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Rom nell'arte

La gitanilla: il mito dell’eroina zingara

3 dic , 2017  

La figura femminile della zingara è un personaggio chiave che ha svolto un ruolo importante e singolare nella letteratura, nella musica e nelle arti figurative europee. Ispiratrice di grandi capolavori, che ne hanno esaltato il fascino e la passionalità, ha incarnato di volta in volta i più sublimi archetipi nell’immaginario sociale e nel simbolismo estetico. Con il suo carattere mitico e idealizzato ha conferito un’impronta tipica, quasi unica, a novelle, romanzi, opere liriche e grandi capolavori pittorici. Solo lei, mitica figura dai contorni esotici e orientali, poteva esprimere la passione, la bellezza, la libertà, le mille sfumature dell’amore sul filo conduttore di sentimenti che altrimenti non sarebbe stato così agevole descrivere.

Se la donna rom o romní nella sua società di appartenenza è sottomessa, asservita, relegata al ruolo di questuante e di madre di famiglia, persino carica di impurità, all’opposto la gitanilla nel nostro panorama artistico è capace di eccitare i sogni e i desideri di una società sedentaria prigioniera delle leggi, delle convenzioni, delle ipocrisie e di una diffusa insoddisfazione di fondo[1]. Stravolto lo stereotipo münsteriano degli zingari “sporchi, brutti e cattivi”[2], che li riduceva alla condizione di paria, ecco imporsi l’immagine della zingara dalla tinta basané, i capelli corvini, gli occhi neri e penetranti, passionale e selvaggia, che sa esercitare un fascino al quale a fatica i gage, i non zingari, riescono a resistere. E dunque il mondo culturale gagio si popola di eroine zingare belle, desiderabili, prorompenti di vitalità e seduttrici mediante le loro arti, la danza, il canto e la vagheggiata libertà.

Nelle arti figurative la bella gitana dalle fattezze esotiche e seducenti ha suscitato interesse e curiosità nell’immaginario occidentale fin dal primo apparire dei Rom agli inizi del Quattrocento. Ma il suo fascino sembra essere senza tempo, se una figura femminile, incastonata in un frammento di un mosaico romano di epoca ellenistica del III secolo avanti Cristo rinvenuto a Zeugma nella Turchia sud-orientale e conservato nel Museo di Archeologia di Gaziantep, è stata definita seppur in modo anacronistico La zingara di Zeugma. L’enigmatico sguardo degli occhi neri e penetranti della giovane ragazza del mosaico ha qualcosa del fascino esotico delle gitane, come dimostra l’impressionante somiglianza con il bellissimo volto con gli enigmatici occhi verdi di una giovane zingara afghana, catturato dalla fotocamera del fotografo americano Steve McCurry per il National Geographic (volume 167 n. 6 del giugno 1985).

 

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Frammento di mosaico romano, La zingara di Zeugma, epoca ellenistica, Gaziantep (Turchia), Museo di Archeologia

 Il disegno a penna intitolato Donna orientale con turbante del pittore e incisore tedesco Martin Schongauer, o di un suo imitatore, datato 1470 circa e conservato nello Staatliche Graphische Sammlung München di Monaco di Baviera, è un esempio impressionante di stile artistico moderno e anticipazione della sensualità non meramente gratuita ma antropologicamente coerente di una giovane donna zingara. La combinazione del turbante di stoffe arrotolate, il mantello con il caratteristico nodo sulla spalla, l’orecchino pendente e la collana di perle identifica chiaramente la donna come una zingara, ma il tipo è unico. Il viso leggermente piegato a sinistra, gli occhi intriganti, le labbra carnose, i capelli scomposti e infine il seno nudo, che era del tutto naturale per le donne rom che dovevano allattare ad ogni momento la numerosa prole, diventano un fattore fondamentale di seduzione e attrazione sessuale, mostrando il lato erotico della donna rom (Pokorny, 2011, p. 102).

 

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Martin Schongauer (attribuito), Donna orientale con turbante, 1470 circa, Monaco, Staatliche Graphische Sammlung München.

 Di segno opposto è la celebre Zingarella del pittore ferrarese Boccaccio Boccaccino, datata 1506 e conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. La giovane, anch’essa ritratta a mezzo busto e di tre quarti con la testa leggermente inclinata a sinistra e gli occhi fissi verso lo spettatore, come in Schongauer, esprime però il fascino della bellezza rinascimentale, esaltata dall’esoticità del soggetto. La zingarella mostra un dolce viso ovale, racchiuso in un foulard azzurro dalle righe dorate e annodato sotto il mento. Veste una camicia bianca a girocollo, la tipica schiavina a tracolla e un mantello rosso. I capelli cadono in boccoli sulle spalle e al collo porta una sottile collana avvolta in tre cerchi stretti, mentre una sottile catenella o “ferrononiére” le cinge la fronte. Il dipinto risente dell’influsso della ritrattistica leonardesca e rappresenta una versione “zingara”, così cara al Boccaccino, del “Ritratto di dama o “La Belle Ferronnière” di Leonardo da Vinci, databile al 1490-95 circa e conservato nel Museo del Louvre di Parigi.

 

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Boccaccio Boccaccino, La zingarella”, 1506, Firenze, Galleria degli Uffizi

      Dal XV secolo in poi la rappresentazione della gitanilla evolve su questo binario ambiguo tra castità angelica e sensualità tentatrice (Cruz, 2012). Inoltre il ricorso da parte degli artisti alla figura della zingara è molto spesso un mero pretesto per sviluppare quella che Carmen Olivares Marín chiama la “manipolazione simbolica dell’identità” attraverso la raffigurazione iconografica. Non interessa il soggetto in quanto tale né la sua appartenenza etnica, ma ciò che di trasgressivo, sensuale ed esotico esso rappresenta nell’immaginario occidentale (Olivares Marín, 2009).

Un esempio di questo linguaggio figurativo è La zingara del pittore olandese Frans Hals, datata 1630 circa e conservata al Museo del Louvre di Parigi. Il dipinto ritrae con grande realismo il volto di una popolana, forse una prostituta, dal colorito roseo, i capelli neri arruffati, il corsetto rosso e una camicia con una profonda scollatura, lo sguardo malizioso e provocante, l’espressione beffarda e scaltra di chi conosce l’arte di arrangiarsi. I caratteri fisici e l’abbigliamento sono vagamente riconducibili alla tipologia della zingara di quell’epoca.
   

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Frans Hals, La zingara, 1630 circa, Parigi, Museo del Louvre

     Il dipinto La maja e gli uomini mascherati di Francisco Goya, datato 1777 e conservato al Museo del Prado di Madrid, è una delle più straordinarie scene di costumbrismo spagnolo, ossia di un’opera d’arte che prende spunto dai costumi e dagli usi popolari spagnoli. Come spiega lo stesso Goya, una coppia di gitani innamorati sta passeggiando sul far della sera e la loro strada viene  sbarrata da due uomini “embozados”, ossia con il viso coperto, soliti ad andare in giro a cercare guai. La gitana andalusa -dolce fanciulla che ricorda l’Esmeralda di Cervantes- esorta il suo compagno a non cedere alle loro provocazioni e a continuare per la loro strada. In basso a sinistra è seduto un altro gitano, ammantato nell’ampia cappa e con un cappello circolare a larghe falde. Una passeggiata romantica andalusa si trasforma in una denuncia di un’usanza in vigore in Spagna nel XVIII secolo, che permetteva agli uomini di circolare con il volto nascosto dal mantello, per cui potevano commettere ogni malefatta senza essere riconosciuti. Qualche anno prima, nel 1766 il marchese di Esquilache, ministro di Carlo III, aveva emanato un bando per sradicare questa usanza, che però aveva provocato una rivolta popolare in tutta la Spagna.

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  Francisco Goya, La maja e gli uomini mascherati, 1777, Madrid, Museo del Prado

     Nell’Ottocento, complice il Romanticismo, l’eroina zingara vive la sua stagione di apoteosi e ispira generazioni di artisti appartenenti ai vari movimenti che si succedono dall’inizio del XIX fino ai primi decenni del XX secolo, che ne esaltano di volta in volta la natura selvaggia, la libertà, la passionalità, la sensualità, lo spirito indipendente e anticonvenzionale che si oppongono ai valori borghesi[3]. Alla sua fortuna contribuì il clima letterario e musicale dell’epoca, a partire da Notre-Dame de Paris, uno dei più famosi romanzi di Victor Hugo, pubblicato nel 1831, che narra la storia ambientata nella Parigi del 1482 dell’affascinante Esmeralda, figlia di una prostituta rapita e allevata dagli zingari, che fa innamorare chiunque la incontra, dall’odioso arcidiacono Frollo al libertino Phoebus, capitano delle guardie di Parigi, a Quasimodo (più comunemente detto il gobbo di Notre-Dame), un giovane dall’aspetto deforme, che lavora come campanaro della cattedrale parigina.

Approfittando del successo del romanzo e del suo adattamento all’opera[4], Charles Steuben, pittore francese di origine russa noto essenzialmente per i ritratti e le scene di battaglia, dipinse La Esmeralda, presentata al Salone del 1839 e conservata nel Museo delle belle arti di Nantes. In questo dipinto Esmeralda, seduta su un letto disfatto con la veste bianca che cade dalle sue spalle, è inondata da un fascio di luce mentre tiene sulle ginocchia la capretta Djali e ai suoi piedi il tamburello che accompagna le sue danze sul piazzale della cattedrale. Ancora una volta questo archetipo di eterea pseudozingara (in realtà Esmeralda non è una “vera” zingara), ammantata di attributi mitici, appare un pretesto per la rappresentazione di un corpo femminile nudo (Doublet).

   Il fascino di Esmeralda sembra rivivere nel dipinto La jeune bohémienne di Eugène Giraud, metà secolo XIX, Museo Mandet di Riom in Francia. La giovane ragazza è rappresentata seduta su un gradino con le gambe divaricate e la camicetta sbottonata contro un muro. La luce proveniente dall’alto a sinistra illumina l’esile figura dal viso scuro, la lunga capigliatura nera, i fiori rossi che pendono a mo’ di orecchini. I suoi vestiti e il tamburello basco in basso a destra suggeriscono che lei è una ballerina, che si riposa dopo la frenesia della danza. La posa languida e lo sguardo indifferente, non privo di una certa provocazione, che esprimono la piena coscienza della propria bellezza, fanno di questa giovane zingara il simbolo della sensualità e della bellezza esotica.

 

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Charles Steuben, Esmeralda, 1839,         Eugène Giraud, La Bohémienne,

Nantes, Museo delle Belle Arti                 metà secolo XIX, Riom, Muso Mandet

    

Di impatto più naturalistico è la Gitana con tamburello del pittore francese Camille Corot, uno dei primi artisti a prendere le distanze dalla pittura accademica e le sue regole, tanto da essere definito dalla critica “l’ultimo del vecchio e il primo dei moderni”. Il dipinto, datato 1862 e conservato nel Museo Botero di Bogotà (Colombia), fa parte di una dozzina di opere che questo artista pre-impressionista, ammirato pittore di paesaggi e ritratti, ha dedicato alla tematica gitana. La zingara, nella sua struttura massiccia e compatta, con il foulard in testa, con tanto di orecchini e il tamburello in mano è in posa, illuminata dalla luce artificiale dello studio, sullo sfondo di un paesaggio naturale in cui la luce si perde all’orizzonte. Il motivo della vita libera e vagabonda nei boschi è accentuata dallo zingaro sfaccendato, appoggiato a un albero, e dalla casetta in cima alla rupe, simbolo della vita sedentaria.

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 Camillo Corot, Gitana con tamburello, 1862, Bogotà (Colombia), Museo Botero

      Gli impressionisti francesi, pur cedendo al fascino del mito romantico della figura della zingara, la rappresentano con il realismo tipico della loro ispirazione artistica, cogliendo le sensazioni e le emozioni istantanee che essa suscita. In particolare il dipinto Gitana con la sigaretta di Eduard Manet, datato 1862 circa e conservato nel Princeton University Art Museum di Princeton, nel New Jersey (USA), rappresenta una gitana (in un primo tempo ritenuta dalla critica una donna messicana), mollemente seduta su un cuscino giallo, sullo sfondo di un cielo grigio-azzurro, simbolo della vita all’aria aperta, e di due cavalli, simbolo del viaggio. Dal dipinto emana un senso di esotismo e libertà, affidato alla posa sfacciata della gitana, un braccio tra i capelli e una mano sul fianco e una sigaretta in bocca. La figura, dalla pelle scura, ornata di orecchini e collana, è completamente inondata dalla luce che esalta il colore giallo-arancione delle vesti e il rosso vivo della gonna. Se artisticamente questo celebre quadro, che è legato al nome di una marca di sigarette francese creata nel 1910, le ”Gitanes”, è un vero capolavoro, antropologicamente è improbabile, poiché i Rom vedono nel cavallo l’espressione della forza virile, carico di tabù, e perciò precluso alla donna, alla quale è proibito anche il solo avvicinarsi.

 

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 Eduard Manet, Gitana con la sigaretta, 1862, Princeton, New Jersey, Princeton University Art Museum

     I pittori realisti prediligevano il ritratto, che è il mezzo più idoneo a rappresentare le fattezze fisiche, la vita interiore e lo stato psicologico momentaneo dell’individuo. Il dipinto Rêverie Tzigane o La gitana pensierosa di Gustave Courbet, caposcuola del realismo francese, datato 1869 e conservato nel  National Museum of Western Art di Tokyo, rappresenta una giovane zingara di profilo, con i lunghi capelli scuri, la candida veste e gli orecchini di corallo, appoggiata a un tronco, con la mano tra i capelli in una posa non poco sensuale e lo sguardo assorto nel nulla. A differenza della zingarella rinascimentale di Boccaccino, tutta compresa nell’astratta bellezza formale, la gitana di Courbet è assorta nel suo mondo, indifferente a tutto ciò che la circonda e alle  preoccupazioni della vita.

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 Gustav Courbet, La gitana pensierosa, 1869, Tokio, National Museum of Western Art

    L’acquarello Donna zingara dell’inglese Octavius ​​Oakley, datato 1860, collezione privata, ritrae una giovane gypsy dai lineamenti perfetti del viso, incorniciato dai capelli neri e lisci, con in testa un foulard più simile a un velo mariano che la fa assomigliare a una Madonna, avvolta in una morbida veste e in lungo  mantello rosso. Quest’opera di Oakley, che per i numerosi dipinti dedicati agli zingari e al loro stile di vita si è meritato il soprannome di “Gipsy Oakley”, riflette fedelmente la figura della zingara nell’immaginario britannico del XIX secolo, in bilico tra realismo e stereotipo romantico. In Inghilterra i gypsies erano considerati pittoreschi e romantici accessori del paesaggio e della vita quotidiana inglese, che correvano costantemente il rischio di estinzione e che dovevano essere preservati il più possibile (Gábor, 2011). Per questo Francis Groome, uno dei più illustri ziganologi inglesi del secolo scorso e strenuo sostenitore della conservazione a oltranza della loro purezza culturale e folcloristica, ebbe parole di elogio per questo artista: “Tra i nostri pittori non c’è uno, ad eccezione di Octavius Oakley, che ha dipinto queste persone come sono. Nei loro disegni c’è una completa mancanza di conoscenza e verità” (Groome, 1881, p. 323).

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 Octavius ​​Oakley, Ragazza zingara, 1860, Collezione privata

      Il realismo, unito a una tecnica pittorica raffinata, caratterizza l’opera di Mariano Fortuny, un grande artista spagnolo del XIX secolo che ammirava profondamente i gitani del Sacromonte di Granada, tanto da farne oggetto dei suoi quadri, ispirandosi a diversi modelli, e contribuendo alla creazione di quel mitico personaggio che fu Mariano Fernández, conosciuto come “Chorrojumo”, che amava definirsi il “re dei gitani” e, vestito in modo bizzarro, posava davanti ai monumenti di Granada per artisti e fotografi. Una delle opere più straordinarie di Fortuny è la Gitana, datata1870 circa e conservata nelMuseo Fortuny di Venezia, che rappresenta il ritratto di una zingara andalusa. Questo dipinto sembra concretizzarsi attraverso la sovrapposizione di successivi piani prospettici. Il piano di fondo è costituito da una stesura di colori dai toni delicati e leggeri. Il secondo strato è costituito dalla fluente chioma di capelli neri che creano un contrasto straordinario con lo sfondo. Poi viene la figura seminuda dal colore scuro, ornata dagli orecchini, dalla collana e da un collare di fiori rossi e inondata dalla luce che proviene dal lato destro. Infine uno strato di vesti bianche e quasi trasparenti che non sembrano indossate, ma come appese a costituire un pudico schermo alla timida nudità della ragazza.

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Mariano Fortuny, Gitana, 1870 circa, Venezia, Museo Fortuny

    I gitani della Spagna erano alla moda nell’Ottocento ed erano fonte di ispirazione per i numerosi artisti che si recavano in Spagna per conoscere da vicino e immortalare le belle gitane nei loro dipinti. Uno di questi fu Albert Gustaf Edelfelt, pittore finlandese tra i più importanti e uno dei fondatori del movimento realista in Finlandia. Il dipinto Gitana che balla, datato 1881 e conservato nella Gösta Serlachius Fine Arts Foundation di Mänttä, ritrae una zingara tredicenne del Sacromonte di Granada, come si deduce da una lettera inviata dall’artista alla madre. La ragazza a mezzo busto è in piedi, nella posa tipica di una ballerina, con una mano sollevata sopra la testa, l’altra verso il basso in un gesto contorto. Veste un abito rosso e bianco e indossa uno scialle drappeggiato sulle spalle. I capelli neri sono raccolti in uno chignon ornato da un fiore rosso e porta un orecchino di corallo. L’artista sembra cogliere l’attimo fuggente della bellezza e della grazia della ballerina gitana, come volesse conservare un souvenir della sua esperienza turistica (Lundström, 2007, p. 249, 252).

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 Albert Gustaf Edelfelt, Gitana che balla, 1881, Mänttä, Gösta Serlachius Fine Arts Foundation

      Oltre alla Spagna, anche l’area danubiana dell’Ungheria e della Romania rappresentava una altrettanto mitica terra zigana nell’immaginario occidentale. Non c’è artista rumeno che non abbia dedicato una o più opere alla rappresentazione di tipi caratteristici zigani o dei loro singolari tratti culturali. Tra i più famosi vi fu Nicolae Grigorescu, che nel 1861 si recò a Parigi studiando presso l’Accademia delle Belle Arti e assimilò le esperienze dei pittori impressionisti francesi e della scuola di Barbizon. Nella Zingara di Ghergani, datata 1868 e conservata al Museo Nazionale d’Arte di Bucarest, ritrae una giovane zingara allegra e sorridente di Ghergani, un sobborgo di Răcari, nella Muntenia, che era la tenuta della famiglia Ghica, una delle più importanti famiglie boiarde della Romania. La giovane ragazza, che l’artista ritrasse durante uno dei suoi soggiorni a Ghergani, ospite di Ion Ghica, scrittore e politico che fu più volte ministro del governo della Romania, apparteneva alla generazione di zingani schiavi dei boiardi, che erano stati affrancati dalla schiavitù nel 1856.

La ragazza, leggermente di profilo e con la testa piegata da un lato, chiaro segnale di seduzione, è appoggiata con il gomito a un tavolino. E’ illuminata da un fascio di luce che crea un contrasto dinamico tra il colore bianco della veste, del grande foulard e della collana delle monete d’argento o galbeni e il colore abbronzato del viso e del petto, che mostra una acerba sensualità. In basso a destra vi è un grande vaso, simbolo della sua condizione di vătraşi o schiava di casa, che si occupava delle faccende domestiche, come cuoca, guardarobiera o portatrice d’acqua. Il poeta rumeno Alex Vlahuţă, sottolineando l’espressione tenera del volto, gli occhi sognanti e il calore della bocca legggermente aperta, la definisce “splendida e spensierata Venere della razza più pittoresca e sognante sulla terra” (Potra, 1939, p. 127). Erano trascorsi solamente dodici anni dalla fine della schiavitù!

Di diverso carattere iconografico e concettuale è la Ragazza zingara di Theodor Aman, un altro maestro della pittura rumena che nel 1850 completò i suoi studi accademici a Parigi e frequentò gli artisti della scuola di Barbizon, datata 1884 e conservata nella Galleria Nazionale di Bucharest. Se la zingara di Grigorescu rivestiva un carattere sociologico e rievocativo del passato feudale della Romania, la gitana di Aman è l’espressione della nuova Romania, nata dall’unione dei principati di Moldavia e Valacchia (1859) e indipendente dal giogo ottomano (1878), che iniziava un lento processo di ammodernamento civile.

Sullo sfondo di una ricca vegetazione, in cui si scorge il naturalismo en plein air dell’esperienza francese, Aman trasfonde tutto il folclore zigano di cui gli artisti rumeni erano capaci, essendo quotidianamente in contatto con la numerosa minoranza rom. La ragazza zigana, dal volto scuro, i capelli nerissimi che cadono in trecce annodate e fissate con borchie d’argento, la camicia bianca a maniche larghe e la gonna rossa indice di castità, con al collo la collana scaramantica di corallo e in testa il tipico foulard o diklò, un fiore rosso tra i capelli, una mano al fianco e un tralcio d’uva nell’altra, volge il suo sguardo melanconico verso il futuro, come in attesa del proprio destino.

 

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Nicolae Grigorescu, Zingara di Ghergani,        Theodor Aman, Ragazza zingara,

1868, Bucarest, Museo Nazionale d’Arte           1884, Bucarest, Galleria Nazionale

     La Zingara dell’ungherese Károly Ferenczy, esponente di rilievo della Colonia degli artisti di Nagybánya (oggi Baia Mare, Romania), il più importante movimento della vita artistica in Ungheria all’inizio del XX secolo, datata 1901 e conservata nella Galleria Nazionale Ungherese di Budapest, rappresenta la dualità simbolica dello zingaro nell’immaginario comune. Ai lati del dipinto appaiono un’anziana cartomante e un musicista con in mano un violino e una gallina nera, simbolo di pratiche magiche, relegati in un’atmosfera cupa e misteriosa con lo sguardo in basso ripiegati su sé stessi. Al centro della scena e dell’attenzione vi è una giovane zingara, completamente inondata dalla luce, con le braccia incrociate dietro la testa, la camicia bianca a maniche larghe e arricciate e una lunga gonna sfavillante di azzurro, che sembra contemplarsi in uno specchio. Esiste solo lei, sublime creatura, bellezza esotica, eterna giovinezza.

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Karoly Ferenczy, Zingara, 1901, Budapert, Galleria Nazionale Ungherese

     Al realismo si ispira anche l’acquarello La Zingara di Vincenzo Gemito, geniale artista napoletano, datato 1885 e conservato nelle Gallerie d’Italia, Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli. Bella e selvaggia, con i capelli neri scomposti, lo sguardo intenso e profondo, le labbra socchiuse in un sussurro appena percettibile e illuminata da una luce surreale che si fonde con il color ocra dell’intera composizione, questa giovane zingara sembra emanare un’energia vitale che proviene dalla natura e una innocente sensualità stampata sul suo malinconico viso.

Il Ritratto di fanciulla (Giovane zingara) di Vittorio Tessari, pittore di Castelfranco Veneto, datato 1891 e conservato nella Civica Collezione Museale di Castelfranco Veneto, è una delle espressioni più genuine del Verismo veneto dell’Ottocento a carattere psicologico-sociale. Il dipinto raffigura una giovane zingara a mezzo busto, leggermente di profilo, con i capelli nerissimi che fuoriescono da un elegante foulard e un orecchino d’oro che, con l’espressione languida degli occhi, volge la testa altrove come assorta nei suoi pensieri malinconici (Mondi, 2003).

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Vincenzo Gemito, Zingara, 1885,                Vittorio Tessari, Ritratto di fanciulla

Napoli, Gallerie d’Italia,                               Giovane zingara), 1891, Castelfranco

Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli            Veneto, Civica Collezione Museale

    Un interessante esempio di arte post-impressionista è il dipinto Ragazza zingara del pittore gallese John Augustus Edwin, datato 1910 circa, collezione privata (Inghilterra). La solida immagine della ragazza dai contorni netti è inondata dalla luce, che esalta la bizzarria cromatica dell’abbigliamento zingaro con l’accostamento di colori accesi e vivaci e il gusto per l’ornamento: una camicia giallo-arancione che “lega” con il foulard, una mantellina blu, l’orecchino e l’anello al dito. È appoggiata alla sella di un cavallo bianco, di cui si intravedono il tozzo profilo, le orecchie aguzze e l’occhio lucido, tipici del principe della strada, che rimanda alla Gitana con la sigaretta di Eduard Manet. Dal dipinto emana un sensazione di pacata sicurezza e di sfida, affidata alla posa fiera e nello stesso tempo melanconica della gitana.

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John, Augustus Edwin, Ragazza zingara, 1910 circa, collezione privata (Inghilterra)

     Per numerosi artisti la gitana era sinonimo di sensualità sfrenata, perciò il nudo ha avuto una parte notevole nella rappresentazione di questa figura mitica e trasgressiva che apparteneva a una società promiscua, falsamente considerata lasciva e libertina. La gitana con il seno nudo del pittore francese Henri Regnault, datata 1869 e conservata alla Galleria Mendes di Parigi, riprende la Ninfa alla sorgente di Corot (1837) e rappresenta una giovane ragazza zingara a mezzo busto, nuda dalla cintola in su, su uno sfondo buio che accentua il colore scuro della pelle, i capelli neri e gli orecchini. Tipico esempio di “manipolazione” dell’identità attraverso la raffigurazione iconografica. Infatti che cos’è la gitana se non la ninfa dei boschi, creatura seducente e straordinariamente sensuale che vaga libera tra selve incantate e sorgenti cristalline, come canta la poetessa rom Bronisława Wajs, detta Papusza (“Bambola” in lingua rom) in una sua poesia: “Terra mia, terra del bosco, / io sono tua figlia. / Le foreste cantano, canta la terra;/ il fiume ed io cantiamo insieme, /in una canzone gitana”?

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 Henri Regnault, La gitana con il seno nudo, 1869, Parigi, Galleria Mendes

     La gitana di Henri Matisse, uno dei promotori del fauvisme, datata 1905/06 e conservata presso il Museo dell’Annonciade di Saint-Tropez, più che una zingara in carne ed ossa è l’espressione astratta della sensualità e dell’esotismo, generata da chiazze spiraliformi di colori vivaci e innaturali. La zingara, nuda e provocante, è sdraiata per terra all’aperto e appoggiata su un fianco, nella posa invitante di una prostituta, come l’Olympia di Manet e reca un fiore rosso tra i capelli neri alla maniera delle esotiche polinesiane di Gauguin.

 La stessa sensualità provocante la ritroviamo nel dipinto La gitane à l’atelier di un altro esponente del fauvismo, Henri Charles Manguin, datato 1906 e conservato nel Museo dell’Annonciade di Saint-Tropez. Anche qui la figura della zingara, sdraiata nuda su un canapè in un interno atemporale, con lo sguardo nel vuoto, è un sorta di coagulo della materia colorata pienamente inondata dalla luce.

 

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Henri Matisse, La gitana, 1906, Saint-               Hnri Charles Manguin, La gitane à l’atelier, 1906,  

Tropez, Museo dell’Annonciade                            Saint-Tropez, Museo dell’Annonciade

    Un po’ lontana dal mito e più vicina a una donna reale e concreta è Anita o La gitana addomesticata dell’olandese Kees Van Dongen, uno dei pittori più influenti del movimento Fauve, datata 1907-1908, collezione privata (USA). Su uno sfondo di color rosso intenso una danzatrice gitana, dalla sensuale curvatura del corpo, con i capelli neri, la grande bocca, il seno nudo e gli orecchini, guarda con sfrontatezza lo spettatore. Le tinte cromaticamente accese, prive di chiarosuro, e la brillantissima luce artificiale esaltano la vitalità e la sensualità delle sue pose provocanti.

 

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 Kees van Dongen, Anita o La gitana addomesticata, 1907-1908, USA, collezione privata

     Anche La Zingara di Henri Epstein, pittore polacco di origine ebrea che nel 1944 fu deportato ad Auschwitz ove trovò la morte, che agli inizi della sua carriera aderì alla corrente del fauvismo, datata 1913, collezione privata (Francia), è una tavolozza di colori brillanti che delineano il viso scuro, l’abbigliamento e gli ornamenti. La figura, seduta in posizione ieratica e imperturbabile, sullo sfondo di una natura morta e completamente illuminata dalla luce senza chiaroscuro, è l’espressione di una identità che si trascina da secoli sfidando persecuzioni e false chimere.

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Henri Epstein, La Gitana,1913, Francia, Collezione privata

    Vi è poi la serie di dipinti degli artisti che si ispirano all’Orientalismo, un movimento artistico e letterario del XIX secolo che, influenzato dall’espansione coloniale europea, manifestò interesse per i popoli e le culture extra-europee. La “zingara” perde la sua identità etnica e si carica degli attributi esotici che la accomunano a una donna orientale. Ne è un luminoso esempio La danzatrice zingara del pittore belga Jean Francois Portaels, 1840-45 circa, Collezione privata, Acton, USA. Il dipinto raffigura una donna orientale, ammantata di vesti dai color pastosi e brillanti, adorna di sfarzosi gioielli con in una mano le rose e un tamburello, e l’altra appoggiata alla guancia in atteggiamento pensoso e romantico.

  Ne  L’Orientale del pittore e scultore francese Lèon Gèrome, datata 1882, collezione privata (USA), il turbante di monete tintinnanti, gli orecchini, la collana di monete e il tamburello che tiene in una mano indicano che è una ballerina di professione, come le danzatrici del ventre mediorientali o le bajadere indiane. Del resto l’assimilazione della figura femminile della zingara con il tipo orientale era già stata codificata nella cingara orientale di Cesare Vecellio e si riallaccia alla Donna orientale con turbante di Schongauer per il vestito di seta trasparente, il turbante esotico, gli orecchini, l’atteggiamento schivo e distaccato e lo sguardo dritto negli occhi dell’osservatore. Il periodo di tale opera, inoltre, coincide con gli studi di linguistica che confermano definitivamente la discendenza dei Rom dall’antica India (Morelli, 1994)[5]

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Jean Francois Portaels, La danzatrice                   Lèon Gèrome, L’Orientale, 1882,

zingara, circa 1840-45, Collezione privata,            collezione privata (USA)

Acton, USA.

 

Un’altra bellezza orientale è Ragazza zingara di Anton Ebert, pittore austriaco nativo della Boemia, seconda metà del secolo XIX, Collezione privata. Noto soprattutto per i ritratti di donne in costume tradizionale, Ebert presenta questa giovane zingara, frutto di una commistione di elementi esotici, tratti classicheggianti e particolari etnografici, in un colorismo uniforme e tenue dalla luminosità candida. Ha il capo circondato da una catenella tintinnante di monete d’oro, come le danzatrici mediorientali del ventre, che allude all’attività artistica delle donne zingare. Porta un foulard fiorato, gli orecchini, una fascia a tracolla reminiscenza dell’antica schiavina, e una collana di monete d’oro o galbi, come le zingare vlax della Romania. Ha la carnagione bianca, le membra prospere, una fascia che circonda il seno e bracciali d’oro ad anello chiuso o armillae, come una matrona romana, erudita concessione dell’artista mitteleuropeo alla teoria del letterato francese  Jean Brodeus, che faceva dei Rom i discendenti degli abitanti della Dacia (attuale Romania), sottomessi e colonizzati dagli antichi romani. Il candore plastico dell’immagine si riverbera sul dolce sorriso e sui teneri occhi rivolti altrove, in una sorta di ritratto di pura bellezza senza tempo.

 

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Anton Ebert, Ragazza zingara, seconda metà del secolo XIX, Collezione privata

    Questo richiamo all’antichità classica aveva avuto un illustre precedente artistico nella statua di Diana detta La Zingarella, realizzata verso il 1607 dallo scultore francese Nicolas Cordier e conservata nella Galleria Borghese a Roma, assemblando elementi iconografici zingari su un preesistente manufatto classico. La statua è composta da un busto di marmo grigio del IV secolo avanti Cristo rappresentante Artemide, che Cordier ha “trasformato” in una zingara, aggiungendo parti in bronzo scuro, come la testa, le braccia e i piedi e parti in marmo bianco, come la lunga veste a maniche larghe fissata alla spalla da una fibbia d’oro. Il risultato è una zingara in abbigliamento classico. Indossa una tunica e un mantello e porta in testa un velo allacciato sotto il mento. Dal volto irraggia un sorriso enigmatico, mentre indica qualcosa con il dito e forse, come afferma l’abbé Richard Jérôme, rappresenta “una chiromante, dai cui occhi si vede uscire il fuoco con la malizia associata a questo stato, che non cerca che dei gonzi” (Jérôme, 1769, tomo VI, p. 203-204).

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 Nicolas Cordier, Diana detta La Zingarella, IV secolo a. C, -1607, Roma, Galleria Borghese

    Nell’Ottocento l’estetica del neoclassicismo affidò un ruolo primario alla scultura, che si rifaceva alla statuaria greco-romana come principale forma artistica in cui si era realizzato l’ideale di bellezza classica degli antichi. E’ significativo che gli artisti abbiano intravisto una relazione tra la bellezza formale della zingara e le sublimi realizzazioni statuarie dell’antichità. Non solo indotti da elementi formali, come l’ampio panneggio delle vesti, l’acconciatura e i preziosi accessori ornamentali, ma anche dai mitici richiami, come la seduzione, la grazia dei movimenti, la vita libera e selvaggia.

Tutto questo rivive nella statua La Zingara o Danzatrice col tamburino di Auguste Clésinger, scultore e pittore francese, noto per aver scolpito la tomba di Frédéric Chopin, datata 1858, collezione privata. La gitana, modellata dalla patina bruna del bronzo che le conferisce un colore scuro naturale, simile a Diana cacciatrice che invece delle frecce e l’arco porta il tamburello, rappresenta la grazia inebriante della gitana artista. Nella veste drappeggiata, sostenuta da una cintura con fermaglio, il mantello svolazzante, il seno nudo, gli orecchini e le armillae al braccio, ha un piede alzato in movimento da ballerina e le braccia roteanti nel giro frenetico della danza.

La Zingara con tamburello dello scultore francese Claudius Marioton, datata 1890 circa, collezione privata, è un tipo di gitana meno idealizzato e più aderente alla realtà. La ragazza in piedi con un tamburello in mano, sostenuta da una base naturalistica, ha lunghi capelli cadenti sulle spalle, un camiciotto a maniche corte e  decentemente scollato e una gonna con orlo ricamato. La posizione statica, l’espressione tenera del viso, lo sguardo abbassato e dimesso, più che rappresentare la frenesia della danza, esprimono lo stato psicologico della zingarella, consapevole della sua infima condizione di ballerina e del pregiudizio morale nei suoi confronti.

 

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 Auguste Clésinger, La Zingara         Claudius Marioton, Zingara con tamburello,

o Danzatrice col tamburino,              1890 circa, collezione privata  

1858, collezione privata

 

       La Gitane des Pyrénées di Henry Cros, pittore e scultore francese appartenente all’Art Nouveau, datata 1881 e conservata nel Museo Nazionale di ceramica di Sèvres, è un omaggio dell’artista alla sua terra, essendo nato a Narbonne nell’Occitania, a ridosso dei Pirenei meridionali. Il busto, finemente lavorato in terracotta colorata, rappresenta una bella gitana dai lunghi capelli scuri con una camicetta fiorata leggermene aperta sul davanti. L’atteggiamento melanconico, quasi rassegnato, e l’eleganza decorativa creano nell’osservatore la sensazione di una rilassata immobilità, al di fuori del tempo.

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  Henry Cros, Gitane des Pyrénées, 1881 Sèvres, Museo Nazionale della ceramica

     Un posto a parte meritano le eroine letterarie dei grandi romanzieri ottocenteschi, emuli o antesignani della bella Esmeralda di Hugo. Uno dei primi esempi è Mignon, la misteriosa adolescente zingara che balla il fandango in “Wilhelm Meisters Lehrjahre” (Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister), un immenso romanzo di Wolfgang Goethe, diviso in due parti, che videro la luce nel 1797 e nel 1821. Mignon è una zingara tredicenne dalla pelle scura e i lunghi capelli neri, che è stata affidata dal fratello morente al capo di una compagnia di saltimbanchi e commedianti, alla quale si aggrega Wilhelm Meister, un giovane appassionato di teatro. L’aspirante artista, vedendo che Mignon, benché sappia danzare divinamente ed eseguire numeri spettacolari, è maltrattata e picchiata dal suo padrone, riesce a riscattarla e si affeziona a lei come a una figlia. Ma presto la riconoscenza della fanciulla si trasforma in un amore passionale. Quando, però, Wilhelm lascia la compagnia e sposa una ricca baronessa, Mignon, provata nel fisico e nell’animo, si lascia morire. Tra le numerose opere che hanno immortalato questa sfortunata fanciulla, esempio di amore puro e di dedizione totale, vi è la Mignon del pittore e ritrattista tedesco Georg Hom, datata 1891, collezione privata. Sullo sfondo di un muricciolo adorno di edera, che simboleggia l’amore romantico di cui è prigioniera la giovane Mignon, si erge la figura snella di una fanciulla dal viso dolce e melanconico, incorniciato da lunghi capelli neri, nelle umili vesti di una ballerina con una fascia svolazzante che ricade attorno alla lunga gonna e un tamburello basco in mano.

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 Georg Hom, Mignon, 1891

     Ancor prima di Hugo, il grande poeta russo Alexander Pushkin aveva composto il poema narrativo Zingari (1827), che racconta la tragica storia d’amore tra il fuorilegge russo Aleko, che si è unito a una tribù di zingari della Bessarabia per sfuggire alla cattura, e la giovane zingara Zemfira. Il carattere crudele e possessivo di Aleko finisce per indurre Zemfira a innamorarsi di un giovane zingaro della sua tribù. Aleko li sorprende e uccide entrambi. Questo dramma, composto da Pushkin durante il suo esilio a Chisinau, a cui era stato condannato dallo zar per le sue idee liberali, ebbe la sorte di essere musicata dal grande compositore russo Sergej Rachmaninov, che ne trasse un’opera in un atto intitolata Aleko (1892).

Anche l’eroina di Pushkin ha suscitato un grande fascino su numerosi artisti, ognuno dei quali ha riprodotto la figura secondo canoni romantici, realistici o coreografici. La Zemfira, che il grafico e illustratore moldavo Ilya Bogdesko ha disegnato per l’edizione del poema apparsa nel 1953, sembra riprodurre la figlia di un anziano capotribù che, secondo una tradizione, Pushkin incontrò nell’estate del 1821 in un accampamento presso il villaggio di Yurcheny, e di cui si innamorò e che fu l’ispiratrice del poema. La giovane donna a mezzo busto, alta e slanciata, con i capelli nerissimi, gli occhi scuri e profondi, i grandi orecchini e una collana di perle, con le braccia incrociate dietro la testa, manifesta la fierezza della propria libertà. E’ l’immagine dell’eroina ribelle, indomabile e sensuale, consapevole del proprio tragico destino, e in tutto questo preannuncia la Carmen di Mérimée (http://www.na-vasilieva.ru).

La Zemfira del pittore moldavo Vasiliev Alexey Alexandrovich, datata 1967 e conservata nel Museo Pushkin di Chisinau, incarna l’immaginario romantico dell’eroina zingara. Sullo sfondo di un accampamento di tende malandate, il dipinto è occupato dalla figura in primo piano di Zemfira con i capelli sciolti, la lunga gonna colorata, lo scialle screziato sulle spalle, i grandi orecchini e la collana di monete d’oro, mentre è assorta a guardare dritto davanti a sé, vittima della sua passione amorosa  fino alle sue tragiche conseguenze (http://www.na-vasilieva.ru).

Infine Marc Chagall, artista bielorusso, naturalizzato francese, ha realizzato la scenografia e i costumi per il balletto “Aleko”, basato sul poema di Pushkin, presentato all’Opera di New York nel 1942 con la coreografia di Léonide Massine. In un acquarello rappresenta Zemfira mentre danza su uno sfondo notturno, dove predominano tonalità ricche di azzurro, sotto una luna lucente e la sagoma di un gallo rosso, che rappresenta la forza e la virilità maschile o forse simbolo della morte quando è rappresentato in combattimento. La fanciulla, con i lunghi capelli neri, la collana e gli ornamenti esotici, il corpetto su cui è dipinto un piccolo cuore rosso, che simboleggia l’amore appassionto, il vivido costume rosso con disegni floreali, si libra leggera nel vuoto (themakingofmarkova.com the-colorful-marc-chagall).

 

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Ilya Bogdesko, Zemfira, 1953                     Vasiliev A. Alexandrovich, Zemfira,              Marc Chagall, Zemfira, 1942      

                                                                           1967, Chisinau, Museo Pushkin

 

Il dipinto Fedalma del pittore e ritrattista americano George Fuller, datato 1883-1884 e conservato presso lo Smithsonian American Art Museum di Washington, si ispira al poema drammatico “The Spanish Gypsy” di George Eliot, pseudonimo di Mary Ann Evans, scrittrice britannica dell’epoca vittoriana,  pubblicato nel 1868. Ambientato nell’Andalusia del Quattrocento, il poema narra la storia della giovane e avvenente zingara Fedalma. In un’inversione della consueta trama di bambini che sono rapiti dagli zingari, Fedalma è stata strappata ai suoi genitori da predoni spagnoli durante un raid contro i Mori. Di lei si innamora Don Silva, giovane rampollo di una nobile casata spagnola. Quando suo padre Zarca, capo di una banda di gitani, alleati dei Mori, viene a sua volta catturato dagli spagnoli, Fedalma lo riconosce e gli racconta la sua relazione con il duca spagnolo. Ma il padre, che si è messo a capo della lotta contro gli spagnoli e intende fare della figlia la regina del suo popolo, le impone di lasciare l’amante. Combattuta tra la prospettiva di un matrimonio felice e il dovere familiare, Fedalma sceglie il richiamo del sangue e abbandona Don Silva, ma questi, per amore di lei, si unisce alla sua gente. Nello scontro finale tra i gitani e gli spagnoli, Don Silva si rifiuta di eseguire gli ordini di Zarca, e lui e Fedalma sono separati per sempre (Matthews, 2008)[6].

Il quadro rappresenta l’eroina del poema mentre si sfila una collana d’oro, dono del duca (in realtà fa parte del bottino tolto al capo zingaro catturato, circostanza che rivela a Fedalma che suo padre è prigioniero del suo promesso sposo), e la lascia cadere a terra. Mostra i tratti della sua natura gitana, esotica e selvaggia, con gli occhi e le sopracciglia neri, il groviglio di capelli scuri che cadono sulle spalle e i grandi orecchini. Benché Fedalma, come le altre eroine, sia una danzatrice sensuale, c’è molto poco in questa figura delle erotiche attrazioni che spesso erano i maggiori ingredienti in simili rappresentazioni. La fanciulla è in atteggiamento pensierso e “guarda dolorosamente nell’oscurità”, mentre una ridda di sentimenti contrastanti si agitano nella sua mente (Burns, 1998, pp. 283-284).

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 George Fuller, Fedalma, 1883-1884, Washington, Smithsonian American Art Museum

     La più celebre delle eroine zingare è Carmen, protagonista della novella di Prosper Mérimée (1845), da cui è tratta l’omonima opera di Georges Bizet (1875). Carmen è una bella gitana che lavora in una fabbrica di sigari a Siviglia (attuale università), principale scalo dei prodotti importati dalle Indie occidentali, come il tabacco. Per aver ferito una collega durante un litigio, Carmen viene arrestata; riesce però a convincere il giovane sergente Don Josè a lasciarla scappare in cambio del suo amore. Poco tempo dopo Don Josè la vede entrare in casa con il tenente della sua compagnia, lo affronta e lo uccide. Per sfuggire alla cattura fugge in montagna con l’amata Carmen e si unisce a una banda di contrabbandieri. Intanto però la bella sigaraia si innamora di un torero. Don Josè, che non vuole rinunciare a Carmen, la supplica di tornare con lui, ma lei rifiuta e lui la pugnala e si costituisce.

Donna fatale, dall’irresistibile fascino per il quale molti uomini perdono la testa, Carmen è l’archetipo della donna fiera e indomabile, libera fino all’ultimo e che va incontro al proprio destino, fedele alle proprie scelte pur di non sottomettersi all’uomo che non ama: “Giammai Carmen cederà/ Libera è nata e libera morirà!”.

Tra le numerose illustrazioni vi è un artistico acquarello in una rara edizione della “Carmen” di Mérimée, edita a Parigi nel 1884, dell’artista e caricaturista francese Henri Maigrot, detto Henriot. Carmen indossa il tipico vestito di una ballerina di flamenco dai colori vivacissimi, uno scialle, la mantiglia fermata da una rosa rossa appuntata tra i capelli neri e selvaggi, gli orecchini, una collana e un ventaglio chiuso in mano. Nel suo sguardo, fisso e sicuro davanti a sé, esprime il coraggio di una donna, che pur conoscendo il suo tragico destino (glielo avevano rivelato le carte), non arretra neppure davanti alla morte.

In un’altra edizione, edita a Parigi nel 1948, appare la Carmen, illustrata dal pittore toscano Umberto Brunelleschi nello stile decorativo dell’Art Déco, anch’essa con il tradizionale costume del flamenco che si rifà alla moda andalusa di fine Ottocento. Indossa una fiammeggiante gonna rossa a balze, che dona slancio e sinuosità alla figura; il tradizionale scialle con frange stampigliato di rose; la mantiglia in pizzo bianco che scende a coprire le spalle; il ventaglio, un medaglione al collo e una rosa rossa in bocca. Il portamento altero e lo sguardo malizioso sottolineano il potere seduttivo e libero di Carmen, che non esita a farsi gioco di ogni uomo che incontra, facendoli innamorare fino alla loro e alla sua stessa perdizione.

 

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Henriot, Carmen, Parigi, 1884        Umberto Bunelleschi, Carmen, Parigi, 1948

Un’opera teatrale che ricalca fondamentalmente la celebre Carmen di Mérimée-Bizet è La Gitane (1900) di Jean Richepin. Il dramma si svolge questa volta a Granada, l’altra città andalusa simbolo dell’esoticità gitana, e mette in scena una figura di eroina stereotipata, Rita, affascinante ballerina che seduce ogni uomo che l’attragga. Dopo che il marito e vari pretendenti si uccidono a vicenda, lei fugge con il suo giovane cognato.

Il manifesto pubblicitario dell’opera, che non fu mai pubblicata e andò persa, fu realizzato da Henri de Toulouse-Lautrec, uno degli artisti più famosi della Belle Époque. Lo spazio è percorso trasversalmente da una figura nera in fuga, mentre in primo piano vi è l’immagine della gitana vestita di bianco, che rappresenta la commediante Marta Mellot. L’eleganza e il beffardo sorriso della gitana, nonché la silhouette misteriosa dell’uomo che fugge esprimono il carattere sinistro di dei rapporti tra la gitana e i suoi amanti (Benedetti, 2015).

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Henri de Toulouse-Lautrec, La Gitane (manifesto teatrale), 1899

 La Zingara addormentata, uno dei dipinti più significativi di Henri Rousseau detto il Doganiere, datato 1897 e conservato presso il Museo di Arte Moderna di New York, è un esempio straordinario di sintesi simbolica del misticismo che circonda la figura zingara. Il quadro raffigura in primo piano una suonatrice di mandolino, dai tratti scurissimi con una lunga veste a righe policrome e il bastone in mano, che spossata dal lungo girovagare dorme profondamente in una landa desertica al chiaro della luna, mentre le passa accanto un leone che l’annusa senza aggredirla. Accanto a lei vi è una giara per l’acqua e un mandolino, lo strumento della sua arte musicale.

Si tratta di una delle opere la cui interpretazione presenta alcune difficoltà, specialmente per l’associazione tra una belva mansueta e la zingara. Per alcuni la zingara riesce ad ammansire il leone grazie ai suoi poteri magici; per altri non rappresenterebbe altro se non l’artista/viandante. In realtà l’opera di Rousseau, conosciuto per la rappresentazione di scene di giungla e soggetti naturali ed esotici, vuole esprimere “un simbolismo naturalistico, ingenuo, puro ma efficace, proprio del suo linguaggio”, basato sull’opposizione tra natura e cultura (Morelli, 1994). Il paesaggio primordiale, il leone, simbolo del regno animale, e la zingara, l’archetipo umano risparmiato dal progresso, esprimono in tutta la loro efficacia il senso e la nostalgia della vita primitiva che la civiltà moderna aveva perduto.

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Henri Rousseau, Zingara addormentata, 1897, New York, Museo di Arte Moderna

     In controtendenza con il tradizionale mito pittorico della donna zingara è l’opera di Isidre Nonell, pittore spagnolo post-impressionista, noto per i suoi ritratti di donne, mendicanti ed emarginati sociali di Barcellona. Delle donne dipinte da Nonell oltre la metà sono gitane, protagoniste indiscusse della sua opera. Ma l’artista, rinnegando il loro ruolo folcloristico e romantico, pone l’accento sulla loro marginalizzazione sociale e le degradanti condizioni di vita, operando una vera e propria decostruzione del mito gitano (Dorofeeva, 2012, p. III). Le sue realizzazioni, a differenza delle gitane andaluse, restituiscono cupe figure di donne solitarie, mai sorridenti e anzi spesso abbattute (Llorens Serra, Garín Llombart, 2002).

E’ in questo contesto che si colloca la Gitana, datata 1902 e conservata presso la Colección Banco Sabadellas di Barcellona. Rappresenta una donna di profilo, su uno sfondo rosso, con i capelli neri e uno scialle giallo che copre l’intero busto, in una delicata armonia di colori che assumono maggiore intensità in certe aree per fornire loro luci e ombre. Lo sguardo fisso e  l’atteggiamento immobile e assente trasmettono un senso di abbandono, miseria e pessimismo.

Proprio questo approccio non convenzionale e dissacrante di Nonell al soggetto zingaro che ha destabilizzato la mitologia zingara, secondo Maria Dorofeeva, sarebbe alla base della reazione ostile della critica e il fallimento della sua arte presso il grande pubblico (Dorofeeva, 2012, p. III).

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 Isidre Nonell, Gitana, 1902 circa, Barcellona, Colección Banco Sabadellas

     Anche Pablo Picasso mentre era ancora a Barcellona ritrasse la folla di poveri, mendicanti ed emarginati che incontrava agli angoli delle strade della città. E’ il  cosiddetto “Periodo Blu”, per la tonalità di blu usata dall’artista, che meglio esprimeva psicologicamente il loro stato di miseria e di sofferenza.

L’interesse di Picasso per le culture sofferenti e minoritarie è testimoniato dal pastello Zingara sulla spiaggia, datato 1900, collezione privata di Parigi. La figura della gitana, nel tradizionale abbigliamento – gonna lunga, camicia a righe, grembiule e foulard in testa –, sullo sfondo di una casa di pescatori e di un peschereccio ormeggiato, siede solitaria su una roccia con un bambino tra le braccia e contempla la distesa azzurra del mare con aria mesta e triste. Il forte contrasto dei colori, la barriera degli elementi architettonici e lo stato di introspezione della figura contribuiscono all’atmosfera di ansia e claustrofobia della zingara, che sembra assorta nella nostalgia del viaggio e degli spazi liberi (Acton, 2004, p. 32).

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 Pablo Picasso, Zingara sulla spiaggia, 1900, Parigi, Collezione privata

     La Ragazza zingara in Bianco dello statunitense impressionista Robert Henri, datata 1916 e conservata nel Sheldon Museum of Art di Lincoln, Nebraska (USA), si riallaccia alle esperienze degli artisti della scuola di Barbizon. Su un fondo dai tenui colori vagamente naturalistico, mostra il ritratto di una giovane zingara, a mezzo busto, dal volto scuro, i capelli nerissimi che cadono in lunghe trecce ornate di fiori, con il tipico abbigliamento, gli orecchini e la collana di monete d’oro. In questo quadro, più che la carica di esoticità e sensualità tipica di altre simili rappresentazioni, è evidente il forte senso di umanità e candore che si sprigiona dal viso espressivo, mite e innocente, e che si riflette nel bianco luminoso della veste. Il modello di Henri, tratto dalla quotidianità, è probabilmente una giovane zingara appartenente al gruppo vlax dei Kalderash, gran parte dei quali emigrarono in America dopo la definitiva abolizione della schiavitù nei principati rumeni nel 1856.

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Robert Henri,  Ragazza zingara in Banco, 1916, Lincoln, Nebraska, Sheldon Museum of Art

     Alla delicata femminilità della gitana di Henry si contrappone la giunonica e scultorea figura della Zingara di Jules Pascin, pittore espressionista francese di origini bulgare, datata 1923 e conservata nel Museo israeliano di Gerusalemme, risalente al periodo in cui accoglieva nel suo studio di Monmartre a Parigi modelle di ogni tipo, prostitute, ragazzine, mulatte, marocchine, zingare, a testimonianza dei suoi interessi interculturali. Appoggiata con un braccio su una poltrona e l’altro sul fianco, con le lunghe trecce, gli orecchini e la collana di galbi, la giovane ragazza posa con fare altero e sguardo sfrontato davanti all’artista e all’osservatore, fiera della propria identità etnica, in una dialettica culturale e ideologica priva di conflitti e di pregiudizi (Morelli, 1994)).

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 Giules Pascin, Zingara, 1924, collezione privata

     La Zingara di Wojciech Weiss, pittore espressionista polacco, prima metà del XX secolo, Museo Etnografico di Tarnów, mostra una zingara seduta in posizione frontale. La sua figura è avvolta da un grande scialle rosso che copre l’intero corpo dalle spalle alla vita e che contrasta con lo sfondo giallo. Dallo scollo si intravede un pezzo di camicia e una collana di monete d’oro. La donna con una mano sull’altra tiene avvolta la coperta sopra una gonna scura, come se volesse nascondere qualcosa. In testa indossa un foulard rosso, da cui escono due lunghe trecce nere che coprono il seno. L’ieratica figura colpisce per la sua bellezza, gravità e malinconia tristezza. I suoi occhi scuri ed espressivi, lo sguardo fisso di traverso che guarda lontano, le sopracciglia alzate esprimono la volontà di fuggire verso la libertà (Romowie w sztuce, 2012)

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Wojciech Weiss, La zingara, prima metà del secolo XX, Tarnów, Museo regionale

     Uno straordinario simbolismo, oltre a un grande senso decorativo, caratterizza la Gitana del pittore madrileno Eduardo Chicharro y Agüera, uno dei massimi rappresentanti del costumbrismo spagnolo, datata 1906, collezione privata. Rappresenta una giovane gitana inginocchiata sulla nuda terra, quasi in posizione teatrale, in uno splendido colorismo che fonde la figura umana con il circostante paesaggio aspro e roccioso. L’artista esalta al massimo l’abito tradizionale gitano, dalla grande gonna a balze al lungo scialle, che occupano gran parte della composizione, lasciando trasparire altri elementi caratteristici, come i capelli neri, su cui sono appuntate delle rose rosse, e gli orecchini.

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 Eduardo Chicharro y Aguera, Gitana, 1906, Collezione privata

     Nelle opere di Vincenzo Irolli, pittore napoletano tra i più rappresentativi dell’Otto e Novecento, che ha sviluppato un suggestivo interesse per l’universo femminile rappresentato nelle sue molteplici declinazioni, non poteva mancare la Zingara, 1932 circa, collezione privata.

Il quadro rappresenta in un nitido stile verista il viso florido e armonioso di una ragazza a mezzobusto, dai grandi orecchini circolari e dalla fluente chioma di capelli neri che si fondono in una sorta di collare floreale. La figura, dal sorriso misurato e languido, che si ispira alla pittura di Fortuny, è inondata dalla luce che esalta l’oro del fondo e delle parti corporee nude. Il dipinto meritò di apparire nella copertina de “Il Mattino Illustrato”, un rotocalco partenopeo del periodo interbellico, del febbraio 1932 con la didascalia: “Un sorriso di zingara: ancora, talvolta, su una strada maestra o alla periferia delle città, negli accampamenti dei nomadi, una fresca e leggiadra creatura, come in questo quadro di Vincenzo Irolli, vi muove incontro, per indovinare la sorte…”.

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 Vincenzo Irolli, Zingara, 1932 circa, Svizzera, Collezione privata

     Un’atmosfera di forte plasticità pervade La gitana di Camillo Bombois, pittore francese naïf, noto specialmente per aver dipinto scene di circo (Bombois, dopo diversi lavori venne ingaggiato come lottatore in una compagnia circense), datata 1935 e facente parte della Collezione Zander, presso il castello di Bönnigheim (Germania). Su un fondo scuro si staglia la figura tonda e voluminosa di una zingara, dal volto rubizzo, le lunghe trecce nere, un foulard rosso in testa, una camicetta sfrangiata e una gonna a righe. “Il corpo monumentale e carnoso, dai colori sgargianti accostati in modo provocatorio, non rappresentano una realtà mimetica e ben definita, ma una espressione fantastica e vitale della sua percezione, che identifica al centro di tutto la figura umana che sconfina oltre il dipinto e domina totalmente la composizione” (Mantovani, 2015, vol. 6, p. 139-140).

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 Camillo Bombois, La gitana, 1935, Bönnigheim, Collezione Zander

     Una parte notevole della produzione artistica di Marcel Dreyfus, pittore francese post-impressionista che durante la seconda guerra mondiale partecipò alla resistenza francese, riguarda il mondo zingaro, con scene di accampamenti e ritratti di ragazze con frutta, fiori o strumenti musicali, che egli ha catturato nei viaggi nell’Ile de France e soprattutto in Provenza.

La Gitana con un fiore, datata 1950 circa, casa d’aste Christie’s di Londra, è il ritratto di una giovane gitana, dal viso scuro, con i capelli neri, un piccolo orecchino, la camicetta leggermente scollata con in mano un  fiore rosso. Il viso languido e pensieroso e il fiore appoggiato al seno sono i segni di una ragazza innamorata, che pensa al suo futuro di sposa e di madre, come farebbero pensare le due donne con il loro bambino accanto al carrozzone, tipico dei manouches francesi del Massiccio Centrale.

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Marcel Dreyfus, Gitana con un fiore, 1950 circa, Londra, Christie’s

   La Gitana del pittore veneto Dino Ghirardo, seconda metà del XX secolo, collezione privata, nel suo spontaneo stile cubista, si ispira nei colori e nelle forme ai paesaggi e ai costumi differenti e coloratissimi delle popolazioni andine del Perù, dove dagli anni ’80 del secolo scorso l’artista si è trasferito. Seduta su morbidi cuscini, con i capelli neri e l’orecchino pendente, sprigiona un’armoniosa e altera bellezza dagli occhi neri, un candore sensuale nella camicetta rossa aperta sul seno e una delicata femminilità nella gonna a quadri che richiama i campi di fiori a scacchi della città peruviana di Tarma. Ha accanto un cesto di frutta colorata, simbolo di vita libera all’insegna della natura.

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Dino Ghirardo, Gitana, seconda metà del XX secolo, collezione privata

    Un soggetto di ispirazione moderna è la Gitana dormiente di Francisco Rodriguez Sanchez Clement, pittore spagnolo che si specializzò nella pittura costumbrista, specialmente ispirata al folclore andaluso-gitano, della metà del XX secolo, collezione privata, ispirato alla Venere dormiente di Giorgione. In primo piano la dolce figura della zingara, sdraiata sopra una candida coperta fuori da una tenda, con una gonna scomposta sopra le ginocchia e una corta camicetta annodata sul petto, con una rosa rossa nei capelli neri e le labbra rosse, è espressione di una sensualità nuova e moderna, che contrasta con il mondo gitano vecchio e tradizionalista, rappresentato da un gruppo di donne anziane nel tipico abbigliamento che non ammette nudità, che fanno corona  sullo sfondo accanto a un povero carretto dei gitani spagnoli.

 

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 Francisco Rodríguez Sánchez Clement, Gitana dormiente, metà XX secolo, collezione privata

     Un nudo più esplicito e integrale caratterizza la Gitana desnuda (La Chonica), datata 1917, collezione privata, di George Owen Wynne Apperley, pittore inglese che nel 1917 si stabilì nella città di Granada, spagnolizzando il proprio nome in Jorge e sposando in seconde nozze una granadina di nome Enriqueta Contreras. In questo ambizioso dipinto, che si ispira chiaramente alla famosissima Maja desnuda di Francsco Goya, riproduce l’immagine di una modella gitana chiamata “La Chonica”. La bella gitana, con il corpo nudo e abbronzato, è distesa su un divano sopra una coperta floreale in posizione statica con due occhi neri e profondi che guardano lo spettatore, con il solo scopo di farsi ammirare. E’ una nuova immagine della gitana colta nella sua femminilità intrinseca, indipendentemente dalla sua origine etnica.

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George Owen Wynne Apperley, Gitana desnuda (La Chonica), datata 1917, collezione privata

     Il senso di rottura con la tradizionale mitologia zingara appare esplicitamente nelle opere di artisti contemporanei, come la Gitana in Grisaille, del pittore Marcus Morrell, 2002, collezione privata. Una donna completamente nuda, che indossa un foulard e un orecchino (unici attributi della sua origine etnica), è mollemente sdraiata su una grande poltrona sullo sfondo di un tendaggio che richiama l’interno di una tenda zingara. Mettendo a nudo la figura della gitana e spogliandola degli elementi coloristici e folcloristici, anche grazie alla tecnica della grisaille, che utilizza solo tonalità di grigio, l’artista vuole raffigurare l’eterno femminino, costringendo l’eroina zingara a calarsi nella realtà, in un processo di innovazione e integrazione sociale.

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Marcus Morrell, Gitana in Grisaille, 2002, Collezione privata

    In questa nuova sensibilità artistica si inserisce un’opera lirica contemporanea intitolata Metrònivasci, su libretto di Vincenzo Pezzella e musica di Antonio Scarano, scritta nel 2000, ma non ancora andata in scena. E’ la storia di Nives, rapita dai gage e allevata in una famiglia dell’alta società, che va alla ricerca della madre, inseguendo la melodia di una ninna-nanna che le fa da guida. Riscopre le proprie origini sotto la buona stella delle Nivasci, divinità dell’acqua della mitologia rom, rifiuta le avances amorose del potente ma disonesto Iano per votarsi all’amore leale di Sciâ’ir, giovane poeta mediorientale, con cui si unirà in matrimonio. Nives, moderna eroina zingara, è un esempio di equilibrio perfetto di integrazione, dove l’educazione borghese (è infatti una studentessa di etnomusicologia) e la ritrovata identità della sua origine rom trovano la loro complementarietà in relazioni e scelte di vita compatibili con i valori della società gagi e della società rom, riavvicinando i due mondi. Se MetròNivasci dovesse diventare parte del patrimonio orale rom, sarebbe subito tramandato come una paramicia “racconto”, come un fatto realmente accaduto, come un “exemplum” archetipo da affidare alla posterità: “C’era e non c’era una giovane romní che fu rapita dai gage, ma era una creatura straordinaria, predestinata dal fato per far incontrare le culture del mondo e per  affratellare i popoli. Il suo nome era Nives …..”.

L’eroina zingara è morta. Viva l’eroina zingara.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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NOTE

[1] Gli esordi dell’eroina zingara sulla scena letteraria e artistica si fanno risalire a Cervantes con La Gitanilla (La Zingarella), una delle dodici Novelle Esemplari (1613), brevi racconti a carattere didattico e morale. E’ la storia di Preciosa, una giovane gitana di quindici anni versata nel canto e nella danza, di cui si innamora un giovane rampollo di una nobile famiglia spagnola, Juan de Carcamo, che pur di averla diventa zingaro e si aggrega alla sua compagnia, rinunciando al suo mondo fino ad assumere il nuovo nome di Andrea Caballero. In realtà Preciosa, il cui vero nome è Costanza, è la figlia del corregidor di Murcia, rapita ancora in fasce da una vecchia zingara e allevata come fosse sua nipote. Come è prevedibile, la vicenda finisce con il riconoscimento della figlia da parte dei genitori e le nozze dei due amanti.

[2] Il geografo tedesco Sebastiano Münster così descrive i Rom provenienti dai Balcani che apparvero nell’Europa occidentale all’inizio del Quattrocento: “Correndo l’anno di Cristo 1417 ecco che cominciano ad apparire uomini brutti, neri e cotti dal sole” (Münster, 1545, p. 603).

[3] “La bohème è alla moda. Non si vedono che gipsies, gitanas, zingari e tutte le varianti del genere…. la zingara è, in effetti, un tipo affascinante, e non c’è grande poeta che non abbia amato descrivere questa figura inquieta, sottile poesia dell’indeterminato, scintillante in mezzo a un turbinio di carta stagnola e di pagliuzze, i piedi nel fango, la testa nel sole e nei fiori. Mignon, Fenella, Esmeralda, vagheggiate da Goethe, Walter Scott, Victor Hugo mostrano la passione delle anime poetiche per il carattere fiero e libero che risveglia anche negli spiriti disciplinati un sordo istinto d’indipendenza e di vita errante” (Gautier, 1858, p. 223).

[4] Dal questo romanzo fu ricavata La Esmeralda (1836), opera in quattro atti su libretto dello stesso Hugo e musica della compositrice Louise Bertin. In precedenza il grande Rossini aveva lusingato Hugo con lo stesso scopo, ma il grande romanziere gli scrisse che lui aveva interesse a fare solo il suo mestiere di scrittore e che nella lirica il musicista sta in alto e il poeta in basso. Ma evidentemente la profonda amicizia e la caparbietà di una donna forte e volitiva, nonostante una menomazione alle gambe a causa della poliomelite, gli fecero cambiare idea.

[5] In particolare il tedesco August Friedrich Pott (“Die Zigeuner in Europa und Asien” (Gli zingari in Europa e Asia), 2 volumi, Halle, 1844-1845) e  il linguista austro-sloveno Franz Miklosich (“Über die Mundarten und die Wanderung der Zigeuner Europa’s” (Sui dialetti e le migrazioni degli zingari d’Europa), 12 volumi, Vienna 1872-1880)..

[6] Il contesto spagnolo in cui si svolge la vicenda e la decisione di don Silva di seguire Fedalma e di aggregarsi alla sua compagnia sono elementi che si ispirano alla “Gitanilla” di Cervantes. L’assimilazione dei gitani andalusi con i mori risente delle teorie che li consideravano discendenti degli arabi che abitavano la Spagna, da non confondersi con le bande zingare che si incontravano nel resto dell’Europa.


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