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I Rom nell'arte

La Bohème: gli zingari e l’atelier dell’artista

28 dic , 2017  

Il termine francese bohème o bohémien (letteralmente ‘boemo’), riferito alle popolazioni rom, secondo l’errata credenza popolare che esse provenissero dalla Boemia, fu usato per indicare il movimento artistico, nato a Parigi negli anni trenta del XIX secolo, che raggruppava giovani letterati, pittori e musicisti, il cui stile di vita anticonformista, ribelle tanto alle regole accademiche dell’arte quanto alle convenzioni della società borghese, era paragonato a quello degli zingari, eterni vagabondi soggetti alle sole leggi della natura.

La fortuna del termine fu dovuta soprattutto al romanzo d’appendice di Henri Murger “Scene della vita di Bohème”, apparso tra il 1845 e il 1849, che racconta le vicende di un gruppo di artisti parigini (un pittore, un poeta, un filosofo e un musicista), che incarnano questo ideale di vita e che ha ispirato La Bohème, opera lirica di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, che fu rappresentata per la prima volta nel 1896 al Teatro Regio di Torino.

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      Adolf Hohenstein, La Bohème, manifesto per la rappresentazione della omonima opera lirica di Puccini, 1896

     Figlia del Romanticismo, la Bohéme parigina non nacque all’improvviso né fu isolata. Fu l’espressione più sublime di una serie di fortunate congiunture che portarono alle stelle l’interesse per il mondo degli zingari, alimentandone a dismisura il mito. Fin dall’inizio del XIX secolo schiere di viaggiatori europei -soprattutto francesi e inglesi, ma anche tedeschi, russi, ecc. – si recavano in Spagna alla ricerca dei gitani spagnoli, espressione di quel mondo arcaico e libero non ancora contaminato dal progresso e dalla alienante civiltà urbana, da essi vagheggiato, descrivendoli nei loro diari di viaggio, nei romanzi e nei dipinti. La meta più ricercata era il Sacromonte di Granada, dove i gitani vivevano nelle cuevas, grotte scavate nella roccia, riparate dalle ampie foglie dei cactus e dai cespugli di aloe. Questa moda, iniziata da George Borrow, un avventuriero e missionario  inglese che girò la Spagna lasciando un libro di memorie intitolato “The Zincali” (1841), continuò fino alla fine del secolo, comprendendo nomi importanti della letteratura e della pittura, come Prosper Mérimée (fra il 1830 e il 1864), Gustave Flaubert e George Sand (1838), Théophile Gautier (1843), Victor Hugo (1843), Alexandre Dumas père (1846), Alfred Dehodencq (1850-1863), Gustave Doré (1862), Gustave Courbet (1868).

Un’incisione di F. Barnard, tratta dal settimanale inglese Illustrated London News dell’ottobre 1879, ritrae alcuni gentiluomini inglesi con bombetta e bastone, accompagnati dalle loro signore con cappellino e ombrello parasole, in visita alle grotte di Granada, presi d’assalto da uomini, vecchie curve sul bastone e da una marmaglia di bambini che chiedevano la carità di un “orchavico”, un soldo.

Una magra figura la fece, invece, lo scrittore Edmondo De Amicis, in occasione di un suo viaggio in Spagna nel 1871, durante il quale visitò i gitani del Sacromonte di Granada, ma se ne scappò via atterrito, disgustato e pentito di essere salito fin lassù (Edmondo de Amicis, Spagna Diario di Viaggio di un turista scrittore, Firenze, Barbera, 1873). L’episodio è immortalato in un disegno dell’artista francese François Courboin, della fine del XIX secolo.

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F. Barnard, Turisti che visitano le cuevas                                 François Courboin,  Edmondo de’ Amicis         

dei gitani di Granada                                                                      al Sacromonte di Granada,

(da Illustrated London News, 25 ottobre1879)                          fine secolo XIX

 

Le Esposizioni Universali di Parigi della seconda metà del secolo furono un’occasione straordinaria per propagandare il folclore internazionale dei rom, specialmente le loro qualità artistiche e musicali. Durante l’Esposizione del 1867 Parigi fu letteralmente invasa da orchestre zigane ungheresi, ingaggiate a suonare nei ristoranti, nei caffè e nelle birrerie cittadine, che attirarono l’attenzione del pubblico e della stampa.In particolare ottenne un successo strepitoso un’orchestra zigana, che si esibì in una birreria viennese, diretta dal violinista Ferenc Dudás, soprannominato Patikarus. Questo pseudonimo significa farmacista (dal tedesco Apotheker) e gli fu dato perché si diceva che con la sua musica avesse guarito un nobiluomo ungherese dalla melanconia (Walker, 1983, p. 339).    L’orchestra, come viene raffigurata in una stampa di M. Lix, tratta da “L’Univers illustré” dell’ottobre 1867, era formata da tredici elementi (tre primi violini , tra cui il leader, due secondi violini, due viole, due clarinetti, un violoncello, due contrabbassi e il cimbalom), vestiti di tuniche brandeburghesi della cavalleria ungherese. Il direttore, dalla corporatura alta e magra, la carnagione scura, gli occhi profondi e neri, le sopracciglia folte, il naso aquilino, indossava una casacca decorata con alamari, pantaloni stretti fino al ginocchio e stivali alti. Ristoratori e impresari cercarono di scritturali con contratti favolosi, ma invano. Dopo l’esposizione, il loro unico desiderio era rivedere il loro paese, le loro mogli e i loro bambini (Anonimo, 1874, p. 6).

 

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 M. Lix, L’orchestra zigana del violinista Ferenc Dudás, detto Patikarus, L’Univers illustré, ottobre 1867

 

Un altro fattore importante in questa mitopoiesi culturale e sociale dei “Bohémiens” fu la loro maggior visibilità nel tessuto urbano parigino. Durante il XIX secolo la presenza zingara a Parigi crebbe enormemente. Vi fu un grande afflusso di comunità sinte e manúsh da diverse parti della Francia, specialmente dall’Alsazia e dalla Lorena, dovuto alle crisi politiche del 1830 e 1848 e il loro insediamento nei quartieri periferici di Batignolles, Montmartre, La Chapelle, dove numerosi artisti avevano il loro studio. A questi si aggiunsero i periodici passaggi di grosse compagnie di Rom cosiddetti “ungheresi”, provenienti dalla Transilvania e dal Banato, dediti alla lavorazione dei metalli e alla riparazione di pentole e caldaie (Lundström, p. 264, 270).

L’Univers illustré del luglio 1872 descrive con abbondanti particolari quella che viene definita “l’invasione pacifica” di una grossa banda di zingari ungheresi, che si accamparono con le loro grandi tende sotto un bastione della porta di Batignolles e attirarono una folla di curiosi. L’incisione, che illustra l’evento, mostra l’accampamento con al centro una grande tenda e i piccoli ma robusti cavalli ungheresi adibiti al traino dei carretti. Gli uomini, alti e di bell’aspetto, con capelli neri cadenti in boccoli sulle spalle e la folta barba, indossano giacche con alamari e grossi bottoni d’argento, pantaloni stretti alla gamba, stivali fino al ginocchio e cappelli di feltro. Le donne portano una lunga gonna e al petto una collana di monete d’argento. A sinistra un gendarme conversa con il capo della compagnia che ha in mano il bastone del comando, che termina con un pomolo d’argento. A destra alcuni uomini della borghesia fanno capannello attorno a un uomo seduto e a una donna in piedi che tiene in braccio il suo bambino. Al centro una coppia borghese si intrattiene con due uomini, che sembrano dare spiegazioni sulla loro provenienza e l’attività lavorativa[1].

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Accampamento di Rom “ungheresi” alla porta di Batignolles a Parigi nel 1872 (L’Univers illustré, luglio 1872)

 

Intorno a questi nuovi arrivi si sviluppò uno largo interesse, non solo folcloristico e spettacolare, ma antropologico e culturale, tanto più che essi fecero la fortuna degli zinganologi, che potevano osservare e studiare le diverse comunità zingare, stando, per così dire, a casa propria. In primis il parigino Paul Bataillard, uno dei più grandi storici degli zingari, che ne fu affascinato al punto da considerarli, per la loro straordinaria abilità nel forgiare i metalli, i discendenti di antiche popolazioni che avrebbero introdotto in Europa la metallurgia. Innamorato della loro vigoria fisica e del loro pittoresco look, li rincorreva negli spostamenti da una parte all’altra della città, allertando amici e colleghi perché lo informassero di ogni loro movimento.

Una ripercussione non minore l’ebbe Charles Baudelaire, che sviluppò il tema romantico dell’incessante errare degli zingari verso un altrove sempre nuovo, nella poesia “Bohémiens en voyage”, facente parte della famosa raccolta di poesie “Les Fleurs du mal”, che non è altro che una trasposizione lirica di un’incisione di Jacques Callot, famoso artista francese del Seicento, in cui Baudelaire esprime la sua costante insoddisfazione e la sua pena di vivere. Il quadro culturale dell’epoca si completa con la monumentale opera intitolata “Des Bohémiens et de leur musique en Hongrie”, di Franz Liszt, pubblicata a Parigi nel 1859, in cui viene esaltato lo spirito artistico degli zingari, provvisti di un senso musicale geniale e innato. Lo stesso Liszt fece omaggio di una copia autografa del suo libro a Beudelaire, oggi conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Anche i pittori, sedotti dall’ideale di una vita libera all’insegna del transeunte degli zingari, li fecero protagonisti di molte loro opere, come si evince dalla serie costante di soggetti zingari che furono esposti nei Salons parigini, esposizioni accademiche di opere di artisti contemporanei, dal 1831 al 1881. Agli zingari toccò in sorte di poter essere ritratti dal vivo. In nome della bohéme, gli zingari entrarono nell’atelier degli artisti non solo in senso figurato (come soggetti d’arte), ma fisicamente (come modelli). Personaggi zingari, donne, uomini e bambini, posarono in diversi atelier di pittori, che erano desiderosi come non mai di realimo, e loro, gli zingari, contenti di integrare il magro bilancio economico con “un mestiere che conviene alla loro pigrizia esemplare” (Le Magasin pittoresque, 1863, p. 83). Erano modelli che avevano raggiunto una certa notorietà e professionalità, ma che non rinnegavano i loro principi morali. Come riferisce Paul Bataillard, era molto difficile, se non impossibile, “trovare zingare che consentono a posare d’ensemble, ossia senza vestiti, e gli uomini da parte loro rifiutano di scoprirsi davanti ai ragazzi della loro etnia » (Bataillard, 1867, p. 1122 in nota).

Di molti di loro conosciamo le generalità o possediamo un ritratto fotografico, grazie a una serie di fotografie scattate negli anni sessanta del XIX secolo dal fotografo parigino Jacques-Philippe Potteau, e alle illustrazioni che compaiono nelle riviste e nei periodici dell’epoca. Uno dei più famosi era Jean Lagrène, uno zingaro manúsh nato a Reipetsweiler in Alsazia nel 1799, che intorno al 1852 si trasferì con la sua famiglia a Parigi. Viveva in un carrozzone nel quartiere di Batignolles e si guadagnava da vivere suonando il violino e l’organetto e posando per numerosi artisti, fra cui Courbet e Manet.

Questo personaggio compare nel famoso dipinto L’atelier del pittore, di Gustave Courbet, il più importante esponente del movimento realista, realizzato nel 1855 e conservato nel Musée d’Orsay di Parigi. Il quadro mostra l’artista al lavoro nel suo studio, circondato da una serie di personaggi che sono passati nel suo studio nei precedenti “sette anni della mia vita artistica e morale”. A destra vi sono esponenti del mondo culturale parigino, tra cui il poeta Charles Baudelaire, George Sand, Proudhon, una coppia di collezionisti ecc. Sulla sinistra si collocano una serie di personaggi del mondo umile e popolare, come un bracconiere con il suo cane, una donna che allatta il suo bambino, un prete, un rabbino, un pagliaccio ecc. Nel vecchio, seduto di spalle, con la lunga barba, una massa di capelli ricci e arruffati, il naso aquilino, gli zigomi alti e sporgenti e gli occhi penetranti è chiaramente riconoscibile Jean Lagrène, immortalato in una eccezionale fotografia da Jacques-Philippe Potteau (Potteau, 1860, foto 27).

La piccola figura di donna collocata sul fondo della scena a destra, generalmente identificata come una prostituta, è in realtà una zingara mendicante, che ha in braccio un bambino e cammina a testa china. E’ evidente la sua derivazione (lo stesso capo chino, la camicetta bianca, il foulard e gli orecchini) dalla madre vagabonda che appare ne La bohémienne e i suoi figli del 1853-1854, che rientra nei sette anni di attività di Courbet, prima che mettesse mano a L’atelier del pittore per il Salon del 1855.

 

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Gustave Courbet, L’Atelier del pittore, 1855, Parigi, Musée d’Orsay

 

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Gustave Courbet, L’Atelier del pittore, 1855, Parigi, Musée d’Orsay (part.) e Jean Lagrène fotografato da J. P. Potteau nel 1865

 

Anche nel dipinto Il vecchio musicista di Eduard Manet, datato 1862 e conservato alNational Gallery di Washington, il protagonistaè Jean Lagrène che, come sappiamo, risiedeva nella zona parigina di Batignolles, dove Manet e gran parte degli impressionisti avevano il loro studio. Il vecchio musicista è seduto al centro mentre si sta preparando a suonare il violino, attorniato da personaggi che appartengono a categorie del mondo nomade, come il pierrot, il ragazzino di strada, lo straccivendolo, la ragazza zingara con in braccio un bambino, l’ebreo errante. Il musicista è l’incarnazione dell’artista errante che perpetua il mito romantico del vagabondo, che fu un tema caro agli artisti della bohème e del poeta Charles Baudelaire (manet.org. 26 luglio 2017).

 

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 Eduard Manet, Il vecchio musicista, 1862, Washington, National Gallery

 

Nello stesso periodo un’intera famiglia di zingari originari della regione tedesca del Württemberg, i Landauer, che si guadagnavano da vivere fabbricando cesti e panieri di vimini, trovarono un’altra occupazione, posando per diversi artisti. In particolare i tre fratelli Jean, definito “uno dei più perfetti modelli della sua razza”; Guglielmo, dal naso aquilino e dagli occhi neri pieni di languore orientale, e la piccola Carolina. Ma soprattutto Madeleine Landauer, una delle modelle zingare più conosciute di Parigi, che godette del favore della principessa Matilde Bonaparte, nipote di Napoleone I, che nel suo palazzo parigino teneva un salotto letterario, frequentato da poeti e artisti (Bataillard, 1867, p. 1115). Ralston Shedden William, noto studioso britannico di storia e lingua russa, che nel 1867 visitò l’Esposizione Universale di Parigi e il giorno di Natale fu ospite, con gli auspici di Paul Bataillard, l’amico degli zingari, della famiglia Landauer, che abitava in una confortevole camera al primo piano in una delle vie di Batignolles, riferisce che “tutt’attorno alle pareti della stanza della vedova Landauer erano appesi un gran numero di interessanti disegni di vari artisti, per i quali i vari membri della famiglia avevano posato” (Ralston Shedden, 1868, p. 100).

Ai Landauer faceva concorrenza la numerosa famiglia Reinhard, giunta a Parigi dall’Alsazia, che fornì una serie di modelli, anch’essi immortalati dall’obiettivo di Jacques-Philippe Potteau. I componenti erano Joseph Reinhard, la moglie Madeleine e i figli Manzili, Elisabeth e Motsa, i cui ritratti sono tratteggiati in una stampa del 1867.

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Joseph Reinhard,  la moglie Madeleine, i figli Manzili, Elisabeth e Motsa, Jacob Hoffmann e Jean Lagrène in una stampa del 1867

  Qualche personaggio di queste famiglie manúsh (Lagrène, Landauer, Reinhard), che abbiamo elencato, ha probabilmente posato per il dipinto La bohémienne e i suoi figli di Gustave Courbet, 1853-1854, collezione privata, che rappresenta una famiglia zingara in viaggio al crepuscolo su una strada solitaria e accidentata. Una giovane donna con un bambino nel cesto, che tende la mano verso il cielo, trascina dietro di sé un’altra bambina più grandicella, che s’attarda incuriosita o annoiata, mentre al suo fianco un ragazzo con un bastone in mano e una scimmia sulle spalle cammina a testa bassa. Si percepisce la dura vita del camminare e il fardello di una condizione difficile.

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Gustave Courbet, La bohémienne e i suoi figli, 1853-1854, Collezione privata

Il tema della miseria e della marginalità è sviluppato in chiave grottesca e caricaturale nel dipinto L’elemosina di un mendicante a Ornans di Gustave Courbet, datato 1868 e conservato nella Burrell Collection della Art Gallery and Museum di Glasgow. Una povera e cenciosa zingara, seduta sulla strada davanti a un carretto sgangherato con in braccio un bambino, guarda di sottecchi la sua figlioletta che, coprendosi gli occhi con una mano per ripararsi dal sole, tende l’altra mano verso un vecchio mendicante magro e allampanato, con accanto un cane ringhioso, che le dà una moneta. Nella zingara possiamo riconoscere Madeleine Reinhard, che all’epoca aveva 38 anni, essendo nata nel 1830 (Potteau, foto 243), come farebbe supporre il colorito bruno e tondo del viso, le labbra leggermente increspate da un leggero cipiglio, la levigatezza della fronte, i neri occhi penetranti, i capelli, gli stessi orecchini, la camicia bianca e perfino le pieghe della gonna. La bambina che riceve l’elemosina è probabilmente la figlia, la piccola Motsa di 6 anni, essendo nata nel 1862 (Potteau, foto 250).

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  Gustave Courbet, L’elemosina di un mendicante a Ornans, 1868, Glasgow,  Art Gallery and Museum Burrell Collection

 

 

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Gustave Courbet, L’elemosina di un mendicante a Ornans, 1868 (part.)

e Madeleine Reinhard fotografata da J. P. Potteau nel 1868

 

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Gustave Courbet, L’elemosina di un mendicante a Ornans, 1868 (part.)

e Motsa Reinhard fotografata da J. P. Potteau nel 1868

 

Più difficile è risalire all’identità della bella zingara di notevole charme da belle époque, che ha posato per il dipinto Une Andalouse de Batignolles, 1882–83, collezione privata, eseguito da Albert Edelfelt, uno dei più famosi pittori finlandesi, durante il suo soggi1orno a Parigi nella Avenue de Villiers, molto vicina al quartiere di Batignolles. Rappresenta una donna in abito andaluso, lunga veste bianca con una mantiglia rossa sulle spalle e copricapo nero cilindrico, seduta su una panchina verde con un grande ventaglio appoggiato per terra. Dal titolo si può supporre che il soggetto non è una donna andalusa, ma una vera e propria zingara della stessa cerchia parigina di modelli, che abbiamo esaminato. riferendosi quindi alla comunità zingara di Parigi. Il termine “andalouse”, infatti, sta qui per una caratterizzazione di una zingara in generale, filtrata attraverso il contestuale immaginario romantico dello spagnolismo francese imperante in tutto il XIX secolo (Lundström, 2007, p. 274).

 

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 Albert Edelfelt, Une Andalouse de Batignolles, 1882–83, Collezione privata

 

In ambito artistico inglese segnaliamo La camicetta verde di Samuel John Peploe, pittore scozzese post-impressionista del gruppo dei cosiddetti coloristi scozzesi, 1904 circa, collezione privata. La modella per questo ritratto è Jeannie Blyth, una zingara venditrice di fiori, che ha posato per Peploe in molte occasioni a partire dall’età di quindici o sedici anni (mydailyartdisplay./2013/02/03/). I Blyth erano una storica famiglia gyspy della località scozzese di Kirk Yetholm, imparentata con il potente clan dei Faa, da cui uscì il re Charles Faa Blyth incoronato re dei Gypsies nel 1898 e morto nel 1902. Il dipinto è uno straordinario ritratto coloristico, che mostra l’influenza di Frans Hals per il colorito roseo, il taglio dei capelli, la camicia scollata, lo sguardo di traverso.

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 Samuel John Peploe, La camicetta verde, 1904, collezione privata

 

In questa rassegna di modelli d’arte zingari non poteva mancare la Spagna che, come abbiamo accennato, nel XIX secolo attrasse schiere di intellettuali, scrittori e artisti alla riscoperta di una terra dal fascino esotico allora ancora incontaminato. Tra di loro merita un posto di rilievo la coppia formata dal barone Charles Davillier, aristocratico ispanista, e da Gustave Doré, che nel 1862 visitarono il Sacromonte di Granada. Qui conobbero un gitano di nome Rico, che li ricevette nella sua cueva e offrì loro della frutta. Il loro rapporto di amicizia fu consolidato da un edificante episodio di onestà, che sfata il pregiudizio che gli zingari sono ladri.  Si racconta che a Doré caddero alcune monete d’argento, senza che se accorgesse. E l’ospite, con grande dignità, li raccolse e li restituì. Quel gesto scosse l’artista, che gli chiese di posare per lui, facendone uno splendido ritratto (El País, lunedì 5 settembre 1983).    In questo disegno Il gitano Rico, tratto da “Le Tour du monde”, 1874, l’uomo, avvolto in una ampio mantello, ha una carnagione scura (i gitani spagnoli chiamano sé stessi Kalé ‘neri’ e parlano il kaló, un dialetto con un limitato lessico zingaro in una costruzione grammaticale spagnola), porta lunghi capelli neri che pendono in lunghi riccioli, una folta barba, orecchini, un foulard rigato sulla fronte e un berretto in testa.

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Gustave Doré, Il gitano Rico, in “Le Tour du monde”, 1874

    Un altro dei personaggi più noti e bizzarri della Granada della seconda metà del XIX secolo fu il gitano Mariano Fernández, detto Chorrojumo “spruzzo di fumo”, per la sua faccia scura, con l’allusione al suo mestiere di fabbro nella fucina sul Sacromonte di Granada. La sua fortuna la deve al famoso pittore Mariano Fortuny che, in una visita alle cuevas del Sacromonte nel 1868, lo vide al lavoro mentre batteva il martello sull’incudine, cantando un martinete. L’artista gli chiese di posare per lui e gli procurò un costume eccentrico e stravagante, alla maniera goyesca: camicia bianca arricciata, giacchetta scura di velluto con alamari d’argento, fascia di color scarlatto intorno alla vita, caratteristico copricapo conico di velluto o catite, terminante con un pompon rosso, pantaloni corti fino al ginocchio, un paio di stivali alti e un lungo bastone in mano.

    Fu allora che nacque il mito di Chorrojumo. L’intraprendente gitano non tolse più quel vestito, lasciò la fuligginosa fucina e si improvvisò guida turistica di Granada, guadagnandosi da vivere raccontando vecchie storie ai turisti e facendosi fotografare nel suo caratteristico costume davanti all’Alhambra. Autoproclamatosi “re dei gitani”, amava dichiararsi “discendente dei faraoni d’Egitto”, divenendo una vera e propria attrazione turistica granadina. Vendeva cartoline con la sua effigie ai turisti e offriva loro il suo biglietto da visita con scritto a caratteri cubitali “Principe dei gitani. Modello di Fortuny”.

    Chorrojumo godette, infatti, di una grande reputazione come modello, e oltre a  Fortuny posò per molti altri pittori famosi. Il dipinto Mariano del pittore finlandese Albert Edelfelt, che durante una lunga permanenza a Granada catturò le immagini più caratteristiche del folclore gitano, realizzato nel 1881, collezione privata, raffigura Chorrojumo a mezza figura, con il caratteristico costume appena accennato, su un fondo luminoso che enfatizza il colore scuro della sua carnagione, accentuato dalla barba e dai baffi. La figura appoggia le mani sul bastone, mentre i suoi occhi brillano sotto un cappello andaluso a tesa larga, ma senza il caratteristico pompon. Nell’immagine sono visibili i bottoni nelle maniche della giacca corta (Marie-Sofie Lundström, 2007, p. 301).

    Chorrojumo appare, inoltre, nel dipinto Chorrojumo, re dei gitani dell’Alhambra di Miquel Carbonell Selva, 1890, collezione privata, che è più aderente al ritratto che compare in una cartolina dell’epoca, sia nella posa che nella resa del costume. Su un fondo chiaro si staglia netta la figura di Chorrojumo con la barba grigia, la giacca corta, il panciotto, la camicia bianca arricciata, la fascia scarlatta intorno alla vita e il cappello a punta con il pompon nero.

 

 

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Albert Edelfelt, Mariano, 1881,             Mariano Fernández “Chorrojumo”         Miquel Carbonell Selva,

collezione privata.                                  in una cartolina postale dell’epoca         Chorrojumo, re dei gitani dell’Alhambra,

                                                                                                                                          1890, coll. privata

 

Gli zingari, come Chorrojumo, i Landauer, i Reinhard, i Lagrène e chissà quanti altri, hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo artistico e culturale europeo. Come scrive Henriette Asséo, questa forma di professionalizzazione di un gruppo di modelli zingari, oltre a permettere loro di attuare strategie di sopravvivenza e di ascesa sociale, testimonia una “cultura di contatto” tra gli zingari e gli artisti e manifesta una sensibilità rinnovata per questo soggetto (Asséo, 2010).

 

 

NOTE

[1] Numerosi giornali locali in Francia, Italia, Svizzera, Germania e Polonia hanno pubblicato articoli su queste bande di zingari al loro passaggio.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

AnonimoLes Tsiganes d’après les lettres, les ouvrages et les chroniques de MM. Hector Berlioz, Boldényi,     Oscar Commettant, Gerando, etc., Parigi, 1874.

Asséo HenrietteFigures bohémiennes et fiction, l’âge des possibles 1770-1920, in Le Temps des médias n. 14, 2010, p. 12-27.

Bataillard PaulLes Bohémiens ou Tsiganes a Paris, in Paris Guide, II parte, Parigi, 1867, pp. 1107-1123.

De Amicis EdmondoDiario di Viaggio di un turista scrittore, Firenze, 1873.

Lundström Marie-Spophie, Travelling in a Palimpsest. Finnish Nineteenth-Century Painters’ Encounters     with Spanish art and Culture, Turku 2007.

manet.org, The Old Musician, 1862 di Edouard Manet”. Estratto il 26 luglio 2017.

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Potteau Jacques-PhilippeCollection anthropologique: Portraits, Parigi, Fototeca del Musée de l’Homme, 1860-69.

Ralston Shedden WilliamA Gipsies Christmas Gathering in Good Words, Londra 1868, vol. IX, pp. 96-101.

Walker AlanFranz Liszt: The virtuoso years, 1811-1847, New York, 1983.


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