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Rom nell'arte

La Madonna zingara: dall’allegoria all’apoteosi

26 gen , 2019  

L’immagine della madre zingara che tiene in braccio o allatta un bambino evoca immediatamente la sfera del sacro, in particolare è messa in relazione con la tradizionale iconografia cristiana della Madonna col Bambino. Abbiamo già visto come gli artisti abbiano rappresentato la Madonna come una zingara in vari episodi biblici, per lo più in chiave simbolica, come ad esempio nell’Adorazione dei Magi di Georges Lallemand, dove la Vergine porta il copricapo circolare tipico delle zingare in sintonia con l’atmosfera esotica espressa dai re Magi venuti dall’oriente, o nel tema della Fuga in Egitto, dove la Vergine veste, coerentemente con l’ambiente, i panni della zingara “egiziana”.

Ma poi l’iconografia si evolve e postula l’identificazione della Madonna con la zingara, che da valore simbolico si trasforma in apoteosi, facendone l’icona della maternità divina. Uno dei primi dipinti che documentano questo salto di qualità è la Madonna che allatta il Bambino o Madonna del Latte di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, datata 1485 e custodita nel Museo delle Belle Arti di Boston. Sullo sfondo di un antico borgo turrito, che chiude l’orizzonte in funzione prospettica, è rappresentata in primo piano una Madonna adolescente con una veste rossa e un lungo mantello che cade da una spalla con in testa il copricapo di stoffe arrotolate con un sottogola tipico delle zingare, inginocchiata per terra in segno di umiltà e in adorazione, che allatta Gesù Bambino già grandicello, in posizione eretta, rivestito di un lunga fascia intrecciata a mo’ di benda, che fa presagire la sua risurrezione. Per terra vi è una ciotola per il cibo, altro indizio che porta a ritenere la Madonna una viandante che si è fermata alle porte della città, ben sorvegliata dalle guardie e a lei preclusa.

 

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 Bartolomeo Suardi detto il Bramantino, Madonna che allatta il bambino, 1485, Boston, Museo delle Belle Arti

 

La Madonna che allatta il Bambino, attribuita al lombardo Bernardino de’ Conti, datata 1500-10 circa e custodita al Museo Poldi Pezzoli di Milano, è una delle tante versioni del noto dipinto leonardesco della “Madonna Litta” del Museo dell’Ermitage di Leningrado, datato 1490 circa, che è stato elaborato a più riprese da seguaci e allievi del grande maestro. Rappresenta la Madonna che allatta al seno il Cristo bambino che stringe nella mano sinistra un cardellino, simbolo della sua futura passione, sullo sfondo di una vallata collinosa, in cui svettano alti pioppi, con una curiosa figurina di una donna che porta sulle spalle un basto di legno con appese due secchi d’acqua, tipico  strumento lombardo della società contadina. Questo dipinto presenta alcune notevoli varianti rispetto l’originale leonardesco, come l’aggiunta di una mensola in primo piano su cui è appoggiato il Bambino, la diversa posizione della mano sinistra della Vergine che sorregge il piede del figlio e il motivo della tenda rossa che ripartisce in due sezioni il paesaggio del fondo, invece dell’interno scuro con due aperture arcuate (Natale, 1982, scheda).

Ma ciò che fa la differenza sostanziale è soprattutto la foggia elaborata della fascia annodata intorno al capo della Vergine e fissata sotto la gola che conferisce un aspetto orientaleggiante ed esotico alla figura, facendone una Madonna zingara. Se poi l’attribuzione a Bernardino de’ Conti fosse veramente indubbia, saremmo davanti a un caso sconcertante. La specie di foulard che porta in testa, il colore scuro della carnagione, il profilo allungato del volto e l’inclinazione dello sguardo della Madonna hanno molto in comune con la levatrice incredula che lava il Bambino Gesù nella Natività del IX secolo della Chiesa di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio, in provincia di Varese. Il pittore era nato in quella località nel 1470 e apparteneva alla casata dei conti di Castel Seprio, antichi signori del borgo fortificato, distrutto poco prima del Trecento dai Visconti, che risparmiarono la chiesetta posta fuori le mura. E’ del tutto ovvio che Bernardino, pittore e oriundo privilegiato del posto conoscesse e studiasse le pitture murali dell’edificio di proprietà dei suoi avi, che raffigurano scene dell’infanzia di Gesù.

 

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Leonardo da Vinci, Madonna Litta, 1490 circa,       Bernardino de’ Conti (attribuito), Madonna che    

San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage                       allatta  il Bambino, 1500-1510, Milano, Museo

Poldi Pezzoli

 

La Madonna col Bambino di Tiziano Vecellio, datata 1512 circa e conservata presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna, è rappresentata a mezza figura sullo sfondo di un panno verde, mentre a sinistra, oltre un parapetto, si intravede un paesaggio collinare. Il Bambino già grandicello è in piedi su una balaustra di marmo, completamente nudo, ricoperto solo da un lembo del velo della madre che gli gira intorno alla vita. Madre e figlio rivolgono gli sguardi verso il basso, in un’espressione malinconica e dimessa (Wikpedia).

Il dipinto è comunemente denominato La zingarella per i capelli neri, gli occhi scuri e i lineamenti vagamente “gitani” della Madonna. Ma possiamo intravedere un riferimento più esplicito al mondo zingaro nel panno a righe verticali della parete. Le donne zingare, infatti, portavano vestiti e mantelli rigati. L’abito a righe era il segno distintivo delle categorie più umili, marginali ed escluse della società.

 

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Tiziano, Madonna col Bambino o La zingarella, 1512 Vienna, Kunsthistorisces Museum

 

Il motivo a righe dei copricapi delle donne zingare, sia che si trattasse di un foulard o di un turbante di stoffe arrotolate, compare in altre Madonne zingare. Un esempio eccezionale è la Madonna col Bambino di Boccaccio Boccaccino, datata 1510 circa e conservata nel Museo Nazionale di Arte di Bucarest, che riprende da un punto di vista compositivo l’opera di Tiziano. Anche qui la Madonna, dal viso raffinato e gli occhi teneri, sorregge delicatamente il Bambino in piedi su un davanzale con in mano un cardellino, sullo sfondo di un drappo rosso e un paesaggio seminascosto. La Vergine indossa un ampio mantello con la manica svolazzante e un foulard rigato le orna la testa.

    Anche la famosa Madonna della Seggiola di Raffaello Sanzio, datata 1513 e conservata nel Palazzo Pitti a Firenze, indossa un mantello estremamente decorato e variopinto di rosso e  di verde, il turbante con motivi motivi decorativi a strisce, con lo stesso colore e lo stesso disegno di Boccaccino, e sul polso un bracciale d’oro, tipici ornamenti delle donne zingare, mentre stringe tra le sue braccia il Bambino con accanto il piccolo san Giovanni con una croce (Morelli, 1994, p. 57).

 

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Boccaccio Boccaccino, Madonna                             Raffaello, Madonna  della Seggiola,

col bambino, 1510 circa,                                             1513, Firenze, Palazzo Pitti

 Bucarest, Museo Nazionale di Arte

                                

La Vergine del turbante del pittore spagnolo Luis de Morales, soprannominato “il Divino” per la sua predilezione per i tempi religiosi, è una delle tante versioni di questo particolare soggetto iconografico caro all’artista, datata 1560-65, Fondo Cultural Villar Mir di Madrid. E’ conosciuta anche come la Vergine vestita da gitana col Bambino, per il copricapo a forma di un disco, realizzato mediante nastri di seta intrecciati, anticamente chiamato bern, che forma per così dire l’aureola di questa madonna orientale con il viso ovale, leggermente inclinato, e con i capelli ricci, che regge sulla punta delle dita il Bambino Gesù, che si aggrappa teneramente alla madre. E’ un quadro commovente e stimolante di una Madonna zingara col Bambino che non sarebbe fuori luogo sopra l’altare di una chiesa (Jiménez Gonzalez, 2017).

 

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  Vergine del turbante, 1560-65, Madrid, Fondo Cultural Villar Mir

 

La Vergine col Bambino Gesù conosciuta come La Gitana del pittore spagnolo Bartolomé Esteban Murillo, una delle figure più importanti della pittura barocca spagnola, datato 1675 e conservato alla Galeria Nazionale di Roma, sembra una riedizione sacra della dissacrante Zingara di Hals. Sullo sfondo di antiche rovine, la Madonna, con il foulard zingaresco in testa e il seno prosperoso debordante dalla camicetta bianca sotto la veste rossa, come in Hals, dal viso perfetto e delicato e gli occhi che fissano con profonda umanità, regge sulle ginocchia il Bambino nudo, coperto solo da un leggero panno bianco. Si resta soggiogati di fronte a questa giovane donna “da far perdere la testa”, come scrisse lo scrittore francese Gustave Flaubert in una lettera alla madre, datata 8 Aprile 1851. La meno Madonna di tutte le Madonne, la più zingara nella sua carnalità e statuarietà in una natura primitiva ed eterna, che solo il bambino e i suoi vestiti continuano a tenerla nel genere della Vergine con il bambino (González Camaño, 2012).

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   Bartolome Esteban Murillo, La Vergine col Bambino Gesù o La gitana, 1675, Roma, Galleria Nazionale

 

Un tardo riferimento all’iconografia gitana della Madonna in stile classico lo ritroviamo nella Madonna con Bambino che dorme di Andrea Appiani, datata 1790-1799 e conservata nella Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, dove la Vergine, a mezzo busto, col dolce viso contornato da una fascia intrecciata legata sotto il mento, tiene tra le braccia Gesù Bambino, nudo, dormiente, adagiato sul letto.

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Andrea Appiani, Madonna con Bambino che dorme, 1790-99, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

 

Nel XX secolo la Madonna zingara diventa espressione pura della ziganità a tutto campo, senza la mediazione di una figurazione allegorica e senza nessun equivoco interpretativo. Un esempio paradigmatico è la Madonna zingara di Otto Müller, figlio di madre sinta e padre ufficiale tedesco, pittore della scuola espressionista “Die Brücke”, datata 1928 e conservata nell’Hessisches Landesmuseum di Darmstadt. Il dipinto presenta una serie di caratteri propri della psicologia zingara, che solo un altro pittore rom, Bruno Morelli, poteva cogliere nella sua genuinità in un’approfondita analisi critica, da cui attingiamo le seguenti osservazioni.

La “Madonna”, col volto scuro rozzamente espressivo, forte, dalla sagoma marcata non bella ma carismatica, attraente, due labbra strette che serrano una lunga pipa magiara, che echeggia il calumet rituale degli antichi primitivi, la collana di corallo contro la malasorte, emana una forza energica, assuefatta alla fatica e ai colpi di sventura, in atteggiamento quasi di sfida. E’ seduta davanti a un carro la cui ruota, non più il copricapo tondeggiante come in Morales, forma  l’aureola, simbolo del nomadismo. Ci presenta il suo frutto, un bambino già cresciuto, con lo sguardo serio e malinconico, che tiene in una mano un un girasole, simbolo della vita. Entrambi sono nudi (solo la donna indossa una corta camicetta a righe aperta sul davanti), simbolo della vita naturale e del distacco dai beni materiali. Gli elementi compositivi, progressivamente rimpiccioliti, formano una sequenza geometrica circolare che partendo dalla ruota, attraverso la testa della donna, il viso del bambino e il girasole, ritorna alla ruota, che potrebbe interpretarsi come un richiamo alla perfezione ciclica del nomadismo. Il quadro racchiude anche un messaggio esoterico, che si rifà alle origini indiane del popolo rom. In alto a sinistra appare come un sigillo circolare dello stesso colore e forma della ruota, con una croce o una divinità con le mani aperte sopra le onde del mare e una scritta ANIL. Nell’antica religione indù Anil o Anila, che significa “vento” in sanscrito, era una delle otto divinità che rappresentano gli elementi naturali e i fenomeni cosmici. Non sono forse i Rom i “figli del vento”? Così, attraverso la rappresentazione di una maternità cristiana, l’artista realizza una sorta di “santificazione” della donna zingara e dunque la catarsi e il riscatto di un intero popolo e della cultura che esprime: una vita libera dagli schemi borghesi (la ruota), secondo natura (il prato), l’attaccamento alla prole (il bambino), le gioie del momento (la pipa), la vita per la vita (il sole) e da ultimo la riaffermazione della propria identità etnica, rifacendosi all’antica religione dei propri avi (Morelli, 1994, p. 61).

La Madonna zingara del pittore croato Joso Bužan, 1920-1936 circa, collezione privata, è la più alta espressione di una venerazione eroica di un artista che ha dedicato la sua attività alla rappresentazione delle classi più umili, come i  contadini e gli zingari della sua terra. La Madonna, con i capelli neri, la collana di perle e il mantello a fiori, secondo il gusto gitano, con una aureola vera intorno al capo, è pura immagine religiosa, che spicca dal fondo di uno stendardo, come una statua portata in processione per la devozione popolare. Stringe tra le grandi mani nere il Bambino, dalla rude e disadorna fisionomia zingara e dal viso rattristato, che alza la mano in segno di saluto o di benedizione. Anche Bužan è riuscito a dare dignità al popolo rom, poiché dietro agli occhi della Madonna che guardano in disparte e al suo sorriso velato si nasconde il senso di rimprovero per le ingiustizie e i pregiudizi verso il “suo” popolo.

 

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Otto Müller, Madonna Zingara, 1928,                 Joso Bužan, Madonna zingara, 1920-1936 circa,

Darmstadt, Landesmuseum                                   collezione privata

 

La deliziosa Gypsy Madonna di Sandra Nardone, pittrice contemporanea italo-americana, è un omaggio alle famiglie rom europee, specialmente delle regioni balcaniche, che migrarono a centinaia, forse a migliaia, in America tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, datata 2016, collezione privata. Questo dipinto rappresenta una madre zingara della ex-Jugoslavia, seduta su una panchina con in braccio il suo bambino, e si ispira a una foto scattata nel 1908 da Prince George County a Ellis Islands, l’isolotto artificiale situato alla foce del fiume Hudson nella baia di New York, punto di approdo delle navi, cariche di disperati in cerca di una nuova patria. La zingara sembra appartenere al grande gruppo dei kalderash, dediti alla lavorazione dei metalli e alla riparazione delle caldaie. Indossa una lunga gonna a righe, una camicetta a fiori, sulla cui manica è appuntato il biglietto del viaggio, porta gli orecchini, gli anelli alle dita, il tradizionale foulard e una collana di monete d’oro o galbi.

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Sandra Nardone, Gypsy Madonna, 2016, collezione privata, e la fotografia

di Prince George County, scattata nel 1908

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

González Camaño Francisco, El Murillo que perturbó a Flaubert en Roma, 2012 in

http://tanquedetormentas.blogspot.com/

Jiménez Gonzalez Nicolás, Las gitanas de Aragón también lucieron el bernó, 2017 in

  https://gitanizate.wordpress.com/.

Mauro Natale, Catalogo dei dipinti, Scuola lombarda 1500-1510, Milano, 1982.

Morelli Bruno, Maledetti dal popolo, amati dall’arte. L’Immagine dello Zingaro nella pittura europea da Leonardo a Picasso, 1994, L’Aquila (tesi di laurea).

 


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