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I Rom nell'arte

La romanipé: i Rom tra identità e integrazione

19 apr , 2019  

Dalle facili generalizzazioni del passato, che consideravano i Rom in blocco, facendo come si dice “di ogni erba un fascio”, si è passati allo studio analitico dei sin­goli gruppi, mettendo in evidenza la grande varietà e diversità dei tratti culturali propri di ciascun gruppo, acquisiti nel tempo a contatto con genti e culture diverse.  Ma se tutto ciò ha favorito la conoscenza analitica del variegato universo rom (“un mondo di mondi”, secondo la definizione dell’antropologo Leonardo Piasere), l’accentuazione delle di­versità ha fi­nito per far perdere di vista o addirittura negare alla cultura rom una sua unità e specificità.

Nonostante le differenze, i Rom hanno conservato una radice socio-culturale comune, trasversale e sacrosanta, sedimentata e consolidata da secoli, che accomuna tutti i Rom e ne fa un’unica popolazione. Questa unità e identità collettiva dei Rom si manifesta in uno stile di vita peculiare, comune a tutti i Rom, che viene chiamato“romanipé”[1]. La romanipé è l’essenza rom, la coscienza di essere un rom e l’ostinazione a vivere da rom.

La romanipé poggia su due fondamentali pilastri. Uno è la distinzione metafisica fra Rom (gli appartenenti al proprio gruppo) e gagé (i non-Rom, gli estranei), che segna un netto confine tra loro e tutti gli altri e crea uno stato di conflittualità esistenziale (rapporti improntati a principi di difesa, vittimismo, diffidenza, recriminazione, ambivalente senso di superiorità-inferiorità), socio-economica (sfruttamento e profitto incondizionato) rituale (pericolo di impurità e contaminazioni esterne nocive alla conservazione della propria cultura) e simbolica (diversa visione e rappresentazione della realtà).

Questo sentimento di appartenenza comune nella diversità è rappresentato in un disegno, intitolato  Il radicamento nella propria cultura, del pittore rom abruzzese Bruno Morelli, 1998, una gigantesca  secolare quercia antropomorfica, costituita da un enorme tronco con la figura di un uomo capostipite, da cui si dipartono un’infinità di corpi ramificati che terminano in tanti visi ovali, indice di identità e individualità. Un’immagine vigorosa e pregnante, che racconta la forza e la sofferenza della fedeltà alla sorgente della tradizione, ma anche lo spirito di sopravvivenza che ha permesso ai Rom di attraversare “indenni” secoli di persecuzioni e il tentativo di genocidio nazista.

    L’altro elemento cardine della romanipé è l’organizzazione sociale rom, basata sul clan parentale (vitsa), ossia l’insieme allargato dei familiari, consanguinei ed affini, rigidamente strutturato in regole consuetudinarie vincolanti e nella divisione dei ruoli. Anche questo aspetto è illustrato da un altro disegno del pittore Morelli, La Comunità, 1988, dove l’intero ciclo vitale dei Rom, dalla nascita al matrimonio e alla morte si svolge in funzione e all’interno del proprio clan di appartenenza.

 

951Morelli_il radicamento nella propria cultura1998                       952Morelli_la comunità1998

Bruno Morelli, Il radicamento nella propria cultura, 1998                        Bruno Morelli, La Comunità, 1998

 

Dopo la seconda guerra mondiale, in seguito a dibattiti e riflessioni interne alla comunità mondiale rom sul proprio ruolo e destino nella società moderna, si è sviluppato un movimento nazionalistico che ha sancito, per così dire, l’unità etnica e geopolitica della nazione romaní, uno stato senza territorio e senza confini, né governo politico o infrastrutture pubbliche. L’8 aprile 1971 si svolse a Londra il primo Congresso Mondiale Rom, cui parteciparono i rappresentanti di una decina di nazioni, nel quale venne approvata ufficialmente la bandiera internazionale del popolo rom e si scelse l’inno nazionale. In quella sede si decise di celebrare l’8 aprile di ogni anno la “Giornata Internazionale dei Rom” per ricordare le vittime del Porrajmós, l’olocausto dei Rom durante il nazismo.

La bandiera è di verde e blu, che rappresentano il cielo e la terra, con al centro una ruota rossa a sedici raggi, che simboleggia il loro continuo migrare, e che è presente sulla bandiera indiana, per ricordare il luogo d’origine di questa popolazione.

 

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 La bandiera del popolo rom

 

L’inno dei Rom è il canto Gelem, gelem ‘Camminando’, composto nel 1969 dal musicista rom serbo Žarko Jovanović, adattandolo ad una melodia tradizionale. Nel brano si canta la felice vita nomade di un tempo in contrapposizione alle sofferenze moderne e ai patimenti subíti durante la seconda guerra mondiale a causa delle persecuzioni delle SS naziste, la Legione Nera.

 

 

Gelem, gelem

 

Gelem, gelem lungone dromentsa,                       Ho camminato lungo tante strade

maladilem baxtale řomentsa.                                ho incontrato rom felici.

A řomale, katar tumen aven                                  E voi Rom, da dove venite

e tsarentsa, baxtale dromentsa?                             con le tende, su strade felici?

Ah, Řomalen,                                                                  ah, Rom,

ah, Šavalen.                                                                     ah, Figli.
Vi man sas u bari familija,                                   Anch’io avevo una grande famiglia,

mudardasla e Kalí Legija.                                     la Nera Legione l’ha massacrata.

Aven mantsa saj lumnjake Řoma,                         Su venite con me, voi tutti Rom del mondo,

kaj putajle e řomane droma,                                  che le strade sono ormai aperte.

Ake vrjama: usti Řom akana.                                 E’ il momento: alzati ora rom.

Men xutasa mishto kaj kerasa                                Noi scatteremo e agiremo

Ah, Řomalen,                                                                  ah, Rom,

ah, Šavalen.                                                                     ah, Figli.

 

 

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 Inno nazionale dei Rom

 

Accanto a Sara la Kalì, la patrona leggendaria dei Rom, la cui festa si celebra alla fine di maggio alle Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, i Rom possono vantare oggi un proprio santo nella storia della Chiesa cattolica, il gitano spagnolo Ceferino Giménez Malla, detto “el Pelé”, canonizzato ufficialmente il 4 maggio 1997 a Roma, alla presenza di migliaia di zingari, da Giovanni Paolo II.

Nato a Benavent de Segrià (Lerida), nella regione di Aragona, da una povera famiglia nel 1861, all’età di diciotto anni si trasferì a Barbastro, esercitando il mestiere di commerciante di cavalli. Durante la guerra civile spagnola venne arrestato dai miliziani repubblicani per aver cercato di difendere il parroco di Barbastro e condotto nel carcere popolare. Durante la detenzione venne trovato in possesso di una corona del rosario. Gli fu offerta la libertà in cambio dell’abiura della sua fede, ma egli rifiutò. La mattina del 2 agosto 1936 fu condotto al cimitero di Barbastro e fucilato davanti al muro di cinta. Prima di morire con il rosario in mano gridò: “Viva Cristo Re!”. Il beato Ceferino è patrono di tutti i Rom e la sua festa cade il 2 agosto A lui è dedicata, a Roma, una chiesa all’aperto presso il Santuario della Madonna del Divino Amore detta “Santuario degli Zingari”.

Il giorno della sua beatificazione, sulla facciata della basilica di San Pietro a Roma, campeggiava un  grande stendardo realizzato dal pittore rom abruzzese Bruno Morelli. Sullo sfondo di un paesaggio collinare verde e di un cielo azzurro, richiamo ai colori della bandiera, con una strada serpeggiante, è tratteggiato un accampamento rom con la tenda e i gitani attorno al fuoco. In primo piano emerge la figura del beato martire con una giacca, un panciotto e il foulard, con la corona del rosario in una mano e nell’altra la cavezza di un cavallo bianco, che richiama la sua attività di commerciante e mediatore di cavalli.

Tra le numerose opere artistiche che celebrano la gloria di questo martire rom vi è il dipinto del pittore slovacco Vincenzo Stáricek, 1998, collezione privata. Sullo sfondo del Santuario della Vergine di Pueyo, su una collina nei pressi di Barbastro, è rappresentato un accampamento di gitani attorno al fuoco, le donne con in braccio i bambini e un uomo che fabbrica un cesto di vimini. In primo piano al centro il beato Ceferino incede su un cavallo bianco, nel suo abbigliamento consueto di mediatore di cavalli, con in mano il rosario e affiancato da una donna con un bambino in atto di devozione e di supplica. In alto in un cielo rossastro un angelo reca una palma, segno di martirio.

 

955Morelli_Ceferino1997      956Staricek_Ceferino1998

Bruno Morelli, Il beato Ceferino Jiménez         Vincenzo Stáricek, Il beato Ceferino Jiménez

Malla, 1997                                                               Malla, 1998

 

La romanipé, se da una parte è la grande “invenzione” dei Rom, espressione di identità, mutuo soccorso e sopravvivenza, dall’altra è il maggior ostacolo alla loro integrazione, in quanto costituisce un retaggio culturale anacronistico di valori, di credenze e di vita in contrasto con quelli della società non solo moderna, ma in genere (Dios, 1973, p.19).

Secondo la speculazione sociologica moderna, basata sul principio del “politicamente corretto”, i Rom devono sapersi integrare nella società moderna, nel rispetto e salvaguardia della loro identità culturale. Al di là dei buoni propositi e delle belle parole, occorre comprendere che cosa si intende per “loro” cultura. Certamente si intende il loro patrimonio culturale, come la lingua romaní, i riti familiari, le tradizioni, la cucina, la musica, le danze, il senso della natura, la concezione spazio-temporale e via dicendo. Ma non sono questi i fattori che si oppongono a una corretta e serena accettazione da parte dei Rom delle regole della società civile e il loro inserimento nella comunità maggioritaria, bensì realtà strutturali più profonde, incompatibili con la società ospitante civile[2].

L’antinomia ontologica rom-gagé, basata su una concezione ideologica e su precetti tabuistici, sancisce il fatto che siamo di fronte a due mondi diversi e separati. I Rom, benché siano nella maggior parte cittadini di uno stato, si considerano come fossero stranieri nella loro patria. L’intellettuale rom macedone Muharem Serbezovski, romanziere, poeta, musicista e drammaturgo afferma che “verso gli altri [i gagé, ndr] che li circondano, i Rom non sentono né obblighi né responsabilità. Da rom, l’interesse individuale avrà sempre la precedenza ad un interesse collettivo” (Serbezovski, 2001, p. 269). Nonostante i progressi fatti, soprattutto dalle nuove generazioni, vi è ancora grande diffidenza e resistenza verso importanti istituzioni pubbliche come la scuola, la giustizia, la sanità, che il rom non riconosce e combatte come aperta minaccia alla propria esperienza e concezione esistenziale[3].

Ancora più problematici sono alcuni corollari che derivano dall’organizzazione sociale del clan. Se è vero che i Rom sono antropologicamente “un mondo di mondi”, è altrettanto vero che i clan sono veri e propri piccoli stati autonomi e chiusi in sé stessi. Sebbene i suoi membri siano spesso dispersi in nazioni diverse, “il clan non muore, non cambia, e se lascia un luogo geografico per un altro, porta con sé la sua eterna realtà. La sua nazione è dovunque e dovunque è la stessa” (Frère, 1973, p. 155).

L’organizzazione in clan dà vita a una gestione sociale interna che si muove in parallelo, e spesso in netto contrasto con la società maggioritaria gagí, in materia di sistema economico, giuridico-giudiziario, matrimoniale, di educazione infantile ecc.

Il sistema economico rom procede su un doppio binario. Le relazioni economiche interne sono regolate da un codice morale che impone norme e comportamenti di correttezza e trasparenza, basate sui princìpi di cooperazione, solidarietà e mutuo soccorso. Nei rapporti con il mondo esterno, invece, vige un’altra morale, che con termine complessivo si potrebbe definire la domesticazione dei gağé, ossia lo sfruttamento e il profitto incondizionato dell’ambiente circostante. Le unioni matrimoniali, con tutti i diritti e doveri che conseguono, sono sancite da accordi e cerimonie interne, che non hanno validità legale e quindi sono illegittime. Anche l’ordinamento giudiziario rom è alternativo a quello gagió. Le questioni giudiziarie e le controversie interne alla comunità rom vengono risolte da un consiglio arbitrale, che giudica gli imputati e commina le pene adatte, di solito sotto forma di risarcimento economico. Questa antinomìa è sottolineata anche dalla diversa terminologia con cui vengono chiamati i due diversi apparati giudiziari: il tribunale ufficiale (sudo), il tribunale rom (kris); il giudice ufficiale (xarnishiró ‘testa d’asino’), il giudice rom (krisnitori); l’avvocato ufficiale (rakapaskro o cibjakero ‘quello che parla’), mentre non esistono tra i Rom le figure dell’avvocato difensore e del pubblico ministero, ma il dibattito diretto e collettivo delle due parti in causa. I Rom non considerano un peccato la violazione delle leggi dei gagé, mentre sono tenuti a rispettare un complesso di norme tradizionali, convenzionalmente dette romanja, che riguardano le infrazioni al codice morale interno, quali il disonore, il venir meno ai patti o alla parola data, l’infedeltà coniugale, la verginità, conflitti per questioni matrimoniali, la collaborazione con le autorità dell’ordine pubblico, l’offesa ai morti e i tabù legati al cibo, alle funzioni biologiche e alla condizione “impura” della donna (Sutherland, 1975, p. 181 ssg).

Sulla base di queste oggettive considerazioni, appare ingenua e utopistica l’idea di conciliare l’integrazione dei Rom nella nostra società con il loro sacrosanto diritto a  mantenere viva la propria cultura[4]. Purtroppo non c’è una via di mezzo, meno sofferta e conciliativa. L’integrazione richiede lo scardinamento della romanipé, la cultura di fondo dell’anima rom. Solo il futuro potrà rivelare se questa evenienza sarà una conquista della civiltà o l’ennesima sconfitta di una globalizzazione che farà scomparire l’ultimo popolo di cicale in un mondo di formiche!

 

 

 NOTE

 

[1] Il termine romanipé, come tutti i sostantivi astratti in -pé, come lacipé ‘bontà’, shukaripé ‘bellezza’, ciacipé ‘verità’, sono maschili, ma in genere si usa premette l’articolo femminile per assonanza ed eufonia con l’italiano.

[2] “L’integrazione sociale presuppone uno spirito sociale. Per lo zingaro patria, stato, impegno sociale e solidarietà, rivendicazioni sociali, diritti e doveri, passato e avvenire, tradizioni e speranze sono sconosciute allo zingaro” (Gross, 1906, p. 211).

[3] La scuola è percepita negativamente come veicolo di disvalori rispetto all’educazione familiare; il poliziotto è considerato come il massimo rappresentante della politica repressiva e punitiva della società maggioritaria; persino nei confronti del medico il rom è prevenuto, perché è maxrimé ‘impuro, mulomurshengro ‘quello dei morti’ e richiama l’ospedale, le malattie e la morte (Derlon, 1978, p. 233).

[4] E’ un dibattito che si ripete ancora oggi nel solco della diatriba, alla fine del XIX secolo in Inghilterra, tra gli etnologi della Gypsy Lore Society, acerrimi sostenitori della preservazione ad ogni costo del mondo dei Rom e del loro essere diversi e alternativi alla nostra società, e i filantropi, come George Smith, che propugnava interventi drastici contro la situazione da terzo mondo, in cui vivevano i Rom.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Derlon PierreLa medicine secrete des gens du voyage, Parigi, 1978.

Dios (de) JuanRamirez ErediaNosotros los gitanos, Barcellona, 1973.

Frère Jean-ClaudL’enigme des gitans, Aubin, 1973, p. 155.

Gross HansLa polizia giudiziaria (traduzione di M. Carrara), Torino, 1906.

Serbezovski MuharemCigani i Ljudska prava (Zingari e diritti umani), Sarajevo, 2001.

Sutherland AnneGypsies.The Hidden Americans, New York, 1975.

 


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