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I Rom nell'arte

LA BUONA VENTURA: frodatori e frodati

13 lug , 2017  

Le cronache medievali che descrivono l’arrivo dei Rom nell’Europa occidentale ai primi del Quattrocento si dilungano nell’osservare che una delle attività principali praticate dalle donne era la lettura della mano[1]. La banda apparsa nell’ottobre del 1421 ad Arras, nel nord della Francia, annoverava alcune donne che “guardavano nelle mani delle persone e poi dicevano molte strane cose, ma prima conveniva che si desse loro del denaro” (Bruna, 2014, p.199). La moglie del sedicente duca d’Egitto Andrea, capo di una compagnia di oltre cento individui apparsa a Bologna nel luglio del 1422, “sapeva indovinare e dire quello che la persona doveva avere nella sua vita e anche quello che aveva al presente, e quanti figlioli avevano e se una femina era buona o cattiva, e se essi avevano difetto in la persona; e di assai diceva il vero e di assai no” (Muratori, 1731, tom. XVIII, 611-612). Anche alcune donne della tribù accampata alle porte di Parigi nell’aprile del 1427 “guardavano le mani delle persone e dicevano ciò che era capitato loro o sarebbe capitato” (Pasquier, 1596, lib. IV, c. 17).

Il tema della lettura della mano rimase relegato per parecchi decenni nelle cronache, come una curiosità etnografica o come una pratica superstiziosa da cui guardarsi scrupolosamente. La chiromanzia era aspramente condannata dalla chiesa, che la considerava una pratica diabolica che andava contro le leggi divine, poiché “solo a Dio e a coloro ai quali ha voluto rivelare (cioè i profeti) spetta di conoscere l’avvenire” (Praetorius, 1661, p. 414). Nel 1427 il vescovo di Parigi, quando seppe della novità introdotta nella città dalle chiromanti zingare, si precipitò immediatamente sul luogo e scomunicò tutti coloro che si erano fatto leggere la mano (Tuetey, 1881).

La lettura della mano ha avuto una prima consacrazione alla fine del XV secolo come fenomeno letterario nelle canzoni popolari spagnole dette coplas. In una “Copla con la ventura della gitana”, una zingara si rivolge a una dama chiedendo l’elemosina e offrendo in cambio di dire la buona fortuna (Cejador y Frauca, 1921, Vol. II p. 128). In questa copla spagnola, che pur in forme diverse anticipa di un secolo le “zingaresche”, che fiorirono in Italia nella prima metà del XVII secolo, la gitana per suscitare pietà non esalta la bellezza della donna, ma si appella al senso cristiano della carità in nome di Gesù Cristo, morto in croce per la nostra salvezza, e meritare così il paradiso…

Come si vede nell’illustrazione che accompagna il testo, la zingara nel classico abbigliamento con la lunga veste, il mantello allacciato a una spalla e un copricapo a calotta tiene per mano il figlioletto dal tenero vezzeggiativo di Juanico e si rivolge alla dama che le sta davanti. Non vi è segno di lettura della mano, né di frode, ma solo parole di religiosa pietà:

 

Galana cara de rosa,                      Dolce viso di rosa

Dame per amor de Dios                 dammi per amor di Dio

Con que passemos los dos              perché passiamo entrambi

Esta vida trabajosa.                        questa vita faticosa.

Assi te veas dichosa                        Così che tu possa essere beata

De los reinos celestiales!                del regno dei cieli!

De tus manos liberales                    Dalle tue mani generose

Dame aora alguna cosas.                dammi ora qualche cosa.

 

Dame por Dios, o Señora,               Dammi, per Dio, o Signora,

De tu mano un dinerico                   dalla tua mano un piccolo soldo

Para mi hijo Juanico                       per il mio figlio Juanico

Por la gracia que es en ti mora,      per la grazia che in te dimora,

Dame caridad agora.                      fammi la carità ora.

Pues por Dios te lo demando.         Poi per Dio te lo domando.

No me hagas ir penando,                Non mi fate andar penando,

Ojicos de matadora.                        occhi di assassina.

 

Mucho bien se te procura,                Se tu farai molto bene,

Serás bienaventurada.                      avrai la buona fortuna.

Dame ya, Señora honrada,               Dammi ancora, Signora onorata,

Para esta criatura,                            per questa creatura,

Dame por la sepoltura                      dammi per la sepoltura

Daquel che murió por nos.               di Colui che morì per noi.

Dame, assì te vala Dios!                   Dammi, così ti giovi Dio!

Y decirte la ventura.                          E io ti dirò la buona ventura.

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La ventura della gitana, da “Coplas nuevamente hechas de la gitana”, fine secolo XV

 

Tra la fine del XV secolo e l’inizio del successivo il motivo della lettura della mano si sviluppa anche nell’arte figurativa e si trova già associato a quello del furto, secondo quanto era tramandato dalle cronache. Nella cronaca parigina, infatti, si racconta che “mentre parlavano alle persone, esse vuotavano le borse e le mettevano nelle loro tasche”E a Bologna le chiromanti erano ancora più audaci, poiché “pochi se ne andavano che esse non li rubassero della borsa, o tagliavano il tessuto alle femine”. Nella “Cosmographia universalis” di Münster, edita a Basilea nel 1545, si legge che “le loro vecchie attendono a indovinare e all’arte chiromantica, ma mentre che elle dicono quello che debbe intervenire a chi gliene dimanda, con astuzia mirabile mettono le mani alla borsa di chi le dimanda e con destrezza ne cavano cose che niun se ne avvede”. Di gran lunga molto più sottile era il trucco escogitato dalle chiromanti zingare, apparse a Tournai nel maggio 1422, le quali “con la mano con cui sembrava che reggessero un bambino, che in realtà era sostenuto da una fascia a tracolla, sottilmente rubavano senza che ci si accorgesse” (Bruna, 2014, p. 201).

    Antesignano di questo motivo pittorico che avrà uno straordinario sviluppo in futuro fu il pittore olandese Hieronymus Bosch, che combina entrambi gli atti, la lettura della mano e il borseggio, nel famoso dipinto Il carro del fieno, datato 1505 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. Tra le varie scene che illustrano la cupidigia umana, allegoricamente rappresentata da un carro di fieno intorno al quale si affannano personaggi di ogni estrazione sociale, a cominciare dal papa e dall’imperatore, per cercare di arraffarne più che si può, in basso a sinistra si vede un accampamento di zingari con scene di vita quotidiana. Una zingara, con un lungo mantello in cui è avvolto un bambino e un turbante circolare allacciato sotto il mento, legge la mano di una gentildonna, mentre un bambino dietro di lei sta frugando sotto il suo mantello in cerca della borsa del denaro. Secondo il critico Charles Cuttler, questa scena non sembra essere derivata da una esperienza di vita di Bosch, ma si basa su modelli religiosi, in particolare su una scena della “Visitazione” di artisti tedeschi della metà del XV secolo che rappresentano sant’Elisabetta, madre di Giovanni il Battista, come una chiromante zingara, avendo annunciato Cristo ancora nel grembo materno di Maria (Cuttler, 1984, p. 432). Resta chiara l’intenzione dell’artista che, oltre a mettere in guardia gli sprovveduti dalla truffa degli zingari, esprime la condanna morale delle arti magiche come offesa alla provvidenza di Dio.

 

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Hieronymus Bosch, Il Carro del fieno, 1505 circa, Madrid, Museo del Prado

 

Il tema della chiromanzia zingara sembra aver affascinato Leonardo da Vinci, che in un disegno intitolato Gruppo di cinque teste o Un uomo ingannato dagli zingari, datato intorno al 1493 e conservato alla Royal Library di Windsor, rappresenta un uomo che si fa leggere la mano e viene derubato dagli zingari. Al centro in primo piano è ritratto di profilo un vecchio ambizioso con in testa una corona di foglie di quercia, circondato da quattro figure grottesche dalle fattezze quasi mostruose. A destra un’anziana donna dal labbro sporgente fissa negli occhi l’uomo, mentre sta leggendo il palmo della sua mano, come si presume dalla ricostruzione del foglio andato perso lungo il bordo destro. A sinistra una vecchia rugosa e sdentata con il capo coperto da un foulard e un sorriso sarcastico mette il braccio intorno alla vittima, cercando di rubargli la borsa. In secondo piano a destra un uomo calvo fissa il malcapitato con occhi sarcastici, mentre a sinistra un altro uomo con l’enorme bocca spalancata ride a crepapelle in segno di scherno. Il messaggio allegorico è chiaro: l’uomo che sogna di avere un avvenire glorioso, non presta più attenzione al presente e viene inesorabilmente truffato con false illusioni (Nicholl, 2005, p. X).

 

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Leonardo da Vinci, Un uomo ingannato dagli zingari  (Gruppo di cinque teste), 1493 circa, Windsor, Royal Library

 

Il motivo caricaturale leonardesco lo ritroviamo, in un contesto più realistico, in un disegno di Hans Burgkmair La lettura della mano, datato 1510 circa e conservato al Nationalmuseum di Stoccolma, nel quale è evidente uno spirito di graffiante satira borghese. Davanti a una grande tenda di un accampamento, una zingara, dal lungo mantello e con il turbante di stoffe allacciato sotto il mento, legge la mano a una donna, cercando di distrarla fissandola negli occhi, mentre le afferra la borsa appesa a un lungo cordone. Intanto alcuni ragazzi rubano la merce che la donna, probabilmente reduce dal mercato, ha deposto per terra, un cesto di uova e un sacco pieno di forme di formaggio. Con questa scenetta da commedia dell’arte (l’imbroglio è fin troppo evidente e scoperto), accentuata sullo sfondo da giocolieri che compiono giochi acrobatici, l’artista intende mettere alla berlina la dabbenaggine di coloro che invece di una buona ventura incorrono in una disavventura (Pokorny, 2011, p. 105).

 

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Hans Burgkmair, La lettura della mano, circa 1510, Stoccolma, Nationalmuseum

 

Le scene in cui una zingara legge la mano a un giovane aristocratico, a un soldato o a una popolana, mentre una complice sottrae con destrezza  al malcapitato di turno la borsa, i soldi o altri oggetti di valore, sono un motivo costante nella serie di arazzi con le storie della “Carrabarra”, realizzati a Tournai, in Belgio, tra il 1500 e il 1520 nel laboratorio di Arnould Poissonnier.

 

 

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Arazzi di Tournai, Scene di buona ventura con borseggio, 1500-1520

 

La raffigurazione del borseggio nel contesto della chiromanzia zingara compare anche nei trattati “scientifici” di chiromanzia e fisiognomica, mostrando fino a che punto questo stereotipo fosse radicato all’inizio dell’era moderna. La copertina dell’edizione tedesca della “Chyromantie ac physionomie Anastasis” (Compendio di chiromanzia e fisionomia) dell’astrologo e chiromante Bartolomeo della Rocca, edita ad Augusta nel 1546, mostra un’incisione con La lettura della mano, in cui una zingara, nel tipico abbigliamento femminile e con in braccio un bambino, punta il dito sulle mani aperte di una popolana, mentre dietro di lei un bambino alzandosi in punta di piedi le ruba la borsa, aiutato da uno zingaro dalla lunga barba che indossa una pesante giubba e un cappello a larghe tese (Pokorny, 2011, p. 107).

 

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La lettura della mano, in  “Phisionomy und Chiromanty” di Bartolomeo della Rocca, Augusta 1546

 

In una edizione tedesca illustrata del De remediis utriusque fortune del Petrarca, un trattato morale in cui si insegna il modo migliore di comportarsi di fronte alla buona e alla cattiva sorte, edita ad Augusta nel 1532, si trova una interessante, anche se sbiadita, incisione di una scena di chiromanzia. Tra i vari rappresentanti dei propagatori di false speranze, come maghi e stregoni, vi è la zingara, inconfondibile nel suo mantello legato a una spalla e nel turbante di stoffe arrotolote che legge la mano a un giovane aristocratico con pelliccia di ermellino, senza che qui ci sia traccia di borseggio.

 

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La chiromante, in “De remediis utriusque fortune” del Petrarca, Augusta, 1532

 

Infine troviamo raffigurata La buona ventura in un piatto di maiolica di Faenza, realizzato nel 1565-1575 e conservato al Kaiser Friedrich Museum di Berlino. Sullo sfondo di un paesaggio collinare, accanto a una possente costruzione classica, una zingara con la lunga veste rigata, un mantello legato alla spalla e il turbante orientaleggiante legge la mano a un giovane cavaliere ben vestito e con la spada al fianco. Questo dipinto sembra preludere alla buona ventura di Caravaggio. I personaggi in primo piano, il viso lezioso della zingara, l’angolazione del braccio e l’inclinazione della mano con il dito puntato sul palmo della mano del cliente, l’espressione soggiogata del cavaliere, la mano sull’elsa della spada, il corto giubbetto con il bavero e il cappello piumato sono caratteristiche dello stile inaugurato dal grande pittore lombardo.

In basso una satirica didascalia osserva che la zingara dice la buona ventura agli altri, ma nessuno può dirla a lei: “La cingana ad altre la ventura vol dare, per lei non l’ha et altro non la po dare”. Paradossalmente, infatti, le donne zingare non hanno mai predetto il proprio futuro. I Rom si infischiano dell’avvenire, per loro conta solo il presente. “Conoscere il futuro è la peggior cosa che possa capita a un uomo”, sentenziava Zlato, un vecchio capo rom.

 

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Maiolica di Faenza, La buona ventura, 1565-1575, Berlino, Kaiser Friedrich Museum

 

Fu proprio Caravaggio che alla fine del Cinquecento operò una profonda innovazione del tema della buona ventura, dipingendo per primo una zingara indovina come un soggetto esclusivo (Moffitt, 2004, p. 45). Ispirandosi al pittore fiammingo Hugo van de Goes (1440-1482), egli realizza una scena a sé stante fuori da un contesto ambientale, eliminando qualsiasi scenario di fondo, riducendo la composizione ai personaggi essenziali e al loro inquadramento a mezzo-corpo e fissando l’attenzione sugli elementi espressivi, al viso, alle mani e al gioco degli sguardi dei protagonisti (Cuzin, 1977, p. 12-13).

La scelta di questo soggetto non nacque per caso, anche se Bellori nella sua opera “Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni”, Roma 1672, atribuisce il dipinto ad una ispirazione improvvisa di Caravaggio, che “chiamò una zingana, che passava a caso per istrada, e condottala all’albergo, la ritrasse in atto di predire l’avventure, come sogliono queste donne di razza egittiana”. In realtà, come osserva Jean-Paul Cuzin, quello della buona ventura era “un tema che era già nell’aria”.    Le donne zingare figuravano tra le categorie di imbroglione che ingannavano gli ingenui con  la loro arte chiromantica. Proprio in quel periodo circolava una stampa satirica, intitolata “Le Bararie del Mondo” del padovano Girolamo Porro, edita a Venezia nel 1580 circa, che forniva un compendio illustrato delle principali categorie di delinquenti e parassiti che raggiravano il prossimo con i loro trucchi. Accanto ai ciarlatani, i falsi mendicanti, i ruffiani, i giocatori d’azzardo, le prostitute e i falsi disabili compare una donna zingara con in braccio un bambino, che regge nella mano sinistra una lanterna, simbolo della sua millantata capacità di vedere nel futuro, condensata in un breve distico: “Io canto ballo e dico la ventura/ siam tutti falsi e ladri per natura”.

L’immagine della zingara chiromante era particolarmente attuale nella Roma del Seicento, dove erano in voga le “zingaresche”, poesie popolari che venivano recitate per le vie cittadine durante il carnevale da personaggi in maschera travestiti da zingare che fingevano di indovinare il passato e predire il futuro con l’esame delle linee della mano.

Fin dai primi anni del Seicento a Roma era insediata una numerosa comunità gitana nell’odierno rione Monti. Le donne, che giravano chiedendo l’elemosina e praticando la chiromanzia, erano parte integrante di quella folla di mendicanti, bari, soldati e prostitute che animavano i bassifondi e le taverne della Roma secentesca, di cui Caravaggio e i caravaggisti condividevano l’esistenza e che ritraevano nelle loro opere (Cappelletti – Lemoine, 2014, pp. 17-18).

Caravaggio non fece che raccogliere queste suggestioni del mondo che lo circondava e trasferirle sul piano artistico in una pittura allegorica, che sviluppasse il tema dell’inganno e dell’ingenuità. Attraverso la buona ventura intese rappresentare in modo realistico e spettacolare questo mondo sommerso di frodatori e frodati.

    Si conoscono due tele intitolate La buona ventura di Caravaggio, una del 1594 conservata alla Pinacoteca Capitolina di Roma e l’altra risalente al 1596 conservata al museo del Louvre a Parigi, che con minime varianti rappresentano una giovane zingara che legge la mano a un gentiluomo e intanto gli sfila con destrezza l’anello da un dito.

    La versione conservata a Parigi è la più nota, anche perché era stampata sul verso di una banconota italiana. La zingara indossa una camicia bianca ricamata intorno al collo (non più la tradizionale veste lunga), il classico mantello di lana legato con un laccio alla spalla e il turbante di stoffe annodato sotto il mento. Con la mano sinistra regge delicatamente la mano del giovane cavaliere con il cappello piumato e la spada, mentre con la destra gli sfila l’anello dal dito, scena qui poco visibile. La zingara, più che osservare il palmo della mano, scruta con attenzione il volto del giovane uomo, illuminato da una fonte luminosa che proviene da una finestra a sinistra, per leggere la sua reazione psicologica e per distrarre la sua attenzione mentre viene derubato (Porter, 2005, p. 30)[2].

Nella versione capitolina, la zingara è piegata in avanti con il viso obliquo per poter meglio osservare il giovane negli occhi. Mostra la sua furberia con un sorriso ipocrita mentre sfila l’anello del giovane ragazzo, ingenuamente attratto dal fascino sensuale della zingara (Cuzin, 1977, p. 7).

 

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Caravaggio, La buona ventura, 1596 circa,                     Caravaggio, La buona ventura, 1594 circa,

Parigi, Museo del Louvre                                                       Roma, Pinacoteca Capitolina

 

Il tema della buona ventura conobbe una larghissima diffusione presso tutti i seguaci e imitatori di Caravaggio, sia italiani che stranieri, diventando uno dei motivi più sfruttati dai pittori del Seicento che, salvo eccezioni, lo riportarono ben presto ad una dimensione ‘di genere’. Vasari riferisce che Agnolo di Cristofano, un pittore fiorentino, fratello del più noto Francesco detto il Franciabigio, intorno al 1525 dipinse sull’insegna della bottega di un profumiere di nome Ciano “una zingana che dà con molta grazia la ventura a una donna” (Vasari, 1568, parte terza, primo volume). Gli artisti caravaggeschi ripresero la scena del maestro, ma resero più evidente la frode, introducendo donne che rubano la borsa dei denari o oggetti preziosi.

    Ne La buona ventura del bolognese Lionello Spada, datata 1614-15 e conservata nella Galleria Estense di Modena, un nobiluomo azzimato e vanitoso, con un vestito stravagante e in una posizione molleggiata si fa leggere la mano da una zingara, riccamente vestita e in una posizione maestosa e ieratica. L’uomo tiene stretta in una mano la borsa dei soldi e si gira verso un amico che gli strizza l’occhio in segno di avvertimento, mentre una ragazzina sfila dalle sue tasche un sacchetto contenente oggetti di valore.

 

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Lionello Spada, La buona ventura, 1614-15, Modena, Galleria Estense

 

 

Un tono quasi farsesco e teatrale sembra ispirare La buona ventura del francese Simon Vouet, 1617, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma. Su uno sfondo scuro un ingenuo ciabattino, come si legge in una didascalia sul retro della tela[3], ammaliato dai begli occhi di una gitana, si fa leggere la mano, mentre un’anziana zingara, rugosa e sdentata, con una mano gli porta via la borsa dalla tasca e con l’altra, posata sulla sua spalla, volgendosi verso lo spettatore, fa il gesto volgare, che nel gergo è definito la “fica”, di infilare il pollice tra l’indice e il medio, in segno di scherno[4].

 

 

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Simon Vouet, La buona ventura, 1617, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini

 

 

Il dipinto La buona ventura, attribuito a Jean Ducamps, pittore fiammingo che dal 1626 al 1637 soggiornò a Roma, dove divenne un seguace di Caravaggio, è caratterizzato da una forte venatura psicologica. Una giovane donna in posizione seduta, con il viso quasi smarrito rivolto verso l’alto in un atteggiamento di sudditanza, è circondata da tre figure poco raccomandabili che la sovrastano. Una zingara prende la sua mano sinistra e reclama con l’indice la moneta che tiene nell’altra mano per fare il segno della croce sul palmo della mano da consultare. Dietro di lei intanto una complice le sottrae la borsa, indicando con l’indice di fare silenzio. Dietro la chiromante un uomo, dal volto scuro e con un cappello piumato, distoglie lo sguardo dalla scena, fingendosi ignaro di ciò che sta succedendo.

 

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Jean Ducamps (attribuito), La buona ventura attribuito, 1622-1637, Milano, Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco

 

 

Il celebre quadro La buona ventura di Georges de la Tour, datato 1632 circa e conservato al Metropolitan Museum of Art di New York, dove un giovane benestante si fa leggere la mano attorniato da quattro zingare, è uno straordinario intermezzo teatrale dove, invece delle parole, prevale la mimica calcolata delle espressioni facciali e dei minuziosi gesti delle mani. Un’anziana e grinzosa zingara, vestita tradizionalmente con una lunga veste, una mantellina ricamata allacciata alla spalla e un turbante di stoffe bianche arrotolate, si accinge a tracciare una croce sul palmo della mano del giovane cliente con una moneta, secondo la pratica del tempo. Accanto a lei una giovane, dalla carnagione bianca e con un foulard annodato sotto il mento, taglia discretamente con un paio di piccole pinze la catena del suo orologio. A sinistra una zingara, con una camicia a larghe maniche e un foulard in testa, fa scivolare la mano nella tasca del giovane, sollevando delicatamente la tunica, per prendere la borsa dei denari. Un’altra zingara, vista di profilo, dai lunghi capelli neri, si cela nell’ombra, pronta a recuperare il bottino.

La giovane ragazza, con la carnagione chiara che contrasta con gli occhi neri e la pelle scura delle sue compagne e l’insolito vestito delle cortigiane allacciato sul davanti, non sembra appartenere alla razza gitana, ragione per cui Gail Feigenbaum ritiene che il pittore abbia voluto raffiguare Preciosa, la giovane protagonista della “Gitanilla”, una delle dodici Novelle Esemplari di Cervantes, rapita da una zingara in tenera età (Feigenbaum, 1996, p. 176). L’ipotesi è plausibile, visto che la tela è datata tra il 1630 e il 1632, negli anni immediatamente successivi alla rappresentazione a Parigi nel 1628 della commedia La Belle Égyptienne di Alessandro Hardy, adattamento teatrale della celebre novella cervantina.

 

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 George de La Tour, La buona ventura, 1632 circa, New York, Metropolitan Museum of Art.

 

     Jan Cossiers, pittore fiammingo di Anversa, dipinse diverse scene di buona ventura, abbastanza simili l’una all’altra. In particolare ne segnaliamo due. Ne La buona ventura, datata 1640 circa e conservata al Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo, un giovane aristocratico, vestito di splendidi abiti rinascimentali, si fa leggere la mano da una zingara, avvolta in un grossolano mantello rigato e un turbante circolare. Intanto una zingarella gli sottrae il sacchetto delle monete, facendo un gesto accattivante allo spettatore di rimanere in silenzio, mentre uno dei marmocchi che la chiromante porta sulle spalle fa il gesto osceno del pugno chiuso in segno di vittoria.

 

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Jan Cossier, La buona ventura1640 c., San Pietroburgo, Hermitage Museum

 

     Cossiers rappresenta la stessa scena in un dipinto precedente La chiromante, datato 1630 circa e conservato al Museo delle Belle Arti di Valencienne, ma accanto al motivo della frode sviluppa una sottile satira sociale di contrapposizione di classi attraverso il chiaro-scuro, l’abbigliamento e la dinamica narrativa. Al centro del dipinto vi è il ricco bellimbusto in abbigliamento sfarzoso, completamente inondato da una vivida luce, in contrasto con i personaggi nella penombra e con vesti lacere e grossolane che lo circondano. Una zingara legge la sua mano con l’ausilio di una moneta, mentre la piccola complice gli sottrae la borsa e uno dei bambini sulle spalle della chiromante fa il solito gesto di scherno. A destra, dietro la borseggiatrice, una popolana si rivolge a un uomo armato di spada, probabilmente un soldato, facendo segno di non parlare, compiaciuti del raggiro di cui è vittima l’azzimato signorino.

 

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Jan Cossiers, La chiromante, 1630 circa, Valencienne, Museo delle Belle Arti

 

    La buona ventura, attribuita a Biagio Manzoni, affascinante caravaggesco della Romagna attivo nel terzo e quarto decennio del secolo XVII, ripropone lo schema compresso delle figure all’interno dello spazio compositivo. Una zingara dai caratteri nostrani, con una collana e un braccialetto di corallo e con il viso scuro in controluce, legge la mano a un giovane rampollo col cappello piumato, mentre un’anziana complice con nonchalance si impadronisce del sacchetto pieno di soldi. In mezzo ai due protagonisti si protende la figura di un ribaldo dal cappello rosso con la piuma che osserva divertito la singolare messinscena (Benati-Paolucci, 2008, pp. 268-271).

 

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Biagio Manzoni (attribuito), La buona ventura, metà secolo XVII, Collezione privata

 

Il pittore milanese Francesco del Cairo, che tra il 1637 e il 1638 compì un viaggio a Roma, dove ebbe la possibilità di studiare la pittura dei tardi epigoni fiamminghi di Caravaggio, nel dipinto La buona ventura, conservata alla Galleria Estense di Modena, ci presenta un delizioso quadretto di vita quotidiana in un accampamento zingaro. Sullo sfondo di un fitto bosco dai toni sfumati che ricordano la scuola veneziana, una donna seduta in primo piano si fa spulciare la testa da un bambino, mentre alle sue spalle un’altra donna in piedi tiene tra le braccia un bambino addormentato. Al centro una chiromante legge la mano a un soldato con un grande cappello piumato e l’archibugio sulle spalle, mentre un bambino gli ruba la borsa.

 

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Francesco del Cairo, La buona ventura, 1637-1638, Modena, Galleria Estense

 

Un altro esempio tardivo della serie inaugurata da Caravaggio è il  dipinto La buona ventura di Jean Tassel, datato 1645-1650 e custodito nel Musée Fabre di Montpellier. Un giovane uomo, che indossa  una casacca a falde corte, con in testa un cappello ornato da nastri colorati, tende la mano a una zingara avvolta in un grande mantello. In mezzo a loro una giovane zingara tiene occupato il giovane con una mano sulla spalla, mentre un ragazzino cencioso lo deruba della borsa. Dietro compare la sagoma di un vagabondo, avvolto in un mantello scuro e con un grande cappellaccio in testa.

 

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 Jean Tassel, La buona ventura, 1645-50, Montpellier, Musée Fabre

    Jan van de Venne, pittore fiammingo attivo dal 1616 e morto prima del 1651, dipinse regolarmente scene con gli zingari, guadagnandosi il soprannome di “Maître des Tziganes’ o Maestro degli zingari. Nel dipinto La buona ventura, datato 1650 circa e conservato nel Museo di Besançon, in un paesaggio roccioso appaiono le goffe figure di una anziana chiromante e di un venditore ambulante, al quale un piccolo ragazzo ruba la borsa, mentre si fa leggere la mano.

 

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Pseudo van de Venne, La buona ventura, 1650 circa, Musée de Besançon

 

La Scena di buona ventura di un anonimo olandese, della metà del XVII secolo, conservata al Museo d’arte di Raleigh, nella Carolina del Nord, si svolge in un accampamento zingaro, come mostra la pentola messa a bollire sul fuoco. Una vecchia zingara avvolta in una tradizionale coperta a righe legge la mano a un giovane cavaliere baldanzoso, dall’abbigliamento sgargiante e con un magnifico cappello adorno di piume. Intanto una giovane zingara, con un gesto confidenziale passa il braccio sopra la spalla dell’ignara vittima per prendere la borsa che il piccolo complice ha appena rubato.

 

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Anonimo olandese, Scena di buona ventura, metà secolo XVII, Raleigh, Museo d’arte della Carolina del Nord (USA)

 

L’incisione La lettura della mano o Le Bohémiennes di Louis Michel Halbou, datata 1794 circa e conservata al British Museum di Londra, ispirata a un dipinto secentesco dell’olandese Caspar Netscher, mostra un giovane ufficiale dell’esercito che si è appartato con due zingare, lontano dai ranghi di un’armata sullo sfondo, per farsi leggere la mano. E’ in gioco il futuro delle armi, ma intanto una ragazzina gli ruba la borsa dei denari.

 

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Louis Michel Halbou, La lettura della mano o Les Bohémiennes, circa 1794, Londra, British Museum

 

Il motivo della lettura della mano associato al borseggio ebbe lunga vita e lo si può incontrare ancora nella seconda metà del XVIII secolo nel dipinto L’indovina di Gaspare Traversi, datato 1760 e conservato al Palais californien de la Légion d’Honneur di san Francisco. Epigono caravaggesco, in opposizione alle tendenze «ufficiali» dell’ambiente napoletano, Traversi si indirizzò verso una resa naturalistica e psicologica della realtà, rappresentando la società borghese del suo tempo (Bologna, 1998). In questa scena scorgiamo una sottile satira sociale. La giovane è una ricca borghese che si è elevata rapidamente a una condizione economica e sociale superiore – di quelle che allora s’usava indicare come parvenus- che si dà arie nobiliari e gioca a farsi dire la buona ventura dalla zingara, che nel frattempo con mano agile le sottrae la borsa dei denari (Spinosa, 1980, p. 80).

 

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Gaspare Traversi, L’indovina, 1760, San Francisco, Palais californien de la Légion d’Honneur

 

A partire da Bartolomeo Manfredi, uno dei primi seguaci di Caravaggio, si nota un progressivo arricchimento dello schema compositivo, in cui le truffe si moltiplicano e si intrecciano fra loro (Porzio, 2005, p. 94). Nel dipinto La buona ventura, datato 1617 circa e custodito nell’Istituto delle Arti di Detroit, una zingara con in testa un foulard, gli orecchini e una collana di corallo al collo, legge il palmo della mano di un giovane borghese, mentre una complice gli ruba le monete nascoste in un fazzoletto. Ma anche la chiromante viene a sua volta derubata da un ladro con in testa un cappello piumato, che alle sue spalle le ruba dalla tasca un pollo. Il simbolismo del pollo potrebbe essere legato ai rituali magici e di incantesimo, che facevano ricorso ai galli o alle galline per assicurare ai ladri la riuscita di un furto (Leland, 1891, p. 137).

 

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Bartolomeo Manfredi, La buona ventura, 1617 circa, Detroit, Istituto delle Arti

 

 Questo chema “manfrediano” con i quattro protagonisti-antagonisti, l’inquadramento serrato dei personaggi a mezzo-corpo e il chiaro-scuro si diffuse largamente in Europa, specialmente presso gli artisti francesi, come Simon Vouet, Valentin de Boulogne e Nicolas Régnier.

Régnier, pittore fiammingo conosciuto anche come Niccolò Renieri, si è direttamente ispirato a Manfredi nel dipinto L’indovina, datato 1625 e conservato presso il Museo del Louvre di Parigi. Ritroviamo la bella gitana dal viso scuro, con una camicia con maniche a sbuffo, un foulard bianco, orecchini e una collana di corallo al collo, che legge la mano a una nobildonna, seduta su uno scranno e inondata dalla luce. Una vecchia, esatta copia della zingara di Manfredi, con la mano apre delicatamente il cordone della borsa con i soldi. Intanto un uomo con un cappello piumato cinge con un braccio le spalle della chiromante mostrando nella mano una testa di pollo, a indicare che è un ladro che sta borseggiando nel buio la zingara. Evidentemente la collana di corallo, che le donne zingare portano ancora oggi a protezione dagli influssi malefici, non è stata sufficiente a proteggerla.

 

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Nicolas Regnier, L’indovina, 1625,  Parigi, Museo del Louvre

 

Anche Vouet con La chiromante, datata 1620 circa e custodita al National Gallery di Ottawa, mostra una zingara che viene derubata mentre dice la fortuna. Al centro del dipinto la zingara con la destra tiene una piccola moneta di metallo con la quale legge la mano a una bella cortigiana riccamente vestita di rosa, mentre con l’altra sfila l’anello dal dito, come nel modello caravaggesco. Dietro di lei un complice della donna fruga nel mantello della zingara, cercando di rubare qualcosa (non si vede quello che ruba), mentre ammicca a un altro complice, che sfoggia un ridicolo cappello di pelliccia, che lancia uno sguardo interrogativo al ladro.

 

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Simon Vouet, La chiromante, 1620 circa, Ottawa, National Gallery

 

Valentin de Boulogne ambienta La buona ventura, datata 1628 circa e conservata al Museo del Louvre di Parigi, in un concerto musicale tra gli accordi di un arpista e una chitarrista. Una zingara in piedi, con un copricapo all’italiana e una collana di corallo, legge la mano di un giovane cavaliere seduto a un tavolo. Dietro di lei un uomo avvolto in un mantello e con il volto nascosto sotto un cappello piumato cerca di rubare una gallina, animale simbolico usato dalle vecchie sibille per propiziare il furto, che la zingara tiene in una tasca della sua veste.

 

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Valentin de Boulogne, La buona ventura, 1628 c., Parigi, Museo del Louvre

 

 

Il soggetto della lettura della mano diventa ancora più complesso e riguarda una serie di artisti che la inseriscono nelle scene di taverna con giocatori di carte e di dadi, bari, soldati e cortigiane, ispirandosi ancora a Caravaggio, che aveva rappresentato questo milieu ambiguo e malavitoso ne I bari nel 1594.

Un notevole esempio è costituito dal dipinto giocatori di carte e la chiromante di Nicolas Regnier, datato 1625 e conservato nel Museo di Belle Arti di Budapest. Nello stile di Caravaggio, segnato da un potente chiaroscuro, l’artista raffigura tre scene di ordinaria malavita in una locanda della Roma secentesca. In primo piano vi è un gruppo di cinque giocatori di carte attorno a un tavolo, dove un giovane ingenuo dal cappello nero con il pennacchio giallo e dalla borsa piena di denari viene truffato da quattro bari: una cortigiana in rosso che mostra le carte allo spettatore, un soldato che nasconde nella manica una carta supplementare, un giocatore tutto assorto nelle sue carte e un’altra donna che sbircia le carte del vicino, mentre con le dita le fa conoscere al soldato. In secondo piano a destra una zingara, assistita da una compagna appena visibile dietro di lei, legge la mano a un giovane ben vestito e con un cappello piumato, forse facendo una facile previsione di qualcosa di brutto che possa abbattersi su di lui unendosi al gioco delle carte. Al centro si intravede il volto di un uomo avvolto in un nero mantello, probabilmente un ladro, che si nasconde nel buio in attesa di compiere un colpo mancino.

 

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 Nicolas Regnier, Giocatori di carte e chiromante1625, Budapest,  Museo di belle Arti.

 

Le scene più complesse e dinamiche si devono al francese Valentin de Boulogne, che frequentava assiduamente le taverne romane in compagnia di artisti fiamminghi notoriamente turbolenti, che rappresenta la zingara circondata da personaggi di malaffare, ladri, mercenari, bevitori e musicisti.

    Ne La chiromante, datata 1620 circa e custodita nel Museum of Art di Toledo nell’Ohio (USA), Valentin dipinge una girandola di teste di soldati protese a osservare una zingara che legge la mano a un loro commilitone, mentre uno di loro sulla destra solleva il bicchiere verso lo spettatore, in un malinconico invito a diffidare del futuro e cogliere il piacere del momento. A sinistra si verificano due piccoli furti simultanei. Un ladro, intabarrato e con un berretto rosso a forma di cresta di gallo, alleggerisce la zingara della sua solita gallina, mentre la figlia di questa alleggerisce il ladro della sua borsa.

 

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Valentin de Boulogne, La chiromante, 1620 circa, Toledo, Museum of Art (USA)

 

Nella Allegra compagnia con chiromante, datata 1631 e conservata nel Liechtenstein Museum di Vienna, l’artista rappresenta allegoricamente l’uso della mano in diverse situazioni, che vedeva svolgersi frequentemente negli ambienti chiusi di una taverna o di un postribolo nei bassifondi romani. La tavola è nettamente divisa in tre parti. A sinistra vi è l’uso estetico della mano, con la raffigurazione di un gruppo di musici composto da un suonatore di liuto, di violoncello, di contrabbasso e di spinetta. A destra vi è il ricorso violento alle mani, dove un borseggiatore sorpreso in flagrante a rubare viene bloccato da un soldato e picchiato violentemente dal derubato sotto la vigile guardia di un cane. Al centro una giovane zingara, accompagnata da una figliola che porta in un grande cestino una griglia e un treppiede, frutto del lavoro del padre fabbro ferraio, che legge la mano a un giovane cavaliere, rappresenta l’uso subdolo e lusinghiero della chiromanzia, che per definizione è l’arte della mano per eccellenza.

 

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Valentin de Boulogne, Allegra Compagnia con chiromnte , 1631, Vienna, Liechtenstein Museum.

    Alla stessa allegoria del “tatto” si ispira il dipinto Concerto con scena di buona ventura (o Tasso alla corte di Ferraradi Mattia Preti, detto anche il Cavaliere Calabrese, perché nato in Calabria e fatto cavaliere da papa Urbano VIII, forse in collaborazione con il fratello Gregorio, datato 1633 circa e custodito all’Accademia Albertina di Torino. La composizione si articola in tre gruppi di persone: il gruppo di destra comprende una giovane donna che suona la spinetta, un suonatore di violino e un personaggio seduto in primo piano con un manto rosso e una corona d’alloro sul capo, intento a suonare il liuto, identificato con Torquato Tasso. A sinistra, una zingara con in mano una moneta legge la mano a un giovane riccamente vestito, sotto lo sguardo attento di alcuni curiosi, mentre la mano di un ragazzo si intrufola nella tasca del malcapitato pre prendere le monete. A sottolineare l’importanza che viene data al gioco delle mani, oltre al gruppo dei musici e della chiromante, compaiono un oste che solleva una fiasca di vino, un cuciniere con in mano uno spiedo con infilzati due polli spennati e perfino un gatto che occhieggia da sotto la spinetta per i suoi organi tattili molto sviluppati.

La presenza del Tasso è dovuta all’importanza che questo grande poeta del Cinquecento ebbe nella scuola pittorica di quel periodo tra Ferrara, Veneto e Bologna, ispirata alle sue teorie estetiche (Venturi, 1997).

 

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Mattia Preti, Concerto con scena di buona ventura, circa 1633, Torino, Accademia Albertina

 

Il dipinto Interno di una taverna con una chiromante del pittore anversese Simon de Vos, datato 1639, collezione privata, si ispira alle prime realizzazioni dei caravaggisti che l’artista probabilmente ebbe modo di osservare in un breve viaggio a Roma. In una caotica taverna, con pentole e stoviglie sparse per terra e la selvaggina appesa a una ruota, una giovane zingara con un voluminoso turbante di stoffe arrotolate, seduta su una panchina, legge la mano a un giovane cavaliere con la spada al fianco, morbidi stivali risvoltati e un cappello ornato di piuma. Dietro di lui una ragazzina, che porta lo stesso turbante della chiromante, gli sottrae la borsa dei soldi, mentre il piccolo fratellino nel mantello dietro le spalle della donna fa il gesto osceno della “fica”. La scena si svolge con la complicità o, meglio l’omertà, di un giovane cameriere che posa i bicchieri sulla tavola volgendo sorridente lo sguardo verso l’oste, che con nonchalance volge gli occhi in alto verso il vuoto, e perfino di un gruppo di bambini in basso in primo piano che si stringono attorno a un gattino, come per proteggerlo.

 

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Simon de Vos, Interno di una taverna con una chiromante, 1639, collezione privata

 

Nel dipinto La chiromante del pittore olandese Jan Steen, datato 1648-1652 e conservato nel Museum of Art di Philadelphia, la scena si svolge fuori da una locanda, dove la compagnia si è fermata a fare sosta con il carro coperto e far riposare i cavalli. Una giovane zingara con in braccio un bambino, incurante di mostrare l’abbondante seno scoperto, legge la mano di un azzimato giovane accompagnato dalla sua donzella sorridente, mentre un ragazzino armeggia nella borsa dei soldi, sotto le direttive di un’anziana zingara seduta su un tronco, che gli impartisce le direttive nel suo incomprensibile linguaggio.

 

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Jan Steen, La chiromante, 1648-1652, Philadelphia, Museum of Art

 

Un pittore fiammingo, conosciuto per le sue scene di genere in cui rappresenta spesso gli zingari, riservando una particolare attenzione alla loro vita all’aria aperta e all’attività chiromantica delle donne, fu David Teniers il Giovane. Nel dipinto La chiromante, databile intorno alla metà del XVII secolo, quando il paesaggio comincia ad acquistare un ruolo importante nei suoi lavori, la caricatura psicologica dei personaggi si combina con la destrezza del furto. Un’anziana zingara con una camicia bianca, una veste rossa rigata, il mantello gettato sulle palle e la bandana che raccoglie i suoi capelli arruffati fissa negli occhi un ingenuo contadino, accompagnato dal suo cane, leggendogli la mano e dandogli a intendere chissà quali baggianate, mentre un  ragazzino gli ruba i soldi dalla tasca. In primo piano una giovane donna con in braccio un bambino, si gira per osservare la scena, mostrando con la sua bocca aperta la sua incredulità a tanta stupidità.

 

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David Teniers il Giovane, La chiromante, metà secolo XVIII, Collezione privata

 

Ritroviamo lo stesso schema compositivo, ma in un contesto più arioso con l’aggiunta di una componente bucolica nel dipinto La buona ventura di un anonimo fiammingo, seguace di Abraham Willemsens, datato intorno alla metà del XVII secolo. Anche qui si ripete la scena della vecchia zingara che distrae un vecchio contadino con le sue previsioni, mentre viene platealmente derubato da un ragazzino, tra l’indifferenza di tutti gli altri personaggi. A destra si coglie un momento di serena quotidianità di una famiglia zingara in sosta, una coppia con il proprio bambino seduta sul prato tra utensili da cucina sotto la sorveglianza della phuri daj o vecchia madre, l’anziana che controlla la vita sociale del gruppo. In secondo piano un pastore, appoggiato al suo bastone, sorveglia un gregge di pecore. Sullo sfondo una città industre e opaca, al di là di una fitta vegetazione che separa la civiltà urbana dal mondo naturale, rappresentato dai nomadi, dai contadini e dai pastori.

 

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Abraham Willemsens (seguace), La chiromante, metà secolo XVII

 

Il dipinto Scena con chiromante zingara all’ingresso di una taverna, di un anonimo della prima metà del secolo XVII, in cui sono evidenti istanze bamboccianti, sviluppa il tema della lettura della mano con interessanti dettagli narrativi ed etnografici. All’esterno di una taverna con l’insegna di una piccola botte, sospesa a un ramoscello, tra antichi ruderi romani, una zingara legge la mano a un avventore, che indossa una vistosa camicia rossa, pantaloni di fustagno, calzettoni alti fino al ginocchio e un cappello a larghe falde, mentre un’altra zingara alle sue spalle lo deruba dei soldi. In primo piano, seduti per terra giacciono a riposare i componenti del gruppo zingaro, a destra due donne con i loro bambini e a sinistra un uomo che sta mangiando da una scodella, mentre un ragazzino gli addita il popolano ingannato. Un uomo a cavallo con un cappello piumato, frequentatore della taverna, si allontana, volgendosi indietro incuriosito. Da una balaustra due popolane osservano la scena con un misto di stupore e di ammirazione per la destrezza delle due zingare, che mettono a segno il colpo. E’ interessante notare la varietà dell’abbigliamento femminile delle donne zingare, specialmente nella tipologia del copricapo. La chiromante porta il tradizionale turbante di stoffe arrotolate e legate sotto il mento da una larga fascia. La complice porta gli orecchini alla zingara e in testa un semplice panno, come le popolane dell’Italia centrale. La zingara seduta dietro alla chiromante indossa uno stravagante cappello “da maschio”, molto largo e sagomato, raccattato su qualche campo di battaglia o trovato in qualche mercato cittadino.

 

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 Anonimo bambocciante, Scena con chiromante zingara all’ingresso di una taverna, metà del secolo XVII, Roma, Collezione privata

 

Tra le incisioni di numerose città, fortezze e castelli dell’impero austro-ungarico, realizzate dall’olandese Justus van der Nypoort, che compaiono in un manuale di geometria applicata, intitolato “Ertzherzogliche Handgriffe deß Zirckels und Linials” del barone Anton Ernst Burckhard von Birckenstein, ingegnere militare austriaco, pubblicato a Vienna nel 1686, compare una interessante veduta del Castello di Tamási, nell’Ungheria centro-meridionale. Su un’altura, che domina il castello medievale della città, in primo piano una zingara a piedi nudi, con i vestiti laceri e un foulard in testa e un bambino sulla schiena, legge la mano a una donna di una compagnia ungherese, mentre una ragazzina armeggia nella tasca dell’ignara cliente.

 

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Justus van der Nypoort, Castello di Tamási, Vienna, 1686

 

         Nel XVII secolo la lettura della mano diventa un tema ricorrente nella pittura dei “bamboccianti”, un gruppo di pittori, soprattutto di origine olandese e fiamminga, attivi a Roma attorno alla metà del Seicento, seguaci di un pittore olandese trasferitosi a Roma nel 1625, Pieter van Laer, soprannominato “il Bamboccio” per il suo aspetto deforme e infantile. I “bamboccianti” sviluppano una pittura di genere incentrata su scene di vita popolare, rappresentando gli zingari nell’aperta compagna romana o nelle umide taverne della città con senso realistico, eliminando dal contesto narrativo la scena del borseggio.

  Il dipinto Zingara che legge la mano del romano Michelangelo Cerquozzi, metà secolo XVII, ritrae una zingara, accompagnata da un uomo barbuto, mentre legge la mano a un viandante nei pressi di un casolare, sullo sfondo di una vallata sotto un cielo coperto da bianche nuvole estive. Nella Zingara che legge la mano, attribuita a Sébastien Bourdon, 1636-38, Firenze, Galleria degli Uffizi, la scena si svolge in una fattoria isolata tra le dolci colline romane.

 

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 Michelangelo Cerquozzi, Zingara che legge la mano,        Sébastien Bourdon, Zingara che legge la mano,

 metà secolo XVII,  Roma,  Galleria Spada                               1636-38Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Contemporaneamente si sviluppa una tendenza a rappresentare scene di lettura “galante” della mano, senza borseggio e con un compiacimento di gruppo, come nella Buona ventura di Gerrit van Honthorst, pittore caravaggesco di origine olandese, noto anche come Gherardo delle Notti per la particolarità di ritrarre scene notturne a lume di candela, datata 1616-17 e conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. L’artista ritrae semplicemente una scena di predizione amorosa, senza alcun cenno al borseggio. Due coppie di innamorati siedono  a un tavolo con frutta e carte da gioco, mentre una zingara legge la mano a una giovane donna un po’ riluttante, ma spinta dalla dolce forzatura dell’innamorato. E’ un galante passatempo, dove i personaggi sono seri e attenti alle parole della gitana, sotto gli occhi curiosi di una anziana zingara con in braccio un bambino.

 

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 Gerrit van Honthorst, Buona ventura, 1616-1617, Firenze, Galleria degli Uffizi

 

Allo stesso schema si ispira La Chiromante del pittore olandese Jan Hermansz van Bylert o Bijlert, metà del secolo XVII, custodita al Musée Francisque Mandet di Riom. Vi figura una coppia di innamorati, a cui un’anziana zingara legge la mano, promettendo un felice futuro, tra il trasognato scetticismo di una giovane zingara e del suo bambino che sembra trastullarsi d’altro.

 

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Jan Hermansz van Bijlert, La Chiromante, metà secolo XVII,  Riom, Musée Francisque Mandet

 

Nel dipinto La lettura della mano di Jacob van Velsen, pittore olandese, datato 1631 e conservato al Museo del Louvre di Parigi, la scena si svolge in un ambiente indeterminato, fatto di luci e ombre che esaltano l’intensità del momento, ponendo speciale enfasi sulle mani e sulla fronte corrugata dei protagonisti.

 

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Jacob van Velsen, La lettura della mano, 1631, Parigi, Museo del Louvre

 

La Coppia in un interno con un’indovina zingara è uno dei numerosi dipinti che rappresentano la lettura della mano del pittore olandese Jacob Duck, datato 1632 circa e conservato al Metropolitan Museum of Art di New York. In questa scena, che si svolge davanti al camino di una casa dell’alta borghesia olandese, una donna, seduta su un grande baldacchino, vestita secondo la moda spagnoleggiante con una pesante veste nera, una sottana e un lungo grembiule, con al collo una voluminosa gorgiera pieghettata di lino inamidato, una cuffia di lino e polsini di merletto, guarda con un sorriso scettico e ironico una vecchia zingara con vesti lacere che le legge la mano. Il compagno della gentildonna, con uno stravagante cappello piumato, è appoggiato a una sponda del baldacchino, come se guardasse nel vuoto con un’espressione impaziente.

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Jacob Duck, Coppia in un interno con un’indovina zingara, 1632 circa, New York, Metropolitan Museum of Art.

 

Un’altra dispensatrice di facili fortune è la Zingara che dice la buona ventura a un giovane uomo in un’incisione del francese Sébastien Vouillemont, che soggiornò per lungo tempo a Roma, datata 1630 circa e conservata al British Museum di Londra. Dopo che un giovane ha messo sul palmo della propria mano una moneta, con cui la gitana fa il segno della croce per conferire potere soprannaturale al suo vaticinio, la chiromante senza nemmeno guardare le linee della mano, ma fissandolo negli occhi fa la seguente predizione:

La ragazza che voi amate

anche lei è innamorata di voi.

Non occorre che questa signora

per soddisfare i vostri desideri.

Voi l’avrete con la sue ricchezze

e tutti e due vivrete assai per lungo tempo.

 

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 Sébastien Vouillemont, Zingara che dice la buona ventura a un giovane uomo,1630 circa, Londra, British Museum

 

Anche nel dipinto La Buona Ventura di Francesco Fracanzano, pittore barocco di stampo caravaggista attivo essenzialmente a Napoli, datato 1640-1645, collezione privata, una giovane zingara, con una  camicia a maniche larghe e un mantello annodato alla spalla, sottili orecchini e un voluminoso turbante, traccia dei segni con un moneta sulla mano di un viandante, predicendogli il futuro.

 

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 Francesco Fracanzano, La Buona Ventura, 1640-1645, collezione privata

 

     Abbiamo poi una serie di dipinti e di incisioni, soprattutto di artisti olandesi del XVII secolo, che sviluppano il tema della buona ventura “alla prima maniera”, ossia con una connotazione moralistica, in linea con l’interdizione della chiromanzia da parte delle autorità religiose. Molte di queste opere contengono ermetici elementi simbolici o chiare didascalie che mettono in guardia dalla sacrilega seduzione della lettura della mano.

Nella incisione La chiromante dell’olandese Jacob de Gheyn II, datata 1608 circa e conservata al Rijksmuseum di Amsterdam, una vecchia zingara in piedi sotto un vecchio e nodoso albero dai rami tentacolari, a indicare la tentazione demoniaca, dopo aver preso la moneta dalla mano di una gentildonna, venuta dalla città accompagnata dalla fedele serva, le predice il futuro. La giovane dama, cosciente di fare un’azione riprovevole, tiene stretti i cordoni della borsa e gli occhi abbassati, a indicare il proprio dilemma morale. Anche il piccolo cane ai suoi piedi non sembra gradire la presenza della zingara.

A destra, nascoste dietro la chiromante, due strane e inquietanti figure – un motivo introdotto da da Gheyn e ripreso da altri artisti- gettano un’ombra di sospetto e di maleficio. Una didascalia in versi latini invita la giovane donna a occuparsi del presente, piuttoto che delle promesse fallaci di una felicità futura, ed esorta lo spettatore a non confidare nella conoscenza del futuro.

 

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Jacob de Gheyn II, La chiromante, 1608 circa, Amsterdam, Rijksmuseum

 

Il dipinto Predizione zingara in un villaggio di Jan Miense Molenaer, pittore di genere olandese, 1630 circa, collezione privata, rappresenta una buona ventura di gruppo con un ammonimento morale. A sinistra un’anziana zingara, simile a una strega ammaliatrice, legge la mano a un vecchio contadino che si mostra straordinariamente euforico per chissà quale promessa divinatoria, mentre una ragazzina ruba i soldi dalla borsa che tiene legata alla vita. In secondo piano un’altra zingara seduta, attorniata da un gruppo di curiosi, legge la mano a una donna della borghesia olandese accompagnata da un cavaliere. In primo piano una zingara seduta con in braccio un bambino mostra l’indice della mano destra rivolto verso l’alto, con un chiaro rimando a Dio, perché sia chiaro che tutto riconduce a lui. A destra, accucciato dietro a ciò che resta di un albero probabilmente abbattuto dal fulmine, simbolo della maledizione di Dio che si abbatte su coloro che si lasciano fuorviare dalle chiromanti, una ripugnante creatura, simbolo del maligno, osserva sghignazzando mentre un contadino compie un gesto scaramantico.

 

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Jan Miense Molenaer, Predizione zingara in un villaggio, 1630 circa, Collezione privata

 

 

Il dipinto La chiromante del pittore olandese Dominicus van Tol, datato 1655-1676 e conservato nel Cologne Wallraf Richartz Museum di Colonia, è tutto pervaso da un’atmosfera quasi infernale. Una ingenua popolana, seduta su una roccia di una tetra caverna di una montagna sotto un tronco contorto, la cui nodosa corteccia forma strani mostruosi animali, si fa leggere la mano da una zingara che porta un lacero mantello e un bambino senza vitalità sulle spalle. I personaggi sono come sospesi su un pauroso strapiombo, su cui è gettato un pericoloso ponte, sotto cui scorre un fiume acherontico, popolato da viscidi animali palustri che insidiano un piccolo cagnolino bianco. Un cielo minaccioso e plumbeo rischiara sinistramente una città fantasma. Alle spalle della ragazza, un giovane con un ironico e malizioso sorriso alza il dito verso il cielo.

 

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Dominicus van Tol, La chiromante, 1655-1676, Cologne Wallraf Richartz Museum

 

Il tema della maledizione divina contro chi infrange l’esclusiva prerogativa di Dio di disporre del futuro delle sue creature viene sviluppato in uno straordinario dipinto La chiromante o La quercia colpita dell’olandese Jan Van Goyen, datato 1638 e conservato al Musée des Beaux-Arts di Bordeaux. Nella scena viene data centralità a una maestosa quercia, simbolo della esecranda pratica della divinazione, colpita dal fulmine. Ai suoi piedi una zingara  nel suo caratteristico abbigliamento e con sulle spalle un informe bambino legge la mano  a un gruppo di viandanti. In primo piano a sinistra un cacciatore con una muta di cani passa davanti alla combriccola e si allontana incurante, senza cedere alla tentazione di commettere un sacrilego peccato.

 

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Jan van GoyenLa chiromante o La quercia colpita, 1638, Bordeaux, Museo di Belle Arti di Bordeaux

 

A tutta prima il dipinto Interno borghese con una zingara che dice la buona fortuna dell’olandese Anthonie Palamedesz, metà secolo XVII, collezione privata, sembra svolgersi in un clima allegro e giocoso. Una donna della borghesia olandese, seduta su una sedia, illuminata da una luce che filtra da una finestra, cede alle galanti pressioni di un amico, che prende la sua mano e la tende a un’anziana zingara, che è entrata in casa con una giovane compagna che regge un bambino sulle spalle, per farsi dire la buona ventura. La scena si svolge sotto lo sguardo di un gruppo di curiosi, che a sinistra si affacciano sulla porta di casa, mentre a destra un suonatore di liuto, probabilmente accompagnato alla spinetta da una donna che gli sta seduta davanti, allieta la compagnia, tra una caraffa di vino, un violoncello e libri caduti giù dal tavolo. Senonché in primo piano a sinistra appare una orrenda entità femminile invisibile con il viso nero, i capelli neri, avvolta in un mantello tutto nero, che come un fantasma getta un raccapricciante e macabro presentimento di morte.

 

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Anthonie Palamedesz, Interno borghese con una zingara che dice la buona fortuna, metà secolo XVII, collezione privata

 

Nel frontespizio del “Ludicrum chiromanticum seu thesaurus chiromantiae”, un compendio di chiromanzia di Hans Schultze, un eclettico erudito tedesco conosciuto con il nome latino di Johannes Praetorius, edito a Jena nel 1661, vi è un’incisione in cui un gruppo di cittadini sulla piazza della città si fanno leggere la mano da  alcune zingare, mentre i ragazzini mettono le mani nelle tasche degli uomini o sotto i grembiuli delle donne per rubare i soldi. E’ accompagnata da una didascalia, che è un esplicito richiamo al passo del vangelo di Matteo: Cavete vobis a pseudo-prophetis, attenti ai falsi profeti (Matt. 7: 15).

 

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Giovanni Praetorius, La lettura della mano, Frontespizio del “Ludicrum chiromanticum seu thesaurus chiromantiae” di Giovanni Praetorius, Jena, 1661 (part.)

 

 

Un altro severo monito al ricorso alla lettura della mano è contenuto in una grande incisione intitolata Carta del Regno dei Cieli di Nicolas Cochin, tratta da un disegno di Stefano Della Bella, datata 1650-1670 e conservata al British Museum di Londra. In uno stile che richiama Callot, questa grande mappa escatologica illustra i luoghi a cui sono destinate le anime dopo che il giudizio finale di Dio. In alto vi è la montagna del Paradiso, a cui convergono i martiri, le vergini, i poveri e i virtuosi. Ai lati della montagna vi è il Purgatorio, con le anime purganti che attendono gli angeli che li porteranno in paradiso. In basso vi è l’Inferno, rappresentato da un grande fiume in fiamme, dove sono immerse le anime dannate. Al centro vi è il mondo, con le virtù da seguire e i peccati da evitare. Accanto ai bevitori, ai dissoluti e ai giocatori d’azzardo è rappresentata una zingara che dice la buona ventura a un uomo mentre un ragazzo ruba la borsa.

 

 

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Nicolas Cochin, Carta del Regno dei Cieli, 1650-1670, The British Museum.

 

L’imbroglio della chiromanzia viene stigmatizzato in una incisione, intitolata La chasse de mon oye, dell’incisore e libraio francese Melchior Tavernier, datata 1630 -1665 e conservata al British Museum di LondraE’ una satira del denaro, dove ognuno cerca di raggiungere un’oca (‘mon oye’, un gioco di parole su ‘monnaie’). In primo piano a sinistra, due uomini stanno litigando, probabilmente per questioni di soldi, e dietro di loro una zingara legge la mano di un giovane perbene, promettendogli tanti soldi, mentre una giovane complice lo deruba. L’amara didascalia recita così: “L’egiziana bella e bruna / promettendo a lui il denaro / ci dice se per buona sorte /ci potrà arrivare il denaro”.

 

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Melchior Tavernier, La chasse de mon oye, 1630 -1665, Londra British Museum

 

In una satirica e sferzante incisione La Bohémienne del lorenese Sébastien Leclerc, datata 1664 e conservata alla Biblioteca Nazionale di Francia di Parigi, una zingara avvolta in uno straordinario mantello di lana, rigato e sfrangiato, seducente e astuta, fa la sua previsione a un soldato che è appoggiato sulla sua lancia, dicendo: “Povero soldato, la tua sorte è sfortunata”. Di rimando il soldato le risponde risponde: “E la tua, baldracca, è sempre miserabile”.

 

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Sébastien Leclerc, La Bohémienne, 1664, Parigi, Biblioteca Mazionale di Francia

 

L’incisione La zingara di Christoph Weigel il Vecchio è tratta dall’opera “Ständebuch” o Il libro dei mestieri, edita a Ratisbona nel 1698, in cui descrive oltre duecento tipi mestieri dell’epoca, ciascuno dei quali è illustrato da un’incisione in rame. In un casolare di campagna una zingara legge la mano di una contadina, mentre un ragazzino, visto di spalle, cerca di sottrarle la borsa dei soldi. Per l’autore, il “mestiere” della chiromante zingara non altra finalità che il borseggio, come recita il breve testo di avvertimento:

Warsager und zigeine Kunst

vergleichen sich verdeckten Ossen:

Sie machen einen blauen Dunst,

Warnungen sey nur nicht vergessen:

Dass wann man dir die hand betracht

du deinen schubsack nehmst in acht.

 

La predizione e l’arte zingara

si assomigliano.

Esse formano una nebbia bluastra (annebbiano la vista),

solo non bisogna dimenticare l’avvertimento;

che mentre ti scruta la mano

tu presta attenzione alla tua tasca.

 

Oltre al danno materiale, l’incisione mette in guardia anche alla responsabilità morale di chi ricorre alle false lusinghe della chriomante. In alto campeggia un severo ammonimento: Gott ist der wahrheit Steg, folg Pilger diesen Weg (Dio è il vero sentiero; segui, o pellegrino, questa via).

 

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Christoph Weigel, La zingara, da Ständebuch”, Ratisbona, 1698

 

Dalla seconda metà del Seicento e soprattutto nel Settecento la buona ventura subisce una radicale trasformazione iconografica con l’avvento dell’Illuminismo, che in nome della ragione ritiene la chiromanzia frutto di superstizione o di credulità ingenua e irrazionale. La rappresentazione artistica della lettura della mano, da un piano strettamente sociale (la frode dei caravaggisti) o etico-religioso (la condanna morale dei pittori olandesi) si sposta su un piano teatrale e sottilmente ironico. La zingara che legge la mano è un gradevole interludio nella vita quotidiana mondana. Perde il suo potere inquietante di indovina e di ladra. Non borseggia più né trama frodi, ma guadagna qualche soldo leggendo le linee della mano di fanciulle ricche ed oziose. Il suo abbigliamento trasandato e la tinta scura della sua carnagione stigmatizzano l’inferiorità e la non pericolosità della sua etnia, in sintonia con il mito del “buon selvaggio” che si andava diffondendo nell’immaginario etnografico del tempo.

Nel dipinto La buona Fortuna dell’olandese Samuel Van Hoogstraten, della seconda metà del XVII secolo, sullo sfondo di un castello rinascimentale sotto l’arcata di un palazzo, una zingara dal volto scuro, i capelli neri e una coperta rigata con in mano una moneta dice la fortuna a una giovane aristocratica dalla carnagione bianca che indossa un vestito di seta bianca con una fascia gialla, mentre con un gioco di mani sembra esprimere derisione e distacco dalle profezie della chiromante, sotto lo sguardo attento e dubbioso del giovane innamorato appoggiato alla balaustra. Il senso di inferiorità e di distanza sociale e culturale è sottolineata dal fatto che la zingara è inginocchiata sul pavimento dell’edificio ai piedi della nobildonna comodamente seduta su uno scranno.

 

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 Samuel Dirksz van Hoogstraten, La buona Fortuna, seconda metà del XVII secolo

 

Un altro straordinario esempio di questa tipologia pittorica è il dipinto La chiromante di un altro olandese, Isaac Palingh, datato 1677, Ginevra, collezione privata. Una nobildonna, comodamente seduta su una poltrona nel vestibolo del suo lussuoso palazzo, con la complicità del marito con la parrucca e un cappello piumato, mollemente spaparanzato su una sedia con uno sguardo di scherno, si fa leggere la mano da una zingara, collocata ai suoi piedi giù dai gradini. La differenza dello status sociale è sottolineata dalla tinta scura, i capelli in disordine e il povero abbigliamento della zingara in contrasto con la lucentezza della carnagione e del vestito della dama. La diffidenza verso un personaggio socialmente equivoco induce la prudente damigella a tenere nascosta nell’altra mano la borsa. Perfino il cagnolino manifesta la sua ostilità contro l’intrusa.

 

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Isaac Palingh, La chiromante, 1677, Ginevra, collezione privata

 

Anche il pittore francese Antoine Pesne, uno dei maggiori esponenti del tardo Barocco e del Rococò, ne La chiromante, datata 1710 circa e custodita nel Museo nazionale di Varsavia, mette in scena una giovane zingara, accompagnata da un’anziana dal viso nero, con gli orecchini e una collana di perle, che legge la mano a una splendida fanciulla, vestita di raso e dalla carnagione bianca, esaltata da un fascio di luce, con la mano al fianco in una posa civettuola e quasi di sfida. Le è accanto un cavaliere con elmo e corazza, con un sorriso beffardo e la mano sull’impugnatura della spada, pronto a difendere l’innamorata dalle farlocche giaculatorie della zingara.

 

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Antoine Pesne,  La chiromante, 1710 circa, Varsavia, Museo nazionale

 

Il dipinto La chiromante del francese Jean-Antoine Watteau, datato 1710 e conservato nel Palais Californien de la Légion d’Honneur di San Francisco, rappresenta una divertente scena di società con tre nobildonne dell’aristocrazia settecentesca con abiti dalle ampie pieghe, clienti della zingara che è nell’ombra, vestita di un abito sobrio, accompagnata da un innocuo marmocchio che tiene in mano un tamburello basco.

 

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Watteau Jean-Antoine, La chiromante, 1710, San Francisco, Palais californien de la Légion d’Honneur

 

La stessa atmosfera rococò rivive nel dipinto L’indovina di Jean-Baptiste Pater, allievo di Watteau, datata 1731 e conservata nel Fitzwilliam Museum di Cambridge. In un magnifico parco di una villa settecentesca, dove si svolge una festa galante, una dama con il suo entourage di damigelle, al riparo di un ombrellino sorretto da un paggio di colore, si fa leggere la mano da una zingara, accompagnata da un ragazzino con un tamburello. Da un colonnato alcuni personaggi osservano l’insolita scena, mentre in primo una cagnolina, compagna delle capricciose e frivole fanciulle dell’aristocrazia settecentesca, rimanda alla “vergine cuccia” del Parini.

 

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Jean-Baptiste Pater, L’indovina, 1731, Cambridge, Fitzwilliam Museum.

 

Il dipinto La chiromante del pittore francese François Boucher, seconda metà del XVIII secolo, collezione privata, ci porta in piena stagione arcadica, con una scena pastorale e mitologica piena di frivolezza e sensualità. Una giovane zingara a piedi nudi, avvolta in coloratissime vesti, legge la mano a una candida fanciulla, seduta su un masso sotto i resti di un tempio in rovina e ai piedi di una grande statua di Pan, il dio della foresta, con in mano una lunga asta infiocchettata, forse simbolo fallico del dio. Il bambino che la zingara porta sulle spalle è attratto dal gregge di pecore, mentre intorno si svolge una vita serena e sfaccendata, come in una sorta di paradiso terrestre, in una rigogliosa natura tra fanciulle oziose, ghirlande di fiori e giovani innamorati.

 

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François Boucher, La chiromante, seconda metà del XVIII secolo, collezione privata

    Una straordinaria sintesi dei motivi illuministi è costituita dal dipinto La chiromante dell’inglese Jacob Michel, datato 1762 e conservato nel Friedenstein Castle di Gotha, in Germania, che sviluppa il contrasto tra cultura e natura. Da una parte è netta la contrapposizione del fiume con la casa colonica e la sofisticata architettura del palazzo barocco con le ampie finestre e le terrazze. Sul piano antropologico il colore chiaro della pelle del terzetto nobiliare contrasta con il colore scuro della zingara, che si distingue a mala pena dallo sfondo, non fosse per il suo abbigliamento. La ciotola di legno, che pende dalla cintura della zingara, che richiama il bisogno primario del cibo, sottolinea la distanza abissale con il voyeurismo sociale contemporaneo, rappresentato dal suonatore di liuto. La stessa lettura della mano suona come una beffa, contrapponendo il paradosso tra il futuro profetizzato e il progresso realizzato (Bell-Suckow, 2008, p. 537).

 

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Jakob Michel, L’indovina, 1762, Gotha, Friedenstein Castle

 

Nel dipinto L’indovina di Giambattista Piazzetta, datato 1740 e conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, la chiromante ha perso ogni ascendente sulla sua cliente ed “è screditata del suo valore esoterico” (Morelli, s.d., p. 52). Al centro è rappresentata un’imponente e spavalda matrona, seduta su un alto basamento di pietra con la mano al fianco in segno di superiorità, che non si degna neppure di farsi dire la buona ventura. Ai suoi piedi, in posizione di sudditanza, la zingarella appare più interessata a osservare due personaggi sulla destra, di cui uno con abiti trasandati e un cappello verde in testa, sembra attratto da qualcosa che la donna nasconde nella mano. E’ probabilmente un complice della zingara, che tenta un tiro mancino. Infatti più in basso si vedono due galline nere, che nei caravaggisti era l’animale propiziatorio del furto.

 

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Giambattista Piazzetta, L’indovina, 1740, Gallerie dell’Accademia, Venezia

 

Il veneziano Pietro Longhi ha inserito la lettura della mano in numerosi suoi dipinti, ispirati alla vita quotidiana della nobiltà veneziana, cosa che dimostra la diffusione di questa pratica nei salotti borghesi dell’epoca. Ne L’indovina, datata 1752 e custodita nella Cà Rezzonico di Venezia, la lettura della mano si unisce al tema giocoso della Commedia dell’Arte, dove il personaggio mascherato (indovina chi sono!) occulta alla chiromante zingara l’elemento fondamentale della divinazione: il volto, e mette in difficoltà le capacità divinatorie della zingara che, come si è visto, si fondavano più sull’osservazione dei lineamenti del viso che nella lettura delle linee della mano. Gli sguardi ironici e beffardi dei personaggi che assistono alla scena concorrono alla ridicolizzazione e smitizzazione della chiaroveggenza.

 

 

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Pietro Longhi, L’indovina, 1756, Londra, National Gallery

 

La fase illuministica si conclude con un esempio, forse unico, di chiromanzia “applicata”, dove la zingara  prevede un evento galante che lei stessa ha predisposto. L’illustrazione L’indovina di Nicolas Arnoult, datata 1695 circa, mostra la chiromante nel ruolo di intermediaria amorosa. Mentre finge di leggere la mano a una giovane fanciulla, sorvegliata a vista dalla madre circospetta, fa scivolare un biglietto dell’innamorato per un appuntamento, come recita la disdascalia: En débitant une chimère/Elle scait jouer son Rollet/ En trompant finement la Mère/ glisser à la fille un poullet (Mentre pronuncia una chimera, ella sa svolgere il suo ruolo, ingannando finemente la madre, di far scivolare alla figlia un pollo).

 

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Nicolas Arnoult, L’indovina, 1695 circa

 

Nell’Ottocento, con la rivalutazione della sfera del sentimento, delle passioni e dell’irrazionalità, operata dal romanticismo, la chiromanzia ritorna in voga in tutta la sua valenza magico-simbolica, recuperando i valori sentimentali, estetici e psicologici della tradizione divinatoria. Nel dipinto La chiromante dell’inglese John Opie, della fine del XVIII secolo, Collezione privata, la lettura della mano è inserita in una scena idilliaca. Una giovane e accattivante zingara legge la mano a una giovane fanciulla, che volge lo sguardo verso lo spettatore, come per renderlo partecipe della sua buona fortuna. I due bambini, che la zingara si porta dietro, non attentano alla proprietà della cliente, anzi  giocano con un cagnolino, contribuendo a dare una dolce serenità al momento. L’atmosfera romantica è sottolineata dal paesaggio con il bosco in lontananza, il davanzale ornato di fiori e lo spettacolare tramonto che si perde in un ammasso di nuvole.

 

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Opie John, La chiromante, fine XVIII secolo, collezione privata

 

Uno schema pressoché identico, ma inserito nel parco di una villa nobiliare, caratterizza il dipinto La chiromante di un altro celebre pittore inglese, Charles Robert Leslie, della metà del XIX secolo, Collezione privata. Una zingara, dal viso scuro e sorridente legge la mano di una nobile fanciulla dal viso candido, che con l’altra mano stringe pudicamente il petto. Anche il bambino zingaro si intrattiene  confidenzialmente con un cagnolino, mentre una damigella della nobildonna, appoggiata a un sedile di pietra e attenta alle parole della chiromante, sembra sognare ad occhi aperti.

 

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Charles Robert Leslie, La chiromante, metà secolo XIX, Collezione privata

 

Il dipinto La chiromante dell’inglese William Frederick Witherington, metà del secolo XIX, collezione privata, restituisce con grande realismo e delicatezza una scena di vita familiare in un villaggio rurale di una contea del sud dell’Ingilterra. La zingara legge la mano a una fanciulla, titubante e apprensiva, sostenuta e incoraggiata dalla sua amica. Alcuni marmocchi spiano sottecchi dalla porta di casa, un po’ timorosi della zingara dagli attributi leggermente inquietanti, come  il lungo mantello e il copricapo insolitamente composito, sotto cui si cela un volto grinzoso dal naso aquilino, ma curiosi di conoscere la misteriosa rivelazione della chiromante.

 

(c) Museums Sheffield; Supplied by The Public Catalogue Foundation

William Frederick Witherington, La chiromante, metà secolo XIX, collezione privata

 

Il dipinto La chiromante della francese Marie-Guillemine Benoist, datato 1812 e conservato nei Musées de l’Échevinage di Saintes in Aquitania, è ambientato in un bucolico paesaggio presso un’artistica fontana con un bassorilievo neo-classico rappresentante il centauro Nesso che rapisce Deianira. Una zingara, senza dubbio esperta di psicologia femminile, sta divinando il segreto amoroso di una giovane pastorella, tenendo la mano di costei nella sua mano e tastando con l’altra il suo cuore che batte. Nascosto dietro la fontana, un giovane ascolta attentamente le predizioni indirizzate alla sua amata. La scena è arricchita dall’esuberante natura, l’abbigliamento colorato della pastorella, il cesto di frutta in primo piano e l’impareggiabile guinzaglio di fiori della pecora.

 

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Marie-Guillemine Benoist, La chiromante, 1812. Saintes, Musées de l’Échevinage

 

La ripresa dello stesso motivo ne La chiromante del pittore russo Golike Vasily, datata 1839 circa e conservata nel Museo Hermitage di San Pietroburgo, con la zingara assisa su pozzo con una grande conchiglia neoclassica, simbolo di fecondità, che legge la mano a una fanciulla venuta ad attingere acqua, e l’innamorato che origlia di nascosto, è un’interessante testimonianza dei legami artistici e culturali tra la Francia e la Russia nella prima metà dell’Ottocento.

 

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Golike Vasily, La chiromante, 1839 circa, San Pietroburgo, Museo dell’Hermitage

 

Cambia ancora il contesto, ma non l’ispirazione romantica nel dipinto La chiromante del belga Florent Willems, seconda metà del XIX secolo. In un interno di una casa benestante della società fiamminga, una zingara dalla carnagione scura, con in testa l’anacronistico e ormai dismesso turbante circolare, legge la mano di una elegante fanciulla in un lucente vestito di raso, quasi abbandonata al fascino della chiromante, sotto lo sguardo distaccato ma curioso della domestica.

 

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Florent Willems, La chiromante, seconda metà secolo XIX,  Belgio, collezione privata

 

Una straordinaria tempera, ravvivata da un potente colorismo, intitolata La chiromante del tedesco Friederich Danzer, illustratore di romanzi per un pubblico prevalentemente femminile, datata 1800 circa, collezione privata, ritrae con una straordinaria vena ironica, carica di sbalorditivi simbolismi, la realtà della classe borghese di inizio Ottocento, benestante e trasognata. Una zingara, nel suo classico abbigliamento con un bambino sulle spalle, predice sventure a una fanciulla borghese, appoggiata a un tavolino stile impero, che indossa una veste dell’epoca con la vita molto alta appena sotto il seno, divinando non nella mano, ma guardando in alto verso il fiocco del tendaggio, che pende come una spada di Damocle sulla testa della fanciulla. Solo gli animali dimostrano la loro contrarietà, sentendo istintivamente odore di truffa. Il solito cagnolino tira rabbiosamente il grembiule della zingara, mentre il pappagallo in una gabbia su un tavolino stile impero simboleggia il parlare a vanvera della chiromante zingara.

 

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Friederich Danzer, La chiromante, 1800 circa, Collezione privata

 

Il dipinto Il consulto della maga di Jean Broc, datato 1819 e conservato al Museo delle Belle Arti di Béziers, di chiara ispirazione caravaggesca, sembra trasmettere un messaggio morale. Quella che ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un’interpretazione galante, tipicamente settecentesca, della buona ventura rivela, nella drammaticità dei volti perplessi e perfino impauriti, una forte tensione psicologica e un’apprensione angosciosa per il proprio destino. La vecchia zingara, simile a una sibilla appena uscita dal suo antro, legge la mano a una bellissima ragazza e sembra preannunciarle sventure, ricordando che la bellezza e i piaceri non sono che illusioni, poiché legati alla giovinezza e quindi destinati a scomparire al sopraggiungere della vecchiaia (Fusco, 2010, p. 87).

 

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Jean Broc, Il consulto della maga, 1819, Béziers, Museo delle Belle Arti

 

Un’altra opera di intensa resa psicologica, che fa meditare sulle disgrazie e fortune della vita, è La chiromante del francese David Jacques-Louis, il pittore della Rivoluzione francese e di Napoleone, datato 1824 e conservato nel Fine Arts Museum di San Francisco. Con una impostazione caravaggesca, con i personaggi ridotti all’essenziale, a mezzo busto e contro uno sfondo completamente neutro, il dipinto rappresenta il dramma psicologico dell’azione chiromantica che si sta consumando. La zingara, china a scrutare le linee del palmo della mano di una giovane donna, appare perplessa, mentre la cliente, avvolta in abiti antichi con le labbra serrate, sembra ansiosa e preoccupata per ciò che il futuro le potrebbe riservare (Johnson Dorothy, Jacques-Louis David, the farewell of telemacus and Eucharis, Los Angeles, 1997, p. 33).

 

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David Jacques-Louis, La chiromante, 1824, San Francisco, Fine Arts Museum

 

Il dipinto L’indovina, attribuito al francese Jean Victor Schnetz, datato 1820-1824 e conservato al Musée d’Art Roger Quillot di Clermont-Ferrand, mostra una scena di chiromanzia ordinaria a Roma, come si evince dalla cupola di San Pietro in lontananza. La chiromante, con in testa il panno piegato tipico delle donne della campagna romana, con il viso serio e gli occhi abbassati legge le linee della mano a una giovane ragazza, vista di spalle con uno scialle fiorato e con la nuca inclinata, che rivela una certa preoccupazione per il responso della veggente.

 

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Jean Victor Schnetz (attribuito), L’indovina, 1820-1824, Clermont-Ferrand, Musée d’Art Roger Quillot

 

L’incisione La Zingara che indovina, tratta dalla “Raccolta di cinquanta costumi pittoreschi incisi all’acqua forte” di Bartolomeo Pinelli, Roma, 1809, che riporta scene e costumi della vita quotidiana di Roma, riveste un particolare interesse etnografico. Tra i personaggi popolari, protagonisti della storia della città ai primi dell’Ottocento, che l’artista ha saputo cogliere con romantico realismo, vi è la chiromante zingara. In uno scorcio dell’antico quartiere della Suburra, in prossimità del Rione Monti, dove era insediata una numerosa comunità gitana fin dal XVII secolo, una zingara si intrattiene con un gruppo di baldi giovanotti, desiderosi di conoscere buone novità in materia di amore.

 

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 Bartolomeo Pinelli, La Zingara che indovina, Roma, 1809

 

La stessa sequenza si ripete “al femminile” in Spagna con il dipinto La buona ventura di Enrique Simonet, datato 1899 e conservato al Museo di Malaga. In un assolato cortile dell’Andalusia intorno a un lavatoio una ragazza andalusa, seduta su una sedia con la testa languidamente appoggiata a un braccio, si fa leggere la mano da una gitana, inginocchiata ai suoi piedi. Un’anziana gitana, con un foulard in testa e con in braccio un bambino addormentato e una giovane, con il cesto delle provviste, assistono a distanza alla romantica messinscena[5].

 

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Enrique Simonet, La buona ventura, 1899, Malaga, Museo di Malaga

 

In Inghilterra a subire il fascino della lettura della mano furono soprattutto le classi aristocratiche. Il dipinto La zingara chiromante dell’inglese George Goodwin Kilburne, della seconda metà del XIX secolo, mostra una coppia elegante che si fa leggere la buona ventura da una chiromante zingara in una foresta di faggi, sullo sfondo di una misera tenda e di un treppiedi, su cui bolle una pentola di minestra. I gypsies inglesi, insediati nella foresta di Norwood, a sud di Londra, ricevevano frequenti visite da parte di nobili e reali d’Inghilterra.  E’ rimasta memorabile la visita che nel giugno del 1750 fecero al loro accampamento il principe e la principessa del Galles con il loro seguito di lord e dame di corte con le loro carrozze (Anonimo [A Southern Faunist], 1801, p. 1069).

 

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George Goodwin Kilburne, La zingara chiromante, seconda metà secolo XIX

    Il tema della buona ventura si associa con la coscienza ambientale che cominciava a profilarsi nell’Inghilterra di fine secolo XIX, in un’epoca in cui cominciava la speculazione edilizia che alterava contesti naturali di pregio, come colline o aree boschive. L’incisione Un picnic a Burnham Beeches di Francis Walker, pittore e illustratore irlandese, ambienta la lettura della mano a Burnham Beeches,  a poche miglia ad ovest di Londra, una grande zona boscosa, costituita prevalentemente da faggi, come suggerisce il nome, in cui le famiglie londinesi si recavano durante il fine settimana a fare pic-nic e passeggiate all’aperto. La zona era una delle prescelte da numerose comunità di zingari, che si accampavano soprattutto durante l’inverno, tanto che un’area del bosco vicino a Chalfont St. Giles è ancora chiamata “Egypt wood” e il corso che la attraversa è chiamato il Nilo, proprio in ossequio alle presunte origini egiziane dei gypsies (Griffin, 2008, p. 83). Nell’incisione si vede una comitiva di giovani che si è recata sul posto con la diligenza e si è disposta attorno a una zingara per farsi leggere la mano per puro divertimento In fondo a destra un pittore in erba si diletta a dipingere scorci di foresta. In un articolo, apparso sulla rivista settimanale “The Illustrated London News” dell’11 ottobre 1879, il giornalista lamentava che questo rinomato pezzo di bellezza silvestre rischiava di scomparire per l’erezione di un complesso di abitazioni e si augurava che i londinesi potessero continuare a godere dei benefici della foresta (The Illustrated London News 11 ottobre 1879, p. 335).

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Francis Walker, Un pcnic a Burnham Beeches, 1879

 

L’incisione Pregiudizio per amore La zingara indovina di Nicola Sanesi, datata 1875 e ispirata a un disegno di Giacomo Mantegazza, oltre alla bellezza dell’impianto scenografico e alla nitidezza del tratto, è carica di straordinari significati simbolici. L’opera è divisa nettamente in due parti. A destra è tratteggiato un tipico accampamento zingaro in un bosco con un carretto e dei cavalli che pascolano nel prato. A sinistra in primo piano è allestita una grande e lussuosa tenda, dove vengono accolte due nobili damigelle, venute per farsi dire la buon ventura. Un’anziana zingara, magnificamente abbigliata, ricorre contemporaneamente alla chiromanzia e alla cartomanzia, tenendo il palmo della mano di una di loro e  indicando le carte sparse per terra. Intorno all’indovina è disposto il gruppo familiare, in abbigliamento e pose altamente qualificato e all’altezza del ceto sociale delle ospiti. In piedi, appoggiato alla tenda, un uomo ben vestito con la giacca dai bottoni d’argento fuma con fierezza una pipa dal lungo tubo. Seduta per terra un giovane donna, ben vestita e con in testa un foulard decorato di monete d’oro, circondata da marmocchi dai costumi esotici, osserva divertita le due donne trepidanti e in preda all’ansia.

E’ la rappresentazione allegorica del potere occulto dell’indovina che, seppur per pochi istanti, la rende padrona dei destini delle persone. La zingara, disprezzata e spesso perseguitata, prova un senso di rivincita ad avere ai suoi piedi i potenti e talvolta i suoi aguzzini, blandirli con lusinghe o atterrirli con una predizione funesta.

 

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Nicola Sanesi, Pregiudizio per amore o La zingara indovina, 1873Milano Collezione privata

 

Questo particolare “status” della chiromante zingara è sottolineato da una ricca aneddotica, che vede coinvolti regnanti di mezza Europa, personaggi storici e perfino papi che si videro annunciare il proprio destino da una zingara. La gitana spagnola Pepita, amica dello scrittore e viaggiatore George Borrow, fu consultata da Maria Cristina di Borbone, reggente di Spagna dal 1833 al 1840, alla quale predisse erroneamente che avrebbe sposato il figlio del re di Francia. La ziganka moscovita Modora disse la buona fortuna all’imperatrice Caterina II di Russia, che le regalò un anello di diamanti. La gypsy Britannia Lowell predisse la sorte di Giorgio IV, re d’Inghilterra dal 1820 alla sua morte avvenuta nel 1830, quando questi era ancora principe reggente, nella brughiera di Newmarket, nella contea del Suffolk,  e si racconta che ne abbia avuto cinque sterline (Anonimo, 1932, p. 1800). Una gitana spagnola predisse alla contessa Eugenia di Montijo il trono imperiale: infatti divenne moglie di Napoleone III e imperatrice consorte dei francesi dal 1853 al 1870. E’ noto il caso dello zar Alessandro II, che chiedendo consiglio a una zingara della Bessarabia, ebbe un solenne avvertimento: “Diffidate di Pleven”. Pleven è una cittadina della Bulgaria settentrionale, che fu assediata nel 1877 dall’esercito russo-rumeno durante il conflitto con l’Impero ottomano, e fu conquistata dopo cinque mesi di assedio, ma con un grave bilancio di perdite russe di 20.000 unità (Von Herbert, 1906, p. 40).

Un volantino, che in forma di sciarada rappresenta una “Zingara che legge la mano di Federico V, re di Boemia”, di un anonimo tedesco, datato 1621 e conservato al British Museum di Londra, satireggia sotto forma di una profezia di una zingara la sconfitta  subita da Federico V, re di Boemia,  da parte delle forze cattoliche dell’imperatore Ferdinando II  alla cosiddetta  Montagna Bianca, vicino a Praga nel 1620. Non ci sarebbe nulla di strano se l’incontro tra il sovrano e la chiromante si ispirasse a un episodio veramente accaduto, che suonerebbe come una crudele beffa del destino.

 

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Anonimo tedesco, Zingara che legge la mano di Federico V, re di Boemia, 1621, Londra, British Museum

 

Il famoso pittore fiammingo David Teniers il Giovane, che rappresentò gli zingari in numerosi suoi dipinti, era fortemente attratto dalla loro versatilità nel predire il futuro. Uno dei suoi allievi, il fiammingo Gillis van Tilborch nel dipinto David Teniers fa dire la buona ventura a sua moglie, della seconda metà del XVII secolo, rappresenta il suo grande maestro accanto alla moglie Anna Brueghel, figlia di Jan Brueghel il Vecchio, che tende timidamente la mano a una zingara. In basso a sinistra appare un ragazzo ben vestito con un cane al guinzaglio, probabilmente si tratta del figlio David, anch’egli rinomato pittore. A destra una famiglia zingara si riposa accanto a un masso, con un cesto delle provviste e una scodella vuoti, in attesa del compenso per la prestazione della loro compagna, con cui provvedere al pasto quotidiano.

 

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Gillis van Tilborch, David Teniers fa dire la buona ventura a sua moglie, seconda metà secolo XVII

 

Il dipinto La zingara chiromante di William Beechey, datato 1786 e conservato al British Museum di Londra, rappresenta i figli della duchessa di Devonshire. Una zingara con un bambino sulle spalle, mentre cammina lungo una strada di campagna, si ferma a leggere il palmo di una bambina, che viene spinta in avanti da un ragazzo più grande, che ride allegramente. John Joung ne trasse un’incisione con una dedica alla duchessa di Devonshire e il motto della casata “Cavendo Tutus” (Se starai attento, sarai sicuro), probabilmente in riferimento anche al pericolo rappresentato dalla zingara rapitrice di bambini.

 

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William Beechey, La zingara chiromante, 1786, Londra, British Museum

 

Nel dipinto Ritratto di una dama che si fa dire la buona avventura del francese François de Troy, datato 1696 circa e conservato nel Museo delle Belle Arti di Tours, sarebbe rappresentata Louise Francoise de La Bame Le Blanc, duchessa di La Vallière, una delle grandi favorite di Luigi XIV, che si fa dire la buona ventura da una zingara. Altri, invece, ritengono di riconoscere un’altra esponente dell’aristocrazia francese, Anne Varice de Vallière, moglie di Jean de La Neyret Ravoye, grande usciere di Francia e Ricevitore Generale delle Finanze.

 

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François Troy, Ritratto di una dama che si fa dire la buona avventura, 1696 circa, Tours, Museo delle Belle Arti

 

Si dice che Napoleone Bonaparte, grande appassionato dell’arte chiromantica, che amava spesso esercitarla con i suoi ufficiali, si fosse fatto in gioventù predire il futuro da una zingara. Una volta diventato generale, e poi imperatore, ricorreva spesso a una zingara per sapere se doveva combattere una battaglia, firmare un trattato di pace o se avrebbe avuto un erede. Un impulso alla chiromanzia zingara si ebbe in seguito alla campagna d’Egitto, che si svolse tra il 1798 e il 1799, che rafforzò il legame degli zingari con l’antico Egitto, di cui erano ritenuti originari, e la loro esperienza divinatoria risalente all’epoca dei faraoni.

Il pittore polacco Stanisłav Pomian Wolski nel dipinto Napoleone e la zingara, datato 1886 e custodito nel Museo Nazionale di Varsavia, illustra un episodio della campagna di Russia del 1812. Al centro di una sterminata pianura Napoleone, circondato da tutto il suo stato maggiore, segno dell’importanza militare dell’evento, presso la sua tenda ha un abboccamento con una zingara a piedi nudi con i capelli lunghi e neri, una camicia e una gonna fiorate, orecchini e  un foulard in testa, che si prostra ai suoi piedi. Dietro di lei un giovane zingaro con la folta barba e i lunghi capelli neri, scortato da due ufficiali a cavallo, osserva impassibile la scena, mentre sullo sfondo si intravede ciò che resta della poderosa armata francese.

 

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Stanislaw Pomian Wolski, Napoleone e la zingara, 1886, Varsavia, Museo Nazionale

 

È noto che la prima moglie di Napoleone, Giuseppina de Beauharnais, nata nella colonia francese della Martinica, un’isola delle Antille, ancora adolescente, si fece leggere la mano da un’anziana zingara, che le predisse che “sarebbe stata più che regina”. Infatti fu imperatrice dei francesi dal 1804 al 1809. L’episodio è illustrato nel celebre dipinto dell’inglese David Wilkie L’imperatrice Giuseppina e l’indovina, datato 1837 e conservato nella Scottish National Gallery di Edimburgo, che ritrae l’ignara fanciulla nella sua casa coloniale, languidamente seduta su una sedia, circondata da damigelle e assistita da una serva indigena, che con ostentata indifferenza offre la sua mano alla chiromante, avviluppata in uno stravagante copricapo di lana.

 

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 David Wilkie, L’imperatrice Giuseppina e l’indovina, 1837, Edimburgo, Scottish National Gallery.

 

Un’altra storica profezia, che ebbe il favore di numerosi artisti dell’Ottocento, fu quella vaticinata da una zingara a un piccolo pastorello, Felice Peretti, mentre pascolava le pecore e i porci nella campagna di Montalto nelle Marche, al quale predisse l’ascesa al soglio pontificio. Infatti il giovinetto divenne papa nel 1585 con il nome di Sisto V.

    Nel dipinto La Zingara che predice a Felice Peretti l’ascesa al pontificato del pittore napoletano Tommaso de Vivo, datato 1845 e conservato nel Palazzo Reale di Caserta, in un paesaggio dominato da un’edicola sacra con l’effigie della Vergine con il Bambino, una zingarella con un bambino sulle spalle legge la mano al fanciullo, mentre con la destra distesa indica in lontananza la cupola di S. Pietro, simbolo della sede pontificia. Il futuro papa Sisto V, vestito da pastorello con in mano un bastone, guarda davanti con serietà, già compreso della sua missione di pastore della cristianità, mentre gli è accanto la madre con in mano la conocchia, simbolo del lavoro domestico.

In un altro dipinto L’Infanzia di Sisto V o La zingara indovina del francese Jean Victor Schnetzdatato 1824 e conservato nel Museo delle Belle Arti di Arras, i personaggi, secondo lo stile caravaggesco, sono in primo piano e a tre quarti, ma ovviamente lo spirito è diverso. Qui non c’è la zingara che vuole adescare un cavaliere per derubarlo, ma un’indovina, investita del suo potere profetico, che legge la mano di un bambino che la giovane madre le mostra, divinando il suo futuro di papa, come indica la stele a sinistra con i simboli del papato. La zingara, tenendo dolcemente la mano del fanciullo nella mano destra, con l’altra solleva in alto tre dita a simboleggiare la Trinità e a indicare che il destino non dipende da lei, ma si compie per volere divino.

 

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Tommaso de Vivo, Zingara che predice a Felice Peretti           Jean Victor Schnetz, L’Infanzia di SistoV L’indovina

l’ascesa al pontificato, 1845, Caserta, Palazzo Reale                 1824, Bordeaux, Museo delle Belle Arti

 

Un altro illustre personaggio al quale fu predetto un brillante futuro fu il barone Dominique-Vivant Denon, che dominò la scena culturale e politica francese durante l’età napoleonica. Quando aveva poco più di sei anni una zingara predisse il suo futuro dicendogli: “Sarai in piena grazia con tutti i sovrani d’Europa”. Infatti ebbe sempre grande successo, divenne membro della Camera dei Re e segretario d’ambasciata sotto Luigi XVI, membro della spedizione napoleonica in Egitto e primo direttore del Museo del Louvre. L’episodio è rappresentato nella litografia La predizione di una gitana a Denon all’età di sei anni del pittore francese M. Lemercier, datata 1830.

 

 

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Lemercier, La predizione di una gitana a Denon all’età di sei anni, 1830

 

Non stupisce quindi se un’antica leggenda, diffusa nell’area mediterranea, dalla Spagna, alla Provenza e all’Italia centro-meridionale, narra di una zingara che ospitò la Sacra Famiglia, durante la fuga in Egitto, e lesse la mano del Bambino Gesù, predicendo la sua passione, morte in croce e risurrezione. Un disegno La Madonna e la zingarella della scrittrice statunitense Francesca Alexander, tratto dal libro Roadside songs of Tuscany, New York, 1885, rappresenta Gesù sulle ginocchia della Vergine, con accanto san Giuseppe pensieroso, che si fa leggere la mano da una zingarella inginocchiata ai suoi piedi (Alexander-Ruskin, 1885). Un’altra bella incisione, che apre una ballata toscana, intitolata La zingarella indovina, della fine del XIX secolo, rappresenta una vecchia zingara che legge la mano alla Madonna, seduta di traverso sull’asinello, sotto lo sguardo attento del Bambino, mentre San Giuseppe con in mano la mazza fiorita trattiene l’animale (Pincherle, 1891-92, p. 45).

 

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Francesca Alexander, La Madonna e la zingarella, 1885     La zingarella indovina, fine secolo XIX.

 

Questa incontenibile sete di “rivincita” etnica sulla società gagi, che permea il rapporto subalterno di chi ricorre alla zingara chiromante, ha indotto il pittore russo di origini rom Andrey Zakirzyanov a inserire una scena di chiromanzia nel dipinto L’adorazione dei Magi (zingari), eseguito nel 1997. In una grandiosa composizione, che richiama un paesaggio invernale breugheliano, è rappresentata la Vergine seduta con un cuscino tra le braccia e con accanto san Giuseppe con una pelliccia e un colbacco russo. I re magi sono rappresentati da un uomo incoronato che legge un libro aperto, un’anziana zingara che sembra profetizzare e una giovane dagli attributi orientali con in mano un oggetto piramidale. Intorno vi sono uomini indaffarati nelle loro occupazioni, un taglialegna, facchini con fascine sulle spalle e persone che si scaldano attorno a un falò. A sinistra si materializza una zingara, avvolta in una veste rossa con un bambino sulle spalle, che legge la mano a un grande angelo in un’atmosfera evanescente in cui appare il bue Api, che richiama l’antico Egitto.

 

 

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Andrey Zakirzyanov, L’adorazione dei Magi (zingari), 1997

 

   

   Purtroppo il topos della divinazione associata al furto, che ebbe la sua prima realizzazione pittorica in Bosch e Burgkmair, ha rappresentato anche in tempi moderni un pretesto per la trasmissione di stereotipi negativi. L’incisione Lettura della mano e furto di gallina di Francesco del Pedro, della fine del secolo XVIII e conservata nella Villa Mylius-Vigoni di Menaggio (CO), mostra una zingara che legge la mano a una massaia sulla soglia di un casolare di campagna e intanto una complice afferra una gallina che razzola nel cortile. Nella didascalia in distici latini si legge: “Eadem gens imperitis somnia explicat et dum hariolatur gallina furtim rapit” (Questa gente spiega i sogni agli ignoranti e mentre divina rapisce furtivamente una gallina).

 

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 Francesco del Pedro, Lettura della mano e furto di una gallina, fine secolo XVIII, Menaggio (CO), Villa Mylius-Vigoni

    Si sono perfino sviluppate forme subdole di comunicazione razzista, sotto forma di istruzione educativa o di divulgazione scientifica. In un sussidiario scolastico tedesco (“Neues Buchstabir und Lesebuch”) di Johann Wolf, edito a Norimberga nel 1799, la lettera Z è associata al termine Zigeuner con una illustrazione che rappresenta una zingara dal viso scuro e con un bambino sulle spalle che legge la mano a una contadina, mentre il figlio più grandicello ruba dalla borsa dell’uomo che l’accompagna. L’immagine, inoltre, è commentata con la seguente nota esplicativa: “Gli zingari sono persone pigre e cattive, che vanno in giro a mendicare, vivono nelle foreste o nelle capanne, diffondono la superstizione tramite la lettura della mano e ingannano le persone deboli e credulone ​​con funeste profezie sul futuro” (Suckow, 2015, p. 170-171).

 

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Wolf Johann, Gli zingari, Illustrazione da “Neues Lesebuch”, Norimberga, 1799

 

Non fanno eccezione le serie di figurine, messe in circolazione dalle aziende commerciali per reclamizzare i propri prodotti, nelle quali compaiono vignette, che illustrano gli aspetti naturalistici, storici e culturali della nostra società. In una figurina cartonata di una fabbrica tedesca di cioccolato, l’Hildebrand’s Deutsche Schokolade, dei primi del Novecento, che ha la pretesa di far conoscere la “Zigeuner Leben”, la vita degli zingari, ritrae un accampamento zingaro in una radura alla periferia di un borgo, con un vecchio che fabbrica cesti di vimini e due bambini cenciosi davanti a una tenda. Una zingara con la pipa in bocca predice la fortuna a una contadinella, mentre un bambino ruba le vivande da un cesto della sua compagna. Con il pretesto di educare, si danno false informazioni e, peggio, si conferma un immaginario collettivo con buona pace dei benpensanti!

 

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Figurina della Hildebrand’s Deutsche Schokolade, L’indovina, primi del Novecento, Berlino

 

Anche i settimanali che illustrano i principali fatti di cronaca e di costume della nostra società, si interessano spesso alle vicende spicce degli zingari, ingigantendo i fatti pur di fare notizia. In un disegno di Walter Molino, Furto con ipnosi a Rho (Milano), apparso sul popolare settimanale milanese La Domenica del Corriere del 12 gennaio 1958, due zingare convincono un anziano signore a farle entrare in casa. Mentre una si offre di leggere la mano all’ingenuo signore, riuscendo persino ad ipnotizzarlo, l’altra fa man bassa di ogni cosa preziosa che trova. In realtà si tratta di una banale truffa, che viene arricchita di stereotipi cari al pubblico, come la lettura della mano e l’ipnosi. Le vittime, infatti, pur di non non ammettere di esser caduti ingenuamente in una truffa, inventano di essere state raggirate perché immerse in uno stato di trance.

 

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Walter Molino, Furto con ipnosi a Rho (Milano), La Domenica del Corriere, 12 gennaio 1958

 

 

 

NOTE

 

[1] I Rom, quando apparvero in Grecia nel IX secolo, erano già dediti alle arti magiche e per questo furono confusi con la setta manichea degli Athingani, noti come maghi e indovini, e quindi chiamati “atsingani”, cioè zingari. Secondo un canone ecclesistico bizantino del XV secolo, coloro che consultavano le zingare erano interdetti dal fare la Comunione per cinque anni (Soulis, 1961, p. 147).

[2] “Il motivo per cui gli zingari son così buoni indovini è che il loro modo di vita ha portato allo sviluppo della capacità di osservazione” (Stone, 1914, p. 24).

[3] Sul retro della tela si trova la seguente dicitura: AEGIPITIA VULGO ZINGARA FATVI CERDONIS DIVINATRIX A SIMOE VOET AD VIVUM DEPICTA MCDXVII (l’egiziana, comunemente detta zingara, indovina del ciabattino sciocco, dipinta dal vivo da Simon Vouet 1617).

[4] Il gesto, particolarmente noto e antico, è ricordato anche da Dante nella Divina Commedia ((Inferno, XXV, vv 1-2): Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche).

[5] “Voi le vedete discender verso le rive del rumoroso Manzanares, ove portan la buena ventura alla lavandaie occupate a spurgar la biancheria di tutta la capitale” (Hudson, 1878, p. 197).

 

 

 

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