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Storia

I Rom in Italia

3 dic , 2015  

I ROM IN ITALIA

 

I primi “zingari” arrivarono in Italia nel 1422 provenienti dall’Ungheria. Avevano risalito il corso del Danubio fino in Austria, poi erano discesi nel nostro paese attraverso il Brennero se­guendo la via che i pellegrini del nord usavano per recarsi a Venezia e imbarcarsi verso la Terra santa.

Apparvero con il loro pittoresco aspetto a Bologna nel mese di luglio dell’anno 1422. Erano una banda di centoventi individui accompagnati da muli, cani, cavalli e guidati dal sedicente duca Andrea: gli uomini dai visi scuri, incorniciati da capelli lunghi e crespi e da una folta barba incolta; le donne dai lunghi capelli corvini, adorne di ornamenti e di monili preziosi, con ampie vesti che giungevano fino ai piedi e a tracolla una rozza coperta nella quale avvolgevano i neonati. Dicevano di compiere un viaggio penitenziale per aver rinnegato la fede cristiana e di recarsi a Roma dal papa Martino V per ottenere il suo perdono1. In realtà fuggivano verso occidente sotto l’incalzare dell’avanzata dei Turchi Ottomani nella penisola balcanica.

Da allora numerosi altri gruppi di “cingani” o “egiziani”, come vengono chiamati nelle cronache, fanno la loro comparsa in varie parti d’Italia: nel 1430 a Fermo; verso il 1435 a Napoli; nel 1454 a Milano; e poi nel modenese, in Piemonte, nelle Marche. Si dichiarano pellegrini; esibiscono passaporti, salvacondotti imperiali o lettere papali di raccomandazione che permettono loro di circolare liberamente; ricevono in elemosina quantità di viveri, vesti e denaro; si guadagnano da vivere con il commercio dei cavalli, la lettura della mano, la musica, espedienti vari.

A partire dal XVI secolo questi nomadi, che costituiscono oggi l’importante gruppo dei Sinti, cominciarono a limitare i loro movimenti, insediandosi in zone determinate e circoscritte, corrispondenti per lo più alle regioni o ai vari staterelli in cui era divisa l’Italia: cosa che è rima­sta nella denominazione dei vari sottogruppi, definiti in base a un criterio territoriale: Sinti Piemontesi, Lombardi, Veneti, Marchigiani, ecc.2

A questa prima ondata da nord ne fece seguito un’altra da sud-est, nella seconda metà del XV secolo. Questi nuovi gruppi, che costituiscono la grande famiglia dei Rom meridionali, arrivarono dai Balcani meridio­nali via mare (lo proverebbe la mancanza, nella loro lingua, di prestiti slavi e tedeschi) forse al seguito dei profughi croati, greci e arberëshe (gli attuali italo-albanesi), che fuggivano dalle regioni che cadevano man mano sotto il dominio turco. E’ probabile che diversi gruppi giungessero fino a Venezia, soprattutto dalle coste iugoslave e dalle isole greche (a Corfù fin dal 1346 vi era un “Feudo di Zingari”) a bordo delle navi della Serenissima. Uno zingaro giunto in Francia nel 1460 raccontava, infatti, di essere sbarcato anni prima nel porto di Venezia 3.

Questo movimento, iniziato probabilmente verso la metà del secolo, andò intensificandosi tra il 1467, anno dell’occupazione ottomana dell’Albania dopo che era cessata l’eroica resistenza di Giorgio Skanderbeg, e il 1499 con la caduta di Lepanto, Corone e Modone, dove sappiamo vivevano grosse comunità di Zingari.

Dalle coste adriatiche e ioniche gli Zingari si propagarono all’interno e nel resto del sud, finendo per insediarsi in regioni circoscritte, corrispondenti alla mappa dei mercati e delle fiere e all’area di esercizio delle loro professioni, come il commercio dei cavalli, la lavorazione dei metalli, la chiromanzia: fatto questo che portò alla differenziazione dei Rom meridionali in diversi sottogruppi: Rom Abruzzesi, Rom Napoletani, Rom Celentani (del Cilento in Campania), Rom Calabresi, ecc.

Questo panorama insediativo rimase pressoché inalterato per secoli favorito, come si è detto, dalla suddivisione della nostra penisola in staterelli indipendenti. A parte alcuni piccoli spostamenti interni, come i movimenti stagionali di Rom meridionali verso il centro o gli scambi di Sinti della Savoia con la Francia sud-orientale, l’Italia non fu interessata da alcuna migrazione. Solo alla fine del secolo XIX, quando l’Italia fresca di Unità si accingeva a porre le basi dello stato moderno, la situazione fu modi­ficata da nuovi arrivi, così che negli ultimi cento anni si assiste all’avvicendarsi di gruppi nuovi e diversi.

    Verso la fine del XIX secolo vi fu l’arrivo dei cosiddetti Rom vlax o danubiani: Kal­deraš, Lovara, Čurara. Si tratta di gruppi originari dei principati rumeni di Moldavia e Valacchia, dove la maggior parte di loro erano stati ridotti in schiavitù dai signori locali. Emancipati verso la metà del secolo, migrarono a frotte in Ungheria e in Serbia e da lì in Italia e negli altri stati occidentali.

Agli inizi del ‘900 vi fu l’arrivo di piccoli gruppi di Sinti Gačkane della Selva Nera, che nel 1870 in seguito alla guerra franco-prussiana e alla cessione dell’Alsazia alla Germania erano migrati in territorio francese e quindi nel nostro paese.

Alla fine della prima guerra mondiale, con la scomparsa dell’Impero Austro-Ungarico e l’annessione all’Italia dei territori “redenti” (Trentino, Alto Adige, Friuli, Istria), numerosi gruppi zingari insediati in quelle regioni si ritrovarono automaticamente in territorio italia­no. Si tratta dei Rom Harvati (o croati), Rom Istriani, Rom Sloveni, Sinti Estrekharia (del Tirolo), Sinti Krantiké (della Carinzia), Sinti Gačkane (o germanici), Sinti Kranarja (della Carnia in Friuli), Sinti Krassarja (o carsici).

Durante la seconda guerra mondiale vi fu un’altra migrazione di popolazioni rom della Croazia e della Slovenia, che fuggirono in Italia per evitare i massacri degli u­stascia di Ante Pavelic o che furono rastrellate e deportate nei campi di concentramento italiani. Popolazioni che andarono ad aggiungersi al ceppo già stanziato da tempo.

Dopo la seconda mondiale e in particolare a partire dagli anni ‘60, caratterizzati dallo sviluppo industriale e dal “miracolo economico”, il flusso migratorio andò intensificandosi. All’interno assistiamo allo spostamento di Rom dell’Italia meridionale -soprattutto Rom Abruzzesi- verso il Lazio e le zone più ricche del nord, alla ricerca di nuove risorse e di sicuri sbocchi economici. Dall’estero abbiamo l’immigrazione di Rom Lovara dalla Polonia e una grande ondata di Rom slavi: Rom Xoraxané, Rom Kanjarja, Rudari, Gurbéti.

Recentemente lo scoppio della guerra nella ex-Jugoslavia il 1 giugno 1991 ha alimentato continue fughe di profughi appartenenti alle etnie dei Xoraxané, dei Kanjarja e degli Arlija.

Difficile fare cifre. Si calcola che i Rom attualmente in Italia siano circa 110.000 (il 2 per mille dell’intera popolazione italiana), di cui 50% sedentari, 30% nomadi e 20% appartenenti alle ondate migratorie dalla ex Iugoslavia. La maggior parte (70.000 circa) sono cittadini italiani, il resto sono cittadini della Comunità Europea (francesi e spagnoli) o cittadini extracomunitari (soprattutto iugoslavi).

Ma se una classificazione va fatta, questa non deve tanto basarsi su elementi giuridici e nemmeno sulle fasi del popolamento (che hanno importanza semmai in funzione di una maggiore o minore acculturazione), quanto invece tener conto antropologicamente delle aggregazioni etnico-linguistiche. Il criterio di identificazione etnica non si basa sul territorio geografico in cui insistono i vari gruppi, ma sugli elementi culturali (lingua e norme sociali) condivisi dai membri del gruppo. Esiste infatti una affinità e identità culturale tra tutti i Lovara e i Kalderaš di origine rumeno-ungherese sia che abbiano cittadinanza italiana o francese o spagnola; mentre regna la più assoluta freddezza e a volte ostilità di rapporti tra Rom Harvati e Rom Abruzzesi, cittadini italiani gli uni e gli altri.

Sulla base di queste osservazioni possiamo suddividere i Rom presenti oggi in Italia in una decina di gruppi.

Innanzitutto i Sinti (nome di origi­ne indiana riconducibile alla pianura pakistana del Sind): sono i primi venuti, gli “zingari” di antica immigrazione e quelli delle zone tedescofone divenuti italiani dopo la prima guerra mondiale. Assumono denominazioni territoriali: Sinti Piemontesi, Lombardi, Emiliani, Veneti, Marchigiani, E­strekharja (del Trentino Alto Adi­ge), Kranarja (della Carnia in Friuli), Krantiké (della Carinzia), Krassarja (del Carso), Tajč o Gačkane (tedeschi), Valštiké (italiani) detti anche Mučini (forse dal tedesco Mütchen sein “sfogare la propria bile” ossia i “biliosi”, gli ar­rabbiati, oppure dal dialetto pavese mucén  mozzicone di siga­retta cioè la cicca, i racco­glitori di cicche,  i “ciccaioli “, diffusi nell’Oltrepo’ pavese e il basso Piemonte)4. Queste terminologie oggi sono puramente etniche e non rivestono alcun carattere geografico, se non molto relativo, in quanto servono semplicemente a indicare l’identità culturale di ciascun gruppo. I Sinti sono diffusi in tutta l’Italia settentrionale e centrale, senza alcun limite regionale: Sinti Lombardi in Piemonte, Sinti Veneti in Lombardia, Sinti Piemontesi in Lombardia, Emilia e Liguria, Sinti Marchigiani a Roma, e tutti un po’ dovunque.

I Sinti godono della cittadinanza italiana e professano la religione cattolica. Alcuni sono giostrai, dediti allo spettacolo viaggiante e ai Luna park (Sinti Emiliani e Lombardi); altri sono eccellenti musicisti e suonano strumenti come il violino e la chitarra (Sinti Gačkane e Piemontesi); altri sono artigiani, fabbricanti di cesti e panieri in vimini o venditori ambulanti di tappeti, stoffe, oggetti di biancheria, merceria, pianeti della fortuna.

Parlano il Sinto o “Sintikés”, un dialetto a base neoindiana ma for­temente influenzato da elementi tedeschi e ovviamente italia­ni.

    L’altro gruppo consistente è costituito dai Rom dell’Italia centro-meridionale: sono Rom giunti nella seconda metà del XV secolo dalle coste greche e albanesi via mare. Da secoli inseriti nel contesto rurale del sud, praticano un tipo particolare di nomadismo: sedentari durante la brutta stagione, alloggiando in case o cascine, nomadi in primavera seguendo il calendario delle sagre paesane e delle fiere equine. A partire dagli inizi del nostro secolo si è accentuato il processo di sedentarizzazione urbana in case proprie o in case popolari formando veri e propri quartieri (Rom Abruzzesi) o aree ghettizzate alle periferie delle grandi città (Rom Calabresi).

Vasta è la gamma delle loro attività: il commercio dei cavalli, la lavorazione dei metalli (in Campania lo scacciapensieri è chiamato la “tromba degli zingari” e in Calabria la “chitarredha re Zingari”, poiché ne erano i principali fabbricatori), il prestito di denaro, lavori stagionali o salariati (facchini, muratori, piastrellisti), la demolizione e il commercio di macchine usate, l’esercizio di negozi di macelleria e tabaccheria. Le donne praticano la questua, la chiromanzia, la vendita di piccoli oggetti (manufatti, fazzoletti, accendini, cornetti portafortuna), oltre alla lavorazione del merletto a tombolo.

Il lungo soggiorno li ha resi cittadini italiani. Professano la religione cattolica e hanno una devozione particolare per S. Antonio da Padova. Parlano il “romanés”, un dialetto neoindiano con molti imprestiti dell’italiano dialettale del sud, che ha influenzato molto anche la fonetica. Il matrimonio avviene mediante la fuga nuziale (našlippéng), o con la serenata (bučvibbé) che viene fatta nottetempo davanti alla casa della fidanzata con l’accompagnamento di musiche e canti eseguiti da una piccola orchestra.

La morte è carica di tabù e impone l’osservazione di precise prescrizioni in onore del morto. Durante il periodo di lutto è proibito alle donne pettinarsi e agli uomini radersi o tagliarsi i capelli. E’ rigoroso portare vestiti neri, non si può mangiare né carne né latte e non si deve eccedere nel vino. E’ una pratica corrente la libagione in onore dei morti con il vino o il caffè, versandone un po’ a terra dicendo: “A ģan pre l’anim ta mr mulé” (per l’anima dei miei morti).

La giustizia si esercita mediante la “kris” (= ragione), ossia il ricorso al giudizio arbitrale di uno o due intermediari. E’ una giustizia plateale, perché la “kris” avviene generalmente in luogo pubblico, in modo che chi ha ragione possa avere pubblica soddisfazione e vedere accresciuto il proprio prestigio.

I Rom Harvati sono Rom provenienti dalla Jugoslavia settentrionale (Istria, Slovenia, Croazia), emigrati in Italia a più riprese: dopo la prima guerra mondiale con la caduta dell’impero austro-ungarico e durante la seconda guerra mondiale per sfug­gire alle persecuzioni degli ustascia croati.

Sono concen­trati nell’Italia nord orientale (Friuli e Veneto), dove la maggior parte è sedentarizzata da molti anni e residente in case popolari o negli accampamen­ti autorizzati alla periferia delle grandi città; ma consistenti comunità esistono anche a Milano e nell’Italia.

centrale. Dal punto di vista dello stato civile i Rom Harvati sono in possesso della cittadinanza italiana, in seguito all’opzione concessa alle popolazioni di confine al termine della seconda guerra mondiale.

Gli uomini si dedicano al commercio di auto usa­te, alla rac­colta del ferro vecchio, rottami e stracci, all’allevamento e al commercio dei cavalli. Le donne pra­ticano esclusivamente la questua e saltuariamente la lettura della mano. Parlano il “románe”, un dialetto neoindiano con un ricchissimo apporto delle lingue slave (in particolare serbo-croato e sloveno) e in minor misura del tedesco.  Il matrimonio avviene mediante la fuga dei fidanzati che si conclude con il loro ritorno al campo per la sanzione ufficiale da parte della famiglia. La morte è accompagnata e seguita da riti ancestrali: secondo un’antica tradizione, che però si sta perdendo, bruciano la roulotte e tutto ciò che appartiene al morto e osservano un periodo di lutto durante il quale evitano di pronunciare il nome dell’estinto. E’ dif­fuso il rito della libagione, che si compie versando al suolo alcune gocce di bevanda (caffé, vino, birra, acquavite), di­cendo “ašo mule” (per i morti). La giustizia si esercita mediante il “vakeríbe” (parlamento), ossia l’assemblea degli anziani che discutono e risolvono le dispute che possono insorgere per vari motivi: questioni di matrimo­ni, litigi, offese, interessi.

I cosiddetti Rom Vlax (o valacchi) costituiscono una grande famiglia che comprende diverse etnie come i Kalderaš, i Lovara e i Čurara. Si tratta di tribù originarie delle regioni moldave e valacche giunte in Italia dopo lunghe peregrinazioni e in più ondate: alla fine del secolo scorso dalla penisola balcanica (Serbia e Montenegro); dopo la seconda guerra mondiale in seguito all’insurrezione ungherese del 1956; negli anni ‘60 dalla Polonia e recentemente dalla Francia e dalla Spagna.

Sono grandi nomadi che percorrono ampi spazi e sostano in aree per lo più abusive e per quei periodi consentiti dalla legge (non più di 48 ore). Sono presenti in tutta l’Italia, sparsi un po’ dovun­que senza un ordine preciso. Girano con macchine di grossa cilindrata (Mercedes, Buick, BMW) e vivono in lussuose roulottes.

I Rom Kalderaš (dal rumeno: calderaro), sono chiamati così dalla occupazione principale cui il gruppo è tradizionalmente dedito: la lavorazione dei metalli (ferro, rame, oro), l’affilatura di forbici e coltelli, la riparazione delle caldaie, la doratura di statue e arredi sacri. I Rom Lovara (dall’ungherese lob = cavallo) si dedicano tradizional­mente all’allevamento e al commercio dei cavalli, ma ora sono commercianti di tappeti, orologi e preziosi. I Rom Čurara (da cura = setaccio), sono commercianti di cavalli e artigiani che fabbricano scope, crivelli, setacci, petti­ni, spazzole.

Kalderaš, Lovara e Čurara sono gruppi culturalmente affini. Parlano dialetti vlax o valacchi: il ‘kalderasitska’ con influssi rumeni, slavi e tedeschi, e il ‘lovaritska’ maggiormente influenzato dall’ungherese. Sono gruppi composti da ‘vitse’, ossia clan legati da vincoli di parentela e dalla discendenza genealogica da un antenato comune, come i clan kalderaš dei Čukurésti, Dorésti, Belkésti, e quelli lovara dei Bedonésti, Bumbuléšti, Paléšti, Jonésti, Sandorésti.

E’ prevalente l’endogamia e il matrimonio avviene mediante una singolare cerimonia di richiesta ufficiale (mangimós) da parte del padre dello sposo e con l’acquisto della sposa (dáro), che in realtà è un prezzo versato a titolo di risarcimento al padre e a dimostrazione del proprio censo.

Riti e simbolismi accompagnano la morte. Usano mettere nella bara gli oggetti che appartenevano al morto. Celebrano la “Pomana” (dal rumeno ‘ricordare’), un rito funerario che consiste in un banchetto che si rin­nova ad intervalli di tempo dopo la morte e il seppellimento di un rom.

I Rom vlax sono in parte cittadini italiani (quelli di antica immigrazione) e in parte cittadini spagnoli e francesi. Sono in prevalenza evangelisti (pentecostali) e alcuni sono diventati pastori all’interno del loro gruppo. Celebrano le festività cristiane e onorano S. Giorgio, S. Nicola, S. Barbara.

Una tipica istituzione formalizzata di controllo so­ciale è la kris (tribunale), cioè il Consiglio degli Anziani, costituito dai capi famiglia più influenti che giudica le controversie relative a infrazioni al codice tribale, adulteri, debiti, delitti contro l’onore, risse, ingiurie, liti, divorzi. A differenza della kris abruzzese, che è una giustizia immediata e da piazza, presso i gruppi balcanici la kris si fa al chiuso e prevede un lungo cerimoniale.

I Rom Xoraxané (xoraxanó vuol dire lettore del Corano) sono musulmani provenienti dalla ex-Jugoslavia. La loro migrazione in Italia è iniziata negli anni ’60. Si dividono in numerosi sot­togruppi, tra cui i “šiftárija” (albanesi) del Kosovo, Macedonia e Montenegro; i “crna gora” (significa Montenegro) originari del Montene­gro; i “cergarija” (da ‘cera’ = tenda), che provengo­no dalla Bosnia.

Sono diffusi su tutto il territorio nazionale, specialmente nelle città di Roma, Milano, Napoli, To­rino, Firenze, Genova, Verona, Pesaro, mentre una grossa comunità di parec­chie centinaia di persone si è insediata in Sardegna. Vivono in misere roulottes, baracche e tende, accentrandosi nelle periferie delle città in campi abusivi.

Gli uomi­ni lavorano il rame e fabbricano oggetti vari (pentole, vasi, anfore, porta­fiori); le donne praticano esclusivamente l’accattonaggio e hanno l’abitudine di simulare il tremore delle arti per cui i Xoraxané sono detti anche “tremaroli”.

La loro parlata, fondamentalmente neoindiana, ha imprestiti slavi e turchi. La giustizia viene esercitata dai “plešnóra”, cioé abitri mediatori nelle due parti contendenti per cercare un accordo di pace.

I Rom Xoraxané, benché musulmani, non rispettano le prescrizioni alimentari islamiche e più che in Allah credono nel dio zingaro “Devél” e venerano la Madonna e i Santi, celebrano feste islamiche come il capodanno musulmano (Vassilica), ma anche feste cristiane, come S. Giorgio e la Pasqua.

   I Rom Kanjarja sono originari della Iugoslavia settentrionale e meridionale (Serbia, Croazia, Kosovo) e sono giunti in Italia negli ultimi anni, attirati dal benessere economico o in fuga dalle zone di guerra. Il loro nome sembra derivare da kañi ‘gallina’ e significherebbe quindi ‘ladri di galline’ (in India nel bacino medio del Gange vive la popolazione dei Kanjar, fab­bricanti di stuoie).

I Kanjarja non sono cittadini italiani, ma sono regolarmente provvisti di permesso di soggiorno e sono presenti in numerose località del nostro paese, specialmente a Torino, Milano, Roma, Firenze e in Sardegna. Esercitano il lavoro di calde­rari. Le donne pra­ticano la chiromanzia e la divinazione, curano il malocchio.

Dal punto di vista religioso i Rom Kanjarja sono cristiani ortodossi (per questo motivo vengono detti anche Dasikané ‘quelli della croce’) e celebrano un ricco calendario di feste suggestive, come il Nevo Berš (Capodanno), il Natale ortodosso (7 gennaio), la Patraģi (Pasqua), la Petkovíca (26-27-28 ottobre), e soprattutto la solennita del Gúrgevdan o festa di S. Giorgio (6 maggio).

Dato che sono in Italia da pochi anni l’influenza slava è ancora forte. Oltre al romanés parlano il serbo-croato e altre lingue, come il francese e il tedesco, retaggio dei loro spostamenti. Il matrimonio, quasi sempre frutto di un accordo fra le famiglie, avviene mediante l’“acquisto” della sposa; mentre la cerimonia funebre è rappresentata dalla classica Pomana, che si celebra dopo tre giorni, dopo 40 giorni e dopo un anno dalla morte del caro estinto.

Tra i gruppi minori, sia per numero che per diffusione sul territorio nazionale, vi sono i Rudari (dal rumeno ruda = gente, stirpe), originari della Romania, e per questo denominati anche Rumuni, emigrati in Italia negli anni ‘60 dopo una lunga permanenza nei paesi balcanici (Serbia). Sono numerosi a Roma e Torino. Sono cristiani ortodossi, parlano il rumeno con imprestiti slavi e ungheresi. Un tempo abili intagliatori di legno (in Romania lavoravano i tronchi d’albero da cui ricavano vasche, truogoli, piatti, cucchiai, fusi, conocchie), oggi si dedicano al commercio di oggetti poveri (portafortuna, fiori, manufatti di legno) o suonano la fisarmonica nei ristoranti e nei locali pubblici. Inoltre i Rom Arlija (dal turco yerli = sedentari, del posto), provenienti dalla Macedonia, dove attualmente sono numerosi specialmente nella città di Skopje, che parlano un dialetto non-vlax con numerosi imprestiti turchi; i Gurbeti (dal turco gurbet = stranieri), che provengono dal Kosovo (specialmente dalla città di Priština) e parlano un dialetto vlax con molti imprestiti serbi e albanesi e con qualche traccia della lingua turca; e infine i Kaulíja, che si dichiarano algerini (del Magreb) e hanno la cittadinanza francese, seguono la tradizione musulmana tra cui la poligamia. Vivono in roulottes e si dedicano all’accattonaggio.

    Attualmente la legislazione italiana non prevede norme specifiche riguardanti i Rom in quanto tali. Di fatto anch’essi, come tutti i residenti nel territorio dello Stato, sono soggetti alle comuni norme vigenti in materia penale, civile e amministrativa. Ai Rom, cittadini o non cittadini, si applica in genere l’ordinamento giuridico dello stato. Tutt’al più sono state emesse alcune circolari per richiamare l’attenzione sul particolare tipo di vita dei gruppi zingari, come la circolare del Ministero degli Interni dell’11 ottobre 1973 rivolta ai Sindaci dei Comuni per invitarli ad abolire i divieti di sosta ai nomadi e a favorirli per quanto riguarda l’iscrizione anagrafica, le licenze di lavoro, le aree di sosta e la scolarizzazione dei bambini.

Il compito di emanare disposizioni specifiche per i Rom è stato demandato alle Regioni, alcune delle quali hanno già approvato leggi riguardanti la creazione di aree di sosta attrezzate per i nomadi, la scolarizzazione, la formazione professionale, seguendo le indicazioni del Consiglio d’Europa.

Si sono costituite diverse associazioni che si interessano ai Rom. Nel 1958 veniva fondata l’OASNI (Opera assistenza Spirituale ai Nomadi in Italia). Dal 1965 opera sul territorio nazionale l’Opera Nomadi, eretta ad Ente Morale nel 1970, che si batte per la tutela dei loro diritti civili e la salvaguardia della loro cultura, lingua e tradizoni, anche attraverso la pubblicazione di una rivista bimestrale specializzata “Lacio Drom”, che significa ‘Buon Cammino’. Negli anni ‘80 si è costituita l’AIZO (Associazione Zingari Italiani Oggi), che da anni porta avanti l’impegno di far emanare una legge nazionale per la minoranza zingara.

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

    1) MURATORI A., Rerum Italicarum Scriptores “Cronica di Bologna”, T. XVIII vol. III.

2) KARPATI M.,  Romano Them, Padova 1963 p. 51 ssg.

    3) VAUX DE FOLETIER F. (de), Mille anni di storia degli Zingari, Jaca Book, Milano 1978 p. 60.

4) PARTISANI S., I Mucini in “Lacio Drom” 1984 n. 4 pp.23-25.

 


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