesi, ci spingono in tutte le terre del mondo)[2].

Nell’incisione Mendicanti che ricevono l’elemosina alla porta di una casa di Rembrandt, 1648, un uomo anziano con un berretto in testa si affaccia sull’uscio di casa e offre una moneta a una giovane mendicante con il bastone da pellegrino in mano, una cesta al braccio e un bambino sulle spalle, che tende la mano con espressione riconoscente. Di spalle, con la schiena rivolta allo spettatore, vi è un ragazzino con un cappellaccio in testa e una borraccia legata alla cintura, mentre di fianco alla donna vi è un vecchio, forse cieco, che tiene lo sguardo verso il basso e con uno strumento musicale, forse una ghironda, a malapena visibile nella mano destra.

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Jacob de Gheyn II, Paesaggio con donne zingare presso             Rembrandt, Mendicanti ricevono l’elemosina

 una fattoria, 1610 circa                                                                      alla porta di una casa, 1648, Haarlem, Teylers Museum

 

Il tema della zingara questuante nella rappresentazione artistica si spoglia poi del simbolismo etico e religioso e si incentra sulla figura della zingara errante di luogo in luogo o di casa in casa, che costantemente si porta appresso la sua prole, come un dolce fardello. L’incisione Zingara con due bambini dell’artista e mercante d’arte tedesco Johann Christoph Weigel, inizio XVIII secolo, mostra una donna zingara con le lunghe trecce e una sciarpa legata intorno alla fronte che procede a piedi nudi in un paesaggio rurale con un bambino sulla schiena e un altro al suo fianco, che si aggrappa all’orlo del suo mantello. Stende la mano destra in cui tiene una moneta in cui è incisa una croce, a indicare la sua professione di chiromante.

L’incisione Donne zingare che chiedono l’elemosina di Theodore Valerio, 1869, rappresenta con straordinario gusto narrativo il consueto giro della questua che le zingare facevano nei villaggi della Transilvania. Due donne, di cui una giovane, con uno straordinario mantello a righe e un foulard in testa, e un’altra più anziana, con con un giro di monete intorno alla fronte, il bastone in mano e una pipa magiara in bocca, che porta un bambino sulle spalle e con un altro tutto nudo aggrappato alla sua veste, bussano alla porta di una casa con la mano tesa nell’atto di chiedere l’elemosina.

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Johann Christoph Weigel, Zingara         Theodore Valerio, Donne zingare che chiedono

con due bambini, inizio XVIII secolo    l’elemosina, 1869

 

La sensibilità romantica idealizza la figura della zingara questuante e ne fa un personaggio intriso di sentimentalismo, tra il malinconico e il pietistico, per celebrare la vita libera ed errabonda.

Il disegno La Bohémienne del pittore francese François Boucher, metà XVIII secolo, mostra una poetica figura di zingara che mendica con uno dei suoi bambini avvolto nel grande mantello, tendendo la mano ai passanti, mentre un altro bambino dorme accovacciato ai suoi piedi.

L’incisione Donna zingara che chiede l’elemosina del pittore e illustratore inglese Edward Hull, metà del XIX secolo, mostra una giovane gypsy inglese, che poco distante dalla sua tenda bender, con i vestiti laceri e rattoppati e con due bambini sulla schiena che fanno capolino da una grande sacca, tende la mano supplichevole.

 

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François Boucher, La bohémienne               Edward Hull, Donna zingara che chiede l’elemosina,

              metà del XVIII secolo                                     metà XIX secolo

 

    Tra il XVIII e il XIX secolo nelle opere di diversi artisti che si ispirano al realismo sociale, specialmente inglesi e tedeschi, l’elemosina agli zingari assume il carattere di virtù sociale, con cui le classi nobiliari e borghesi soddisfano il loro dovere civico verso i poveri, attraverso un’azione formale e meritoria.

Nel dipinto Paesaggio boschivo con una nobildonna che fa l’elemosina del pittore inglese John Wootton, metà XVIII secolo, collezione privata, durante una battuta di caccia un drappello di cavalieri si imbatte in una comunità zingara accampata nel bosco. Una nobildonna, senza scendere dal cavallo, si avvicina a una povera mendicante e le porge qualche spicciolo di elemosina, sotto la vigile sorveglianza di un maggiordomo.

Nella divertente incisione L’elemosina o Un assalto del pittore e grafico tedesco Paul Friedrich Meyerheim, 1887, una coppia di aristocratici cavalieri, un uomo e una donna, avventuratisi nel bosco, vengono letteralmente assaliti, tra spintoni e litigi, da un manipolo di bambini zingari, mezzo nudi o vestiti di stracci, accampati lì vicino con le loro tende e i carriaggi. Una donna, con in braccio un bambino, con calcolato opportunismo invita blandamente i bambini alla moderazione. L’anziano bulibasha o capo della tribù, con il bastone del comando dal pomo d’argento e il gualcito cappello piumato, si rivolge da pari al nobiluomo con bombetta e sigaro in bocca, chiedendo di poter favorire di un sigaro, che il buon uomo si appresta prontamente a dare. Dal sentiero a destra arriva a gran corsa un gendarme a cavallo che, tutto preso nel suo ruolo di tutore dell’ordine e ignaro dell’amena sceneggiata, mena frustate al primo zingaro che gli capita sotto mano. Ne esce un quadretto esilarante, della serie ognuno chiede o fa ciò che gli interessa, sotto lo sguardo curioso dei cavalli e dei cani.

 

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James Wootton, Paesaggio boschivo con una                             Paul Friedrich Meyerheim, L’elemosina, 1887

nobildonna che fa l’elemosinametà XVIII secolo

 

L’incisione La passeggiata mattutina della principessa del pittore tedesco Karl Böker, 1886, è emblematica del ruolo degli zingari nel programma di appagamento della coscienza sociale delle classi abbienti. La principessa nel suo portamento slanciato, con abiti sontuosi, accompagnata da una damigella, al riparo di un ombrello sorretto da un paggio moro e circondata da cani di razza, si accinge ad assistere allo spettacolo di una piccola danzatrice con il tamburello e a dare ostentazione della propria generosità, facendo l’elemosina a un piccolo zingarello scuro, che le tende la mano (Kugler, Patrut, Sälzer, p. 41-43).

Nel dipinto Soldati russi ricompensano i cantanti zingari del pittore russo di origini bavaresi Bogdan Pavlovich Villevalde, 1886, collezione privata, due soldati a cavallo, vestiti alla ussara, offrono un compenso a una famiglia di musicisti zingari che si sono esibiti nel cortile di un edificio scolastico davanti a un gruppo di bambini.

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Karl Böker, La passeggiata mattutina della principessa,                Bogdan Pavlovich Villevalde, Soldati russi

                 1886                                                                                                  ricompensano i cantanti zingari, 1886

 

Il dipinto La diligenza del pittore orientalista americano Alfred Wordsworth Thompson, fine XIX secolo, collezione privata, mostra una diligenza che si è fermata lungo la strada nel sud della Francia per far riposare i cavalli. Uno zingaro abbevera i cavalli con un secchio di legno e una donna  porta un po’ di allegria nella calura estiva suonando la chitarra, accompagnata da un bambino che regge un grande tamburo per raccogliere le offerte. E’ una interessante testimonianza delle straordinarie modalità in cui si realizza la strategia della questua o manghél zingaro. Questa famiglia di sinti francesi, inserendosi in una nicchia di un particolare servizio alla società maggioritaria, ha improvvisato una specie di area di sosta vicino a un pozzo artesiano, che appare a sinistra in basso del dipinto, lungo una importante arteria di comunicazione stradale.

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 Alfred Wordsworth Thompson, La diligenza, fine XIX secolo, collezione privata

 

Ancora oggi le romnjá si recano nelle vie delle città o davanti ai supermercati, agli ospedali e alle chiese a chiedere l’elemosina ai passanti, spesso tenendo in braccio un bambino. Questa pratica millenaria, retaggio economico e culturale di un popolo dedito alla raccolta, è stata stravolta dalla legislazione moderna. La questua (molesta e insistente!) è considerata un reato, la zingara questuante con in braccio un bambino incorre nel reato di sfruttamento di minorenne e rischia in molti casi l’affidamento del minore ai servizi sociali.

La nostra società laicistica ha eliminato come anacronistica la funzione di espiazione religiosa della carità cristiana, ha mortificato come alibi per mantenere lo status quo l’intento altruistico dell’elemosina e ha criminalizzato la pedagogia infantile dei gruppi di natura, fondata sul contatto fisico e prolungato tra madre e figlio. Come mostra la vignetta, la zingara questuante è stata sacrificata sull’altare fatuo del decoro cittadino e della suscettibilità dei passanti insensibili e come schifati da tanta miserabile ostentazione. La simbologia e il carattere pauperistico di certa umanità sono stati rimossi dalla nostra coscienza civile. Eppure la povertà non è sparita e continua ad esserci. La zingara questuante ci ricorda almeno che i poveri sono sempre tra noi!

 

 NOTE

[1] Il ruolo fondamentale della donna come principale procacciatrice di cibo è sottolineato nei canti tradizionali rom. Una canzone dei Rom della Bulgaria recita così: “Vi man sas ek romni. Vi kodi muklas ma. Naj kon anél thulomas thaj manro” (Avevo anch’io una donna. Lei mi ha lasciato. Non c’è nessuno che mi porterà lardo e pane). In un canto dei Rom serbi, un uomo si rivolge alla moglie: “Ushti, romnije, cer  marno, kaj so cio rom, bokhalo” (Alzati, o moglie, e fai il pane, che tuo marito ha fame) (Petrović, 1936, p. 90).

[2] Un’antico canto rom recitava così: “Odi mri čori daj/ pal o gava phirél/ pal o gava phirél/ kotor maro manghél” (La mia povera madre va di villaggio in villaggio, va di villaggio in villaggio e chiede un pezzo di pane).

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Giovanni Pietro ValerianoHieroglyphica, 1556.

https://www.magnetmanchester.org/400-year-old-paintings/.

http://www.scheveningen1813-2013.nl/huifkarren/bruegheljandeoude/20-9/brueghel23/index.html.

Petrović Alexander, 1936, Contributions to the study of the Serbian Gypsies, JGLS, 3 s., Vol. XV n. 1.

Ripa CesareIconologia, 1592.

Kugler Stefani, Patrut Iulia-Karin, Sälzer Anna-LenaNatürlichkeit und Würde: Die “Zigeunerin” in Bökers Gemälde Der Fürstin Morgenpromenade, s.d.

 

 


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