507vanni_sibilla

Rom nell'arte

Il vaticinio: sibille, profetesse e astrologhe

13 lug , 2017  

L’immagine divinatoria della zingara ha travalicato le mere competenze di un’arte al servizio del profitto e si è rivestita di un alone di sacralità mediante i suoi poteri premonitori, le sacre profezie bibliche e i pronostici astrologici.

Richiamandosi alla mitica origine egiziana dei Rom, la tradizione popolare ha fatto della zingara l’erede delle sibille del mondo classico, che si diceva avessero predetto l’avvento del Redentore. A partire dal Quattrocento la zingara sostituisce nell’iconografia pittorica le sibille medievali, fino ad allora rappresentate in vesti antiche o greco-romane, con i suoi attributi fisici e vestimentari – la carnagione scura, la lunga veste, il mantello drappeggiato, gli orecchini e il turbante orientale – , contribuendo a rinnovare il fascino esotico e misterioso delle figure profetiche dell’antichità.

Tra le dieci sibille del mondo antico, elencate da Varrone, che fornivano responsi e facevano predizioni, vi era la Sibilla Eritrea (da Eritre, in Anatolia), che appare a volte come colei che profetizzò la Redenzione. Nel Polittico dell’Agnello mistico di Jan van Eyck, eseguito tra il 1426 e il 1432 per la cattedrale di San Bavone a Gand, sull’anta sinistra tra i profeti Zaccaria e Michea, che annunciarono la venuta del Messia, è rappresentata La Sibilla Eritrea con gli attributi iconografici delle “egiziane” del Quattrocento: il lungo mantello, la schiavina annodata sulle spalle, gli orecchini e il voluminoso copricapo a righe blu e nere.

 501eyck_sibilla-eritrea2

Jan van Eyck, La Sibilla Eritrea (Polittico dell’Agnello mistico), 1432, Gand, Cattedrale di San Bavone.

    Un’altra delle profetesse pagane che passò nella tradizione cristiana, in quanto avrebbe preannunciato la nascita di Cristo all’imperatore Augusto, fu la Sibilla Tiburtina (o di Tivoli). Secondo un’antica tradizione, ripresa dalla “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, il senato romano propose di adorare l’imperatore Ottaviano Augusto, ma egli preferì consultare la sibilla per sapere se doveva acconsentire ad essere adorato come un dio. Era il giorno della Natività di Cristo ed ecco apparire un cerchio d’oro attorno al sole e risplendere una vergine bellissima con un fanciullo in grembo, mentre la sibilla rivolta all’imperatore esclamò: “Questo fanciullo è più grande di te, adoralo”.

   Questo tema ha avuto particolare favore presso i primi pittori fiamminghi. In un pannello laterale del Trittico Bladelin, che prende il nome dal tesoriere del duca di Borgogna, committente dell’opera, del pittore fiammingo Rogier van der Weyden, datato 1450 circa e conservato nel Gemäldegalerie di Berlino, è rappresentata La visione di Augusto. Nella camera imperiale l’imperatore romano, nei panni del duca di Borgogna, in ginocchio con il capo scoperto e un incensiere in mano, è accanto alla sibilla, con la lunga veste fissata alla spalla da una fibula, gli orecchini e il copricapo con il sottogola, mentre osserva la Vergine con il Bambino, che assisa in trono appare in una mandorla solare, attraverso una finestra decorata con l’aquila bicipite degli Asburgo. Alla sua destra tre personaggi in abiti fiamminghi del XV secolo, assistono al miracolo.

 503weyden_trittico-bladelin2

Rogier van der Weyden, Trittico Bladelin, 1450 circa, Berlino, Gemäldegalerie

 

Questo prodigioso miracolo è raffigurato poi in una serie di  miniature e incisioni del Quattrocento, che arricchiscono libri di devozione o di racconti di eventi biblici, dove l’iconografia della zingara è più o meno evidente. In una miniatura Augusto e la Sibilla di un’edizione latina dello “Speculum Humanae Salvationis” (o Specchio della salvezza umana), del 1468 circa e conservata nel Museo Condé di Chantilly, la Sibilla Tiburtina dal tipico turbante orientale mostra all’imperatore la Vergine con il Bambino in una nuvola, dicendogli che sta per nascere da una vergine un re più potente di lui. L’imperatore, nelle sue vesti regali e con la corona in testa, è inginocchiato con lo scettro per terra in segno di sottomissione (Adrian e Joyce, 1985 p. 9-10).

Altri esempi sono la miniatura Augusto e la Sibilla Tiburtina, 1460 circa, Fondazione Martin Bodmer di Cologny, in un esemplare della “Lettera di Othea”, un breve trattato di filosofia esposto sotto forma di epistola, che insegna i doveri morali e spirituali di un cavaliere, composta da Christine de Pisan, una scrittrice e poetessa francese di origini italiane del ‘400; l’incisione La Sibilla Tiburtina e l’imperatore Augusto nelle “Cronache di Norimberga” del 1493 e l’incisione Augusto e la Sibilla di Tibur nel “ Libro d’ore” di un seguace del Maestro dell’Échevinage di Rouen, datato 1500 circa.

 

502augusto-e-sibilla     505cronaca-di-norimberga

 Speculum Humanae Salvationis, Augusto e        Cronache di Norimberga, La Sibilla Tiburtina

la Sibilla, 1468 circa, Chantilly,                                l’imperatore Augusto, 1493

Museo Condé

504lettera-di-othea1        506maestro-dellechevinage-seguace

Lettera di Othea, Augusto e la Sibilla Tiburtina,        Maestro dell’Échevinage de Rouen (seguace),

1460c., Cologny, Fondazione Martin Bodmer             Augusto e la Sibilla di Tibur, 1500 circa

    Il dipinto Augusto e la Sibilla Tiburtina del senese Francesco Vanni, della fine del XVI secolo e conservato nelle Collezioni Monte dei Paschi di Siena, riveste un particolare interesse storico e artistico. A parte l’uso di colori cangianti e metallici, le figure in primo piano e il loro inquadramento a mezzo-corpo, il profilo in scorcio prospettico della sibilla con il dito puntato verso il cielo come una chiromante sul palmo della mano del cliente, la gestualità plateale dei personaggi, la mano dell’imperatore sull’elsa della spada, l’attenzione agli elementi espressivi del volto e degli sguardi dei protagonisti sono elementi che richiamano La buona ventura di Caravaggio.

 507vanni_sibilla

Francesco Vanni, Augusto e la Sibilla Tiburtina, fine XVI secolo, Siena, Collezioni Monte dei Paschi

 

Ritrovare questo soggetto in ambito senese non sorprende, poiché le dieci sibille, ciascuna con la propria profezia, sono raffigurate in una serie di grandi tarsìe di marmi bianchi, neri e colorati, eseguite nella seconda metà del XV secolo, nello straordinario pavimento delle navate laterali del Duomo di Siena. Tra di esse ben quattro sibille presentano chiari attributi zingari, in sintonia con le loro caratteristiche esotiche, misteriose ed inquietanti, che rafforzano l’immaginario  mitico di cui erano circondate: la Sibilla Eritrea, la Sibilla Persica, la Sibilla Samia e la Sibilla  Libica.

La Sibilla Eritrea, già effigiata nel 1432 da Jan van Eyck nel Polittico dell’Agnello mistico di Gand, fu realizzata dal senese Antonio Federighi nel 1482. La profetessa in piedi davanti a un leggio in una posa ieratica, con un lunga veste e un copricapo orientale allacciato sotto la gola, regge l’acrostico che annuncia la nascita di Gesù. La Sibilla Persica, realizzata nel 1483 da Urbano da Cortona, è rappresentata come una piacevole donna di mezza età, con la testa avvolta in un turbante di stoffe arrotolate con sottogola. Nella mano sinistra tiene un libro e con la destra indica una tavola marmorea, appoggiata su un leggio, che riporta una iscrizione che allude alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. La Sibilla Samia, ossia di Samo, firmata da Matteo di Giovanni e datata 1483, è raffigurata in forma slanciata con il turbante di stoffe arrotolate con il sottogola e una schiavina tipica delle donne zingare, da cui emerge, invece di un bambino, una graziosa testa di cherubino ad ali spiegate. Nella mano sinistra regge un volume aperto, mentre la tavola marmorea, sorretta da due figure dalla testa leonina, riporta un’iscrizione con un chiaro riferimento allo scetticismo degli ebrei nel riconoscere Cristo.

La Sibilla Libica, realizzata nel 1483 dal pittore e miniatore senese Guidoccio Cozzarelli, essendo di origine africana, è rappresentata con il viso e le mani nere. Il capo è velato e coronato da una ghirlanda di fiori, regge nella mano sinistra un cartiglio srotolato e nella destra un libro aperto in cui vi si legge un’iscrizione che allude alla flagellazione di Gesù. La scelta di affidare a una zingara, nera e da sempre umiliata e perseguitata, la rappresentazione allegorica della fede, preannunziando la passione di Cristo, è un fatto straordinario e rientra in una tradizione tipicamente fiamminga.

 

508sibilla-eritrea_siena1  509ibilla-persica_siena2

 

Sibilla Eritrea                                                       Sibilla Persica

 

510sibilla-samia_siena3                      511sibilla-libica_siena4

Sibilla Samia                                                    Sibilla Libica

 

Delle rimanenti sibille pagane, la Sibilla Delfica, che non aveva se non un vago richiamo all’avvento di Cristo, compare in sembiante di zingara in opere legate alla mitologia classica, come in un disegno a penna e inchiostro Omero e i pescatori del bolognese Bartolomeo Passarotti, datato 1580 circa e conservato al British Museum di Londra. Seconda la leggenda, l’oracolo di Delfi aveva messo in guardia il sommo poeta greco dagli indovinelli dei ragazzi dell’isola di Ios, nelle Cicladi. Un giorno, mentre era seduto sulla riva, Omero chiese ad alcuni pescatori che cosa avevano pescato ed essi risposero: “Quello che abbiamo preso, l’abbiamo buttato via, e quello che non abbiamo preso, l’abbiamo mantenuto” (La risposta era “pidocchi”). Egli non seppe dare alcuna soluzione e allora gli abitanti dell’isola lo uccisero poiché si era dimostrato incapace a risolvere un enigma.

Nel disegno si vedono i pescatori su una barca che propongono l’indovinello a Omero, seduto sulla riva con in mano un violino (nella realtà era una cetra), accompagnato da un cane che guarda con aria interrogativa il suo padrone. All’estrema destra una zingara nei panni della sibilla, con una lunga veste rigata e un mantello nel quale porta un bambino, volta le spalle al passato e guarda verso il poeta. La presenza della zingara accanto al grande vate greco non è casuale, poiché una certa speculazione storiografica dell’Ottocento faceva discendere i Sinti, una componente attuale del popolo zingaro, dai Siginni dell’isola di Lemno, descritti da Omero nell’Odissea, che raccolsero Vulcano scaraventato dal cielo dal padre Giove e dal quale avrebbero appreso l’arte della metallurgia (Hasse, 1803; Bataillard, 1879).

 512passarotti_omero1

Bartolomeo Passarotti, Omero e i pescatori, 1580 circa, Londra, British Museum

 

La Sibilla Cumana, uno degli oracoli più conosciuti e consultati del mondo antico, che svolse un ruolo importante nell’Eneide di Virgilio, compare nella Visione di Iulio Ascanio, un grande affresco di Ercole Procaccini il Giovane, datato 1665-1674, che decora una parete del Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, dove sono raffigurate scene allegoriche legate alla storia di Roma, dalla sua fondazione all’età dell’imperatore Augusto.

Ascanio, figlio di Enea e di Lavinia, riceve la visita di Mercurio, il messaggero degli dei, che gli ordina di abbandonare la città di Lavinio e di fondare Alba Longa. Sullo sfondo vi è il particolare degli edifici in costruzione, mente a destra vi è un scena della fanciullezza di Ascanio con la madre Lavinia e le sue ancelle. Alle spalle di Ascanio, vestito da guerriero romano in posa sottomessa, vi è la sibilla, rappresentata come una vecchia zingara, con il lungo mantello e il volumonoso copricapo orientale.

 513procaccini_visione-di-ascanio

Cesare Procaccini il Giovane, Visione di Iulio Ascanio, Cesano Maderno, Palazzo Arese Borromeo

    L’iconografia della zingara dotata di virtù profetiche, in grado di fornire responsi e predizioni, caratterizza con la sua presenza inquietante il momento della nascita di Gesù. In un arazzo fiammingo con L’adorazione dei Magi, realizzato nel 1520 e conservato nel Bayrisches Nationalmuseum di Monaco, la Vergine col Bambino è seduta su un trono maestoso con al fianco San Giuseppe in abiti umili con in mano il bastone. In un angolo si intravede appena la mangiatoia con l’asino e il bue. I tre Magi si trovano in posizione centrale, uno è inginocchiato in adorazione del Bambino ed ha già deposto il suo dono ai piedi della Vergine, mentre il secondo e il terzo attendono il loro turno con i loro doni ancora in mano. Dame e cavalieri in abbigliamento rinascimentale presenziano alla cerimonia, mentre da una torre si affacciano il castellano e i suoi familiari. Nell’angolo in alto a sinistra, quasi invisibile, sopraggiunge una zingara al galoppo su un cavallo. Porta l’inequivocabile copricapo circolare allacciato sotto il mento e incita a gran voce il suo cavallo, temendo forse di arrivare tardi. Probabilmente rappresenta una sibilla pagana, una quarta maga oltre ai tre Magi, che porta in “dono” la sua predizione, come parrebbe indicare la bocca vistosamente spalancata e un po’ sguaiata come la bocca della verità.

arazzo_adorazione-magi1               044arazzo_adorazione-magi

Arazzo fiammingo, L’adorazione dei Magi, 1520, Monaco, Bayrisches Nationalmuseum

 

La funzione profetica della zingara è magistralmente espressa in maniera allegorica in uno straordinario capolavoro della scultura rinascimentale lombarda, l’Adorazione dei pastori del cosiddetto Maestro di Trognano, databile al 1490 circa, che in passato si trovava nell’oratorio di San Giuseppe di Trognano in provincia di Pavia e che ora è conservata presso il Museo delle Arti Decorative del Castello Sforzesco di Milano. La scena si svolge tra le rovine di un antico edificio, al quale si addossa l’umile capanna del presepe, con la Vergine china sul Bambino, adagiato sul suo manto, insieme a tre angeli adoranti, San Giuseppe che regge una lanterna e i pastori. Nella parte sinistra del pannello, isolata tra due pilastri di un edificio in rovina, appare una figura femminile con in mano un panno ad asciugare al fuoco. Secondo l’osservazione di Claudio Salsi, la donna prefigurerebbe la Veronica che ostenta il volto di Cristo, ad indicare la futura sua morte e passione. (Salsi, 2005, p. 98). Secondo un’altra ipotesi, si tratterebbe della levatrice Salomè, ricordata nel Protovangelo di Giacomo, che fu colpita da paralisi alla mano per la sua incredulità circa la verginità della Madonna e poi miracolosamente risanata in virtù del suo pentimento, come sembra indicare l’iscrizione che si trova lungo il bordo del panno MAR VR IA GRA TRI, che secondo la lettura proposta dal critico Marco Bascapè sarebbe MARiae ViRgini Iam Gratias Tribuo (“Ormai  anch’io rendo grazie alla Vergine”) (Bascapè, 2005, p. 24).

 

 513dmaestro-trognano_nativit

 Maestro di Trognano, Adorazione dei pastori (part.), 1490 circa, Milano, Castello sforzesco

 

    In un medaglione in smalto di Limoges è rappresentata una Natività, realizzata nel 1670 circa, che presenta una complessa simbologia, dove la zingara indovina svolge un ruolo fondamentale nel mistero imperscrutabile della fede. Al centro troviamo la tradizionale rappresentazione della natività con la Madonna che solleva il velo per mostrare il divino Bambino. Solo un piccolo pastorello, simbolo dell’innocenza, è inginocchiato di spalle con il cappello in mano in adorazione davanti alla mangiatoia. Gli altri personaggi del presepe non appaiono nel ruolo che ci aspetteremmo. Nella parte superiore si vede un uomo che intrattiene visibilmente un dialogo con san Giuseppe pensieroso, mentre addita Gesù con fare interrogativo. E’ il pastore Tirso, espressione del pensiero razionale, che secondo la letteratura apocrifa insinua nella mente del padre putativo di Gesù che egli sia frutto di un adulterio. A destra due personaggi con fare altezzoso si domandano evidentemente come un bambino povero nato in una stalla possa essere il figlio di Dio. Spostando però lo sguardo a sinistra vediamo apparire, tra la sorpresa di un pastorello e di una pecorella, una donna con il copricapo allacciato sotto il mento, da cui escono trecce nere. E’ la zingara indovina che viene a rassicurare i dubbiosi nella fede, predicendo al divino Bambino la sua passione, morte e resurrezione per la redenzione del genere umano.

    Nel dipinto Adorazione dei pastori della cerchia del pittore napoletano Francesco de Mura, prima metà del XVIII secolo, collezione privata di Trento (Galleria Romano Ischia), la Madonna solleva il lenzuolo su cui è adagiato il Bambino, mentre al suo fianco Elisabetta osserva adorante la scena con san Giovannino. Tra i pastori in adorazione vi è una pastorella con in mano una pecora che richiama molto da vicino una zingara, come indica l’esotico cappello circolare legato sotto il mento. La presenza della zingara con in braccio non una semplice pecora, ma l’agnello sacrificale preannuncia la redenzione dell’umanità tramite la sofferenza e la passione di Cristo. Del resto la zingara indovina è uno dei personaggi che secondo un’antica tradizione popolare, figurano nei presepi natalizi napoletani.

 

597Limoges_natività               598De Mura_natività

Anonimo francese, La Natività, 1670 circa, Limoges       Scuola napoletana (cerchia di Francesco de Mura),

Adorazione dei pastori, prima metà del XVIII secolo,

Trento, Galleria Romano Ischia

    Una delle donne neotestamentarie che gli artisti associarono volentieri alla figura della zingara fu Sant’Elisabetta, madre di Giovanni il Battista e parente di Maria, la madre di Gesù. Allorché la Vergine Maria le fece visita, dopo l’annuncio dell’angelo, Elisabetta riconobbe la cugina come la madre del Signore, predicendo che tramite lei il genere umano sarebbe stato redento. Nella Visitazione, un’incisione di un anonimo artista tedesco della metà del XV secolo designato con il nome convenzionale di “Maestro ES”, datata 1450-1467 circa e conservata nella National Gallery of Art di Washington, Sant’Elisabetta viene ritratta nelle vesti di una profetessa egiziana, con un grande turbante di stoffe arrotolate, nell’atto di compiere il gesto delle chiromanti mentre saluta la Vergine. Infatti tiene con una mano il braccio sinistro della Madonna e con l’altra le accarezza la mano, come se volesse interpretarne le linee (Bruna, 2014, p. 119).

   Anche nella Visitazione di Raffaello, databile al 1517 circa e conservato al Museo del Prado di Madrid, Elisabetta è rappresentata come una “zingara” con una lunga veste blu, un mantello rosso e un turbante bianco, che muove incontro a Maria, che con la testa e gli occhi quasi chiusi tiene la mano sinistra sulla sua pancia rotonda. Sullo sfondo a sinistra la scena del battesimo di Cristo da parte di San Giovanni, mentre in cielo appare Dio padre circondato dagli angeli.

 

182maestro-e-s-_la-visitazione                               183raffaello_la-visitazione

Maestro  E. S.,  La Visitazione, 1450-1467 c.,             Raffaello Sanzio, Visitazione, 1517 circa,

Washington, National Gallery of Art                          Madrid, Museo del Prado

 

    La tipologia iconografica della zingara caratterizza, oltre alle sibille, anche la figura biblica della profetessa Anna, figlia di Fanuele della tribù di Aser, che durante la presentazione di Gesù al tempio da parte dei genitori Giuseppe e Maria, riconobbe nel bambino il Messia, il figlio di Dio. Il prototipo di questa innovazione iconografica, a cui si sono ispirati numerosi artisti, sembra essere ancora una volta lo “Speculum Humanae Salvationis”. Nell’edizione del 1468 circa, il bambino Gesù è in piedi sull’altare, tenuto da un lato dal sacerdote Simeone, che indossa la mitra del vescovo, e dall’altra dalla Vergine Maria. Alle spalle di Maria appare Anna, con un lungo mantello e il copricapo fissato sotto il mento, che porta un cesto con i colombi da offrire in sacrificio.

 514presentazione-di-gesu-al-tempio

Speculum Humanae Salvationis, Presentazione di Gesù al Tempio, 1468 circa, Chantilly, Museo Condé

 

La serie dei dipinti di questo soggetto con la zingara, facilmente riconoscibile per la sua caratteristica acconciatura, si snoda per quasi un secolo, comprendendo artisti fiamminghi, tedeschi e francesi. I dipinti di due artisti anonimi tedeschi, Presentazione al tempio del Maestro della Vita della Vergine, datata 1460-1475, e Presentazione al tempio nella pala d’altare del Maestro di Liesborn, datata 1470-80, entrambe custodite al National Museum di Londra, sono simili per i colori sgargianti, la disposizione della scena, i paramenti sacerdotali e la tipologia della zingara, vestita di verde e con il copricapo bianco, con la differenza che una regge una candela, mentre l’altra porta una piccola gabbia con i colombi.

515maestro-della-vita-della-vergine                                      Master of Liesborn, active 1460-1490; The Presentation in the Temple

Maestro della Vita della Vergine, Presentazione al tempio,                Maestro di Liesborn, Presentazione al tempio,

1460- 1475, Londra, Naional Gallery                                                       1470-80, Londra, National Gallery

 

In una raffinata miniatura Presentazione al tempio, tratta dal “Libro d’Ore” del Maestro d’Antoine Rolin, miniaturista francese, 1490-1500, Simeone in abiti sacerdotali accoglie il Bambino Gesù dalle braccia di Maria, accompagnata da san Giuseppe con la gabbia dei colombi e la sacerdotessa Anna con l’inconfondibile turbante di stoffe arrotolate con il sottogola, che regge una candela.

Nella Presentazione al tempio di un seguace del pittore tedesco Hans Memling, datata fine XV secolo e conservata nel Musée Grobet-Labadié di Marsiglia, la sacerdotessa Anna alle spalle di Simeone con una candella in mano, avvolta in un lungo mantello e il turbante bianco, sembra fissare lo sguardo nel vuoto, a indicare la sua visione profetica, in una ieraticità che la rende simile a una sibilla.

 

517maestro-dantoinerolin             518memling_presentazione

Maestro d’Antoine Rolin,                           Hans Memling (seguace), Presentazione

Presentazione al tempio,                           al tempio, fine XV secolo,

1490-1500, Libro d’Ore                             Marsiglia, Musée Grobet-Labadié

 

La Presentazione di Gesù al tempio del pittore olandese Jan Van Scorel, datata 1524-26 e conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, risente di forti influssi rinascimentali italiani, nel sontuoso tempio in stile bramantesco e nelle vesti dei personaggi della scena. L’artista opera uno sdoppiamento del personaggio della zingara, rappresentando la profetessa Anna in sembiante di vecchia sibilla zingaresca, assorta nella sua visione profetica, vicino all’altare accanto a Simeone, e dando rilievo in primo piano a una giovane zingara dal vistoso turbante orientale di stoffe arrotolate con un bambino sulle spalle, che porta la gabbia con i colombi sacrificali.

 

519scorel

Jan van Scorel, Presentazione di Gesù al tempio, 1524-26, Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

 

Il passo dalla visione profetica per ispirazione divina alla previsione astrologica, basata sull’osservazione dei corpi celesti, è breve. Come pure l’associazione della gypsy, versata nelle scienze occulte, alla zingara erede delle conoscenze astrologiche degli antichi egiziani. L’Egitto, infatti, era visto come il paese ancestrale della magia e dell’astrologia e i Rom fin dal loro arrivo in Europa occidentale nel XV secolo si circondarono di una straordinaria fama fondata su mitiche origini egiziane. In Francia la connessione tra i Rom, giunti dall’Egitto, e i re Magi, venuti dall’oriente, aveva antiche radici, favorita dalla letteratura e dal folclore popolare. Nell’Italia settentrionale, specialmente in Lombardia, gli zingari venivano chiamati “strolech”, ossia astrologhi.

In epoca rinascimentale, la tradizione astrologica faceva riferimento a Claudio Tolomeo, un astronomo romano del secondo secolo dopo Cristo, originario dell’Alto Egitto, famoso nella storia della scienza per i suoi trattati di matematica e astronomia. In una incisione Tolomeo e l’Astronomia, tratto dall’enciclopedia “Margarita philosophica”, di Gregor Reisch, umanista e scrittore tedesco, pubblicata a Strasburgo nel 1504, l’astrologo Tolomeo con una corona da re in testa, per l’equivoco con l’omonimo faraone egiziano Tolomeo XIII, guarda la luna e le stelle in cielo con un quadrante, mentre in primo piano appare un astrolabio sferico. La figura femminile in piedi dietro di lui, che personifica l’astronomia, è rappresentata come una zingara che indossa una lunga veste e porta il turbante di stoffe arrotolate, legato sotto la gola, ornato da una piuma.

 

 

 520reisch

Gregor Reisch, Tolomeo e l’Astronomia, in “Margarita philosophica”, Strasburgo, 1504

 

 

A partire dalla seconda metà del XVII secolo, specialmente in Germania, si diffuse un genere di stampa basato sulla pubblicazione di calendari astrologici, che avevano la pretesa di essere stati elaborati da interpreti “egiziani” delle stelle. Questi almanacchi, che riportavano l’oroscopo su amore, lavoro, economia, tempo meteorologico, politica e salute, si richiamavano al grande astrologo egiziano Tolomeo e facevano appello alla reputazione delle zingare d’Egitto. Con grande senso di marketing ante litteram, i compilatori di questi calendari fecero leva sul fascino esotico e misterioso della zingara astrologa per promuovere le loro opere, che altrimenti sarebbero annegate in una massa di pubblicazioni rivali. La figura misteriosa della zingara, incarnazione dell’antica saggezza, veniva piegata alle esigenze consumistiche della cultura della stampa popolare (Zuber Mike A., Egyptian Astrologers and the Prognostic Marketplace, 2013, nel sito praeludiamicrocosmica.wordpress.com).

Uno dei primi calendari astrologici fu lo “Ziegeuner Kalender”, pubblicato nel 1676, il calendario zingaro della sedicente Sibilla Tolomea, una zingara di Alessandria d’Egitto. In realtà, dietro alla sibilla si celava il celebre astronomo tedesco Gottfried Kirch. Figlio di un calzolaio, dovette guadagnarsi da vivere con la pubblicazione di diversi calendari, finché intraprese gli studi in astronomia, costruendo diversi telescopi e strumenti ottici. Nella copertina del calendario, la sibilla Tolomea mostra gli strumenti del suo mestiere, tra cui il globo celeste e il sestante, e dei suoi prodotti: un oroscopo e i simboli comunemente usati nei calendari astrologici. Nella vignetta inferiore si succedono scene di zingare con la lunga veste e un ampio mantello in cui portano i bambini mentre leggono la mano a delle dame e a nobiluomini.

Un altro calendario astrologico, intitolato “Calendario zingaro con gli eventi, l’oroscopo e l’interpretazione della mano” di una sedicente zingara persiana, fu pubblicato nel 1675 da un anonimo astrologo tedesco sotto lo pseudonimo di Abdalla Mirsai, un sovrano del secolo XV dell’Impero timuride, che si estendeva dall’Iran all’India occidentale. Nell’incisione della copertina si scorge a sinistra un uomo in abiti orientali, presumibilmente un astrologo, che sciorina l’oroscopo a un nobile parruccone, mentre a destra una zingara circondata dai suoi bambini, legge la mano a una nobildonna. La doppia via per la conoscenza del futuro passa attraverso l’astrologia e la chiromanzia. Al centro, come per sottolineare l’esplicito riferimento agli zingari, vi è una scena con alcune donne zingare intente a far bollire una pentola di minestra e ad arrostire un maiale allo spiedo. Nella metà superiore del frontespizio vengono rappresentate le cosiddette “sette montagne” del palmo della mano, che prendono il nome dei sette pianeti, a ribadire le analogie tra astrologia e chiromanzia.

 

521kirch_zigeunerkalendar          522abdalla-mirsai_-kalender

Gottfried Kirch (alias Sibilla Tolomea di              Abdalla Mirsai, Calendario zingaro, 1675

Alessandra d’Egitto), Calendario Zingaro,

Lipsia, 1676

 

    Il Calendario di un non meglio precisato Necho del Cairo, zingaro di nascita, del 1679, rappresenta il saggio Necho del Cairo con in mano gli strumenti dell’astrologo mentre spiega i fenomeni celesti al suo servo Simplicio. La scena in basso illustra un pronostico formulato da un uomo barbuto a cavallo a un pubblico attento, mentre a destra alcune donne zingare leggono la mano a diversi clienti. 

 

523necho_kalender

Necho del Cairo, Calendario, 1679

 

Un calendario inglese dal roboante titolo “Calendario della chiromante o l’albero magico” della famosa gypsy Bridgetina De Etna fu pubblicato a Londra nel 1822 da Robert Cruikshank, noto illustratore e ritrattista. Al centro è rappresentato l’albero magico o l’oracolo dell’amore, del matrimonio e della sorte, all’ombra del quale è eretta la tenda di un accampamento zingaro. In primo piano una coppia nobiliare consulta una chiromante zingara. Ai quattro lati sono rappresentate le carte astrali. L’astrologa menzionata viene presentata come una discendente diretta della famosa Mother Bridget di Norwood, una zingara morta nel 1768, che fin da piccola amava osservare il cielo stellato nelle notti serene, acquisendo una straordinaria conoscenza dell’influsso delle stelle e della luna sul tempo meteorologico, gli umori dell’aria, le coltivazioni dei campi. I suoi consigli ai contadini e le sue previsioni in materia di guadagno, successo e amore attirarono nella foresta di Norwood, a sud di Londra, dove era insediata una numerosa comunità di gypsies, molte persone di ogni ceto sociale che andavano a consultarla (Murden, 2017).

 

524calendario_bridgetin1

Robert Cruikshank, Calendario della chiromante o l’albero magico, Londra, 1822

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bataillard Paul, Sur les anciens métallurges an Grèce, in Bulletins de la Société d’Anthropologie de Paris, 1879 3 serie, vol. 2, pp. 532-557.

Bascapè Marco, Genesi del convegno e prospettive  di ricerca in Marco Bascapè e Francesca Tasso (a cura di), Opere insigni,

e per la divotione e per il lavoro, Milano 2005.

Bruna Denis, Tsiganes premiers regrards. Craintes et fascination dans la France du Moyen Âge, Lione, 2014.

Hasse Johann Gottfried, Die Zigeuner im Herodot, Koenisberg 1803

Murden Sarah, Mrs Bridget the Norwood Gipsey, 2017 nel sito georgianera.wordpress.com.

Salsi Claudio, Una stampa di ambito lombardo in relazione con il Presepe di Trognano e alcune considerazioni iconografic 

      in Marco Bascapè e Francesca Tasso (a cura di), Opere insigni, e per la divotione e per il lavoro, Milano 2005.

Wilson Adrian e Lancaster Wilson Joyce, A Medieval Mirror, 1324–1500, Berkeley, 1985.


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *