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I Rom nell'arte

La zingara col bambino: l’icona della maternità

26 gen , 2019  

     L’esperienza quotidiana ci mostra la donna zingara accompagnata sempre e dovunque dai suoi bambini, in braccio o per mano, quando chiede l’elemosina agli angoli delle strade o nei mercati o quando allatta sui gradini delle chiese o sulla panchina di un parco pubblico. Dal XV secolo all’Ottocento romantico cronisti e scrittori hanno raccontato la spontanea naturalezza delle donne zingare che partoriscono dove capita, come sulla piazza del mercato (Cronaca di Bologna, 1422), o che “offrono ai loro piccoli il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti” (Baudelaire, 1857)[1]. Anche il folclore popolare ha sfruttato questa immagine materna, inserendo tra i personaggi del presepe (tipici i presepi napoletani e provenzali) la zingara a piedi nudi con un bambino in braccio o con il seno scoperto che allatta un neonato.

Questo indissolubile legame tra madre e figlio ha fatto della zingara il simbolo universale della maternità. Soprattutto gli artisti hanno rappresentato l’ideale di madre nella figura della zingara, grazie alle sue qualità materne di affetto, attaccamento viscerale, abnegazione e sacrificio, da diventare uno dei temi più ricorrenti nella storia dell’arte.

 

 

La madre zingara e l’incontro di Gesù con i bambini

Le madri zingare, grazie al loro proverbiale attaccamento ai figli, diventano le protagoniste indiscusse nella rappresentazione del racconto evangelico dell’incontro di Gesù con i bambini di alcuni artisti, specialmente dei Paesi Bassi, a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento.

Un esempio straordinario è l’incisione colorata Cristo benedice i bambini dell’olandese Herman Muller, tratta dal “Thesaurus Novi Testamenti elegantissimis iconibus expressus continens historias atque miracula do[mi]ni nostri Iesu Christi”, datata 1585 e conservata nel British Museum di Londra. Cristo è seduto al centro, mentre tiene in braccio un bambino e benedice gli altri accompagnati dalle loro madri. Dietro, a sinistra, alcuni apostoli in piedi assistono alla scena e si lamentano dell’irruenza delle donne. All’estrema destra vi è una donna zingara dal vistoso turbante circolare che, a differenza delle altre madri, non si precipita da Gesù, ma se ne sta in disparte, tenendo ben stretto il suo bambino avvolto in un ampio mantello, quasi a non volersene separare.

La medesima atmosfera di melanconico quasi smarrito distacco della madre zingara si osserva nel disegno Cristo benedice i bambini di Karel van Mander, pittore fiammingo stabilitosi in Olanda, dove contribuì alla diffusione e allo sviluppo del Manierismo settentrionale, datato 1589 e conservato nel Museum Kunstpalast di Düsseldorf.  Al centro della scena Gesù, seduto all’ombra di grandi alberi, è circondato da alcune madri che fanno a gara per presentargli i loro bambini, preoccupate più del loro giovamento materiale, come dimostra il loro atteggiamento distratto e rivolto altrove. A destra appare una coppia di zingari, una donna con il grande turbante a ruota legato sotto il mento, con in braccio un bambino nudo e per mano un’altra bambina, e un uomo che sembra trattenerla con una mano alla spalla. Entrambi hanno gli occhi fissi su Gesù, pieni di ammirazione e di fede, come a sottolineare l’aspetto spirituale e religioso dell’atto benedicente.

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Herman Muller, Cristo benedice i bambini, 1585,                              Karel van Mander, Cristo benedice i bambini, 1589,

Londra, British Museum                                                                           Düsseldorf, Museum Kunstpalast

 

Nel dipinto Cristo benedice i bambini del pittore fiammingo Artus Wolfaerts, datato 1600 circa, New York, collezione privata, l’artista non focalizza l’attenzione sulla figura di Cristo, che occupa una posizione laterale, ma sui bambini e le loro madri, mettendo in evidenza la loro acconciatura e le loro espressioni emotive. Tra tante madri dalla pelle bianca con bambini biondissimi, all’estrema destra si vede una donna zingara, girata di spalle, in tutta la sua esoticità, con il viso leggermente scuro, il tipico turbante orientale fissato sotto il mento, avvolta in una lunga veste scura, che tiene in braccio un bambino dai capelli nerissimi, che si gira ad osservare curioso Gesù.

Inserito in un’ampia scenografia tra rovine antiche, il dipinto Lasciate che i bambini vengano a me del pittore olandese Adriaen van Nieulandt, prima metà del XVII secolo, collezione privata, mostra Gesù al centro, seduto sui gradini di un tempio in rovina, attorniato dagli apostoli e dalle donne con i loro bambini. A destra una zingara, con la lunga veste rigata annodata al collo e il tradizionale turbante circolare, ha in braccio un bambino addormentato e trattiene con la mano vicino a sé un’altra bambina. A differenza di tutti gli altri personaggi, volge lo sguardo quasi assente e interrogativo verso lo spettatore.

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Artus Wolfaerts, Cristo benedice i bambini,                 Adriaen van Nieulandt, Lasciate che i bambini vengano a me.

1600 circa, collezione privata                                          metà XVII secolo, Collezione privata

 

Di tutt’altro significato è l’incisione Cristo benedice i bambini degli olandesi Claes Jansz Visscher e Willem Isaacsz van Swanenburg, prima metà del XVII secolo, che si discosta notevolmente dalle precedenti rappresentazioni per il messaggio dottrinale e allegorico. Gesù, seduto al centro, indica con l’indice un bambino in piedi davanti a lui in atteggiamento orante e con le mani giunte, sullo sfondo di una campagna in cui scorre un fiume. E’ circondato non dalle solite madri accorse con i bambini per farli benedire, ma da una folla di uomini e donne che rappresentano i pagani.

In questa particolare “benedizione” è rappresentato simbolicamente il battesimo, come indica chiaramente l’iscrizione in calce all’incisione: “Comanda che vengano a Lui i bambini per essere benedetti con la sacra fonte del battesimo” (Fonte sacro infantes baptismatis esse beandos ut veniant ad Se mandat). Tra i destinatari del battesimo vi sono ebrei con la barba biforcuta, turchi con il tipico zucchetto, nobildonne pagane.

In mezzo a tanta gente che si interroga, discute e dà sentenze, vi è l’umile zingara, con l’inconfondibile copricapo circolare, seduta ai piedi di Gesù, unica fra tutti che offre i suoi due bambini e alza gli occhi fiduciosa a Cristo. E’ la pagana convertita per eccellenza e nei bambini è insita l’idea del battesimo, attraverso il quale si diventa figli di Dio e ci si riconosce nella cristianità.

 

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 Claes Jansz Visscher e Willem Isaacsz van Swanenburg, Cristo benedice i bambini, prima metà del XVII sec., coll. pr.

 

Ma dove la zingara raggiunge l’apoteosi, in una sorta di rivincita socio-politica, è nel dipinto Lasciate che i bambini vengano a me, del pittore anversese Jacob Jordaens, esponente del barocco fiammingo con Rubens e Van Dyck e influenzato da Caravaggio, datato 1615-1616 e conservato nell’Art Museum di Saint Louis, Missouri (USA). Qui Cristo è collocato in una posizione marginale in basso a destra, visto da dietro, mentre al centro del quadro colpisce l’imponente e raggiante figura della zingara, inondata dalla luce, con in testa il grande copricapo circolare come un’aureola e il bambino addormentato tra le braccia. E’ a lei che Cristo rivolge il suo sguardo con predilezione, pronunciando le parole riportate dall’evangelista e che formano l’intitolazione del dipinto, tra lo smarrimento degli apostoli e lo stupore incredulo delle altre madri, la buona popolana, l’ebrea e l’aristocratica matrona olandese, ognuna delle quali crede di essere la prescelta. Invece Cristo sceglie la zingara disprezzata, la peccatrice pentita, l’umile pagana convertita che ha accolto nel battesimo il messaggio cristiano di salvezza.

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Jacob Jordaens, Lasciate che i bambini vengano a me, 1615-1616, Saint Louis, Saint Louis Art Museum, Missouri (USA)

 

 

 

L’archetipo della maternità

Lungo il corso dei secoli numerosi artisti hanno fatto della madre zingara l’archetipo della maternità, rappresentandola nelle tipiche pose iconografiche, con i bambini in braccio, nei mantelli o mentre allattano.

Una delle opere più interessanti, perché intrisa di reconditi simbolismi è una piccola miniatura, tratta dal “Libro delle ore” del fiammingo Simon Bening, che rappresenta Santa Margherita e la zingara con i bambini, 1522-23 circa. Al centro mostra la santa pastorella di Antiochia con la croce in mano e in atto benedicente che esce indenne da un drago, sotto le cui forme si era celato il demonio, che l’aveva divorata. Ai lati vi è una cornice con motivi floreali tra cui spiccano le margherite, evidente richiamo al nome della santa. In basso a sinistra vi è una madre zingara dalla carnagione bruna, con una lunga veste, un mantello blu a righe rosse e un grande turbante bianco, che ha in braccio un bambino e tiene per mano una bambina. L’umile e materna figura della zingara è equiparata alla santa, patrona delle donne durante la gravidanza. Inoltre la bambina stringe nella mano sinistra un rondinone morto, che probabilmente in analogia con il drago ucciso, simboleggia il paganesimo, e quindi la conversione (Bruna, 2014, p.75-79).

 

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Simon Bening, Santa Margherita e la zingara con i bambini, Libro delle ore, 1522-23

     Il dipinto Zingara con il bambino attribuito a Simon Vouet, seguace di Caravaggio e noto soprattutto per le scene di “buona ventura”, datato 1625 circa e conservato presso la Collezione Koelliker di Milano, ci restituisce l’immagine realistica di una giovane zingara con in braccio un bambino che si aggirava nelle strade della Roma del Seicento. In posizione frontale all’osservatore, in un chiaroscuro caravaggesco e illuminata da una luce che esalta il volto giovanile della donna e le membra nude del bambino che tiene nelle pieghe dell’ampio mantello fissato alla spalla destra, con l’esotico turbante di stoffe arrotolate sul capo, volge altrove gli occhi carichi di profonda melanconia, tenera e schiva al tempo stesso.

 

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Simon Vouet (attribuito), Zingara con il bambino, 1625 circa, Milano, Collezione Koelliker

 

La Madre zingara e bambina di Narcisse-Virgile Díaz de la Peña, 1866 circa, collezione privata, è una straordinaria rappresentazione “en plein air” di uno degli esponenti tra i più significativi della scuola francese di Barbizon. Sullo sfondo di un bosco, caro agli artisti che operavano ai margini della foresta di Fontainebleau, una zingara esotica, velata e ingioiellata, è seduta su un masso con il braccio che sostiene la guancia in atteggiamento sognante, mentre con l’altro braccio cinge la sua bambina, ornata di orecchini e con grazioso berretto rosso, appoggiata alle sue ginocchia col suo solare sorriso. Il vestito bianco della madre si confonde con la camicetta candida della bambina, mentre la coperta rossa sulle sue gambe si prolunga nelle pieghe della cintura della bambina, come a darle protezione e sicurezza. Una fusione cromatica e simbolica tra i corpi e la natura, in cui le tinte dorate creano un’atmosfera di sogno, in una dimensione senza tempo.

Questa atmosfera naturalistica, ma più idealizzata, la ritroviamo nella Cyganka di Wilhelm Menzler Casel, pittore tedesco di genere e di ritratti femminili, datata 1881 e custodita nel Museo Nazionale di Cracovia. Nella nutrita passerella di opere “al femminile”, con giovani donne con mazzi di fiori o strumenti musicali in grandi parchi signorili, tra prati, ruscelli e alberi in fiore, non poteva mancare un omaggio alla femminilità zingara nella sua dimensione più sublime, la maternità.  In un fitto bosco, cosparso di fiori, una zingara con un velo in testa, la fronte ornata da una catenina tintinnante, una collana e braccialetti, con una lunga e flessuosa veste che ricade dalla spalla sinistra, osserva teneramente il bambino nudo che ha sulle ginocchia.

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Narcisse-Virgile Díaz de la Peña, Madre           Wilhelm Menzler Casel, Cyganka, 1881,

zingara e bambina, 1866, Coll. privata              Cracovia, Museo Nazionale

 

La Donna zingara con bambino di Amedeo Modigliani, datata 1919 e conservata al National Gallery of Art di Washington, è un pezzo unico nello stile iconico che l’artista espressionista ha sviluppato durante la sua breve carriera. Rappresenta una giovane donna dall’aspetto umile con il collo allungato e la faccia piatta, secondo il suo inconfondibile stile, con gli occhi ovali e le labbra increspate nell’atto di stringere tra le sue braccia il suo bambino addormentato sulle sue ginocchia, assorta nei suoi pensieri di madre trepidante per il figlio (http://www.amedeomodigliani,net/gypsy-woman-with-baby/). Ma è proprio attraverso l’assenza degli attributi tipici della zingara (la carnagione scura, il turbante, i gioielli) che la donna zingara voluta da Modigliani incarna quel senso universale della maternità, che la tradizione le attribuisce (Morelli, 1994, p. 62).

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Amedeo Modiglioni, Donna zingara con bambino, 1918, Washington, National Gallery of Art

 

     La Gitana incinta di Isidre Nonell, artista post-impressionista di Barcellona che ha dedicato la propria arte alle classi umili della società, emarginati, poveri e zingari, datata 1904 e custodita nel Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Più unica che rara, è l’immagine di una maternità in fieri, una zingara “embrazada” che aspetta il suo bambino. Conosciamo pochi altri esempi di donna zingara incinta nell’arte, un discorso tabù nella cultura rom e una tipologia lontana dalla sensibilità artistica. Nella Sosta di Bohémiens del pittore francese Sébastien Bourdon, della prima metà del XVII secolo, in una banda di zingari accampata tra i ruderi di un antico castello compare la figura di una donna gravida che tiene per mano una altro bambino. Qui la zingara, seduta sul marciapiede, volge il suo sguardo triste verso l’orizzonte, tra i colori rosso e blu dei consunti vestiti e i verdi azzurri dello sfondo, che alludono alla natura. In una visone pessimistica della vita, Nonell ripropone l’immagine a lui cara della zingara solitaria e abbattuta, tra l’indifferenza e l’ostilità della gente che segnano la sua emarginazione nella società.

    Una simile denuncia sociale, anche se non così nichilista come in Nonell, caratterizza il dipinto Madre, una donna zingara di Eduards Kalnins, datato 1937, collezione privata, uno dei più importanti artisti lettoni, ma anche una delle poche voci di quel paese che hanno trattato il tema gitano. Rappresenta una zingara dello storico gruppo lettone dei Rom Lotfitka, emigrati dalla Polonia nel XVII secolo, in abiti tradizionali con la gonna, una camicia e il tradizione foulard o dikló, seduta su un parapetto con il volto dimesso e abbassato, mentre tiene fra le braccia un bambino triste e accigliato, sullo sfondo di una landa desolata dalle tonalità di grigio, riflesso di una condizione umana di patimenti e rassegnazione.

 

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Isidre Nonell, Gitana incinta, 1904, Madrid,        Eduards Kalnins, Donna, una madre zingara,

Museo Thyssen-Bornemisza                                     1937, collezione privata

 

Il dipinto Zingara con un bambino di Juan Cardona Llados, artista di Barcellona, contemporaneo e conterraneo di Nonell, ma da cui si discosta per la visione gioiosa e folcloristica della condizione gitana, datato 1929 circa e conservato nel Museo Nazionale d’Arte della Catalogna di Barcellona, si inserisce nella tradizione del costumbrismo spagnolo. Rappresenta una giovane gitana inginocchiata sulla nuda terra, che si staglia contro un cielo di nuvole policrome, nell’esuberante abito tradizionale con la coloratissima gonna a balze, gli orecchini e i bracciali, mentre bacia il suo bambino avvolto in un lungo scialle che forma un tutt’uno col vestito della madre, come fossero parti di unica realtà (https://www.coleccionbancosabadell.com/en/artist/joan-cardona-llados/).

 

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Juan Cardona Llados, Zingara con un bambino, 1929 circa, Barcellona, Museo Nazionale d’Arte della Catalogna

     E’ singolare che i pittori contemporanei ripropongano il tema della maternità zingara in forme tradizionali, quasi stereotipate, sebbene con una sensibilità artistica moderna, a sottolineare l’aspetto straordinario e immutabile di una cultura che si tramanda da secoli. Uno dei dipinti più significativi per la semplicità, la coerenza e la sintesi “culturale” di motivi fondamentali della maternità zingara, come il viaggio, la natura, il peso quotidiano di allevare la prole e il senso di mistero della vita, è la Zingara con una bambina di Leonid Andreevich Kabarukhin, artista contemporaneo di Rostov nella Russia meridionale, datata 1995, collezione privata. Il pittore sembra cogliere, come in un’istantanea fotografica, il passaggio di una donna zingara, con un copricapo scuro a righe rosse e gli orecchini, che porta sulle spalle una bambina. Le due figure quasi naïf si girano verso l’artista (o il fotografo), la donna sorridendo incuriosita e la bambina accoccolata sulla schiena della madre con le gambe penzolanti e gli occhi sgranati per lo stupore, prima di riprendere il viaggio lungo il sentiero che si perde in un bosco e in lontananza nelle montagne sotto uno straordinario cielo estivo.

Il dipinto Madre zingara e bambino di Lora Duguay, pittrice contemporanea statunitense con la passione per le culture primitive, i nativi americani e gli zingari, seconda metà del XX secolo, collezione privata, sviluppa il tema della maternità in una tipica ambientazione gitana. In primo piano tra i carrozzoni accampati in una foresta si staglia la nobile e solitaria figura di una madre, simile a una regina zingara, con un corpetto nero, una gonna rossa simbolo di amore, i lunghi capelli neri cadenti sulle spalle, una fascia rossa in fronte al posto del tradizionale foulard, gli orecchini e una collana sul petto scoperto, che regge tra le braccia un bambino addormentato, avvolto in una coperta.

 

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Leonid Andreevich Kabarukhin, Zingara                                  Lora Duguay, Madre zingara e bambino,

con una bambina, 1995, collezione privata                                fine secolo XX, collezione privata

 

Un sapore da fiaba ha una figurina dei primi anni del Novecento che rappresenta una deliziosa Madre zingara, una madre bambina seduta sulla nuda terra accanto a un cespuglio mentre stringe in un tenero abbraccio il suo “bambolotto”, sacro gioco della vita. E’ risaputo che presso le comunità rom vi è la tradizione (o se si vuole la piaga) dei matrimoni precoci. Le unioni di ragazzi adolescenti o poco più che bambini sono ancora molto frequenti. Un antico proverbio rom dice: “Metti tua figlia su una sedia e se i suoi piedi toccano terra è abbastanza matura per maritarsi”.

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 Figurina, Madre zingara, inizio Novecento

 

 

 

 

La madre che offre il seno al proprio bambino

Il rapporto tra madre e figlio ha il suo momento più tenero nell’allattamento, quando la madre offre se stessa in nutrimento alla sua creatura. Per questo le donne zingare sono spesso rappresentate mentre allattano. Per un romní l’allattamento in pubblico o all’aperto, anche in presenza di estranei, non ha niente di riprovevole. Nella società rom la donna è considerata marimé ‘impura’ dalla vita in giù, mentre non vige alcuna prevenzione o tabù verso questo atto considerato naturale e sacro. Nel XVIII secolo, in un’epoca cui filosofi come Jean-Jacques Rousseau vagheggiavano il ritorno allo stato di natura, l’immagine della madre nutrice viene messa al primo posto e quello della zingara che allatta diventa un modello da seguire.

L’incisione Zingara che allatta del tedesco Cornelis Wisscher, 1650-1658 circa e custodita nel Museo delle Belle Arti di San Francisco, è una straordinaria allegoria della maternità e della fame. Rappresenta una zingara prosperosa e scarmigliata in una natura selvaggia che offre il seno al suo bambino in fasce, circondata da altri due bambini, uno dietro la schiena che piange disperatamente per la fame e un altro più grandicello che tende una pentola vuota (Peter Bell, Dirk Suckow, 2000 p. 503).

Anche la Madre zingara del pittore tedesco Ludwig Knaus, 1886, collezione privata, è ambientata nella radura di un fitto bosco. La donna solitaria, dai marcati lineamenti gitani, i capelli neri, gli orecchini e con i piedi nudi sul prato erboso, tiene in braccio un bambino, coperto con una leggera veste e con i piedi nudi, avidamente attaccato al seno della madre, mentre volge lo sguardo curioso e indifferente verso lo spettatore.

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Cornelis Visscher, Zingara che allatta,                          Ludwig Knaus, Madre zingara, 1886,

1650-58, San Francisco, Museo delle Belle Arti             collezione privata

 

In particolare gli artisti del XX secolo privilegiano questa iconografia materna, facendone un’allegoria e una metafora del rapporto carnale e spirituale delle due creature, come se fossero una cosa sola, mettendo in evidenza la loro carica umana e trascendentale. La Maternità di Pablo Picasso, 1905, collezione privata, appartiene al “periodo rosa”, in cui la maggior parte delle sue opere sono ispirate al mondo spensierato e giocoso dello spettacolo itinerante, e ritrae probabilmente una figura del mondo circense, se non addirittura una gitana andalusa della sua terra d’origine. La madre, in una luminosa tonalità di rosa, indossa un impalpabile scialle formato da linee sottili, probabilmente una mantiglia, e porta capelli scuri ingentiliti, come nella migliore tradizione andalusa, da una rosa rossa. Stringe al seno il proprio bambino in un amorevole e malinconico sguardo materno da cui traspare tutta l’importanza fondamentale ricoperta dai gesti più antichi (De Angelis).

Al dipinto di Picasso possiamo accostare per la forma speculare lo straordinario ritratto della Zingara e bambino di Andrew Vicari, inglese di origini italiane, uno dei più grandi artisti figurativi del XX secolo, noto per i suoi ritratti di famose personalità internazionali, tra cui star del cinema, cantanti pop, principi delle case reali d’Europa e sceicchi arabi, tanto da essere chiamato “il re dei pittori e pittore di re”. Per questo dipinto, realizzato nel 1969-70, collezione privata, ha posato l’attrice Imogen Hassall, una delle protagoniste del film La vergine e lo zingaro, tratto dal celebre racconto dello scrittore inglese David Herbert Lawrence (http://www.bwwsociety.org/gallery/andrewvicari.htm).

La zingara, con un lungo scialle a fiori e un foulard in testa, si china in un abbraccio protettivo e pieno di tenerezza sul suo bambino, mentre beve il latte dal suo seno prosperoso. Il colore rosso del viso e della mano della donna e del corpicino del neonato alludono probabilmente allo sforzo del parto, in una fusione che ricrea “quell’unione indissolubile già presente tra di loro nei precedenti nove mesi di gestazione” (De Angelis).

 

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Pablo Picasso, Maternità, 1905,                     Andrew Vicari, Zingara e bambino, 1969-70,

collezione privata                                             collezione privata

 

Il dipinto Donna zingara con bambino di Lajos Tihanyi, pittore ungherese impressionista, che fu segnato a undici anni da una menengite che lo rese sordo e muto e che ha raggiunto fama internazionale lavorando fuori dal suo paese, principalmente a Parigi, datato 1908 e conservato nel Museo Janus Pannonius di Pécs, suscita un sentimento di profonda partecipazione e rispettosa commozione. Rappresenta una zingara dalla corporatura robusta e dal volto sofferto che tradisce una vita di stenti e di miseria, vestita di poveri panni e di uno scialle nero, seduta con in braccio un bambino completamente nudo e indifeso, in attesa di essere allattato.

 

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Lajos Tihanyi, Donna zingara con bambino, 1908, Pécs, Janus Pannonius Múzeum

 

 

Una buona madre è solamente quella che ha molti figli

Nella cultura rom, la donna è idealmente madre prima di esserlo naturalmente, poiché la sua funzione principale è mettere al mondo il maggior numero di figli. Secondo un antico detto rom “una buona madre è solamente quella che ha molti figli” (lačhi daj hin ča ajsi, kaj hin la but čhave). La prolificità è spiegata in modo faceto in un indovinello dei Rom slovacchi: “Cosa fa un bambino quando nasce? Fa posto a un altro bambino nella pancia della sua mamma (So kerel ciavo, kana ułol? Kerel than avre čhavoreske andre la dakero per), come è ben illustrato nel disegno di Zingara della Polonia meridionale di Ronald Searle, artista e fumettista inglese che mostra una giovane zingara con in braccio un bambino di pochi mesi che aspetta un altro bambino.

 

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 Ronald Searle, Zingara della Polonia meridionale, XX secolo

 

La sterilità è la peggior disgrazia che possa capitare a una romní ed è considerata come una vera ma­ledizione, oltre ad essere causa di rottura del matrimonio. L’aborto è evitato come un grande male, anche in situazioni di estrema miseria o imbarazzanti, come quella di una ragazza madre. Presso i gypsies inglesi c’era la credenza che se l’ombra di una croce posta su una tomba cadeva su una donna incinta, lei avrebbe abortito. Una toccante filastrocca descrive l’esitazione di una ragazza, che era andata vicino a una croce proprio per ottenere quel risultato, ma che viene trattenuta dall’amore per il figlio non ancora nato (Leland, 1997, p. 138).

Cigno trušul pal handako                    Piccola croce sulla tomba

hin ada ušalinako;                                io vedo la tua ombra qui;

the ziav me pro ušalin,                         se io vado sull’ombra,

ajt’ mange lašavo na kin.                     dicono che se ne andrà via la mia vergogna.

Sar e praytin kad’ chasarel,                Come la foglia d’autunno cade

save šile barval marel,                          e il freddo vento la fa morire,

pal basavo te prasape,                          ma anche nella vergogna e nella miseria,

mre čajori mojd kamale.                       la mia bambina mi sarà cara.

Alla domanda di un interlocutore se i Rom, facendo proprio il detto popolare salentino che “la ruta ogni male stuta” (la ruta spegne ogni male), usassero questa pianta per preparare qualche filtro che procurasse l’aborto, una romnì dell’Italia meridionale rispose con grande sdegno: “No, noi, quelle cose non le facciamo!”.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Baudelaire Charles, I fìori del male, 1857.

Bell Peter, Dirk Suckow, 2000 p. 503.

Bruna Denis, Tsiganes premiers regards. Craintes et fascination dans la France du Moyen Âge, Lione 2014.

Cronica di Bologna del 1422, di anonimo in Ludovico Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, Milano 1731, Tomo XVIII col. 611-612.

De Angelis Adriana, L’allattamento nell’arte della prima metà del ‘900 dei paesi mediterranei, in http://mediterranea.mediterraneaonline.eu/it/05/view.asp?id=1763).

http://www.amedeomodigliani.net/gypsy-woman-with-baby/.

http://www.bwwsociety.org/gallery/andrewvicari.htm.

https://www.coleccionbancosabadell.com/en/artist/joan-cardona-llados/.

Leland Charles Godfrey, Gypsy Sorcery and Fortune Telling, Londra 1891 [Ristampa Magia degli zingari, Atanòr 1997].

Morelli Bruno, Maledetti dal popolo, amati dall’arte. L’Immagine dello Zingaro nella pittura europea da Leonardo a Picasso, 1994, L’Aquila (tesi di laurea).

 

 

NOTE

[1] Lo scrittore francese Jean Alexandre Vaillant chiese a una zingara, incontrata in Bulgaria, che si lamentava della sua infelice vita, che cosa la trattenesse in vita, e lei in tutta risposta gli indicò in sequenza il sole e il figlio che stava allattando.


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