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I Rom nell'arte

La musica, il canto e la danza: come disprezzare la vita che fugge

10 lug , 2019  

Con la musica i Rom hanno scritto uno dei capitoli più straordinari e unici della loro storia. Non si può immaginare il popolo rom senza la musica[1]. La musica e la danza scorrono nelle loro vene fin dalla notte dei tempi. Senza la musica non ci sarebbe il rom, e non c’è rom senza musica. Se il re Mida era capace di trasformare in oro tutto ciò che toccava, i Rom sono stati capaci di trasformare la loro esistenza travagliata in armonia musicale.

Nell’immaginario comune e nell’iconografia artistica l’ideale musicale dei Rom è rappresentato dal musicista con il violino. Il violino è lo strumento principale, diffuso in quasi tutte le comunità rom, dall’Ungheria all’Europa centrale e all’Inghilterra. E’ il compagno inseparabile dei loro viaggi e dei loro bivacchi e il rifugio sicuro nei momenti di difficoltà della vita. Una canzone dei Rom della Transilvania esprime l’attaccamento del rom al violino, poiché è l’unico che non lo abbandona mai:  

Na gianáv ko dad mro as,              Non ho conosciuto mio padre,

niko mallen manghe as,                     non ho nessun amico,

miro gule daj merdjás,                       la mia cara madre è morta,

pirani me pregheljás.                         la mia fidanzata se n’è andata.

Uva tu, o heghedive,                         Solo tu, o violino,

tu sal mindik pash manghe.”            sei sempre vicino a me (Leland, 1882, p. 76).

L’incisione Zingaro ungherese con violino di un artista anonimo, 1874, rappresenta un rom appoggiato a un muro che suona il violino, con lo sguardo languido e la figura dinoccolata tipica dei violinisti che seguono le movenze dell’archetto. L’opera evoca la spensierata vita libera e vagabonda del rom. Ai suoi piedi, per terra, è appoggiato un berretto per le offerte, a testimoniare che è un’attività mediante la quale si procura da vivere. In seguito all’immigrazione dei Rom dalla Romania e dai Balcani negli anni ’90 del XX secolo, si è assistito al fenomeno di musicisti, prevalentemente violinisti, che suonavano abitualmente nelle metropolitane delle principali città europee, come Barcellona, Parigi, Roma, Milano. E’ sconcertante che questa gioiosa irruzione nella grigia monotonia dei gagé, tutti presi dal lavoro e dalla frenetica corsa degli impegni, sia stata osteggiata e molto spesso, con atti illegittimi, i loro strumenti venissero fracassati dalle forze dell’ordine e dai vigili urbani.

    Il dipinto Davanti al giudice dell’ungherese Sándor Bihari, datato 1886 e conservato nel Museo Nazionale ungherese di Budapest, mette in scena un rom che ricorre a un magistrato, denunciando un giovane aristocratico che, probabilmente durante una lite, gli  ha fracassato il violino, lo strumento con cui si guadagna da vivere. I membri della sua orchestra, con i vestiti laceri e rattoppati e gli strumenti in mano, togliendosi il cappello in atto di deferenza, sono venuti solidali con lui a testimoniare. L’imputato in piedi, con il viso beffardo e le mani intrecciate, osserva il violinista con aria di superiorità e di sfida. Il giudice siede di lato sulla sedia, ascoltando con aria scettica e quasi con fastidio. Un funzionario, in piedi contro una parte con una vecchia cartina geografica, osserva cinico, mentre fuma la lunga pipa magiara. Un’umile serva, addetta alle pulizie, con un sorriso amaro sembra già preannunciare la sentenza, che addosserà sicuramente tutta la responsabilità dell’accaduto allo zingaro. E’ il racconto di un’ennesima ingiustizia e discriminazione ai danni dei poveri Rom (http://gurneyjourney.blogspot.com/2012/01/before-judge.html).

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Anonimo, Zingaro ungherese con                     Sándor Bihari, Davanti al giudice, 1886, Budapest,

    violino, 1874                                                          Museo Nazionale ungherese

 

L’opera Il Violinista di Marc Chagall, datato 1912 e conservato nello Stederlijk Museum di Ansterdam, rappresenta in un contesto pittorico cubista e surrealista la figura gigantesca di un violinista itinerante, dal volto color verde con il lungo cappotto e il cappello a larghe tese, sullo sfondo di un villaggio quasi fiabesco, dalle case spigolose e geometriche, gli alberi stilizzati e brulli, il cielo cupo e piatto. La voglia di reinventare il mondo reale per Chagall si lega al suono sottile, vago e graffiante del violino:  è la musica gitana ricca e antica, con il suo potere di condizionare e rinnovare la tradizione occidentale (Morelli, 1994, p. 77).

Nel dipinto Violino tzigano di Christiane Riter, un’artista sinta francese, seconda metà del XX secolo, collezione privata, un musicista in abiti ungheresi, con i capelli scompigliati, la camicia bianca a maniche larghe e la casacca ricca di preziosi bottoni, suona appassionato un violino color rosso acceso, ornato da nastri multicolori. In primo piano, accanto a grandi rose rosse, una giovane donna, ornata di preziosi gioielli e con un turbante orientale e uno scialle di seta con i simboli cosmici del cielo e del sole, guarda l’osservatore, quasi volesse uscire dal quadro. Non si sa se è una danzatrice o la musa ispiratrice della musica gitana.

 

1093Chagall1912              1094Riter Christiane

Marc Shagall, Il Violinista, 1912, Amsterdam,         Christiane Riter, Violino tzigano, XX secolo,

Stederlijk Museum                                                          Collezione privata

 

 

Un importante contributo all’immagine stereotipata ma avvincente del violinista tzigano è stato dato dalle figurine pubblicitarie, emesse a cavallo del XIX secolo dalle ditte di prodotti alimentari. In una figurina della Liebig, datata 1890-1910, davanti alla tenda  dell’accampamento due violinisti in abiti ungheresi si esibiscono sotto gli sguardi di un anziano del gruppo, che fuma la pipa, e una ragazza, seduta su uno sgabello.

In un’altra figurina pubblicitaria della ditta tedesca Aecht Franck, produttrice di caffè, del primo Novecento, sullo sfondo di Bratislava, dominata dal castello sulla sommità di una collina sulle rive del Danubio, un violinista in tipico abito ungherese seduto su un masso roccioso accanto al fuoco accompagna una gitana al ritmo cadenzato di un tamburello con sonagli.

 

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Figurina Liebig, Il violino, 1890-1910                   Figurina Aecht Franck, Violinista e danzatrice, primi Novento

 

Il dipinto Il piccolo virtuoso di Antoni Kozakiewicz, pittore realista polacco che dedicò la maggior parte delle sue opere al folclore popolare e alle scene di vita quotidiana zingaresca, 1885 circa, collezione privata, nella landa desolata della pianura polacca, una madre zingara con un foulard rosso in testa, una collana di monete al collo e la pipa, seduta davanti alla tenda accanto al focolare osserva orgogliosa e compiaciuta il figlioletto completamente nudo, che si cimenta  con un violino di colore marrone che si confonde con la sua pelle scura.

 

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 Antoni Kozakiewicz, Il piccolo virtuoso, 1885 circa, collezione privata

 

Un altro strumento, diffuso un po’ dovunque, al quale sono legate le più suggestive sensazioni dell’immaginario  popolare della figura del virtuoso musicista gitano, è la chitarra. Il dipinto Gitano di Figueres di Salvador Dalí, pittore spagnolo che ebbe una particolare attrazione per il mondo degli ambulanti, che aveva modo di osservare dal balcone della sua casa di Figueres in Catalogna, datato 1923 e conservato nel Museo reina Sofia di Madrid, ritrae un gitano seduto su una sedia, con un vestito largo e trasandato di un artista di strada, in un momento di pausa mentre fuma una sigaretta. Gli è accanto l’inseparabile chitarra tra quadri e libri, a indicare l’intima unità delle arti, perché la pittura, la musica e la poesia sono un unico linguaggio che esprime le emozioni fondamentali dell’essere umano e concorrono allo scopo di suscitare l’emozione delle idee rappresentate. Si nota anche l’influenza esercitata sul suo stile da Rafael Barradas, in quello che il pittore uruguaiano chiamava “clownismo”, come l’abbreviazione di alcune linee e la mancanza di continuità di tratti del viso (https://www.museoreinasofia.es/en/collection/artwork/gitano-figueres-gypsy-figueres).

Il dipinto Il chitarrista del pittore colombiano Fernando Botero, seconda metà XX secolo, collezione privata, rappresenta la figura di un gitano chitarrista nella dilatazione del soggetto, che è la caratteristica dello stile dell’artista, e nella stesura di un colore piatto e uniforme, senza contorni né ombreggiature, che fa scomparire dai personaggi la dimensione morale e psicologica. L’artista associa le forme dei suoi soggetti al piacere, all’esaltazione della vita, perché l’abbondanza comunica positività, vitalità, energia, desiderio: tutti concetti che hanno a che fare con la sensualità, intesa tuttavia non tanto in senso erotico quanto come espressione di piacere (https://www.finestresullarte.info/571n_perche-le-figure-di-fernando-botero-sono-grasse.php).

 

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Salvador Dalí, Gitano de Figueres,                   Fernando Botero, Il chitarrista,

1823, Madrid, Museo reina Sofia                     seconda metà XX secolo, collez priv.

 

Il dipinto Zingara con chitarra del pittore espressionista francese di origini bulgare Jules Pascin, 1928, collezione privata, rappresenta una giovane zingara, con le lunghe trecce che cadono sul petto, la vistosa collana di monete d’oro, la gonna lunga ed ampia, mollemente seduta in un ambiente indefinito dal cromatismo uniforme, assorta in un accordo di una melodiosa canzone gitana.

Il dipinto Ragazza zingara con chitarra di Leopold Schmutzler, pittore tedesco di origine boema, specializzato in figure femminili semi-erotiche e scene di genere in stile rococò, inizio del XX secolo, collezione privata, ci offre lo stereotipo di una gitana sensuale nelle sue vesti trasparenti e scollate, che sembra incarnare la seducente Carmen della letteratura romantica.

 

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Jules Pascin, Zingara con chitarra, 1928,                     Leopold Schmutzler, Ragazza zingara con

Collezione privata                                                                chitarra, inizio XX secolo, Collezione privata

 

Un altro strumento, apparentemente secondario, carico di suggestioni romantiche, che evoca la danza, legato alla figura della bella gitana, è il tamburello basco munito di sonagli, che “malgrado il suo nome, non sembra essere di origine basca, ma al contrario sembra che siano stati gli zingari che l’abbiano portato dalla Persia” (Clebert, 1976, p. 88). Infatti esso è utilizzato un po’ dovunque, dalla Spagna ai Balcani, dove è in uso presso gli ursari, gli ammaestratori ed esibitori di orsi della Romania e della Iugoslavia. La ragazza bruna con un tamburello è diventato uno dei temi pittorici classici, appannaggio della danzatrice gitana.

L’incisione La Bohémienne dell’incisore francese Nicolas Bonnart, 1680, ritrae la straordinaria silhouette di una danzatrice zingara che con un turbante orientale e la svolazzante fascia alla vita, balla al suono di un tamburo che tocca con le dita agili e affusolate. E’ comunque un personaggio inquietante, che porta i segni esteriori della sua condizione marginale, stigmatizzata nella veste rigata, il marchio distintivo delle categorie di esclusi come l’ebreo, il saltimbanco e la prostituta, e nell’avvertimento dell’iscrizione che accompagna l’incisione che mette in guardia dalla sua predisposizione al furto: “Lei danza bene la gagliarda, i minuetti e il passepied, ma bisogna sempre guardarsi dalle sue mani, piuttosto che guardare ai suoi piedi”.

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Nicolas Bonnart, La Bohémienne, 1680

 

Nei pittori secenteschi la zingara con il tamburello è usata in chiave simbolica per rappresentare uno dei cinque sensi, precisamente l’udito. La Ragazza con il tamburello di Jusepe de Ribera, il pittore spagnolo che si è specializzato nella produzione di figure di popolani, scugnizzi, zingari e donne della campagna, datata 1637 e custodita al National Gallery di Londra, rappresenta una zingara con una piuma in testa e il viso allegro e sorridente con  un tamburello tra le mani, che canta a bocca aperta. L’allusione al senso dell’udito resta in sottofondo, mentre brilla l’immediatezza attraente del personaggio disinvoltamente concreto (Morelli, 1994, p. 81).

Anche nel dipinto Zingara con tamburello, attribuito al pittore fiammingo Michael Sweerts, metà del XVII secolo, Museo Baroffio del Sacro Monte di Varese, l’attenzione è calamitata dall’intenso sguardo della fanciulla, a mezzo busto, che regge in mano un tamburello. In un’atmosfera sospesa, il viso della ragazza, illuminato da sinistra, emerge per contrasto dal fondo nero, esaltato dal turbante chiaro che fa di questa ragazza una zingara, che rappresenta simbolicamente l’udito (Marazzi, 2011).

 

 

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Jusepe de Ribera, Ragazza con il tamburello,    Michael Sweerts (attribuito), Zingara con tamburello,

1637, Londra, National Gallery                              metà XVII sec., Sacro Monte di Varese, Museo Baroffio

 

    Tra l’Ottocento e il Novecento la bella gitana con in mano un tamburello a sonagli esprime l’incarnazione perfetta dell’ideale romantico, tra natura, amore passionale, vita libera e vagabonda. Il dipinto Zingara italiana con un tamburello del pittore bulgaro Dimitar Dobrovich, che visse per un certo periodo a Roma, datato 1870 e conservato al National Gallery di Sofia, delinea il ritratto solare di una ragazza zingara, probabilmente appartenente al gruppo dei Rom Napulengre o napoletani, sullo sfondo di un indefinito paesaggio dell’Italia meridionale e in una straordinaria armonia cromatica delle vesti, che compie rapidi movimenti di danza al ritmo di un tamburello (Marinska, 2014, pp. 17-20).

Il dipinto Giovane zingara con un tamburello di un artista anonimo dell’inizio del XX secolo rappresenta una tipica bellezza gitana, dai capelli neri e gli orecchini ad anelli, davanti a una grande tenda, nell’atto di mostrare un tamburello, biglietto da visita della sua professione di danzatrice, mentre alza con candore adolescenziale un lembo della gonna.

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Dimitar Dobrovich, Zingara italiana  con             Anonimo, Giovane zingara con un tamburello   

un tamburello, 1870, Sofia,  National Gallery        inizio XX secolo, Collezione privata

 

In altri artisti viene esaltata la grazia naturale e il fascino conturbante ed esotico delle donne orientali. La Gitana con un tamburello del pittore russo Khariton Platonovich Platonov, 1877, collezione privata, è il ritratto di una ragazza zingara dalla carnagione scura, con la gonna a righe colorate, la candida camicia a maniche larghe e collane di perline bianche rose e nere, che agita con movenze orientali un tamburello tintinnate, sullo sfondo di una natura verdeggiante e complice di tanta spensieratezza. Il dipinto Zingara di Gabriele Brunati, pittore comasco allievo di Hayez, inizio XX secolo, collezione privata, si inserisce nella scia delle correnti orientaliste di fine Ottocento. La gitana, con la fronte e il collo circondato da collane di monete, la camicia di lamé e la gonna rigata delle danzatrici,  mollemente adagiata su uno scranno adamascato ostenta un grande tamburello dalla forte simbologia sessuale.

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 Khariton Platonovich Platonov, Gitana                Gabriele Brunati, Zingara, inizio XX secolo,

 con un tamburello, 1877, Collezione privata       Collezione privata

 

    La musica, il canto e la danza della popolazione rom sono riconducibili alle radici indiane. Fiorita all’epoca del loro soggiorno indiano, l’arte musicale dei Rom si è propagata dall’India fino alla Spagna, ai confini occidentali dell’Europa, attraverso i paesi e lungo i secoli. Specialmente la danza, e in particolare la danza del ventre e il flamenco, mostra la sua sua filiazione dalla danza indiana nei passi dei piedi e nelle movenze del corpo e delle mani in forma di serpente delle bajadere, le sacre danzatrici indiane, tramandati nel tempo, e ancora vivi nella Piccola danzatrice di una tappezzeria fiamminga dei primi del Cinquecento e in una danzatrice spagnola di flamenco del XX secolo.

 

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Bajadera indiana                          Arazzo di Tournai, La piccola           Danzatrice di flamenco,

danzatrice, XVI secolo                       Granada, XX secolo

 

Le eroine della letteratura europea, come Preziosa, Esmeralda, Carmen erano l’archetipo delle danzatrici zingare. La musica e la danza sono riuniti nel dipinto Fatima e la sua troupe del pittore espressionista tedesco Kees Van Dongen, 1906, collezione privata. La ballerina, al centro della composizione, con la gonna stretta, una camicia corta e aderente e un velo trasparente, ricoperta di monili e collane, raggiante di luce, leva le braccia al cielo, mentre le altre compagne vibrano i loro tamburi a scandire l’antica danza del ventre, che i Rom importarono dall’oriente (Morelli, 1994, p. 76).

 

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Kees Van Dongen, Fatima e la sua troupe, 1906, collezione privata

 

Il dipinto Campo degli zingari del pittore polacco Juliusz Słabiak, 1960 circa, collezione privata, in uno spiazzo erboso due musicisti accompagnano una giovane ragazza che danza con un tamburello davanti a una grande tenda, sotto lo sguardo delle donne del campo, sedute per terra, e tra i cavalli  che brucano l’erba, in una gamma fantasmagorica di colori, esaltati dall’intensa luce diurna.

In una figurina pubblicitaria della ditta tedesca di cioccolato Hildebrand Sera nell’accampamento, inizio XX secolo, all’imbrunire, mentre si accendono le luci del villaggio in fondo alla vallata, al centro dell’accampamento una ragazza con un tamburello e un suo compagno danzano  accompagnati da un giovane ragazzo con il violino e sotto l’attento sguardo di una donna seduta davanti alla tenda, che li incita con il braccio alzato.

 

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 Juliusz Słabiak, Campo degli zingari, 1960 circa            Figurina Hildebrand, Sera nell’accampamento, inizio XX  

Collezione privata                                                                    secolo

 

A rigor di termini, non esiste una musica tipicamente rom, poiché non troviamo tratti stilistici così chiaramente omogenei. Frammentati in una miriade di gruppi, dispersi in tutte le nazioni, i Rom hanno saputo adattarsi alle varie culture, assi­milando la musica delle popolazioni che li ospitano e interpretandola con il loro inconfondibile stile, in cui giocano un ruolo fondamentale l’improvvisazione, la libera esecuzione, il virtuosismo, l’uso di abbellimenti, i rapidi passaggi da un tono a un altro e la graduale accelerazione, detta appunto “alla zingara”.

I Rom non usano partiture scritte e raramente conoscono le note. Suonano interamente a orecchio e di solito è sufficiente che ascoltino la melodia poche volte per saperla ripetere. Eseguono brani musicali classici, ma talmente abbellitti di fioriture selvagge, che a malapena si giunge a ritrovare il tema primitivo, tanto che la notazione musicale originale passa in second’ordine rispetto all’estro interpretativo (Valerio, 1858, p. 250). A tale proposito si racconta che a New York un’orchestra zigana eseguì una rapsodia ungherese di Liszt con tali sfumature e colorazioni, che un critico musicale si felicitò con il direttore d’orchestra ma aggiunse: “ E’ meravigliosa, ma non è così che Liszt l’ha scritta”. E il direttore gli rispose: “Che colpa ho io, se Liszt non è stato capace di trascrivere sulla carta la musica che ha sentito suonare dai miei antenati” (Ville (de), 1956, p. 164).

La storia musicale dei Rom è fatta di grandi aree geo-culturali che si sono sviluppate autonomamente, attingendo al fondo comune primitivo dei popoli ospitanti, ma accomunate da una  identica linfa genetica che rimanda alla loro comune origine indiana. Dove maggiormente si è espresso lo straordinario talento musicale dei Rom è l’area balcanico-danubiana, in Ungheria, nei principati rumeni di Valacchia e Moldavia e nell’impero ottomano. Specialmente in Ungheria l’apporto dei Romungri alla musica popolare e alla musica nazionale di quel paese è stato fondamentale, tanto che nel linguaggio contemporaneo musica zigana e musica popolare ungherese erano sinonimi, da causare equivoci che ingannarono persino Liszt. Il grande compositore ungherese in un saggio sulla musica zingara intitolato “Des Bohémiens et de leur musique en Hongrie”, pubblicato a Parigi nel 1859, affermava che la musica tradizionale e popolare ungherese non era altro che un’invenzione zingara. Béla Bartók ha contestato questa affermazione e ha dimostrato con prove etnografiche che la musica popolare e folcloristica ungherese avevano le loro origini nella cultura contadina.

Un disegno Franz Liszt del pittore e illustratore ceco Karel Klič, 1869, mostra una caricatura del grande compositore ungherese, affascinato e come incantato da un piccolo musicista gitano con i capelli ricci e neri, la camicia sbrindellata e i pantaloni strappati, che da’ prova di grande virtuosismo con il violino.

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Karel Klič, Franz Liszt, 1869

 

In Ungheria intorno alla metà del XVIII secolo cominciarono a fiorire straordinarie formazioni di band o orchestre zigane, costituite fondamentalmente da un violino, una viola, e un violoncello, dirette da un “primás”, un maestro virtuoso del violino, a cui talvolta potevano aggiungersi un contrabbasso,  un flauto e un clarinetto. Uno strumento, tipicamente associato alla musica rom ungherese, e immancabile nelle orchestre zigane, è il cimbalon, uno strumento a percussione composto da una cassa armonica trapezoidale sulla quale sono tese delle corde metalliche che si fanno vibrare con due percussori. Alcune opere artistiche, che rappresentano queste ciganyband, ci offrono interessanti informazioni non solo sugli strumenti musicali e l’abbigliamento dei musicisti, ma anche sul modo in cui sono nate e si sono sviluppate.

Il dipinto Orchestra zigana di un anonimo ungherese, della fine del XVIII secolo e conservato nel Museo Etnografico di Budapest, mostra una band gitana, che si esibisce in un accampamento zingaro.

Davanti a una tenda, costruita sul ramo sporgente di un albero, sono disposti al centro un suonatore di cimbalon, seduto su una grande botte di legno con in bocca una lunga pipa magiara; a sinistra due suonatori di viola, con la testa mollemente piegata sui loro strumenti; a destra il violoncellista, seduto su un tronco d’albero, e il violinista che mostra desolato il suo strumento, probabilmente per  la rottura di una corda. Alcune donne, di cui una porta un bambino sulla schiena, si scatenano come in una frenetica danza tribale. La scena sembra carica di simbolismi magici, forse un rito per scacciare gli influssi maligni, come sembrano suggerire l’anziana donna che si affaccia dalla tenda, mostrando tre dita della mano sinistra, la danzatrice che regge uno strano oggetto cilindrico e l’altra con un enorme vaso di terracotta, la grande enigmatica anfora posta a terra, nonché il violinista che tende preoccupato il suo strumento.

Questo dipinto è servito da modello per l’incisione Musicisti zingari di un anonimo artista ungherese, tratta dalla copertina di un opuscolo musicale, stampato nel 1805. Qui i musicisti si esibiscono sull’aia di un casolare, sullo sfondo di un piccolo villaggio, nella stessa disposizione e con le identiche pose, specialmente il violinista che interrompe l’esecuzione. Una ragazza assiste al concerto improvvisato all’aperto, mentre in primo piano, posato per terra, vi è un boccale di vino. L’incisione è una testimonianza del passaggio della musica strumentale dei gruppi rom, formati all’inizio dai membri dello stesso gruppo parentale, da espressione interna finalizzata alle cerimonie e ai riti del clan al professionismo e all’esibizione dei gruppi per l’intrattenimento nei locali pubblici  e nelle cerimonie nazionali.

 

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Anonimo ungherese, Orchestra zigana, fine XVIII                 Anonimo ungherese, Musicisti zingari, 1805

 secolo, Museo Etnografico di Budapest

 

Nel disegno Un’orchestra zigana in Ungheria, tratto dal volume “Collezione degli abiti nazionali più noti in Ungheria e Croazia”, pubblicato a Vienna nel 1816, di Joseph Heinbucher von Bikessy, pittore e ufficiale dell’esercito asburgico di Bratislava, una band gitana si esibisce en plain air sullo sfondo di una paesaggio collinare e boscoso. I musicisti vestono secondo l’uniforme degli ussari, i cavalieri dell’esercito ungherese, con una grande camicia a maniche larghe, una giacca munita di bottoni d’argento, una mantellina, pantaloni stretti e stivaletti fino al ginocchio. Quando i vecchi Ussari, finito il servizio militare, ritornavano a casa, erano assaliti dagli zingari che suonano le loro arie più dolci per avere i pantaloni rossi, il cappotto di pelliccia blu e gli stivali con gli speroni, con cui si pavoneggiavano su e giù per il villaggio (Birkbeck, 1854, p. 340).

In un disegno Musicisti zingari di un anonimo ungherese, che si è ispirato a un lavoro di Miklós Barabás, 1840, l’orchestra, formata da strumenti a fiato come le trombe e il clarinetto oltre che dai violini e dal cimbalon, si esibisce all’interno di una casa contadina o di una locanda. Sul fondo si nota un rastrelliera con i piatti appesa alla parete e l’enorme stufa o fornace delle case contadine ungheresi, di forma ovale, costruita sulla parete della cucina, sul cui bordo si sedevano durante i mesi invernali gli anziani e i bambini con le schiene appoggiate alla fornace.

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Joseph Heinbucher von Bikessy, Un’orchestra                   Anonimo ungherese,  Musicisti zingari, 1840

zigana in Ungheria, 1816

 

La litografia colorata Musicisti zingari del pittore e illustratore ungherese Franz Kollarz, datata 1850 circa e conservata nel Museo Nazionale Ungherese di Budapest, è una straordinaria rappresentazione romantica di un trio di musicisti zigani che suonano in un ambiente spoglio di una casa rurale. Al centro in piedi si staglia la figura alta e slanciata di un giovane violinista con i capelli neri e gli occhi languidi, che improvvisa una dolce melodia, accompagnato da un violoncellista, seduto su una panchina avvolto in lungo saio saio dalle maniche larghe, e da un suonatore di cimbalon, con un rude cappellaccio rotondo in testa e una pelliccia sulle spalle. L’espressione assorta dei volti, illuminati dalla luce, e il leggero tocco delle mani delicate e affusolate creano un’atmosfera da sogno, esaltata dalla brocca e dal bicchiere pieno di vino, posati per terra in primo piano.

L’incisione Musicisti zingari di Théodore Valerio, artista francese che percorse in lungo e in largo le contrade ungheresi a metà dell’Ottocento, mostra in primo piano l’imponente figura di un violoncellista dallo sguardo selvaggio, seduto su una panchina, che suona con la mano sotto l’archetto e il polso rivolto in su, e un violinista di profilo, in piedi contro il muro di una taverna, dove sono seduti alcuni avventori che osservano distrattamente i due musicisti.

 

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 Franz Kollarz, Musicisti zingari, 1850            Théodore Valerio, Musicisti zingari, 1870

circa, Budapest, Museo Nazionale

 

I musicisti rom hanno svolto un ruolo fondamentale nel processo di formazione e sviluppo dei più importanti generi musicali della cultura nazionale ungherese, come i verbunkos e le csárdás.

Il “verbunkos” era una danza in voga in Ungheria dalla metà del XVIII secolo fino a metà Ottocento, che si faceva durante il reclutamento di giovani volontari nell’esercito austro-ungarico. La danza era per lo più accompagnata da musicisti zingari, generalmente un violinista e un cimbalista, con l’eventuale apporto di un violoncellista e un clarinettista. I giovani erano invitati a unirsi al gruppo dei danzatori al suono della musica zingara e a bere alla salute del sovrano (Caronni, 1812, p. 50). Gli ingenui giovani, storditi dalla musica e dal vino, vinti dal fascino irresistibile delle uniformi degli ufficiali ussari e dalle lodi della vita militare e allettati dal denaro offerto loro come ingaggio, firmavano il contratto e si facevano soldati.

L’incisione colorata Verbunkos di Alajos Fuschthalter, prima metà del XIX secolo, descrive la coinvolgente atmosfera della cerimonia del reclutamento militare in un villaggio ungherese durante una fiera o una festa patronale, che attiravano grande concorso di popolo. Gli ufficiali ussari, nella loro straordinaria uniforme, con gli stivali, la sciabola al fianco e il tipico copricapo di forma cilindrica o sciaccò e con le insegne del distretto del comitato, aprono le danze del verbunkos con l’accompagnamento di due zingari che suonano il violino e il violoncello. Dietro di loro, un gruppo di giovani, sotto lo sguardo delle ragazze del villaggio, ballano e brindano al sovrano. In questa atmosfera di euforica allegria era difficile per questi ragazzi di campagna, altrimenti condannati a una misera esistenza contadina (gli agricoltori rappresentavano circa l’80% della società), sottrarsi alle lusinghe di una vita militare, che appariva piena di una promettente carriera. Solo sui visi mesti e allungati dei musicisti zingari si nota un’espressione di tristezza e di compassione per il destino di questi giovani, in contrasto con la generale esultanza e le allegre melodie da loro suonate, memori forse dell’antico proverbio rom che “un allegro ballo mattutino è seguito da una serata di dolore”.

 

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Alajos Fuschthalter, Verbunkos, prima metà del XIX secolo

 

Numerose incisioni della metà del XIX secolo conservano il ricordo di questa folcloristica manifestazione, quando ormai andava scomparendo. La giovane recluta, circondata dagli ussari a piedi o a cavallo, balla battendo gli stivali con la mano e incrociando i piedi con un ritmo sempre più veloce, al suono della musica di un’orchestrina zigana con il violino, il violoncello e il cimbalon. Poi brinda al sovrano, provando l’ebrezza di cingere una spada o indossare il tipico sciaccò dei cavalieri ussari.

 

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         Il verbunkos o danza di reclutamento, metà XIX secolo, Budapest, Museo Nazionale Ungherese

 

Verso il 1830 il “verbunkos” si trasformò dando origine alla csárdá (in ungherese ‘taverna’), il celebre ballo popolare ungherese, nel quale si esprimeva il senso di appartenenza del popolo alla nazione ungherese. Era per lo più accompagnato da complessi rom ed era caratterizzato da un inizio lento, melanconico e un finale vigoroso e veloce nella sua parte principale con l’inimitabile accelerato detto “alla zingara”.

Nel dipinto Csárdá di un artista anonimo ungherese, metà XIX secolo, durante una festa contadina un gruppo di giovani ballano la czarda tra canti e grandi bevute, con l’accompagnamento di un’orchestra formata da un violino, un violoncello, un clarinetto e un cimbalon. E’ interessante notare la naturale coesistenza e la reciproca collaborazione tra il mondo contadino e gli zingari, espresse simbolicamente dalla casa colonica, sulla cui aia si svolge la festa, e la tenda, dove probabilmente si è installato provvisoriamente il gruppo familiare dei musicisti, ingaggiati per la performance musicale.

Il dipinto Csárdás di Károly Lotz, pittore tedesco-ungherese, datato 1857 e conservato nella Biblioteca Nazionale Széchenyi di Budapest, mostra un’allegra compagnia di danzatori che si lanciano nelle tipiche movenze della czarda, mentre alcune donne con i loro bambini assistono sedute su una panchina. A destra vi è il gruppo dei musicisti zigani, che si distinguono dalla popolazione locale per la loro carnagione scura, l’acconciatura lunga dei capelli e della barba e l’abbigliamento bizzarro. In piedi al centro vi è il violinista, che osserva con occhio attento i movimento dei piedi dei ballerini, a destra il violoncellista seduto su una tinozza, come ipnotizzato dal monotono andirivieni dell’archetto, e un clarinettista con lo sguardo fisso verso una grande cicogna nel suo nido su un pagliaio, e infine il cimbalista, seduto per terra, che batte imperterrito le corde del suo strumento portatile appoggiato sulle sue ginocchia.

 

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Anonimo, Csárdá, metà XIX secolo                                 Károly Lotz, Csárdás, 1857, Budapest,

Biblioteca nazionale Széchenyi

 

La presenza dei musicisti zingari era (ed è tuttora in parte) indispensabile in tutte le manifestazioni della vita pubblica e privata ungherese, nelle cerimonie civili, nelle ricorrenze festive, politiche, celebrative, nazionalistiche, diplomatiche, folcloristiche e perfino nel pubblicizzare un affare ben riuscito o per rendere meno faticoso il lavoro agricolo.

A metà Ottocento a Komárom, nell’Ungheria settentrionale, era usanza che ogni anno si organizzasse un banchetto in onore degli amministratori della città con l’intrattenimento di un’orchestra zigana. Un anno si decise di cambiare e fu chiamato un gruppo di trombettisti del luogo, ma l’esperienza fu così deludente, che l’anno dopo richiamarono ancora gli zingari (Viski, 1937, p. 185).

Nel 1855 una delegazione inglese, invitata ai festeggiamenti per l’apertura della prima ferrovia da Vienna a Győr, in Ungheria, fu accolta alla frontiera ungherese con i fiori e una banda di zingari “che la salutò con una musica selvaggia e strana” (Anonimo, 1866, p. 146).

Ai Rom si deve la conservazione delle arie nazionali ungheresi, tra cui la celebre marcia di Rakoczi, che è diventata l’inno nazionale ungherese. Quest’aria marziale deriva da un canto di guerra, composto nella prima metà del XVIII secolo da un musicista zingaro della corte del principe di Transilvania Ferenc Rakoczi. Quando gli zingari suonano questa antica marcia, la marsigliese di Ungheria, mettono tutta la forza della loro arte musicale, suscitando sentimenti patriottici meglio di qualunque altro gruppo musicale (Birkbeck, 1854, p. 346).

    Secondo un’antica ballata ungherese furono gli zingari che suonarono e accompagnorono i balli durante le nozze di Cana[2]. Certo è che non c’era matrimonio in ogni parte dell’Ungheria, che non fosse allietato dalla musica di un’orchestrina zigana.

Il dipinto L’arrivo della nuora del pittore ungherese romantico Miklós Barabás, datato 1856 e conservato nella Galleria Nazionale Ungherese di Budapest, è una rivisitazione del medesimo soggetto del pittore austriaco Josef Lanzedelli, inizio del XIX secolo, ambientato in un villaggio ungherese. La sposa, accompagnata dallo sposo e da un corteo di amici a piedi o a cavallo, vestiti a festa, che ballano e cantano, si presenta alla casa dei suoceri accolta dal padre dello sposo a braccia aperte e dalla suocera che asciuga le lacrime dalla commozione. In un angolo del cortile una banda di musicisti zingari appresta suonare, mentre il violinista si gira a osservare il suonatore  di cimbalon che, con l’immancabile pipa in bocca, sta sistemando il suo strumento su una botte con l’aiuto di un bambino, prima di dare l’avvio alla musica.

Il disegno Corteo nuziale che si reca in chiesa del pittore e litografo ungherese Károly Sterio, 1855, collezione privata, rappresenta un pittoresco corteo nuziale che si snoda per le vie di un villaggio, con la chiesa sullo sfondo, con la sposa e lo sposo accompagnati dai familiari in lunghi pastrani cerimoniali e dagli amici che ballano al suono di una orchestrina zigana, in cui si riconosce anche un ragazzino con una pipa in bocca che suona una viola.

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 Miklós Barabás, L’arrivo della nuora, 1856,                     Károly Saterio, Corteo nuziale che si reca in chiesa,

Budapest, Galleria Nazionale Ungherese                            1855, Collezione privata

 

Le sagre paesane e le feste patronali, così diffuse in ogni parte dell’Ungheria, non potevano svolgersi senza la partecipazione delle orchestrine zigane, che con il loro stile travolgente coinvolgevano la gente in frenetiche danze.

    Nel dipinto Sagra paesana di un anonimo artista ungherese, 1840  circa,  sullo sfondo di un villaggio di case e capanne su cui emerge il campanile della chiesa, giovani ragazzi nel pittoresco vestito con giacca di alamari, pantaloni stretti e stivali, con le mani in tasca o con le braccia roteanti dietro la testa si esibiscono in vorticose danze con fanciulle dalle gonne svolazzanti, lo stretto corpetto e le trecce di capelli ornati da nastri colorati. A sinistra vi è il banco con le pietanze e i boccali di vino, mentre a destra sotto una pergola verde si esibisce una tradizionale orchestrina zigana, tra i cui componenti vi è un un giovane musicista che fa pratica musicale, reggendo due pezzi di legno a mo’  di violino

L’incisione Contadini della contea di Sáros di August Gerasch, 1850 circa, rappresenta una festa popolare di contadini di Sáros, nell’attuale Slovacchia, ma appartenente all’Ungheria fino al 1919, con alcuni giovani che improvvisano passi di danza, servendosi di strumenti agricoli, e alcune ragazze che volteggiano con le mani ai fianchi, accompagnati dalla solita formazione zigana.

 

 

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Anonimo ungherese, Sagra paesana, 1840 circa               August Gerasch, Contadini della contea di Sáros, 1850 c.

 

I Rom erano il corollario necessario di ogni tipo di intrattenimento privato, dalla festicciola rustica di ricchi agricoltori o allevatori di bestiame agli eleganti ricevimenti dell’aristocrazia nobiliare o della borghesia terriera. L’incisione Allevatori ungheresi di cavalli di un anonimo artista ungherese, 1848 circa, rappresenta una fattoria con al centro un allevatore di cavalli, con una camicia a maniche larghe, un corpetto di pelle smanicato, ampi pantaloni con frange, un fazzoletto al collo e con in mano una frusta, che alza un bicchiere di vino brindando con un compagno, seduto a un tavolo, che regge un boccale di vino. Intanto due musicisti zingari, con i vestiti logori e un cappellaccio in testa, suonano con grande intensità un violino e un clarinetto.

Nell’incisione Intrattenimento a Kecskemet di un anonimo artista ungherese, 1853, una numerosa orchestra di zingari, nel loro abbigliamento elegante e con un portamento signorile, allietano e intrattengono alcuni membri di una famiglia di ricchi proprietari terrieri di Kecskemet, nell’Ungheria centro-meridionale. Staccato dal gruppo zingaro, vicino ai padroni di casa, con cui sembra intrattenere rapporti familiari, vi è un musicista ungherese che suona la zampogna.

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Anonimo, Allevatori ungheresi di cavalli,1848 circa              Anonimo, Intrattenimento a Kecskemet, 1853

 

Quando un venditore o un commerciante, durante una fiera o un mercato, riusciva a fare un buon affare e a realizzare un buon guadagno, inscenava una cerimonia di pubblica soddisfazione, girando per le vie del villaggio, brindando e cantando, accompagnato da un musicista  zingaro, per lo più un suonatore di cimbalon. L’incisione Czikós che canta seguito da uno zingaro di Dieudonne Lancelot (da un disegno di Károly Lotz), 1861, illustra una di queste scene che dovevano svolgersi abbastanza frequentemente e che davano una nota di folclore alla monotona vita del villaggio. Al centro uno czikós o allevatore di cavalli, ostentando un magnifico abbigliamento e gli stivali con gli speroni, avanza agitando un lungo bastone in segno di vittoria. Al suo fianco camminano un compagno o un mediatore d’affari, con una bottiglia di vino in mano, e uno zingaro che suona il cimbalon, con la pipa in bocca e un’espressione di compiaciuta soddisfazione.

Anche nell’incisione Il contadino felice di József Marastoni (da un disegno di Károly Lotz), 1860, sullo sfondo di un mercato cittadino della regione dell’alto Tibisco si vede un contadino che cammina esultante, con al fianco un compagno con un fagotto sulle spalle e una borraccia di vino in mano. Dietro di loro un compassato musicista zingaro, a piedi nudi e con i vestiti laceri, suona il cimbalon che tiene a tracolla.

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Dieudonne Lancelot, Czikós che canta seguito                József Marastoni. Il contadino felice, 1860

da uno zingaro, 1861

 

Durante la stagione dei raccolti si celebravano particolari feste, in cui la fatica del lavoro era alleviata e allietata dai balli e dalla musica. In particolare durante la vendemmia e la pigiatura dell’uva si svolgevano antichi riti che celebravano la fine dell’estate e il frutto di un’altra buona annata, al suono di una banda zingara. Il dipinto Raccolta dell’uva nella regione di Vác di Ágost Elek Canzi, 1859, è una colorita e folcloristica rappresentazione della festa della vendemmia in un distretto dell’Ungheria settentrionale. Un corteo di uomini, donne e bambini si snoda lungo la vallata, con fiaschi  e cestini d’uva al braccio, mentre al centro due uomini portano sulle spalle una lunga pertica, da cui pende un grande cesto di uve bianche e nere tra decorazioni e nastri colorati, e i giovani danzano con il bicchiere di vino alzato. Dietro segue un carro trainato da buoi con una grande botte, mentre un anziano dai lunghi capelli e la barba grigia, che sta pigiando l’uva in una grande tinozza di legno, osserva il corteo con aria soddisfatta. Davanti un gruppo di musicisti zingari, nelle loro magnifiche uniformi ussare, guidano il corteo con la loro musica cadenzata.

Tra le tradizioni legate alla festività della Pentecoste, che simboleggia l’arrivo dell’estate e il risveglio della natura, occupa un posto particolare la Regina di Pentecoste, in cui una ragazza tra le più belle del villaggio viene scelta e incoronata regina della Pentecoste e viene portata in giro per le vie del villaggio, intonando antiche ballate. In ogni casa la regina annuncia la primavera, augurando pace e fortuna agli abitanti, i quali ricambiano offrendo doni[3].

Nel dipinto La Regina di Pentecoste di un anonimo artista ungherese, 1873, è raffigurata al centro una ragazza con una corona di fiori in testa, al quale un giovane del villaggio porge un mazzo di fiori, circondata da bambini con rametti e fanciulle vestite di bianco con ghirlande di violette e margherite, che sta per essere accompagnata per il villaggio al suono di una banda gitana.

 

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Ágost Elek Canzi, La raccolta dell’uva nella regione     Anonimo ungherese, La Regina di Pentecoste, 1873

di Vác, 1859

 

Tra il Settecento e la prima metà dell’Ottocen­to, l’epoca della più grande voga dei musicisti zingari, famose orchestre zigane hanno intrattenuto con la loro musica le più importanti corti principesche d’Europa. Una delle più memorabili prestazioni di una band zigana fu quella che accompagnò i balli durante la festa di corte per l’incoronazione di Leopoldo II d’Asburgo a re d’Ungheria, che si tenne il 12 dicembre 1790 a Bratislava. Ma la più famosa fu l’orchestra del celebe violinista János Bihari, che suonò nel 1814 alla festa del Congresso di Vienna davanti a tutti i sovrani d’Europa.

Bihari fu uno dei più grandi personaggi della musica romantica ungherese. Virtuoso violinista e autore di numerose danze ungheresi e di “verbunkos”, le musiche di reclutamento militare, fu soprannominato l’Orfeo degli zingari d’Ungheria. Nel dipinto Ritratto di János Bihari di János Donát, 1820, collezione privata, il grande violista è ritratto a mezzo busto dal nobile portamento, con i capelli neri e i baffi neri, vestito alla “ussara”, con il dolman, una giubba corta chiusa con alamari e decorata da bottoni e guarnizioni e con le maniche foderate di pellicciai. Alle sue spalle il violino e la scritta “l’Orfeo degli zingari ungheresi”.

 

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János Donát, Ritratto di János Bihari, 1820

 

     Ma la più straordinaria figura del panorama musicale ungherese del XVIII secolo è rappresentata da una donna, la famosa violinista Panna Cinka, nativa di Gemer oggi in Slovacchia, ma all’epoca facente parte dell’impero austro-ungarico. Si dice che alla sua nascita, la nonna paterna abbia esclamato : “Kady chajori hin le Devlestar” (Questa bambina viene da Dio). Fondò e diresse quella che può essere considerata la prima vera formazione orchestrale zingara con il marito e due fratelli. Suonò per la migliore nobiltà ungherese e per l’imperatrice d’Austria Maria Teresa. E’ stata soprannominata la Saffo zingara e, oltre che straordinaria violinista, compose numerosi pezzi di danza e di diversi generi musicali. Morì nl 1772 all’età di 61 anni nella sua città di Gemer e fu sepolta, secondo la sua volontà, nella sua uniforme, con un anello di diamanti, la sua pipa e il suo violino Amati. Sulla sua tomba fu posta una lapide con un epitaffio in latino con queste parole:

Nam seu Styriacos malles, seu teutonis orbes,Seu quibus Francus, prompta, superbit, erat.Precipizio Hungaricos (vah nunc quoque … stupesco)fors prorsus magica moverat arte choros.    Una danza stiriana, francese o tedesca,    erano tutte uguali per lei, poteva suonare qualsiasi danza.    Ma le canzoni ungheresi (oh! la mia anima è stupita)    le ha suonate con un potere magico (Viski, 1937, p. 18).

Sappiamo che Cinka Panka era piccola di statura e grassa e con un vistoso rigonfiamento al collo, probabilmente a causa di una malattia alla tiroide. Ma le arti visive la ritaggono snella, affascinante, attraente con i capelli neri e gli occhi ipnotici, in pose romantiche.

Il dipinto Panna Cinka del pittore ungherese Imre Greguss, 1900 circa, ritrae la leggendaria violinista che con la sua formidabile orchestra esegue un concerto nel giardino della residenza di Ján Lányi, amministratore della regione di Gemer e suo grande ammiratore e mecenate. Nel dipinto Ritratto di Panna Cinka di un anonimo artista ungherese, 1890 circa, è seduta su una sedia con in mano il violino e l’archetto. E’ ritratta con una uniforme militare, secondo il gusto dei musicisti zingari, con la giubba corta degli ussari, un mantello sulle spalle, gli stivali a mezza gamba e la pipa in bocca. La grande reputazione in cui era tenuta questa grande primás zingara è dimostrata dalla sua rappresentazione in una pittura murale del castello di Edelény, opera del pittore rococò Ferenc Lieb, 1770, dove accanto a storie mitologiche e lavori legati alle stagioni appare la sagoma snella e femminile di Panna Cinka, con abiti maschili e la pipa in bocca, sospesa sul cornicione della stanza, mentre con grazia divina suona il violino, a simboleggiare l’essenza stessa della musica.

 

 Greguss Imre ismét egy nagyobb szabású mûvel lépett a nyilvánosság elé. Festménye a magyar zene történelmének egy sokáig homályba  burkolt alakját tünteti elénk, kinek még létezésérõl és mûködésérõl is csak hézagosan volt tájékozva a magyar közönség, mivel emléke lassanként feledésbe merült. Ez az alak Czinka Panna, a híres czigányprímásnõ, ki a XVII. és XVIII. század fordulója táján született Somogy-megyében, honnan már kis gyermek korában Gömörbe került. Atyja és két testvérbátyja is hires zenész volt s ezeket tartják a Kákóczy-nóták szerzõinek. Czinka Panna már kilencz éves korában oly szépen hegedült, hogy atyjának földesura, Lányi János, külön karmester vezetésére  bizta. 12 éves korában már általános bámulat tárgya volt. 14 éves korában férjhez ment s egész zenész-nemzedék anyjává lett. Nemcsak remekül játszott, hanem sok zenemûvet  is szerzett, melyek a Rákóczy-kor bukásának  s az azt követõ szomorú idõk hangulatának mély érzésû tolmácsolói voltak. Az õ dalaihoz nem kellett vers. Szöveg nélkül is megértették magyar dalainak értelmét, megértették a harczi induló riadójából, a mélabús kesergõ dalból, az elmúlt fényes kor magasztos, dicsõ emlékeit. Czinka Panna szívhez szóló szerzeményeivel a I hazafibánatot enyhítette s a szabadság reményét i élesztgette. Asszony létére neki köszönhetjük, hogy hegedûjével fájó sebeinkre irt csepegtetett és nemzeti zenemûvészetünk több kiváló ereklyéjét  föntartotta.  Greguss Imre festménye azt a jelenetet örökíti  meg, midõn Czinka Panna, mint Lányi gömöri földbirtokos udvari zenésze, elõadja az általa 1785-ben szerzett Magyar Nótát (Forrás: Vasárnapi Ujság, 1900. november 18.)

Imre Greguss, Panna Cinka, 1900 circa

 

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Anonimo, Ritratto di Panna Cinka,                      Ferenc Lieb, Panna Cinka, 1770

1890 circa

Le orchestre di zingari ungheresi ottennero uno strepitoso successo in occasione delle esposizioni universali di Parigi  del 1867 e del 1878, ingaggiate a suonare nei ristoranti, nei caffè e nelle birrerie cittadine, che attirarono l’attenzione del pubblico e della stampa francesi. Fu allora che le musiche popolari ungheresi, interpretate e veicolate dalle orchestre zingare, furono considerate un prodotto originale della tradizione musicale zingara.

Ancora oggi è viva l’immagine delle orchestre zingare che suonano nei ristoranti di Budapest e delle principali città ungheresi, secondo una tradizione che è in voga dalla fine del XIX secolo. Questi musicisti hanno un vastissimo repertorio di canzoni popolari e di musiche classiche della musica europea alla moda, che eseguono a memoria. Specialmente i primás sono violinisti dotati di straordinario talento e virtuosismo musicale, che potrebbero competere con molti concertisti famosi.

L’incisione La banda di Csicsó di Árpád Feszty, 1882, rappresenta i membri dello straordinario complesso orchestrale zigano di Číčov, un villaggio dell’attuale Slovacchia, ma che appartenne all’Ungheria fino al 1919. Al centro una ragazza, agitando un fazzoletto e stringendo la gonna alla vita, con gli occhi lampeggianti e i seni che ballonzolano, danza e canta una canzone, gridando “Cid upre roma!” (Alzati, rom!). E’ la più antica testimonianza del canto di ribellione della minoranza rom contro la loro secolare oppressione, che diventerà l’inno nazionale Opre Roma! (https:/www.facebook.com).

L’incisione Una banda di musicisti rom ungheresi, tratta dalle illustrazioni dell’americano Joseph Pennell a corredo del libro “To Gipsyland” scritto nel 1983 dalla moglie Elizabeth Robins Pennell, in cui racconta le sue esperienze durante un viaggio compiuto in Ungheria e Romania, è una tra le più vive e realistiche rappresentazioni di una ciganyband che si esibisce in uno dei ristoranti di Budapest.

 

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Árpád Feszty, La banda di Csicsó, 1882             Joseph Pennell, Orchestra di musicisti rom ungheresi, 1893

 

Dietro un tradizionale dolce ungherese e viennese, fatto di pan di spagna e cioccolato, detto Rigojanci, si cela una romantica e scandalistica storia d’amore che alla fine dell’Ottocento vide protagonisti il violinista zingaro ungherese Rigó Jancsi e la bella Clara Ward, figlia di un miliardario americano e moglie del principe belga di Caraman-Chimay. Una sera del 1896 in un ristorante parigino il giovane sguardo di Clara incrociò quello del tenebroso violinista tzigano Rigó Jancsi, che allietava la sala con la propria musica. Catturata dal talento musicale e dalla straordinaria personalità del musicista, la ricca nobildonna decise di divorziare e di convolare a nuove nozze con il musicista. La vicenda fece scandalo ed ebbe una straordinaria eco sulle pagine della stampa scandalistica della Parigi fin de siécle. Henri de Toulouse-Lautrec, uno dei pittori più noti del periodo post-impressionista, dedicò loro una litografia intitolata Idillio principesco, 1897 che raffigura Rigó con la faccia tonda, i lunghi baffi, la camicia bianca e la giacca al pianoforte e l’affascinante Clara di profilo dietro le tende di un un immaginario palcoscenico teatrale. Rigó Jancsi, dopo una brillante carriera suonando per l’alta aristocrazia di tutta Europa, si trasferì a New York, dove finì i suoi giorni in povertà e ammalato, rovinato dall’alcool e dagli eccessi di una vita disordinata.

 

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 Henri de Toulouse-Lautrec, Idillio principesco, 1897

 

La musica zingara influenzò i grandi musicisti e compositori classici e romantici, che attinsero temi, ritmi e melodie dai musicisti e dalle orchestrine zingare. Specialmente Liszt ha modellato sulla genialità zigana numerose delle sue immortali composizioni, tra cui le famose Rapsodie Ungheresi per pianoforte. Beethoven fu affascinato dal genio del violinista Bihari, di cui usò una melodia per l’ouverture di Re Stefano. Numerosi esempi dell’influenza zigana si trovano nelle opere di Brahms, come nelle danze ungheresi per pianoforte, nel “rondò alla zingaresca” del Quartetto opera 25 e nella Sinfonia n. 3 e di Franz Joseph Haydn, come il Trio per pianoforte n. 39, soprannominato il trio “Gypsy”, e il Minuetto alla Zingarese.

Ma fu soprattutto il grande compositore austriaco Franz Schubert che apprezzò la loro padronanza della musica, il loro genio e l’istinto naturale e selvaggio della loro esecuzione. Si racconta che nell’estate del 1818 Schubert fu invitato dai principi Esterházy, ricchi signori ungheresi, molto legati alla casa imperiale di Asburgo, nel loro castello di Zseliz, oggi Zeliezovce in Slovacchia, e non avendo soldi per la diligenza, aveva fatto un tratto di percorso a piedi. Sulla strada incontrò un accampamento di zingari che lo accolsero amichevolmente. Affascinato dalla loro musica, trascorse due giorni con loro. L’incisione Franz Schubert mentre ascolta gli zingari ungheresi del pittore tedesco Heinrich Merté, 1883 circa, Università di Liverpool, è una straordinaria testimonianza di questo episodio. In una radura di un bosco una band di dodici musicisti (sei violini, due violoncelli, due flauti e due pifferi), seduti davanti alle tende mentre un calderone bolle sul fuoco, tengono un concerto, mentre Schubert, seduto su uno sgabello all’ombra di un’enorme quercia, ascolta la musica e prende nota delle melodie zigane.

 

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 Heinrich Merté, Franz Schubert mentre ascolta gli zingari ungheresi, 1883 circa,  Liverpool, Università di Liverpool

 

Nei principati rumeni di Valacchia e Moldavia, tra le categorie di schiavi zingari, vi era la classe dei lăutari (dal rumeno lăută, uno strumento a corde simile a un liuto), musicisti professionisti che godevano di una particolare posizione privilegiata. Erano schiavi appartenenti al principe o agli aristocratici locali, detti boiardi, ma avevano facoltà di spostarsi  e muoversi liberamente nel territorio, suonando presso le corti dei boiardi e nei villaggi durante le feste paesane, nei matrimoni e nei funerali, con l’obbligo di pagare una tassa annuale al loro padrone. Suonavano prevalentemente il violino, ma utilizzavano anche altri strumenti tipicamente orientali, come la cobza, una specie di liuto dal manico corto e curvato all’indietro, e il naï o flauto di Pan e solitamente si esibivano in gruppi, chiamati Taraf. Nell’incisione Lautari di un artista anonimo, 1781, è rappresentata una tradizionale taraf di lautari moldavi con un suonatore di violino, di cobza e di naï. Sono rappresentati in una posizione ieratica, in un tipico abbigliamento turco, con un caffettano lungo fino ai piedi, aperto sul davanti e stretto ai fianchi con una cintura, e il tipico “zobon”, un lungo cappotto di lana con maniche larghe tipico dei boiardi. Solo ai lautari era consentito portare il questo mantello nobiliare, a dimostrazione dell’alta considerazione in cui erano tenuti, rispetto agli altri schiavi.

Nell’acquarello Taraf Occhi Bianchi del pittore e litografo austro-ungarico Carol Szathmari, datato 1860 e conservato nel Museo Municipale di Bucarest, compare una formazione di lautari giovani e anziani, composta da tre violinisti, un flautista e un suonatore di cobza, nello stesso pittoresco abbigliamento. La diversa età dei musicisti sembra essere una rappresentazione allegorica del tempo che passa.

 

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Anonimo, Lautari, 1781                                         Carol Popp de Szathmari, Taraf Occhi Bianchi, 1860

 

I lautari con la loro musica costituivano una presenza indispensabile nelle feste popolari e negli eventi più importanti della vita rumena, come matrimoni, battesimi e funerali. Nell’incisione La Hora di Dieudonne Lancelot, 1866, viene descritta una festa di un villaggio della Valacchia. Davanti a una casa nobiliare, sotto un pergolato, un gruppo di giovani ballano la hora, una danza popolare rumena in cui i ballerini si tengono per mano l’un l’altro in cerchio. Contadini e ragazze, uomini a cavallo e un individuo con una lunga tonaca nera e un cappello cilindrico in testa che sembra essere un pope, assistono alla manifestazione. Personaggi più qualificati si affacciano da una balconata di legno, un vecchio boiardo seduto con la pipa in bocca, una guardia dai tipici lineamenti turchi e un lautaro che suona melanconicamente la cobza

Nel dipinto Hora di Aninoasa del pittore e illustratore rumeno Theodor Aman, datato 1890 e conservato nel Museo Nazionale d’arte di Romania di Bucarest, in un’atmosfera luminosa all’aperto, che ricorda le esperienze dell’artista alla scuola di Barbizon, un gruppo di giovani ballerini, nei pittoreschi costumi tradizionali, ballano durante una festa davanti a una locanda di Aninoasa, piccola cittadina rurale della Transilvania. In primo piano a destra in piedi vi sono i lautari, rappresentati in una contaminazione di costumi e di strumenti musicali moldavo-valacchi: un vecchio violinista, vestito da contadino valacco, un suonatore di cobza con la veste e il cappotto alla moldava e un giovane dai lineamenti turchi che batte un tamburo.

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Dieudonne Lancelot, La Hora, 1866                                       Theodor Aman, Hora di Aninoasa, 1890

Bucaret, Museo Nazionale d’arte di Romania

 

Un’importante documentazione etnografica e iconografica ci viene fornita dai viaggiatori e artisti europei che nell’Ottocento visitarono le contrade della Romania, quando erano ancora sconosciute al mondo occidentale. Tra questi si distingue Auguste Raffet, pittore e illustratore francese, che nel 1837 accompagnò il principe M. Anatole de Démidoff in un viaggio dall’Ungheria alla Russia meridionale, lasciando una serie di illustrazioni sugli abitanti, il paesaggio e gli usi e costumi dei paesi visitati.

Nell’incisione Danza valacca, 1837 circa, sei uomini abbigliati in diverse fogge eseguono una danza davanti a un gruppo di popolani, militari e aristocratici, accompagnati da due violinisti zingari, di cui uno in abbigliamento moldavo e l’altro nelle vesti di un contadino valacco.

    In un’altra incisione Ronda valacca Raffet ritrae un ballo in cerchio, eseguito il 16 luglio 1837 dagli ufficiali del secondo reggimento presso la residenza di Bucarest del principe di Valacchia Ghika, accompagnato da un gruppo di lautari zingari.

1151Raffet_Danza valacca     1152Raffet_ronda valacca

Auguste Raffet, Danza valacca1837                                        Auguste Raffet, Ronda valacca, 1837

 

L’acquarello Fiera di San Pietro a Giourjévo di Raffet, 1837, raffigura il pittoresco mercato di Giourjévo in Vlacchia. Al centro vi è una grande tenda orientale con una bandiera verde issata in cima a un palo, in primo piano un gruppo di contadini ballano la “hora”, accompagnati da musicisti vestiti alla turca che suonano il violino e il mandolino. A destra tra un vortice di una folla nei costumi pittoreschi avanza correndo un gruppo di musicisti con i violini e i tamburi, preceduti da un bambino che suona la cobza.

 

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Auguste Raffe, Fiera di San Pietro a Giourjévo, 1837

 

Il dipinto Matrimonio in Valacchia del pittore e litografo austriaco Josef Lanzedelli, inizio del XIX secolo, a cui si ispirò il pittore ungherese Miklós Barabás nel 856 per il medesimo soggetto, rappresenta il momento in cui lo sposo presenta la giovane sposa ai suoi genitori, al suono di una banda di lautari zingari.

 

 1154Matrimonio in Valacchia

 Joseph Lanzedelly il Vecchio, Matrimonio in Valacchia, inizio XIX secolo

 

Anche in Romania i raccolti si facevano con la partecipazione di una banda musicale zingara. Nel disegno Contadini al lavoro in Bucovina del pittore polacco Juliusz Zuber, fine XIX secolo, mentre un gruppo di contadini, uomini e donne, zappano la terra e altri si prendono una breve pausa per calmare la fatica e la sete, bevendo un po’ di acqua, due zingari, uno con il violino e un altro con la cobza, diffondono nell’aria melodiose arie tradizionali nell’ondulata campagna della Bucovina. La scrittrice americana Elizabeth Robins Pennell nel suo libro “To Gipsyland”, il resoconto di un viaggio compiuto in Romania nel 1893, descrive un’allegra scena campestre in Valacchia e riferisce che “mentre i buoi bianchi riposavano sotto gli alberi, nelle vigne i contadini andavano e venivano, svuotando le loro ceste traboccanti di uva nella botte di vino aperta. Due neri rom con le ampie camicie e le larghe cinture suonavano allegramente nei campi”. La narrazione è accompagnata da una illustrazione La raccolta dell’uva in Valacchia, eseguita dal marito Joseph Pennell che mostra quattro violinisti zigani, visti di spalle, che suonano, mentre fervono i lavori di raccolta e pigiatura dell’uva in un vigneto, animato da contadini e da carri con grandi botti, trainati da buoi (Pennell, 1893, p. 219).

1155Zuber        1156Pennell_vendemmia

Juliusz Zuber, Contadini al lavoro in Bucovina,              Joseph Pennell, La raccolta dell’uva in

  fine XIX secolo                                                                        Valacchia, 1893

 

Tra i più famosi lautari vi fu Barbu Vasile, meglio conosciuto come “Barbu Lăutaru”, nato nel 1780 a Iaşi, in Moldavia, in una famiglia di schiavi musicisti. Grande violinista e suonatore di cobza, ebbe l’ammirazione di Franz Liszt in occasione di un concerto che il grande compositore e pianista ungherese tenne nell’inverno del 1847 a Iaşi. Si narra che, alla fine del concerto, Barbu Lăutaru prese il suo violino ed eseguì perfettamente una delle improvvisazioni di Liszt, anche se l’aveva sentita per la prima volta (http://horiamuntenus.blogspot.com/2010/02/nicolae-filimon-ii-numeste-gentilomi-de.html).

 1157Barbu lautaru

 Anonimo, Barbu Lăutaru, prima metà del XIX secolo

 

I Rom non solo hanno fatto proprio il folclore dei popoli ospitanti, ma hanno il merito di aver conservato il ricco patrimonio di antiche tradizioni folcloristiche delle popolazioni ospitanti, che altrimenti sarebbe andato perduto. I Rom del Burgenland, per esempio, hanno conservato la tradizione austriaca del “Canto dell’Angelo di Natale”, che vedeva i giovani contadini del distretto di Oberwart nella notte di Natale andare in corteo da una fattoria all’altra cantando e chiedendo offerte. Quando alla fine del XIX secolo questa tradizione fu abbandonata, furono i Rom a portarla avanti, tanto che verso il 1939 questo canto di Natale era considerato come un tipico canto zingaro e cantato anche dai non zingari nel gergo degli zingari (Mayerhoffer, 1985, p. 51).

Un altro esempio è l’antico rituale della “Dodola” o “Paparuda”, diffuso nei Balcani per provocare la pioggia. In tempo di siccità veniva scelta una ragazza del villaggio, che personificava la Dodola, la dea della pioggia nella mitologia slava e, ricoperta di rami, foglie e fiori, veniva portata in giro di casa in casa da altre ragazze, che ballavano e cantavano una canzone per far cadere la pioggia. Le casalinghe uscivano con secchi pieni d’acqua e la versavano sulla ragazza. Questa usanza, diminuita nel corso del XIX e XX secolo, fu eseguita dalle ragazze rom già a partire dal 1920 e il ruolo passò gradualmente ai rom, finché essi hanno preso l’esclusiva (Stratilesco, 1907, p. 182).

Nel disegno L’incantesimo della pioggia in Romania dell’incisore e illustratore inglese Hermanus Koekkoek, 1905, in un villaggio della Romania due ragazze zingare, coperte di frasche e con una collana e gli orecchini, vengono circondate da alcuni giovani che gettano addosso a loro secchi d’acqua, sotto lo sguardo estraneo di una casalinga rumena con in mano la conocchia e di alcuni contadini che armeggiano intorno a un pozzo. Paradossalmente questo rito della tradizione rurale e contadina sopravvive grazie ai Rom, tradizionalmente non amanti del lavoro dei campi, che la rinnovano secondo la loro mentalità. Perso il significato originario di rito propiziatorio per garantire il raccolto del mais in tempo di siccità, questa cerimonia assume nuove forme e simbologie legate al potere dell’acqua di rigenerare, lavare le impurità e tenere lontano gli influssi cattivi.

 

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 Hermanus Koekkoek, Incantesimo della pioggia in Romania, 1905

 

Anche nell’impero Ottomano, a partire dal XVI secolo, i musicisti rom o Tchinghianés ebbero un ruolo fondamentale nelle manifestazioni della vita civile, politica e sociale dei paesi turchi, dalle feste popolari ai matrimoni, alla danza del ventre. Il duo di suonatori di tamburo (davúl o tapan) e oboe (zurna), era composto quasi sempre da musicisti zingari ed erano indispensabili nei matrimoni e nelle cerimonie della circoncisione musulmana nel sud-est dell’Europa (Turchia, Kosovo, Albania, Bulgaria).

Le bande musicali dei reggimenti militari ottomani erano composte da musicisti zingari che suonavano le trombe, i tamburi e i pifferi e anche i trombettieri che davano il segnale della carica o della ritirata erano zingari. Essi precedevano con i loro strumenti i cortei trionfali attraverso le città conquistate. Lo storico e orientalista tedesco Johann Löwenklau nella sua Cronaca della nazione turca, pubblicata nel 1590, descrive una parata tenuta da Sinan Pasha nel 1584 a Buda e racconta che davanti all’armata del sultano vi erano tre musicisti zingari, “che suonavano i loro strumenti e cantavano con una voce rozza e ruggente”, come si vede nell’incisione L’esercito turco guidato da musicisti rom davanti alle porte di Budapest, che accompagna la descrizione.

 1159Processione turca

Johann Löwenklau, L’esercito turco guidato da musicisti rom davanti alle porte di Budapest, 1590

Per ironia della sorte o per uno scherzo del destino, durante la prima guerra balcanica tra la Turchia e le forze combinate delle truppe serbe, montenegrine, greche e bulgare, un musicista rom ha svolto un ruolo chiave che cambiò il corso della storica battaglia che si svolse nel 1912 a Kumanovo, in Macedonia. Si chiamava Ahmed Ademović ed era trombettista nell’esercito serbo. La mattina del 24 ottobre l’esercito turco lanciò un attacco di sorpresa contro le truppe serbe, che furono costrette a battere in ritirata. Fu allora che ad Ahmed venne un’idea geniale. Favorito dalla nebbia che si era da poco alzata, indossata l’uniforme di un soldato turco caduto in combattimento, passò inosservato nelle linee del nemico e con la tromba diede il segnale della ritirata dell’esercito turco, benché l’avesse sentito una sola volta, causando il caos nei ranghi dei soldati. Poi, di corsa, ritornò indietro tra i suoi e suonò la carica. Le truppe serbe si lanciarono all’attacco e sconfissero l’esercito nemico. Grazie all’eroica impresa di uno zingaro la coalizione antiturca ottenne una clamorosa vittoria che segnò la fine del dominio turco nei Balcani. Purtroppo la vita riservò ad Ahmed un amaro destino. Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti uccisero i suoi due figli Redža e Ramo, nel massacro della Valle di Arapova, vicino a Leskovac, in cui 500 Rom, uomini e donne, furono uccisi il 3 dicembre 1941. Ahmed sopravvisse ma non si riprese. Dopo l’omicidio dei suoi figli non ha più suonato la tromba, che andò dispersa dopo la sua morte nel 1965 (Nicolás Jiménez Gonzalez, El gitano que puso en fuga a los otomanos in https://gitanizate.wordpress.com/category/heroes-y-heroinas/).

Un altro importante polo musicale rom si sviluppò nella penisola iberica. I gitani spagnoli o Kalé (da kaló ‘nero’) hanno avuto un ruolo fondamentale, accanto a influssi bizantini, arabi ed ebrei, nella formazione del flamenco, la danza e il canto popolare dell’Andalusia. Il loro apporto di dolore e di lamento di una minoranza oppressa da secoli nel cante jondo ‘canto profondo’ e, più in generale, nella musica flamenca, è tale che ormai i due soggetti sono considerati sinonimi indissolubili. Come dice un rom in un canto flamenco:

“Io dico le mie pene cantando,

perché cantare è piangere.

  Io dico la mia gioia danzando,

perché danzare è ridere”.

Una sintesi visiva del mondo “afflamencato” dei gitani andalusi ci è offerta dallo straordinario dipinto Vita tra gli zingari a Siviglia dell’inglese John Phillip, 1853, collezione privata, in cui il pittore partecipa a una festa di una comunità di gitani del quartiere di Triana a Siviglia. Al centro, una gitana con la lunga gonna a balze, uno scialle e un garofano nei capelli danza il flamenco, mentre l’artista nel suo portamento longilineo e distinto brinda con il cappello in mano. Gli è accanto un amico in giacca e farfallino che fuma una sigaretta, mentre una donna anziana tenta probabilmente un approccio per leggergli la mano. Intorno giovanotti con chitarre e tamburello, donne che battono le mani, bambini nudi seduti per terra, un uomo con una camicia bianca arricciata con una coperta a strisce sulle spalle, una fascia di color scarlatto intorno alla vita e il caratteristico catite o cappello conico di velluto, che conversa con una ragazza, e perfino due gendarmi all’ombra di una pianta.

Il flamenco, che dal XV secolo le comunità gitane avevano coltivato e sviluppato per secoli ad uso interno per i momenti sociali e ricreativi della loro vita comunitaria, a partire dal XIX secolo si costituisce in spettacolo pubblico e si creano dei locali chiamati “cafés chantantes” e più tardi “tablaos” (in spagnolo, tavola), dove si esibiscono gli artisti professionisti. E’ l’epoca d’oro del flamenco, allorché si stabiliscono le sue regole tecniche e la maggior parte dei grandi stili di base. Nel flamenco si combinano il canto, il suono della chitarra e la danza, cui si aggiungono il battito delle mani, gli schiocchi delle dita (pi­tos) e l’uso delle nacchere o castañuelas.

Questa fase spettacolare del flamenco è magnificamente documentata nel dipinto El Jaleo del pittore statunitense John Singer Sargent, datato 1882 e conservato presso l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, che rappresenta una ballerina gitana che si esibisce in una danza scatenata, conosciuta come “jaleo” (letteralmente “putiferio”). Lo jaleo nel gergo flamenco è tutto l’insieme di frastuoni, fatto di musica, canto, battito delle mani, grida, applausi e incitamenti, prodotti per incoraggiare i ballerini in uno stato di frenesia collettiva. In una taverna, dove l’unica luce è fornita dalle lampade ad olio, che proietta lunghe e misteriose sulla parete posteriore, la danzatrice, con la gonna bianca e lucente e un grande scialle ricamato sulle spalle, compie una frenetica danza con i colpi ostinati dei tacchi sul pavimento, accompagnata dal virtuoso suono di chitarre, dal battito delle mani e dal canto ossessivo degli olé degli astanti.

1160Phillip     1161Sargent

John Phillip, La vita tra gli zingari, Siviglia, 1853,        John Singer Sargent, El Jaleo, 1882, Boston, Isabella

collezione privata                                                                      Stewart Gardner Museum

 

Il flamenco comprende una cinquantina di diversi tipi o stili musicali, detti “palos”, come mostra il disegno Chumbera del cante flamenco (il fico d’India del flamenco), ossia l’albero genealogico del flamenco andaluso, di Luis López Ruiz, 1960. Ai gitani si può attribuire la paternità esclusiva di alcuni di essi, come la debla, il martinete, la bulerìa, la carcelera e la saeta, che appartengono al gruppo di canti eseguiti solitamente senza accompagnamento di chitarra (detti a palo seco) e che sviluppano tematiche o “coplas” legate al mondo gitano, alle persecuzioni subite e alla speranza di tempi migliori.

 1162Flamenco

 Luis López Ruiz, Chumbera del cante flamenco, 1960

     La forma più antica del flamenco è ilCante jondo o ‘canto profondo’, il canto spontaneo e immediato dell’anima senza accompagnamento di strumenti, come un lamento e un grido di disperazione, che i gitani di Spagna hanno saputo conservare e interpretare nel migliore dei modi, dando alcuni dei più straordinari artisti, come Camaròn de la Isla, considerato il “dio”del flamenco.

La debla (dal termine gitano devél ‘Dio’), è una invocazione a Dio con la quale il gitano chiede aiuto nei momenti difficili e disperati della sua misera esistenza. L’espressione, diventata così  pregnante da dare il nome a una delle forme o “palos” del flamenco, è tipica e ricorrente nella letteratura orale zingara. Nelle loro canzoni tradizionali i Rom si rivolgono spesso a Dio con il vocativo “Devla”, come nelle espressioni: “Ahaj, Devla, so kerdém?” (Ahimé, o Dio, che cosa ho fatto di male?) ; “Ziutisarma, bara devla!” (Aiutami, grande Dio!), “Devla, soske man tu mardjél?” (O Dio, perché mi hai colpito?); “Devla, de man baxt” (Dio, dammi fortuna).

Il martinete è il canto di dolore dei fabbri gitani, che lo eseguivano durante la lavorazione del ferro nelle loro fucine al ritmo dei colpi di martello sull’incudine. Sono canti di disperazione, di sfogo e di protesta per la loro infelice condizione, fatta di miseria e di persecuzioni:

Siamo i poveri gitani,

più poveri delle allodole;

civili e guardie

ci negano persino la nostra ombra (Starkie, 1953, p. 293).

La carcelera o canto di prigionia, come dice il nome, è un canto con cui i gitani incarcerati esprimono la loro sete di libertà e i loro lamenti pieni di amarezza e di forzata rassegnazione.

Alla porta del mio carcere,

non venire a piangere,

perché le mie pene non mi abbandonano,

e non venire a darmene altre (Quievreux, 1959 p. 66).

    La saeta (freccia) è un canto a carattere religioso, per lo più improvvisato, che evoca i dolori della Vergine e la Passione di Cristo durante le processioni della Settimana Santa. E’ una forma con cui i gitani trasmettono non tanto il misticismo religioso, a loro sconosciuto, ma le pene (ducas) delle persecuzioni, assimilate al dolore della Vergine:

Tra qui e la fontana

il falegname ha intagliato

una grande pesante croce.

Essa sarà portata al Calvario

per essere consegnata a Gesù

per dargli la sua morte (Amaya, 1955, p. 215).

Anche la bulería (in lingua zingara ‘menzogna, inganno’) è un canto e una danza tipicamente gitana, che si esegue nei matrimoni e nei battesimi. Allegra e per lo più improvvisata, la bulerìa svolge un ruolo particolare nella costruzione dell’identità collettiva per il fatto che eseguita in gruppo,  generalmente in cerchio, ognuno cantando una strofa a passi di danza (Thede, 1998,  p. 109-110).

La seguiriya, che deriva dai canti liturgici ebraici, è stata completamente assimilata e adattata dai gitani alla loro sensibilità interiore fatta di nostalgia e di rimpianti. E’ un lamento triste, pieno di modulazioni, che parla di dolore e povertà:

Ho un grande dolore

che mi fa piangere;

quello di vedere i miei figli senza pace,

con la fame e senza pane (Amaya , 1955, p. 210-211).

Gustave Doré, il grande pittore, incisore e illustratore francese, che nel 1862 accompagnò il barone Charles Davillier in un tour in Spagna, ci ha lascito una serie di opere di straordinario valore artistico ed etnografico legate al soggetto del flamenco, in contesti sociali diversi. L’incisione Gitana che balla a Siviglia, 1874, rappresenta un’umile taverna di Siviglia, dove una ballerina gitana balla in piedi su un tavolo con in mano un tamburello, accompagnata da un musicista con la chitarra, circondata da un gruppo di rozzi uomini, ammirati e incantati da tanta grazia.

In un’altra incisione Una zingara che balla lo zorongo in un patio a Siviglia,1868, Doré ambienta il popolare ballo andaluso dello “zorongo” in un cortile interno di una casa aristocratica di Siviglia. Al centro della sala, una gitana con un tamburino in mano balla a piedi nudi, accompagnata da un chitarrista e da un cantante con tamburello. Attorno a un tavolo, su cui vi è una teiera, siedono alcuni uomini e nobildonne andaluse con il ventaglio in religioso ascolto. Perfino il servitore è immobile con in mano il servizio da thé con aria ammirata. A sinistra del gruppo, in piedi e appoggiato alla parete, possiamo riconoscere lo stesso artista, illustre ospite della famiglia, con con il suo elegante portamento e il severo cipiglio, sottolineato da due baffetti all’ingiù.

1163Doré_Flamenco     1164Doré_Zorongo

Gustave Doré, Gitana che balla             Gustave Doré, Una zingara che balla lo zorongo

  a Siviglia, 1874                                         in un patio a Siviglia, 1868

 

Il dipinto Zambra di gitani di Jules James Rougeron, pittore francese amante del folklore e delle tradizioni andaluse, 1871, collezione privata, ci trasporta in un altro interessante contesto. In un cortile di gitani allevatori di cavalli, come mostrano le selle e i basti appesi alle pareti di quelle che sembrano essere delle rustiche stalle, due tipiche gitane, con i capelli lunghi e neri e la lunga gonna a balze, a piedi nudi e con le nacchere, si scatenano in una danza sensuale e focosa, accompagnate da un uomo e una donna che suonano la chitarra e dal battito delle mani delle donne sedute in cerchio nell’inconfondibile abbigliamento gitano-anadaluso. La zambra (nel linguaggio arabo significa “festa”), una danza flamenca importata dagli arabi e trasmessa ai gitani, viene eseguita ancora oggi per i turisti nelle cuevas del Sacromonte di Granada.

 1165Rourgeron_zambra

Jules James Rougeron, Zambra di gitani,1871, collezione privata

 

Nella lunga serie di chitarristi di flamenco merita di essere menzionato il gitano Riccardo Ballardo, detto “Manitas de Plata” (Manine d’argento) per il tocco magico delle sue mani sulle corde della chitarra. Analfabeta, si firmava disegnando una chitarra. Fu famoso anche per le sue performances nelle feste private di vip del mondo musicale e cinematografico, in particolare le frequentazioni nella villa di Brigitte Bardot a Saint-Tropez negli anni settanta del XX secolo. Fu anche amico di Salvador Dalí, che gli decorò come una preziosa reliquia la mitica chitarra.

Ma il più celebre personaggio fu la danzatrice di flamenco Carmen Amaya, nata a Barcellona nel 1913 nel quartiere gitano di Socomurro, definita la “maxima estrella del Cuadro Flamenco”. Fece lunghe tournées negli Stati Uniti, riscuotendo un immenso successo. Ebbe l’ammirazione e un caloroso abbraccio dal maestro Arturo Toscanini, che la definì la più grande ballerina del mondo e di tutti i tempi. Una delle più pregnanti opere artistiche che la ritraggono è l’acquarello Carmen Amaya di David González López, noto con lo pseudonimo di “Zaafra”, il pittore di Granada che “trasformò il flamenco in pittura”, tanto numerose furono le sue opere ispirate a questo soggetto. La singolarità di quest’opera risiede nel fatto che ritrae la ballerina dal busto in su, ignorando le parti, come i piedi e le gambe, che dovrebbero rappresentare la parte apodittica di una danzatrice. L’icona del baile flamenco è ritratta nell’espressività del volto, nella forza magnetica dello sguardo, nel dinamismo delle mani e del corpo roteanti nello spazio, che rendono questa “danzatrice di fuoco”, come la definì  Jean Cocteau, una delle interpreti migliori del flamenco.

 

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 David Zaafra, Carmen Amaya, seconda metà del XX secolo

 

 

Anche il “fado”, lo struggente canto portoghese che si vuole originato dai navigatori presi da nostalgia della loro terra, deve molto all’apporto gitano dei Calon del Portogallo. La prima grande cantante di fado, figura leggendaria del XIX secolo che raggiunse una grande fama nella sua breve vita, è stata Maria Severa Onofriana di Lisbona, di origine gitana. Per la sua bellezza e il suo fascino suscitò una passione amorosa in numerosi uomini dell’aristocrazia e della borghesia portoghese, ed ebbe una relazione amorosa con il conte de Vimioso. La sua vita fu segnata da un tragico destino, poiché morì di tubercolosi nel 1846 a soli 26 anni (Mandillo, 1957, p. 454-464). Nel cartellone pubblicitario intitolato A Severa dell’acquarellista e illustratore portoghese Alberto Souza, 1921, la celebre cantante di fado è rappresentata con una rosa tra i capelli neri, gli orecchini e lo scialle mentre canta accompagnandosi con la chitarra.

 

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Alberto Souza, A Severa, 1921

 

In Francia si verificò un vero e proprio miracolo per opera del leggendario chitarrista manouche Django Reinhardt, che ha fatto storia nel mondo del jazz. All’età di 18 anni in un incendio della sua carovana, riportò gravi ustioni e perse due dita della mano sinistra. Non rassegnato ad abbandonare la musica, inventò una tecnica che gli consentì di suonare la chitarra con l’uso di sole tre dita, divenendo uno dei più straordinari virtuosi del suo strumento. Collaborò con il celebre violinista Stephane Grapelli, con cui 1934 fondò il Quintet Hot Club de France, e diede concerti in tutta Europa e in una tournée americana suonò con Duke Ellington. Fu soprattutto il creatore di uno stile di jazz unico nel suo genere, coniugando le esigenze del jazz ai ritmi della tradizione gitana: lo “swing manouche”. Delle sue origini rom non fece mai un mistero, anzi un vanto. Girava con un carrozzone rosso tappezzato di cuoio nero. E anche quando divenne una star del jazz, sentiva il bisogno di sparire per tornare alla sua roulotte, in mezzo alla sua gente. Morì il 16 maggio 1953, all’età di soli 43 anni, per una congestione cerebrale a Samois sulla Senna, presso Fontainebleau. Gli fu fatale probabilmente la decisione, tutta gitana, di non ricorrere ai medici per la diffidenza ancestrale verso persone e cure della società gagí. Django Reinhardt è conosciuto anche per dei modesti tentativi nel campo della pittura, ma la sua produzione è poco nota. A lui è dedicata  una piazza a Parigi e un’emissione di un francobollo della posta francese nel 1993.

Nel dipinto Django. Sweet Lowdown del pittore, litografo e illustratore americano David Lloyd Glover, il grande musicista è ritratto in primo piano con l’inseparabile sigaretta in bocca, l’espressione intensa e assorta, con la chitarra in mano e l’indice e il medio della mano sinistra che scorrono nervose sulle corde. Questo dipinto faceva parte di una serie di ritratti di grandi personaggi del jazz, come Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, John Coltrane e Miles Davis che nel giugno del 2005 Glover  espose in una mostra alla Art Brillant Rodeo Drive Gallery di Los Angeles. Quando presentò questo ritratto, il direttore della galleria espresse la propria perplessità e chiese chi fosse. Glover lo rassicurò, dicendo che se metteva questo dipinto nella vetrina, la prima persona che sapeva chi era Django lo avrebbe sicuramente comperato. Qualche giorno dopo, un famoso chitarrista americano stava passeggiando lungo Rodeo Drive con sua moglie. Quel chitarrista era nientemeno che Glen Campbell che ora possiede questo originale nella sua collezione personale (http://gloverart.blogspot.com/).

 

1168Glover           1169Django

 David Lloyd Glover, Django, Sweet                Francobollo commemorativo di Django Reinhardt,  

Lowdown, 2005, collezione privata                 emesso dalle poste francesi nel 1993

 

In Inghilterra fin dal loro apparire all’inizio del XVI secolo, i gypsies si segnalarono per il loro talento musicale. Durante il regno di Giacomo V di Scozia nel registro dei conti reali alla data del 25 maggio 1530 è annotata la spesa di XI sterline “per gli Egiziani che hanno ballato davanti al re a Halyrudhouse”, la residenza reale dei re scozzesi (Pitcairn, 1833, vol. I, p. 273). Anche le feste popolari e i matrimoni erano animati da musicisti e ballerine zingare, che eseguivano antiche danze formando curiose coreografie con l’ausilio di bastoni o cappelli (in Russia usavano i fazzoletti). In un matrimonio che si svolse nella regione di Fife, nella Scozia orientale, sei donne gypsies ballarono in cerchio, in mezzo al quale il capo della compagnia saltellava e ballava in maniera comica, agitando il suo bastone attorno al corpo in tutte le direzioni e per mezzo del quale dirigeva il ballo (W.S., 1818, II, p. 525).

Uno degli strumenti tradizionali diffuso anche tra i gypsies inglesi era il violino, appannaggio di alcuni clan dell’Inghilterra e del Galles, in particolare i Lovell. Le cronache ottocentesche ricordano un certo Charley Lovell, che raggiunse una discreta fama come violinista. Nell’anno 1700 il capo di una banda di “ Egiziani” che era stato condannato all’impiccagione a Bannf, in Scozia, suonò il suo violino ai piedi del patibolo prima dell’esecuzione, secondo un’antica usanza che concedeva ai musicisti e ai menestrelli di esibirsi per l’ultima volta, eseguendo una tremenda “invettiva” contro i suoi carnefici (MacRitchie, 1890, p. 126).

Il clan dei Woods del Galles fu una vera e propria dinastia di grandi musicisti, specializzati nell’arpa. Uno dei migliori arpisti dell’Ottocento fu John Wood Jones, che suonava l’arpa tripla gallese, uno strumento molto particolare e poco conosciuto in uso nella musica celto-gallese che si distingueva nettamente da tutte le altre arpe. Nel l 1843 suonò a Buckingham Palace per la Regina Vittoria e il principe Alberto.

I gypsies scozzesi diedero un valido contributo alla musica tradizionale scozzese, suonando la cornamusa. Nel disegno Zingari itineranti suonatori di cornamusa di un artista anonimo inglese, dei primi del Novecento, una famiglia di zingari viaggianti sosta lungo un muricciolo di cinta sul ciglio della strada, mentre un giovane membro suona la tipica cornamusa scozzese. È universalmente accettato che la cornamusa ha avuto origine in Medio Oriente, e che da lì si sia diffusa in tutta Europa, arrivando in Scozia agli inizi del XVI secolo. Sappiamo che i primi zingari sbarcarono in Scozia nel 1505 e furono accolti dal re Giacomo di Scozia. E’ perlomeno strana l’introduzione in una regione di uno strumento musicale orientale in coincidenza con la comparsa di gruppi rom, per cui si può pensare che furono gli zingari a introdurre la cornamusa in Europa, come era capitato con il tamburello basco.

L’incisione James Allan di un anonimo artista inglese, inizio del XIX secolo, rappresenta il ritratto di James Allan soprannominato “Piper Allan”, famoso suonatore di cornamusa della Northumbria. Incolpato di furto di cavalli, nel 1803 fu condannato a morte, ma poi graziato (Thompson, 1828).

 

1170Cornamusa1b     1171James Allan2

Anonimo, Zingari itineranti suonatori di cornamusa,     Anonimo, James Allan, inizio XIX secolo   

inizio XX secolo  

Nell’ex Unione Sovietica la musica, la danza e soprattutto il canto sono aspetti culturali nei quali la presenza e l’apporto dei Ruska Romá o Xaladitka Roma (dal termine rom xalado ‘soldato’), penetrati nell’impero russo nel XVI dall’Ungheria attraverso l’Europa centrale e la Polonia, sono stati fondamentali.

L’incisione Musicisti zingari di un artista anonimo russo, 1867 circa, mostra un accampamento zingaro in un paesaggio della taiga russa. Alcuni bambini sono sistemati in un carretto sotto le coperte, per ripararsi dal freddo. A destra un gruppo di persone sono sedute intorno al fuoco, mentre a sinistra si esibiscono una danzatrice con un tamburello basco e un ballerino che agita sonagli metallici,  accompagnati da un musicista che suona la domra, uno strumento simile al liuto, munito di un lungo manico, in voga nei secoli XVI e XVII, che cadde in disuso e fu sostituito dalla balalaika mutando la forma della cassa in triangolare, ma che fu mantenuto in vita proprio dai Rom.

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 Anonimo, Musicisti zingari, 1867 circa

 

Il periodo di maggior splendore della musica gitana in Russia si ebbe nell’Ottocento durante il Romanticismo, quando i Rom erano considerati gli archetipi di un mondo di libertà, passione, spensieratezza e magica seduzione. Specialmente a Mosca si costituirono complessi musicali di musicisti e ballerine che si esibivano nelle taverne e nei ristoranti della città, che furono accolti con grande favore dal pubblico ed ebbero un’immensa popolarità tra i nobili, i ricchi borghesi e gli intellettuali.

Il disegno Danza di zingari moscoviti di un artista anonimo russo, metà secolo XIX, rappresenta probabilmente un locale pubblico, frequentato da persone del ceto medio, con al centro una donna zingara, avvolta il lunghe vesti che la coprono fino ai piedi, che esegue una danza agitando un fazzoletto, accompagnata da un musicista che suona la domra, tenuta a tracolla come una chitarra, e da ragazze inghirlandate che suonano la chitarra.

Nel’incisione Danza di zingari russi davanti al principe di Galles a Mosca di un anonimo artista russo, 1866, un ensemble di musicisti e ballerine si esibiscono in uno spettacolo a conclusione delle relazioni diplomatiche tra la Russia e l’Inghilterra. In una sala, gremita di nobildonne russe sedute e dei loro consorti in piedi lungo la parete, su cui campeggia il quadro dello zar Alessandro II in uniforme militare, due danzatrici zingare, vestite in abiti sfarzosi indice dello status sociale da loro raggiunto, accompagnate da un elegante suonatore di domra, eseguono un ballo in onore della delegazione inglese guidata dal principe di Galles e futuro re Edoardo VII.

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       Anonimo, Danza di zingari moscoviti,                             Anonimo, Danza di zingari russi davanti al

metà XIX secolo                                                                       principe di Galles a Mosca, 1866

 

In Russia i Rom si specializzarono nella musica vocale e corale. Già nel 1774 il conte Orlov-Chesmenky formò a Mosca un gruppo corale zingaro, che segnò l’inizio di una tradizione professionale nell’impero russo. Nell’Ottocento i musicisti e le coriste zingare hanno saputo ritagliarsi una straordinaria nicchia nella vita artistico-musicale nella societò zarista, raggiungendo uno stato sociale elevato. La maggior parte dei Rom di Mosca appartenevano alla classe piccolo-borghese e la stragrande maggioranza di loro cantava e suonava nei cori. Il loro repertorio consisteva in canzoni popolari o di famosi compositori russi, mediante il quale guadagnarono un’immensa popolarità. Il coro, fino alla fine del XIX secolo, riproduceva la struttura della tradizionale comunità rom. Una caratteristica di questa comunità era la distribuzione egualitaria dei guadagni tra tutti i suoi membri. I guadagni delle prestazioni nei ristoranti, i regali e altri tipi di offerte degli spettatori erano considerati proprietà comune del coro e venivano distribuiti in base al grado di partecipazione di un singolo membro del coro al momento dello spettacolo. Anche gli anziani, i malati e i disabili, che non potevano più partecipare agli spettacoli, fruivano di una certa indennità. Inoltre i contatti costanti con rappresentanti istruiti della popolazione russa, in particolare con scrittori, artisti, attori, hanno avuto un effetto benefico sul livello culturale dei coristi e musicisti di Mosca. Il tasso di alfabetizzazione tra loro non era inferiore e talvolta era persino superiore a quello della popolazione russa. Per questi motivi borghesi e aristocratici russi non disdegnarono di sposare celebri cantanti e danzatrici zingare. Sergey Tolstoi, fratello del grande scrittore russo Leone, si innamorò della cantante Marya Mikhailovna, zingara diciassettenne dagli intensi occhi neri. Suo zio, il conte Féodor Ivanovich Tolstoj nel 1821 sposò la ballerina Eudoxya Tugayeva dopo diversi anni di convivenza (https://pandia.ru/text/78/270/2189.php).

L’incisione Il coro degli zingari durante la fiera di Kharkov di L. Seryakova, 1871, mostra un coro zingaro, diretto da un maestro che suona la chitarra, che si esibisce a Kharkov, in Ucraina. I concerti di cori zingari divennero l’intrattenimento preferito dei circoli letterari e artistici in tutta la Russia, specialmente a Mosca. Nel 1843 Liszt, in tournée a Mosca, si presentò in ritardo a un concerto, per essersi intrattenuto ad ascoltare il coro moscovita Sokolov (https://www.peoples.ru/art/music/national/ilia_sokolov/).

 

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 L.Seryakova, Il coro degli zingari durante la fiera di Kharkov, 1871

 

Un’altra grande area musicale è quella balcanica settentrionale, che comprende la Serbia, la Croazia e la Bosnia. Quest’area coincide con la diffusione della fisarmonica, uno strumento facile da trasportare, dalla straordinaria sonorità simile al pianoforte e dalla potenza orchestrale, adatto ad accompagnare le feste e i balli popolari. La fisarmonica è lo strumento preferito anche dai Rom dell’Italia centro-meridionale, specialmente dai Rom Abruzzesi, che si tramandano l’arte musicale di padre in figlio. Uno dei più straordinari musicisti rom abruzzesi è Santino Spinelli, in arte Alexian, che risiede a Lanciano in provincia di Chieti. Fisarmonicista, compositore, poeta, saggista e poliglotta, è il leader e l’anima pulsante dell’orchestra zigana “Alexian Group”, di fama internazionale, che tiene concerti di musica romani in Italia e all’estero.

Il panorama sconfinato della musica tradizionale zigana offre una infinità di formazioni musicali e di cantanti di altissimo livello, come il famoso e storico complesso rumeno dei “Taraf de Haidouks » (letteralmente “Banda di Briganti”), di Clejani, un remoto villaggio della Valacchia vicino a Bucarest, la terra di origine dei “lautari” (clan di musicisti quasi esclusivamente zigani) o la “Kočani Orkestar”, una brass band balcanica di ottoni e strumenti a fiato, a imitazione delle bande militare turche, del villaggio di Kočani, in Macedonia. Tra i big della canzone gitana si annoverano la cantante Vera Bilà della Repubblica Ceca, detta Ella Fitzerald della musica rom, la macedone Esma Redzepova, grande diva della musica gypsy, e  il mitico Šaban Bajramović, cantante serbo soprannominato “il re della musica rom”. Si dice che i gitani amassero Tito per primo, Šaban per secondo.

    Nessuno, forse, ha saputo interpretare l’anima musicale dei Rom come Nicolaus Lenau, poeta romantico austriaco e musicista egli stesso, appassionato sostenitore delle minoranze discriminate. In una celebre poesia intitolata “I tre zingari”, egli racconta che, mentre attraversava in carrozza la desolata pianura ungherese, vide tre zingari sotto un albero. Uno suonava il violino nella luce del tramonto, un altro aveva in bocca una pipa e il terzo dormiva beato, la sua cetra appesa a un ramo. I tre zingari hanno mostrato al poeta come si affronta la vita che ci sfugge: fumando, dormendo e suonando la si disprezza tre volte.

Questa poesia, che celebra la vita libera dei Rom, oltre ad essere stata musicata in un celebre Lied da Liszt, ha ispirato numerosi pittori, tra cui il dipinto Zingaro che suona il violino del pittore ungherese Ferenc Pongrácz, datato 1836 e conservato alla Galleria Nazionale Ungherese di Budapest, e il dipinto Zingari in riposo del pittore austriaco Alois Schönn, seconda metà del XIX secolo, collezione privata.

 

1176Pongrácz_F_Hegedülő_cigány_Baumgartner1836                     1177Schonn

Ferenc Pongrácz, Zingaro che suona il violino,               Alois Schönn, Zingari in riposo, seconda

1836, Budapest, Galleria Nazionale Ungherese                metà XIX secolo

 

 

NOTE

 

[1] Un proverbio dei Rom della Repubblica ceca dice: “Amaro romano nipeskro bašaviben, o gila, o kheliben hin amenge le Romenge amaro savoro barvalipen pre kaja phuv” (La musica, le canzoni, i balli, sono per noi Rom tutta la nostra ricchezza su questa terra).

[2]  “Quando la cena fu terminata,    le donne si misero in fila;    gli zingari suonarono la musica    per il ballo alle nozze di Cana” (Viski, 1937, p. 152).

[3] Un canto della Transilvania:

“Pei boschi canta l’uccello

anche lo zingaro attacca un ballo.

Ecco la Pentecoste, ecco l’estate,

le pene d’inverno sono finite”.

 

 

 

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