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I Rom nell'arte

Il realismo sociale: la rappresentazione di un’esistenza marginale

12 apr , 2019  

A partire dall’Ottocento in Inghilterra si instaurò un nuovo approccio al mondo zingaro, improntato a un atteggiamento più realistico e filantropico che, superando le misure repressive del passato contro gli zingari, cercava di migliorare le loro condizioni sociali e morali con l’intento di integrarli nella società civile. Questa svolta del riformismo sociale inglese non ha paragoni e si può comprendere la sua fondamentale importanza, citando la geniale riflessione di un anonimo scrittore inglese della metà del XIX secolo, il quale sottolineava con una punta d’orgoglio nazionale che “mentre in altre parti si discuteva se gli zingari erano figli di Cus o di Caino, in Inghilterra si affrontavano i problemi sociali” (Anonimo, 1847, p. 29).

Il primo impulso al riformismo zingaro venne dato, nella prima metà del secolo, dai movimenti religiosi e dalle associazioni evangeliche della chiesa anglicana, come la Società Biblica, i quaccheri, i metodisti ecc., che con zelo missionario si impegnarono a promuovere l’emancipazione socio-economica e morale della popolazione gypsy con misure assitenziali, l’istruzione religiosa e scolastica e l’avvio a forme di lavoro regolare.

    Tra i primi illuminati filantropi vi fu John Hoyland, un pastore quacchero, che in un libro A Hsistorical Survey of the Customs, Habits and Present State of the Gypsies, pubblicato a Londra nel 1816, diede una delle prime descrizioni degli usi e costumi degli zingari inglesi, facendosi paladino dei loro bisogni materiali e della loro istruzione, specialmente dei bambini. Il pastore metodista James Crabb, soprannominato “l’avvocato degli zingari”, nel 1827 fondò a Southampton un “Comitato” per il miglioramento della condizione degli zingari e nel 1831 pubblicò a Londra un libro-denuncia The Gipsies’ Advocate; Or Observations on the Origin Character, Manners and Habits of the English Gypsies, in cui sfatava i pregiudizi circa la loro delinquenza, immoralità, inoperosità e inaffidabilità[1]. Samuel Roberts, noto come “l’avvocato dei poveri” per le numerose campagne contro la povertà e l’ingiustizia sociale del suo tempo, nel libro The Gypsies: their origin, continuance, and destination, as cleary foretold in the Prophecies of Isaiah, Jeremiah and Ezekiel, pubblicato a Londra nel 1836, manifestava vibranti accenti di cristiana carità verso la popolazione zingara.

Ma su tutti si distinse George Borrow, una eccentrica figura di poliglotta, viaggiatore, missionario e scrittore dell’Ottocento del periodo vittoriano. Nel 1832 entrò al servizio della Società Biblica Britannica di Londra e nel 1836 fu inviato in Spagna con la missione di diffondere la Bibbia. Qui venne in stretto contatto con i gitani spagnoli, imparò perfettamente il loro dialetto e per favorire la loro evangelizzazione tradusse in romani-kaló il Vangelo di San Luca (Embéo e Majaró Lucas), stampato in 500 copie nel 1837 a Badajoz. Borrow raccontò la sua esperienza nel libro The Bible in Spain (1843), una cronaca particolareggiata del suo viaggio missionario in Spagna. Fu uno dei più grandi ziganologi di ogni tempo, definito dagli stessi zingari “Romany Rye” (il Gentiluomo zingaro) per la sua familiarità, l’impegno sociale e la grande conoscenza del loro mondo. Borrow è riuscito a identificarsi con la mentalità degli zingari e a comprendere tutte le strane contraddizioni di questo paradosso vivente, che definiva “figli della Grande Madre che mescola tutte le nostre anime” (Jenkins, 1912, p. 478).

Il disegno George Borrow di Henry Seabright, illustratore di riviste e di libri per bambini del secolo scorso, ritrae l’uomo che per primo portò la Bibbia negli accampamenti zingari. In primo piano Borrow, alto e magro, dal volto imberbe ovale e dai folti capelli castani, circondato da un numeroso gruppo di uomini, donne e bambini nel loro abbigliamento pittoresco, seduto su una tinozza di legno, legge una pagina del vangelo da lui tradotto. Come lui stesso racconta, i gitani erano desiderosi di possedere una copia, poiché lo consideravano un talismano che portava fortuna nelle loro spedizioni ladresche!

Una stessa scena, meno pittoresca ma dalla valenza più religiosa, è rappresentata nel disegno Borrow mentre legge la Bibbia agli zingari di Clive Uptton, pittore di paesaggi, illustratore di riviste e fumettista politico, contemporaneo di Seabright. Il giovane Borrow si intrattiene con una famiglia di gitani seduti sul prato, davanti a una caverna, che allude alle cuevas del Sacromonte di Granada.

 

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Henry Seabright, George Borrow,                 Clive Uptton, Borrow mentre legge la Bibbia agli zingari,

anni ’60 del XX secolo                                         anni ’60 del XX secolo

 

Tra le grandi personalità  che mostrarono interesse e simpatia verso questa minoranza emarginata si registra la regina Vittoria, sovrana d’Inghilterra dal 1837 al 1901. Influenzata dalle idee progressiste del tempo e colpita dalla lettura del libro di Crabb, visse una straordinaria esperienza di un incontro casuale con un gruppo di zingari, che racconta nelle pagine del suo diario. Nel dicembre del 1836, quando era ancora principessa, durante una vacanza nella residenza reale di Claremont vicino a Esher, sobborgo periferico di Londra, in una delle solite passeggiate in compagnia delle sue damigelle si imbatté in un gruppo di zingari del clan dei Cooper e dei Lees, accampati in piccole tende circolari ai bordi della “Portsmouth Road”, la strada principale che unisce Londra con Portsmouth. Una giovane ragazza le si rivolse per leggerle la mano, chiedendo una moneta per la sua povera madre, che era molto malata. La principessa commossa chiese di essere condotta dalla povera donna e la trovò distesa su un letto in condizioni pietose. Dopo aver fatto una generosa donazione, si accomiatò con il suo seguito. Il giorno dopo, nonostante piovesse, la caritatevole pincipessa si recò nuovamente all’accampamento zingaro con un servitore portando coperte, vestiti e cibo (Windsor and Eton Express, 25 Novembre, 1837).

In uno degli acquarelli che la stessa principessa realizzò per ricordare l’avvenimento Donna e bambini zingari vicino a Claremont, 1836, Royal Collection Trust di Londra, sono ritratti alcuni membri di quella comunità gypsy, che con sensibilità femminile lei definisce “l’ornamento principale della Portsmouth Road”. E’ raffigurata una giovane ragazza, di nome Sarah Cooper, “con i capelli corvini che increspano disordinatamente sul suo bel viso, e un sudicio mantello verde scuro appeso a un lato delle sue spalle, con un intero sciame di bambini che brulica intorno a lei, con capelli scuri arruffati e vestiti scuri” (Murden, 2016).

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Regina Vittoria, Donna e bambini zingari vicino a Claremont, dicembre 1836, Londra, Royal Collection Trust

        Numerosi artisti parteciparono a questo rinnovato clima sociale, dando prova di una nuova e umana sensibilità. Come ha osservato David Mayall, “non c’era più tempo per le immagini romantiche e poetiche di nomadi rurali innocenti in comunione con la natura” (Matthews, 2008, p. 130), ma c’era bisogno di un realismo descrittivo e psicologico degli zingari, colti nella loro sofferta quotidianità, per favorire una loro immagine umana e far cadere i preconcetti nei loro confronti.    Un bozzetto Zingari vicino a Bromford Forge di Joseph Barber, pittore paesaggista della Scuola di Birmingham, 1807, ritrae alcune scene di una comunità di zingari accampati vicino a Bromford Forge, un profondo strato di rifiuti di una fornace di Bromford, una zona industriale di Birmingham. Al riparo di misere tende benders, le donne fanno da mangiare, lavano e stendono la biancheria, mentre gli uomini fanno piccoli lavoretti artigianali davanti a un rudimentale kettle-prop, su cui bolle la pentola della minestra.

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Joseph Barber, Zingari accampati nei pressi di Bromford Forge,1807

    Nel dipinto Gypsies nella brughiera di Thomas Barker, conosciuto anche come Barker di Bath, noto per i paesaggi rurali e le scene di vita zingara, datato 1810-1815 e conservato nel Philadelphia Museum of Arts di Filadelfia, sotto un cielo carico di nuvole scure, zingari senza fissa dimora abbandonano un misero tugurio di rocce e si incamminano a piedi verso una landa tetra e desolata. Un’anziana donna, con in mano un bastone e nell’altra un tubo di fumo di argilla, guida un asino cavalcato da una giovane donna stanca e scarmigliata. Dietro di loro viene una giovane madre piegata sotto il peso di un bambino che porta in braccio e un altro avvolto in una sacca, che volge lo sguardo supplichevole verso lo spettatore, mentre un altro bambino cammina al suo fianco. L’intera scena, di una pena indicibile, induce a pietà e, probabilmente, a buoni propositi verso una popolazione segnata dalla rassegnazione e dalla solitudine.

    L’acquarello Madre e figli di Octavius Oakley, che si meritò il soprannome di “Gypsy Oakley” per le numerose opere dedicate agli zingari, 1866, collezione privata, mostra il ritratto melanconico di una giovane madre, seduta su un tronco, con le sue due figlie che le assomigliano come gocce d’acqua, di cui una reca in mano una forcina per capelli, vicino alla tenda, sullo sfondo di un lussureggiante bosco e alla luce tiepida del sole che tramonta.

 

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Thomas Barker, Gypsies nella brughiera, 1810-1815              Octavius ​​Oakley, Madre e figli, 1866,

Philadelphia, Museum of Arts                                                       collezione privata

 

Nella seconda metà del XIX secolo un’importante opera sociale fu svolta dalle riviste illustrate che, proponendo una raffigurazione lontana dall’idea romantica e stereotipata, diede vita a una campagna di sensibilizzazione contro i mali della società vittoriana, a favore delle categorie dei poveri, disoccupati, senzatetto e zingari. Tra queste riviste si distinse il settimanale illustrato The Graphics, fondato nel 1869 da William Luson Thomas, riformatore sociale amico di Charles Dickens, che confidava “nel potere delle immagini visive per cambiare l’opinione pubblica su temi come la povertà e l’ingiustizia”. Tra i brillanti artisti da lui reclutati vi fu Hubert von Herkomer, pittore, incisore e grafico tedesco naturalizzato inglese. Nel disegno Donna zingara con bambino, 1870, una madre con i capelli neri arruffati, l’ampia camicia e la lunga gonna guarda con tenerezza il bambino che porta in una fascia a tracolla, la tradizionale paramenka.

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 Hubert von Herkomer, Donna zingara  con bambino, 1870

 

Ancora più pregnante è la Zingara con il suo bambino di August von Pettenkofen, pittore austriaco, che fu fortemente attratto dal fascino degli zingari ungheresi, metà XIX secolo. In primo piano una giovane madre, dal viso triste e malinconico, con una camicia sbrindellata aperta sul seno, cammina a piedi nudi nella puszta ungherese, mentre allatta un bambino, accompagnata da una bambina seminuda, aggrappata alla sua gonna. E’ l’espressione di una maternità sofferta, in cui si condensano tutte le sofferenze di una vita di stenti, in mezzo all’ostilità della gente e alla mercé degli elementi della natura.

Nel dipinto Zingara con il suo bambino nella brughiera di Hans Smidth, pittore danese attento alle problematiche delle persone povere e di strada, seconda metà del XIX secolo, conservato nello Statens Museum for Kunst di Copenaghen, il crudo realismo si coniuga con la pittura romantica. Una giovane zingara, avvolta in un rozzo mantello e con la testa coperta da un grande scialle, sola con il suo bambino in braccio e il fagotto in mano si avvia sul far della sera verso casa attraverso l’ampia brughiera dello Jutland. La tonalità opaca della luce, in sintonia con i colori terrosi del paesaggio, e le sfumature patetiche del viso della donna conferiscono alla scena una nota di enfasi melodrammatica, se non addirittura tragica, che rimanda a secoli di discriminazione e persecuzione.

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August von Pettenkofen, Zingara                Hans Smidth , Zingara con il suo bambino

 con il suo bambino,  metà XIX secolo        nella brughiera, seconda metà XIX secolo,

                                                                             Copenaghen, Statens Museum for Kunst

 

L’incisione La famiglia zingara (quattro generazioni) di Henry Anelay, tratta dal periodico inglese “The British Workman’ del settembre 1863, ritrae un’autentica famiglia zingara, che aveva posato per il fotografo R. Fisher, insediata a Kensington Potteries, un quartiere di Londra così denominato dai forni per la produzione di mattoni e vasi di terracotta. In una radura del bosco sorge una baracca, ricavata da un furgone pubblicitario per il teatro di Astley di Londra, che è stato adattato ad alloggio e completato con un portico, sorretto da pali di legno e coperto da flessibili canne di nocciòlo e tela catramata. Al centro campeggia la figura del più anziano del gruppo, i cui discendenti ammontavano a una cinquantina. In piedi, dal comportamento fiero, con la lunga barba bianca, vestito di fustagno e con un panciotto felpato, tiene una mano in tasca e regge sotto il braccio un fascio di vimini. In primo piano due uomini lavorano il vimine, confezionando cesti e portaoggetti, tra bambini sorridenti. A sinistra un giovane, seduto per terra, sta impagliando una sedia, mentre due donne, di cui una porta un cesto di fiori, conversano amabilmente. In fondo a destra una nonna tiene in braccio l’ultima nata della famiglia, mentre la madre in ginocchio agita le braccia per suscitare il suo sorriso.

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Henry Anelay, La famiglia zingara (quattro generazioni), 1863

        Nell’Inghilterra tardo-vittoriana si distinse per la sua azione riformatrice George Smith di Coalville. Dopo essersi interessato alle condizioni delle famiglie che vivevano sui canali e i fiumi navigabili, in pessime condizioni igieniche, in sovraffollamento e promiscuità, facendo approvare dal Parlamento inglese nel 1877 una legge specifica, il Canal Boats Act, volse la sua attenzione agli zingari. Smith faceva continue visite ai loro campi, portando opuscoli illustrati, arance, confetture e dolci per i bambini e tabacco per gli adulti.

    In polemica con gli scrittori romantici, colpevoli di presentare un’immagine falsa della vita degli zingari, e critico con l’evangelismo zingaro, che si basava sul volontariato e su vaghi sentimenti di pietà, egli auspicava l’intervento statale a favore degli zingari, specialmente dei bambini. Propose un progetto di legge che prevedeva la registrazione delle roulottes, norme per la prevenzione delle malattie infettive, il sovraffollamento e la promiscuità, e la scolarizzazione dei bambini almeno nei mesi invernali sotto la direzione di maestri qualificati. Nonostante i suoi continui sforzi, il progetto fu respinto dal Parlamento inglese.    Smith poté contare sull’appoggio delle riviste illustrate, in particolare del “The Illustrated London News”, che facevano da cassa di risonanza delle sue idee filantropiche con un’intelligente campagna propagandistica, che con immagini commoventi appassionava il pubblico, che di puntata in puntata, come in una telenovela, seguiva gli sviluppi e gli aggiornamenti.

    L’incisione Accampamento zingaro vicino a Latimer-Road, Notting-Hill di William Heysman Overend, apparsa sul “The Illustrated London News” del novembre 1879, mostra George Smith che visita un accampamento vicino a Latimer Road, a Notting Hill, nei pressi di Londra. Mentre alcuni bambini si affacciano alla porta di uno dei primi carrozzoni Reading, il benefattore Smith, con gli occhiali, un cappello in testa e l’ombrello sotto il braccio, offre dei dolci ad altri bambini, mentre la loro madre stende il bucato su una corda.

L’illustrazione, Smith tra i bambini zingari di William Heysman Overend, 1880, ritrae l’”Amico dei bambini”, come veniva chiamato Smith, con il cappotto e il cappello in testa, seduto davanti a una misera tenda, nell’atto di donare un uovo a un ragazzo zingaro, a piedi nudi, con i capelli arruffati, gli abiti rattoppati con in mano un ramoscello, simbolo della sua vita silvestre nei boschi, lontano dai banchi della scuola, in una scena di effetto che richiama “Valentino”, il povero contadinello della celebre poesia del Pascoli.

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William Heysman Overend, Accampamento zingaro           William Heysman Overend, Smith tra i bambini

vicino a  Latimer-Road, Notting-Hill, 1879                              zingari, 1880

 

Se Smith riscosse un enorme successo e popolarità presso il pubblico inglese, dovette però subire le critiche di un gruppo di ziganologi della “Gypsy Lore Society”, un’associazione fondata nel 1888 con  lo scopo di studiare e approfondire i vari aspetti della cultura zingara. I gypsyloristi, specialmente Francis Groome, gli rimproveravano di essere esagerato nella sua analisi e di tentare di annullare la loro tradizione culturale. In effetti Smith, per rendere più incisiva e necessaria l’azione sociale, era incline a mostrare gli zingari nel peggior modo possibile, con una serie di affermazioni paradossali, che li dipingevano come i selvaggi sudafricani “al limite della barbarie” o dicendo che “vivono come maiali e muoiono come cani” (Jodie Matthews, Reading the Victorian Gypsy, Cardiff, 2008, p. 130). I membri della “Gypsy Lore Society”, invece, esaltarono il mito del vero zingaro, la cui identità culturale doveva essere preservata a tutti i costi, ritenendo che l’assimilazione e l’imposizione della cultura sedentaria era da evitarsi assolutamente.

Anche i gypsyloristi visitavano gli accampamenti degli zingari e contribuivano alle loro esigenze materiali con elargizioni pecuniarie, cibo, tabacco, tè e regali. Leland coinvolgeva i suoi interlocutori nella sua indagine linguistica leggendo a voce alta da un dizionario di lingua hindi, promettendo loro uno scellino per ogni parola che individuavano. In occasione del matrimonio delle giovani e povere fanciulle zingare, offrivano regali, come vestiti, bicchieri, lenzuola. Un vecchio colonnello, che frequentava gli zingari della New Forest, a sud-ovest di Londra, ebbe l’idea di regalare a una ragazza che si doveva sposare un anello nuziale d’oro per indurla a contrarre un matrimonio religioso. Ben presto vi furono altre due o tre ragazze che dichiararono di essere in procinto di sposarsi, riuscendo ad ottenere un anello d’oro e a rimanere ancora nubili.

Nell’incisione Dono di nozze a una ragazza zingara di un artista anonimo inglese, 1885, un filantropo londinese, con il pastrano e il cappello, visita un accampamento zingaro e porge una grande tazza di ceramica a una ragazza seduta sull’entrata della sua misera tenda, offrendola come regalo nuziale. Il disegno dimostra come questa pratica fosse frequente e non fosse dettata da motivi assistenziali ma religiosi, come indica la guglia della chiesa sullo sfondo a destra.

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Anonimo inglese, Dono di nozze a una ragazza zingara, 1885

    Nonostante il diverso approccio, gli etnografi e i filantropi si trovavano d’accordo nella lotta alle discriminazioni e vessazioni contro gli zingari e nella promozione di atteggiamenti più umani e di provvedimenti riformisti nei loro confronti (Turrini, 2007, p. 90). Entrambi svolsero un importante ruolo nel rendere di attualità il dibattito sulla questione zingara, al quale partecipò anche la produzione artistica dell’epoca tardo-vittoriana. Uno degli esempi più significativi è il dipinto Il Buon Samaritano di William Small, pittore e illustratore scozzese che si dedicò principalmente alla rappresentazione delle sofferenze dei poveri, datato 1898 e conservato nel Arts and Museums Service di Leicester. Un medico, dopo essersi fatto accompagnare in un accampamento zingaro in calesse da un cocchiere che attende nella radura, esamina una bambina in braccio alla madre davanti alla misera tenda. Il padre, in piedi di lato, osserva con apprensione la scena, mentre con un tenero gesto della mano nasconde la vista a due altre sue figlie, una con in braccio una bambola e l’altra, più piccola, tiene  un dito in bocca, con le lacrime agli occhi. Possiamo scorgere in questa tenera scena, attraverso la figura umanitaria del medico, le attenzioni filantropiche della società inglese per la salute e il benessere dei bambini zingari.

L’incisione Censimento in un accampamento zingaro di Phil Ebbutt, grafico e illustratore di libri, 1901, è una civile testimonianza dello “status” di normali cittadini, riconosciuto alla minoranza nomade dei gypsies inglesi. Un uomo barbuto con impermeabile, cappello a bombetta, nel tardo pomeriggio di un giorno primaverile (13 aprile 1901), si appresta a prendere nota con una penna e un registro dei componenti di un nucleo familiare di zingari riuniti davanti alle loro tende. A differenza dei censimenti di “rom, sinti e caminanti”, che si effettuano al giorno d’oggi su base etnica e con intenti razzisti e demagogici, questo censimento dell’età vittoriana è una sorta di rilevamento sociale delle condizioni di vita degli zingari, come mostra il rilievo dato all’attività di fabbricanti di scopette e spazzole e l’atteggiamento benevolo del funzionario verso la bambina seduta per terra accanto al padre, a cui si rivolge per interrogarla.

Small, William, 1843-1931; The Good Samaritan     01A6B6AA

William Small, Il Buon Samaritano, 1898,                       Phil Ebbutt, Censimento in un accampamento

Leicester, Arts and Museums Service                                zingaro, 1901

 

Anche in Francia, sebbene in misura minore e non in modo così eclatante come in Inghilterra, vi furono personalità che hanno avuto un’incidenza sociale nel propagandare nell’opinione pubblica un’immagine positiva degli zingari e risollevare le loro misere condizioni socio-economiche.

All’inizio dell’Ottocento il barone François Jaubert de Passa, ingegnere e idrologo francese, figura di alto profilo morale e di impegno sociale, sintetizzava così le sue idee progressiste nelle righe introduttive del suo saggio sui gitani spagnoli, che meritano di essere riportate integralmente per la loro grande attualità: “Un popolo proscritto e condannato dall’opinione pubblica e dalle leggi allo stigma e all’ignominia, respinto da tutte le professioni liberali, privato da numerosi secoli dal diritto di possedere  beni immobili e di disporre di altre proprietà nello stesso modo e con la stessa sicurezza delle persone che li perseguono; che, sottomesso a un regime di leggi speciali e severe, sa obbedire e conservare ancora una sorta di indipendenza; che porta nel culto cattolico tutti i segni esteriori e tutte le pratiche di una devozione stravagante, e tuttavia, è stata a lungo e ancora a volte è proscritto, in nome di quello stesso culto che io accuso di tutti gli eccessi, di tutti i crimini della barbarie e di tutti i difetti della civiltà; che, nonostante il disprezzo che ispira, l’odio che gli si porta, la prevenzione con la quale lo si accoglie, resiste a questo disprezzo, a questo odio, a queste leggi e a tutte le cause, infine, che devono dividere, dissolvere e annientare le famiglie, le razze e le nazioni; questo popolo merita ciò che le persone meritano, per il solo fatto della sua esistenza, l’attenzione dell’osservatore e l’esame delle cause che l’hanno fatto, per così dire, sopravvivere a sé stesso. Diventa una sorta  di problema  di cui la soluzione è degna della storia” (Jaubert de Passa, 1827, p. 289).

Verso la metà del secolo si registra l’attività di scrittori e intellettuali romantici, che esaltano i valori naturali e la vita libera degli zingari, come Théophile Gautier, scrittore e poeta di larghe vedute anche lui attratto dai gitani di Spagna, il poeta e musicista Pierre-Jean de Béranger, il grande Charles Baudelaire, teorico del bohemianismo, il culto del libero vagabondaggio, e Prosper Mérimée, grande conoscitore della cultura dei gitani, autore della celebre novella Carmen, pubblicata nel 1845, da cui fu tratta l’opera lirica “Carmen” del musicista Georges Bizet.

Mérimée fu anche un discreto pittore paesaggista e nel disegno Interno di una capanna di zingari nella foresta di Bitche, 1845, abbozza una rappresentazione, carica di umanità e sentimentalismo, di una famiglia di sinti, insediati nel Bitscherland, una regione della Lorena intorno alla cittadina di Bitche, un luogo privilegiato di insediamento fin dai primi anni della loro apparizione, che offriva loro un sicuro rifugio, grazie alle vaste foreste e i rilievi poco elevati, ricchi di anfratti e caverne, e zona di confine con la Germania, che permetteva la possibilità di sortite in caso di pericolo (Lichty, 2008).  Si vede un povero tugurio squallido e senza arredi, sulle cui pareti sono appesi alcuni strumenti musicali, segni della professione di musicista del capofamiglia, che riposa su un umile pagliericcio, accanto a una donna anziana seduta per terra contro la parete. In primo piano a sinistra, una madre con quattro bambini a piedi nudi, miseramente vestiti, i capelli neri e arruffati, i volti allungati che accentuano lo stato di prostrazione, gli sguardi tristi nel vuoto.

L’incisione Manouches alle porte di Parigi di anonimo francese, 1872, è un’interessante immagine che documenta la fase di immigrazione di numerose famiglie manouches e sinte, provenienti dalle regioni renane, specialmente dall’Alsazia e dalla Lorena, che ha interessato la capitale francese nella seconda metà del XIX secolo. Una famiglia estesa di manouches si è sistemata in modo stabile in una via appartata, a ridosso di un muro di cinta. A destra vi è un carrozzone sgangherato, all’interno del quale una famiglia seduta guarda fuori con espressione interrogativa verso lo spettatore, mentre una bambina con una gonna, una mantellina e un cappuccio sta in piedi sulla scaletta di legno, tra secchi, pentole e panni stesi ad asciugare. A sinistra una baracca, ricavata da un carrozzone dismesso a cui sono state tolte le ruote, sulla cui porta siede un uomo con in mano un oggetto, forse una pipa, e davanti alla quale ragazzo sta modellando un pezzo di legno con un martello e uno scalpello.

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Prosper Mérimée, Interno di una capanna di zingari    Anonimo francese, Manouches alle porte di Parigi, 1872

nella foresta di Bitche, 1845, collezione privata

 

A cavallo del XIX secolo l’apostolato presso gli zingari, uno dei cavalli di battaglia del filantropismo inglese, si diffuse anche in altri paesi. In Francia si distinse Eugenie Bonnefois, figlia di un maestro elementare di Dardilly, presso Lione, che insofferente della routine quotidiana, si diede a un’esistenza girovaga, allestendo spettacoli di marionette. La piccola Eugenia visse a contatto con l’ambiente di vita dello spettacolo viaggiante. Una volta adulta, volle dedicare tutte le sue energie all’elevazione morale e culturale di questo mondo lasciato a sé stesso e decise di fondare una scuola per i bambini dei giostrai e dei circensi. Nel disegno Mademoiselle Bonnefois mentre fa scuola ai piccoli giostrai di M. Loevy, tratto dalla copertina della rivista illustrata “Soleil du dimanche” del 2 dicembere 1897, vediamo l’eroina della carità in un’area fieristica che intrattiene i suoi piccoli scolari, impartendo loro i rudimenti dell’istruzione scolastica.

Un’altra iniziativa interessante fu quella all’inizio del XX secolo del sacerdote spagnolo don Andrés Manjón– meglio conosciuto come “il Padre Manjón” – , che istituì le Scuole dell’Ave Maria per dare un’istruzione scolastica e religiosa ai bambini gitani del Sacromonte di Granda. In un disegno dell’illustratore Gignoux, 1923, vediamo padre Manjón in groppa a un ronzino, accolto festosamente dai bambini e dalle famiglie gitane delle cuevas, le abitazioni scavate nella roccia della montagna, sullo sfondo dell’Alhambra. Il metodo che Manjon adottò era piuttosto innovativo per l’epoca, faceva lezioni all’aria aperta, seguendo l’esigenza espressa dai bambini, insegnava la grammatica ballando con le nacchere e la geografia con plastici in rilievo ricavati dalla sabbia. Questa esperienza, nonostante non abbia avuto grande successo per l’incostanza, l’irrequietezza e gli impegni dei bambini per aiutare il sostentamento della famiglia, si trattò di un primo tentativo di creare una scuola che si adattasse a questo tipo di allievi (Baldasso, 2010).

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M. Loury, Mademoiselle Bonnefois                  Gignoux,  Il P. Andrès Manjon visita

mentre fa scuola ai piccoli giostrai, 1897        i gitani di di Granada, 1923

 

Nel XX secolo numerosi artisti, appartenenti a movimenti quali l’espressionismo e il simbolismo, espressero opere di denuncia sociale a favore degli zingari, come i pittori espressionisti tedeschi Otto Mueller e Otto Pankok, di cui parleremo in un capitolo successivo, dedicato all’”arte degenerata”.

Il disegno Zingara con bambini di Alfred Kubin, pittore e illustratore austriaco rappresentante dell’espressionismo, datato 1935 circa e conservato nell’Oberösterreichisches Landesmuseum di Linz, coglie un aspetto drammatico del mondo zingaro. In un paesaggio cupo e spettrale, dove volano corvi neri, una madre dal volto smarrito, con un neonato rannicchiato tra le sue braccia e un altro bambino, terrorizzato e urlante di paura, tenuto per mano, cammina non si sa verso quale meta, in una disperazione senza tempo e senza speranza (Spada, Farruggia, Cossetto, 2006, pp 54-55).

Nel disegno Famiglia zingara in Severinstraße a Colonia, il pittore e disegnatore impressionista di Colonia Heinz Kroh, che prese ispirazione dalla rappresentazione di gruppi marginali della grande metropoli tedesca, come ebrei e zingari, rappresenta la dura e solitaria vita dello zingaro vagabondo.

Un uomo con la barba lunga e un cappello in testa, con un fagotto sulle spalle e le ginocchia piegate dalla fatica del viaggio, e una donna con una grande borsa al braccio e un bambino sulle spalle, camminano  in un paesaggio indefinito di linee scure di matita, volgendo lo sguardo verso lo spettatore con occhi allucinati e con labbra appena aperte in un accemno di rimprovero (Opfermann, 2012, p.9-10).

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Alfred Kubin, Zingara con bambini,              Heinz Kroh, Famiglia zingara

1935 circa,  Linz,                                                in Severinstraße a Colonia, metà XX sec.

Oberösterreichisches Landesmuseum

 

Infine il dipinto Famiglia zingara di Mila Doleželová, una pittrice ceca che durante la sua infanzia crebbe tra i bambini rom per le strade di Prostejov in Moravia, 1970 circa, Museo della cultura romanì di Brno. Innamorata dei Rom e del loro mondo, negli anni ’50, dopo aver studiato alla scuola grafica, si è appassionata al tema dei Rom e nel giro di due decenni ha creato oltre 600 dipinti che hanno catturato le loro abitudini, le feste, i matrimoni e i funerali. Come Paul Gauguin ha cercato un’evasione in un altro mondo, semplice e naturale, ma a differenza di Gauguin che l’ha trovata a Tahiti tra i nativi, Mila Doleželová l’ha riscoperta tra i Rom nel proprio quartiere, nella sua via, accanto alla porta della sua casa. Nel dipinto colpiscono i grandi occhi neri e gli sguardi espressivi, un po’ mesti, indice di un’esistenza dura, ma fieri e sereni e gli intensi colori dei vestiti che scivolano sulla tela e si fondono a indicare l’unità di questa famiglia, raccolta attorno alla madre e al padre, con i piedi nudi appoggiati sulla nuda terra, sullo sfondo sfondo di un cielo verde- azzurro fluttuante come la loro vita mai ferma, in cui splende uno spicchio di sole, simbolo di speranza (http://kultura.zpravy.idnes.cz/svet-romu-ocima-dolezelove-intenzivni-zazitek-uprimnost-a-smireni).

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 Mila Doleželová, Famiglia zingara, 1970 circa, Brno, Museo della Cultura Romaní

        E’ paradossale che in passato i Rom abbiano potuto contare sull’azione di personalità che si sono occupate con dedizione e sacrificio alle loro condizioni economiche, all’istruzione scolastica, all’abbattimento di barriere etniche, mentre oggi in uno stato di diritto, che riserva attenzione a tutti gli strati sociali della popolazione, gli zingari sono oggetto non solo di sommo disinteresse delle istituzioni pubbliche, ma di sgomberi selvaggi, di campagne ziganofobe e denigratorie, di pogrom razzisti. Lo stesso paradosso che denunciava già due secoli fa il barone François Jaubert de Passa.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

  

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https://orybal.wordpress.com/2010/09/05/la-mia-tesi-di-laurea-gli-zingari-in-europa-dal-loro-arrivo-all800/.

http://kultura.zpravy.idnes.cz/svet-romu-ocima-dolezelove-intenzivni-zazitek-uprimnost-a-smireni.

Jenkins Herbert, The life of George Borrow, Londra, 1912.

Jaubert de Passa François, Essai historique sur les Gitanos in Nouvelles annales des voyages, Parigi, 33 (2a serie, vol. 3), 1827 tomo III p. 289- 362 a pag. 289.

Lichty Lilly, Les Bohémiens in lichtydiedendorf, 2008.

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Spada Silvia, Farruggia Elena, Cossetto Milena, L’ immagine degli zingari nel tempo, U baro drom n. 3, 2006.

Turrini Mauro, Nascita di un sapere razziale. La ziganologia nell’Inghilterra tardo-vittoriana tra esotismo, filantropismo e governo delle razze, in Scienza & Politica, n. 36 (2007) p. 75-93.

Windsor and Eton Express, 25 Novembre, 1837.

 

[1] Crabbs decise di dedicarsi alla causa zingara in seguito a un episodio di ingiustizia e discriminazione nei confronti di uno zingaro. Durante un processo al tribunale di Winchester nel marzo 1827, Guglielmo Proudly – questo era il suo nome-, accusato del furto di un cavallo, fu condannato a morte (la barbara legge che prevedeva la pena di morte per il furto di un cavallo fu soppressa in Inghilterra solo nel 1837), mentre il suo complice gorgio (non-zingaro) fu graziato, con

la motivazione che lo zingaro non meritava la grazia, essendo per natura irrecuperabile e passibile di recidiva.


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