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I Rom nell'arte

I Rom in catene: gli ultimi schiavi dell’Europa moderna

27 nov , 2019  

Da servi della gleba a schiavi

I Rom che giunsero nei principati di Moldavia e di Valacchia (l’odierna Romania) durante la seconda metà del XIV secolo furono ridotti in uno stato di schiavitù, che durò per ben cinque secoli. Non conosciamo le cause che hanno prodotto una delle pagine più vergognose e disumane non solo della storia rom, ma dell’intera storia dell’Europa moderna[1]. E’ probabile che i Rom dell’area balcanica sud orientale, come la Tracia e la Bulgaria, furono i primi a fuggire davanti agli invasori turchi e ripararono a nord nei principati danubiani di Valacchia e Moldavia, assoggettandosi alle dipendenze dei principi e dei feudatari locali in cambio della loro protezione. In origine quindi fu una sorta di servitù feudale per cui i nuovi arrivati furono de facto sottomessi dai loro padroni, che con il tempo si trasformò in un vero e proprio status giuridico di schiavitù. Testimonianze tarde, ma comunque significative, ci mostrano alcuni esempi di questo “modus operandi” dei Rom, dettato dall’estrema povertà e dal bisogno di sopravvivenza. Nel 1659 una certa Patrana, una zingara straniera, giunta in Moldavia dopo aver attraversato il Danubio con alcuni compagni, si fece volontariamente schiava del monastero di Doljesti insieme a suo figlio e agli altri zingari, obbligandosi a servire l’eremo per sempre, in cambio di cibo, vestiti, una mucca e un vitello. Nel febbraio del 1798 Odor Frentu, un immigrato ungherese sottoscrisse un atto in cui accettava che sua figlia Catrina, innamorata di Ion Bogos, schiavo della nobildonna Anica Roset Bănesă, diventasse a sua volta schiava della detta padrona e che i figli della coppia e i figli dei loro figli con tutta la loro gente fossero schiavi (http://romanistan.bosnianforum.com/t3-seobe-roma-kretanja-i-migracija).

La diffusa pratica dei principi valacchi e moldavi di donare intere famiglie di zingari schiavi (robi) assieme a beni fondiari ai monasteri ortodossi rivela la loro natura di “servi della gleba”, formanti un tutt’uno con il feudo, più che un asservimento schiavistico. Nel 1370 il voivoda di Valacchia Vladislav I donava il villaggio di Jidostita con quaranta famiglie di zingari al monastero di Voditsa e nel 1385 Dan I assegnava alcune terre e 40 sălaşe (famiglie) di zingari al monastero di Tismana e il principe di Moldavia Alessandro il Buono nel 1402 beneficiò i grandi monasteri di Neamt e Bistrita (https://www.wikiwand.com/en/Slavery_in_Romania).

La schiavitù di fatto dei Rom venne legalizzata nella prima metà del XVII secolo in Valacchia dalle disposizioni di Matei Basarab e in Moldavia dalla raccolta di leggi scritte e non scritte o Codice del principe Basilio il Lupo. La materia ebbe una sistemazione definitiva nel 1816 nelle leggi del principe Scarlat Callimachi in Moldavia e nel 1818 nel codice di legge o Legiuirea Caragea (Legge di Caragea”) del principe fanariota Ioan Gheorghe Caradja in Valacchia. Ha un sapore amaro che sa di beffa il capitolo I delle leggi sulla schiavitù del 1816, aggiunte al codice civile moldavo: “Avvegnaché la schiavitù sia contraria al diritto naturale degli uomini, fu non di meno sempre in vigore fin dalla più remota antichità in questo principato” (Colocci, 1889, pp. 126-128).

 

 

Schiavi in catene e schiavi semiliberi

In base al tipo di padrone a cui appartenevano vi erano tre categorie di schiavi: gli Ţigani Domnesţi, schiavi del principe o della corona; gli Ţigani Manastiresţi, gli schiavi dei monasteri e gli Ţigani Boieresţi, gli schiavi degli aristocratici o boiardi.

I Ţigani Domnesţi godevano di una condizione privilegiata, che garantiva loro un un’ampia mobilità all’interno dei confini sovrani ed erano soggetti a una tassazione annuale in base al mestiere esercitato. Costituivano circa 20.000 individui, suddivisi in quattro gruppi principali. La più importante era la classe degli aurari (rumeno aur ‘oro’) o rudari (serbo ruda ‘miniera’), dediti al lavaggio delle sabbie aurifere dei fiumi per l’estrazione dell’oro, i quali dovevano corrispondere una tassa annuale e procurare una certa quantità d’oro che andava a costituire il tesoro della consorte del principe. Conducevano una  vita pressoché sedentaria e vivevano in capanne presso i fiumi.

Un’altra categoria di “semischiavi” erano gli ursari (rumeno urs ‘orso’), ammaestratori ed esibitori di orsi durante le feste paesane e le fiere cittadine. Conducevano una vita nomade girando di villaggio in villaggio ed erano soggetti a un tributo annuo allo stato.

I lingurari (rumeno lingură ‘cucchiaio’) erano artigiani che producevano manufatti in legno, come cucchiai, truogoli, scope, conocchie e fusi, e pagavano un tributo allo stato. Si ritiene che in origine fossero anch’essi cercatori di metalli e che con la crisi del settore si dedicarono a questa nuova occupazione. Vivevano in tende o in capanne sulle terre padronali o vicino ai corsi d’acqua, dove c’era disponibilità di legno dolce (pioppo, salice, sughero) adatto ai loro prodotti.

Infine vi era la classe dei lăieşi (rumeno laie ‘banda’), dediti alla lavorazione dei metalli, attività di importanza vitale nell’economia agricola del tempo. Erano fabbri, stagnini, calderai e, all’occorrenza, tagliatori di pietre, calzolai, fabbricanti di pettini. Erano seminomadi e giravano con i loro piccoli carretti e le loro tende durante la bella stagione e per questo chiamati anche corturari (rumeno cortul ‘tenda’), mentre in inverno vivevano in piccoli villaggi di capanne (şatră) e per questo conosciuti con l’appellativo di şatrari. Una volta all’anno erano chiamati a pagare la tassa statale e in quella stessa occasione eleggevano i loro capi o bulibaşii (dal turco bulukbasa ‘capitano’), che regolavano i dissidi interne o le diatribe con i rumeni.

 

1351Aurari    1352Lancelot_satra1850s

Anonimo, Rom aurari al lavoro, 1850                               Dieudonné Lancelot, Şatră di lăieşi, 1860.

 

Anche gli Ţigani Manastiresţi, gli schiavi della chiesa (clero metropolita, vescovi, monasteri), che assommavano a qualche migliaio di individui, godevano di condizioni di vita mitigate dal sentimento religioso dei proprietari, dal minor carico di lavoro rispetto alle piccole corti feudali dei nobili e senza quegli eccessi punitivi che altrove potevano causare la morte degli schiavi. Erano impiegati come braccianti nei lavori agricoli delle tenute dei monasteri e delle abbazie e si occupavano della manutenzione dei boschi, del taglio degli alberi, della falciatura dell’erba e della costruzione e riparazione degli edifici monastici.

Gli Ţigani Boieresţi, gli schiavi dei nobili, erano centinaia di migliaia e costituivano la quasi totalità degli zingari in cattività. Essi erano il cardine principale intorno al quale ruotava l’intera vita curtense della villa padronale, modello di efficiente organizzazione del lavoro e di sfruttamento dell’essere umano attraverso la suddivisione sistematica delle loro attività. La categoria più importante era quella dei vatraşi (rumeno vatră ‘focolare’), schiavi nel vero senso della parola, considerati alla stregua di animali e condannati alla sedentarietà. Tra di loro c’erano i ţigani de curte (‘zingari di casa’), che svolgevano lavori domestici (cuochi, servitori, aiutanti, vetturini, maniscalchi, falegnami, calzolai, muratori, guardarobiere e perfino nutrici, alle quali le donne dei boiardi affidavano i loro bambini per allattarli) e i ţigani de ogor (‘zingari di campo’), che lavoravano le terre del padrone e accudivano al bestiame.

Una categoria che godeva di grande considerazione e rispetto era costituita dai lăutarii (rumeno lăutar ‘violinista’), musicisti erranti che rallegravano le corti dei boiardi e suonavano durante le feste paesane, nei matrimoni e perfino nei funerali, accompagnandosi con canti misti a sordi lamenti. Il violino era l’unica loro ricchezza e non lo abbandonavano mai: si dice che i lăutarii non prestassero mai i loro strumenti, perché temevano di perdere la loro fortuna.

Vi erano anche i lăieşi di proprietà dei boiardi, il cui stile di vita non differiva da quelli del principe, che vagavano per il paese vendendo i loro prodotti metallurgici, che oltre a pagare una tassa annuale in denaro al padrone, erano tenuti ad alcune corvées, come l’impiego come lavoratori stagionali nei lavori agricoli.

Due incisioni, Famiglia zingara di Valacchia di Auguste Raffet, illustratore e litografo francese che fece parte di un viaggio in Romania nel 1837 al seguito del principe Demidoff, e l’incisione Zingari di Bucarest di un pittore rumeno anonimo, basata su una fotografia di Carolo Popp de Szathmari, del 1865, ci mostrano un eloquente quadro della situazione di una famiglia zingara di schiavi, seduti sotto il portico di un cortile, con gli uomini che oziano durante una pausa dei lavori e le donne con i bambini che lavorano a maglia, e quella di una famiglia, povera ma libera, nella sua modesta abitazione, dopo l’emancipazione nel 1856.

 

1353Raffet           1354Bucharest

Auguste Raffet, Famiglia zingara di Valacchia, 1837                                    Anonimo, Famiglia zingara di Bucarest, 1865

 

 

 

In catene, frustati, uccisi e venduti

Privati della loro libertà, sottoposti a lavori massacranti, in balìa dei capricci e degli umori dei loro padroni, gli schiavi Rom vivevano in condizioni di vita che i viaggiatori e gli osservatori occidentali paragonavano a quelle dei neri d’America.

I Rom erano schiavi per nascita. La legge valacca del 1816 all’art. 2 ribadiva che “tutti quelli che nascono di padre e madre schiavi sono schiavi”, e all’art. 3 che “sono ugualmente schiavi tutti quelli nascono da una madre schiava, non ostante che il padre sia libero”. Vivevano in povere baracche o in edifici rustici, spesso ammassati in grande numero, presso le sontuose residenze dei loro padroni e venivano nutriti con poco, soprattutto con “mameliga” (polenta di mais) o semplicemente a pane e acqua. Frustati a sangue per un piatto rotto, per un ordine mal eseguito o per puro capriccio del padrone. Una particolare punizione era la “falanga“, in cui lo schiavo veniva sdraiato al suolo e i suoi piedi nudi appesi a un grande bastone venivano battuti con verghe sotto la pianta.

Chi commetteva un furto doveva portare una tavola di legno sulle spalle con il collo e le braccia infilate. Chi tentava la fuga doveva portare una maschera di ferro sul viso, che gli impediva di mangiare e bere, oppure portare intorno al collo un collare o kohri-menčerko munito  di  punte di ferro, che impediva di fuggire, ma che non gli permetteva di appoggiare la testa durante il sonno (Tissot, 1880, p.308).

Un artista che ebbe modo di ritrarre le scene di vita al tempo della schiavitù fu Théodore Valerio, pittore e litografo francese, che visitò i principati rumeni a metà Ottocento, e di cui riproduciamo il Ritratto di uno zingaro della Valacchia con i lunghi capelli neri che cadono sulle spalle e lo sguardo bieco e selvaggio, e l’incisione Schiavo della Valacchia in catene, con un prestante zingaro dai lunghi capelli ricci, lo sguardo intenso e rassegnato, con un lungo saio bianco e le catene ai piedi, seduto su una panchina di marmo.

1355Schiavo1                   1356Schiavo2

Théodore Valerio, Ritratto di uno                    Théodore Valerio, Schiavo della Valacchia

schiavo della Valacchia, 1851-52                       in catene, 1851-52

 

I boiardi esercitavano sui loro schiavi tutti i diritti dei nobili feudali, ad esclusione del diritto di vita e di morte, anche se talvolta accadeva che gli schiavi fossero uccisi, come stabilito dall’art. 4 del codice valacco che “il proprietario d’uno zingaro è padrone della sua persona, ma non lo è della sua vita”. Gli schiavi non potevano sposare “persone libere”, e potevano sposarsi tra di loro solo se il loro proprietario lo permetteva. Il boiardo, inoltre poteva esercitare lo “ius primae noctis”, il diritto di giacere nella prima notte di nozze con la schiava zingara, prima del legittimo sposo.

Succedeva di frequente che i boiardi si invaghissero delle giovani schiave, attratti dalla loro bellezza e sensualità, specialmente i figli del padrone, che in questo modo -si diceva- facevano “apprendistato”. Il gran cancelliere della Moldavia Dimitrie Cantacuzino-Paşcanu sceglieva di tanto in tanto una ragazza delle più belle della sua tenuta per farsi massaggiare ogni notte i piedi per avere un sonno tranquillo. Non era raro il caso che dalle unioni dei boiardi con le ţigăncuşe che servivano nella casa padronale nascessero bambini illegittimi. Simili incroci avevano delle conseguenze nefaste. Poiché secondo il codice civile al capitolo VII art. 3 “chiunque è nato da madre schiava è schiavo”, derivava che il figlio o la figlia di un boiardo nati da una sua schiava, diventavano automaticamente schiavi. A volte succedeva che il figlio di un boiardo giacesse con la figlia di una schiava, senza sapere di commettere rapporti incestuosi con sua sorella paterna (Oişteanu, 2012).

Questa norma giuridica diede origine a metà del Settecento a un’incredibile storia che è degna di un romanzo. Verso il 1745 a Bucarest nella casa del gospodar valacco Manolaki Brancovano nacquero contemporaneamente due bambini: uno, Georges, dalla sua moglie e l’altro, Purvo, dalla sua schiava. Erano tempi in cui la Valacchia era sotto la minaccia dell’invasione turca. Otto giorni dopo il parto della principessa, si diffuse la notizia dell’arrivo dei Turchi e Brancovano diede ordine alla sua servitù di riempire le casse con tutti i beni più preziosi e di evacuare la città. Poi andò nella camera dove giaceva la principessa, la prese tra le braccia e la portò nella carrozza che aspettava. Nel parapiglia generale, la madre del bambino schiavo, con il neonato in braccio, si introdusse furtivamente nell’appartamento in cui il neonato della principessa, abbandonato su un grande divano di velluto, piangeva. Lei si avvicinò e, accorgendosi che i due bambini assomigliavano come due gemelli, le venne un’idea folle. Veloce come un fulmine, avvolse il suo bambino nelle fasce del figlio della principessa e lo lasciò lì, dicendo a sé stessa: “Sarà felice, ricco e potente!”. Poi scomparve, portando via l’altro bambino. Poco dopo Brancovano ritornò in tutta fretta e afferrò il bambino che trovò sul divano e a sua volta lo portò via con sé. Purvo, figlio della schiava, visse e morì da principe, quanto al povero Georges, il figlio della principessa, visse e morì da schiavo (Vaillant, 1857, p. 421-425)[2].

Gli schiavi erano merce utilizzata per ogni transazione. I loro proprietari pagavano i debiti cedendo in cambio una certa quantità di schiavi. Erano dati in dote per le nozze o donati ai monasteri “pro remedio animae”. Nel 1832 il grande magistrato Mihai Manu, in occasione del matrimonio della figlia con il principe Theodore Grigorievici Kociubei, colonnello dell’esercito russo, acquistava una nuova carrozza del valore di 160 ducati d’oro per trenta zingari lăieşi.

Ma soprattutto erano venduti all’incanto nei mercati pubblici, singolarmente o per famiglie. Sul quotidiano “Comptoir d’avis” di Bucarest del 25 maggio 1840 compare l’annuncio della vendita di una giovane schiava di circa 20 anni cuoca, ricamatrice, adatta a tutti i lavori domestici. Nel 1845 appare un’inserzione che annuncia la vendita di duecento famiglie zigane appartenenti a un boiardo di Bucarest che esercitavano “i mestieri di magnano, orefice, pellaio, musicista, agricoltore”. Nel 1851 in un giornale della Moldavia fu pubblicato un annuncio ufficiale in cui si fornivano i nomi e la descri­zione di 94 uomini, 85 donne, 86 ragazzi e 84 ragazze appartenuti al defunto ministro Alecu  Sturdza e posti in vendita insieme con una parte dei suoi mobili. Un famoso manifesto rappresenta al centro la figura imponente di uno zingaro seduto e in catene, che ricalca l’incisione di Valerio, con l’avviso della vendita all’asta l’8 maggio 1852  al monastero di Sant’Elia una famiglia di “robi”[3] o schiavi zingari, che consisteva di 18 uomini 10 ragazzi, 7 donne e 3 ragazze in condizioni eccellenti.

La vendita degli schiavi era un triste spettacolo a vedersi. Si vedevano dovunque scene di disperazione di povere madri che piangevano i loro bambini, da cui venivano separate, si percuotevano il petto, si strappavano i capelli e scoprivano le loro nudità, maledicendo i loro venditori (Vaillant, 1857, p. 355).

 

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Manifesto che annuncia l’asta di schiavi zingari in Valacchia, 8 maggio 1852

 

I boiardi, che gli zingari chiamavano balamé (greci), identificandoli con i principi “fanarioti”, di origine greca del quartiere Fanar di Costantinopoli che dal 1715 al 1821 rivestirono la carica di Voivoda dei Principati danubiani, erano la personificazione del male. Per la loro abitudine a stare seduti sui divani con le gambe acciambellate, i boiardi erano paragonati ai serpenti arrotolati sul fieno (sapó ‘mboldinó ando virfo le buraleako) (Serboianu, 1930, p. 284). Rappresentavano l’antitesi di ciò che avevano di più sacro, la libertà; i loro ranghi e privilegi stridevano con la concezione di una società senza gerarchie. Erano padroni senza onore e dignità che prendevano le loro figlie e le loro mogli.

 

 

 

 

I transfughi: i Rom che trovarono scampo nella fuga

Non tutti i Rom dei principati rumeni subirono il giogo della schiavitù. Molti di loro, approfittando della forma non ancora istituzionalizzata della schiavitù, trovarono scampo nella fuga. Uno di questi gruppi ribelli era costituita dai netoţi, ossia ‘selvaggi’, così definiti per il loro stile primitivo di vita, che si rifugiarono sui monti Carpazi. Vivevano in tende nel profondo delle foreste vivendo della caccia e della raccolta dei frutti, o vagabondavano per il paese, compiendo furti e rapine. La maggior parte degli altri fuggì durante i secoli XVII e XVIII e si rifugiò nei paesi balcanici, differenziandosi in numerosi gruppi, la cui storia può essere ricostruita attraverso gli elementi linguistici rumeni che ritroviamo nei loro dialetti, ma anche attraverso i canti che tramandano il ricordo della loro schiavitù. Uno dei più lirici e diffusi canti invoca l’arrivo della primavera perché l’erba verde possa coprire le tracce dello schiavo in fuga. Di questi gruppi fanno attualmente parte i Vlaxurja (‘valacchi’) e Rišarja (romanés riš ‘orso’) dell’Ucraina; i Kalburği (dal turco ‘fabbricanti di crivelli), Grebenari (bulg. ‘fabbricanti di pettini’) e Sitari (fabbricanti di setacci) della Bulgaria; i Gurbeti (turk. gurbet ‘straniero, emigrante, esiliato’) e Ğambaša (dal pers. ‘allevatori di cavalli’)  della Serbia, Kosovo e Macedonia, e Xoraxané (da Xoraxaj “turco, musulmano”) della Bosnia.

 

 

 

 

La liberazione degli schiavi dello stato e della chiesa

     Il processo che portò all’emancipazione della schiavitù dei Rom fu lento e graduale, attraverso una serie di leggi che riguardarono le singole categorie di schiavi. Le prime critiche alla schiavitù zingara furono avanzate nel 1785 dall’abate francese Alexandre-Maurice Blanc de la Nautteconte d’Hauterive, nominato segretario del principe di Moldavia Alexendre Ypsilanti. Egli fu il primo che definì “medievale” la società dei principati rumeni e raccomandò l’affrancamento degli schiavi. Fu, però, nel 1829, quando con il trattato di Adrianopoli i principati rumeni caddero sotto la sovranità russa, che si cominciò a porre seriamente la questione. Si dice che gli zingari supplicassero il generale russo Pavel Kisselef di proclamare la loro emancipazione e che fossero disposti a offrirgli come prezzo del loro ri­scatto tanto oro quanto ne potesse trascinare un cavallo. Ma con la fine del governatorato russo (1829-34) tramontarono anche le speranze dei Rom (Vaillant, 1857, p. 338).

Intanto si andava instaurando un clima politico e ideologico e un fronte nazionale abolizionista, formato da giovani studenti rumeni che avevano maturato esperienze democratiche all’estero, intellettuali, filantropi e perfino figli di boiardi, che consideravano lo stato di schiavitù, oltre che ingiusto, anacronistico per i tempi moderni. Sempre più voci si sollevarono contro questa barbara istituzione, contraria ai principi dell’umanità e della religione cristiana. Nel 1837 Mihail Kogalniceanu, uno degli intellettuali pù influenti, pubblicò un libro sul popolo rom, in cui lanciava un accorato appello per la sua emancipazione. Anche la letteratura rumena diede un importante contributo alla questione della schiavitù dei Rom, con le poesie del poeta romantico Cezar Bolliac (“La figlia del boiardo e la figlia dello zingaro” e “Lo zingaro venduto”, 1843) e i racconti di Ion Heliade Rădulescu (“Maestro Giovanni”, 1844) e di Vasile Alecsandri (“Storia di una moneta d’oro”, 1844).

Numerosi boiardi, facendosi carico delle nuove istanze liberali, provvidero autonomamente ad affrancare una parte della loro schiavitù. Il valacco Constantin Soutzo ebbe l’idea di sfruttare il talento musicale di un centinaio di suoi giovani Lejaši, che organizzò in un’orchestra, sotto la direzione di un maestro tedesco, che dava concerti nei locali e nei teatri (Vaillant, 1857, p. 352). Nel 1834 il colonnello Ion Câmpineanu, uno dei boiardi più progressisti del paese, diede l’esempio affrancando tutti i suoi schiavi senza rivendicare nessun indennizzo da parte dello stato[4] (Regnault, 1855, p 341).

Questo clima indusse i gospodar di entrambi i principati rumeni a dare il buon esempio e deliberarono la liberazione di tutti i Ţigani Domnesţi, gli schiavi di proprietà della corona o dello stato. Nel 1837 il principe valacco Alessandro II Ghica liberò 4.000 suoi schiavi e istigava una politica attraverso la quale lo stato acquistava schiavi di proprietà privata e li rendeva liberi e così fece lo stesso nel 1842 il principe Mihail Stourdza in Moldavia.

Negli anni successivi si provvide a liberare gli Ţigani Manastiresţi, gli schiavi di proprietà della chiesa. Ciò avvenne nel 1844 in Moldavia, per iniziativa dello stesso principe Mihail Sturdza, e nel 1847 in Valacchia ad opera del principe Gheorghe Bibescu.

Restava da vincere la resistenza dei boiardi conservatori, che difendevano strenuamente i loro diritti e si opponevano con tutte le forze a concedere la libertà ai loro Rom schiavi.

 

 

 

 

 

La rivoluzione del 1848

L’eco dei moti rivoluzionari che nel 1848 sconvolsero tutta l’Europa contro la restaurazione imposta dal Congresso di Vienna giunse anche nei Principati rumeni. In Valacchia la rivolta fu guidata e organizzata da un Comitato Rivoluzionario, che diede vita a una rivoluzione liberale di intensa partecipazione, ma di breve durata. Il governo provvisorio, insieme con l’emancipazione dei contadini, decise la totale abolizione della schiavitù o dezrobireja dei Rom. Il proclama dell’11 giugno 1848 annunciava tra l’altro che “il popolo rumeno rigetta la pratica barbara e disumana della schiavitù e proclama la libertà degli zingari che appartengono ai privati. Il popolo rumeno perdona coloro che hanno sperimentato la vergogna di possedere schiavi”. Il 25 settembre 1848 studenti rivoluzionari di Bucarest bruciarono sulla piazza pubblica il Regulamentul Organic, il documento costituzionale allora vigente e le antiche leggi che legittimavano la schiavitù.

 

1358Distrugerea Regulamentelor Organice        1359Bilet_de_dezrobire_1848_certificato di liberazione di schiavo

Studenti rumeni nel 1848 bruciano sulla piazza di Bucarest                  Certificato di liberazione di uno schiavo

le antiche leggi sulla schiavitù                                                                      rilasciato durante la Rivoluzione valacca

del 1848

 

I Rom presero parte attiva alla grande mobilitazione di massa. A Craiova si distinse uno zingaro dall’alta statura e dalla forza erculea di nome David, che svolse un ruolo importante durante i tre mesi della rivolta, mantenendo l’ordine e calmando i più facinorosi (Radulesco, 1851, p. 94). L’entusiasmo dei Rom per il loro affrancamento era alle stelle. A frotte si recavano davanti alla statua della libertà, che sorgeva nella corte del palazzo del governo, scoprendosi la testa e inchinandosi davanti a lei, gridando con sorrisi e lacrime: libertà, santa libertà, buona madre! (Regnault, 1855, p. 336). Il disegno Allegoria dell’abolizione della schiavitù dei Rom di Theodor Aman, 1848, descrive la grande gioia ed concitazione di quel momento solenne. Sotto la statua della libertà uno zingaro con il cappello in mano corre a stringere la mano a un rivoluzionario, seguito da altri compagni che sventolano il tricolore della rivoluzione, composto da tre bande verticali blu, gialla e rossa, di ispirazione francese. A sinistra una zingara si inginocchia a terra, stringendo tra le braccia il figlioletto, mentre altri rivoluzioni abbracciano e fraternizzano con gli zingari, quasi increduli e smarriti.

Purtroppo la rivoluzione fallì per l’intervento della Russia, che nel settembre dello stesso anno invase ed occupò di nuovo la Valacchia e la Moldavia. I provvedimenti presi dal governo rivoluzionario furono cancellati e la schiavitù fu restaurata.

 

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 Theodor Aman, Allegoria dell’abolizione della schiavitù dei Rom, 1848

 

 

 

 

 

Il tragico amore di un giovane schiavo, che accelerò l’abolizione della schiavitù

     Nel 1830 a Iaşi, in Moldavia, viveva il boiardo Dimitrie Cantacuzino-Paşcanu, gran cancelliere del Principato. Aveva sposato Profira Beldiman, figlia del grande governatore Alexander e zia del principe regnante Gregorio Alessandro Ghica, dalla quale non aveva avuto figli. La nobildonna si era affezionata a una delle sue schiave, un’adolescente di nome Maria e l’aveva fatta sua damigella di compagnia. Bella e intelligente, Maria era oltremodo servizievole, sapeva ricamare, lavare, cucinare,  preparare dolci e marmellate e tutte le sere massaggiava i piedi della padrona per procurarle un sonno tranquillo. Avvenne che all’età di 17 anni, come capitava spesso nelle case dei boiardi, il gran cancelliere si invaghì della bella ţigăncuşa e se la portò a letto. Maria diede alla luce un bambino, cui fu dato il nome di Dincă. Profira si prese grande cura di lui fin dalla nascita e lo adottò come suo figlio. Il ragazzo crebbe negli agi, vestiva elegantemente, apprese le buone maniere e imparò a leggere e a scrivere. Più diventava grande e più assomigliava al padre boiardo. Nel 1849 Dimitrie rilasciò a Maria una lettera di emancipazione, con cui le concedeva la libertà “in segno di gratitudine per aver servito fedelmente e degnamente”. Due anni anni dopo morì, lasciando alla moglie un’enorme fortuna. Nel luglio del 1851, la vedova decise di trasferirsi per qualche tempo a Parigi, accompagnata dal suo protetto Dincă. Qui il giovane conobbe Clementina, una bella ragazza francese, di cui si innamorò perdutamente. Nella primavera del 1855 Profira, insieme a Dincă e Clementina, ritornò a Iaşi. Qui Clementina venne a conoscenza della triste verità, e cioè che il suo ragazzo, bello e intelligente, era uno schiavo zingaro. La sua reazione fu violenta. La ragazza volle tornare subito a Parigi e disse che non avrebbe mai più sentito parlare di Dincă. Disperato, il ragazzo cercò di convincere la padrona a dargli la libertà. Ma Profira disse che lo amava come un figlio e che per nessun motivo lo avrebbe lasciato, anzi lo avrebbe tenuto a sé come sostegno della sua vecchiaia. Dopo un’ennesimo tentativo, lei gli fece una tremenda scenata. Lo accusò di ingratitudine e, quel che fu peggio, gli disse di non dimenticare che era solo uno schiavo. Il ragazzo, umiliato e vedendo andare in frantumi il suo sogno, lasciò la stanza, prese una pistola che la gentildonna aveva in casa, entrò nella camera di Clementina e le sparò alla testa. Poi puntò la pistola alla tempia e premette il grilletto. Era la sera del 27 novembre 1855.

Il giorno dopo, mentre il principe Grigorio Alessandro Ghica era impegnato in una riunione o Divano con i suoi ministri, uno dei boiardi, Anastasio Panu, ministro della giustizia entrò e, interrompendo il dibattito, informò il principe. “Una tragedia, Maestà! – esclamò – Lo schiavo di vostra zia Profira, il figlio illegittimo del boiardo Cantacuzino, ha ucciso con un proiettile la sua amante francese e poi si è sparato”. Un grande sconforto assalì il principe che prese la testa tra le mani, dicendo: “Siamo responsabili di tali tragedie… Abbiamo queste due morti sulla coscienza… E’ mio l’errore” e rivolgendosi all’assemblea, aggiunse: “Vi prego, signori ministri, non usciamo di qui, finché non abbiamo risolto la questione dell’emancipazione degli zingari. Questa barbara schiavitù è’ umiliante” (Oişteanu, 2012).

Il dramma che si consumò a Iaşi scosse profondamente l’animo del principe moldavo e contribuì ad accelerare l’iter legislativo dell’abolizione della schiavitù in tutto il paese. Il 10 dicembre (22 dicembre per il calendario ortodosso) del 1855 il Divano moldavo approvava il disegno di legge, redatto da Mihail Kogălniceanu e Petre Mavrogheni, che aboliva la schiavitù dei Rom e imponeva ai boiardi di liberare i loro schiavi, dietro un risarcimento dello stato. Il principe firmò la legge l’11 dicembre, due settimane dopo che Dincă e Clementina erano stati sepolti.

Affranta per la perdita di colui che considerava suo figlio, donna Profira liberò tutti i suoi schiavi, rinunciando a qualsiasi indennizzo da parte dello Stato e vendette il suo signorile palazzo nel centro di Iaşi, ritirandosi a vita privata e dedita ad atti di carità. Morì nel 1870, dopo aver lasciato la sua immensa fortuna per la costruzione dell’Ospedale S. Trinità Pascanu della capitale moldava.

L’abolizione della schiavitù zingara nel 1855 ispirò un rom moldavo che scrisse questo commovente inno di gioia e di riconoscenza (Vaillant, 1857, pp. 481-482):

 

Elan saré                                            Correte tutti

Kamditzov, o prales!                         O diletti fratelli!

Abdés odés                                        Oggi

Elan, saré                                        Correte tutti!

 

Amén sarè pirés                                Noi tutti liberi

Ctagar gadjo kerdès                          Fa il principe rumeno.

Vitizen ando baro glas:                     Gridiamo con gran voce:

Avelèas!                                          Così sia!

 

Saré: puré, ma-rôme, tchaï,              Tutti: vecchi, uomini, giovani

Bakri ol huldor, tchabi!                    Agnelli del gregge, bambini!

Pagardil amare sostraï                      Hanno spezzato i nostri ferri

O Ctagar i but gagi                           Il principe e molti rumeni.

Elan, saré                                      Correte tutti

 

O Del, o bhu, o kam, o tchanda,        Dio, la terra, il sole la luna

o samnal, o vesh, o hé romni             l’aurora, le foreste, l’umanità

Bucuria samas Tota                           In coro celebrano il gran Tutto

Hé Moldava is i latchi.                      Per la bontà della Moldavia.

Elan, saré                         Correte tutti

 

 

O De baro! E tcheakrean,                  Dio grande! E voi astri

O dolca kerdès amen,                        che ci faceste luce

kamatzòv saré gagiés                         amate tutti i rumeni

marè robia pagardés                          che spezzarono il nostro servaggio

Elan, saré                                     correte tutti

 

 

 

Due mesi dopo, l’8 febbraio (20 febbraio per il calenadio ortodosso) del 1856 anche il principe Barbu Ştirbei decretava l’emancipazione dei Rom nella Valacchia.

Dopo cinque secoli di servitù, gli ultimi schiavi d’Europa erano finalmente liberi. Si calcola che in Romania vennero affrancati oltre 250000 zingari (il 10 % della popolazione). Per sottolineare l’importanza dell’evento storico, l’8 febbraio e il 10 dicembre sono state dichiarate giornate della commemorazione dell’abolizione della schiavitù dei Rom.

 

 

 

 

Il nuovo status sociale e la diaspora dei Rom

Con l’abolizione della schiavitù in Valacchia e Moldavia (dal 1859, Romania), i Rom divennero giuridicamente uguali a tutti gli altri cittadini. Si poneva ora il problema del loro inserimento nella nazione rumena, acuito dal fatto che sotto l’antico regime ciascuna categoria degli ex-schiavi aveva un proprio stile di vita. L’obiettivo principale fu quello della loro sedentarizzazione e dell’esercizio di una occupazione.

La maggior parte dei Rom furono costretti a stabilirsi nei villaggi e nelle città, dove alcune categorie di artigiani, come i lingurari (cha lavoravano il legno), i ferari (fabbri ferrai), i keramidarja (fabbricanti di mattoni), i bidinari (fabbricanti di pennelli) e i musicisti lăutari continuarono a praticare i loro precedenti lavori, divenendo cittadini soggetti alla tassazione statale. Altri abbracciarono nuove professioni, gli uomini come spazzini, giocolieri, muratori e le donne con la vendita di fiori, dolci, semi di mais, tappeti e la lettura della mano. Inoltre vi furono numerosi casi di boiardi che continuarono a servirsi di un numero considerevole di Rom per i lavori domestici, come cuochi, servitori, vetturini, maniscalchi, falegnami.

Alcune categorie di zingari, come i lăieşi, benché fosse proibito vagare per il paese in bande e vivere in tende, continuarono a condurre uno stile di vita itinerante. In estate si spostavano da un posto all’altro vivendo in misere tende, mentre durante l’inverno si rifugiavano sulle montagne in piccoli villaggi di capanne (Achim, 1998, pp. 109-120).

Con la riforma agraria del 1864 ai Rom furono assegnati appezzamenti di terreno espropriati ai boiardi. Specialmente i vatraşi, che da generazioni erano abituati ai lavori agricoli sulle terre dei boiardi e dei monasteri, divennero piccoli proprietari terrieri. Tuttavia molti di loro, incapaci di amministrare e organizzare l’attività agricola, affittavano i loro lotti di terra ai contadini rumeni o si adattavano a lavorare la terra in qualità di giornalieri sulle terre che appartenevano loro (Obedenare, 1874, p. 597).

Dopo l’affrancamento dalla schiavitù, vi fu una emigrazione in massa di innumerevoli gruppi verso l’Ungheria, la penisola balcanica, la Russia, i paesi dell’Europa centrale e occidentale e in seguito verso l’America. Fu un fenomeno di grande impatto geopolitico, che costituì la seconda grande migrazione dei Rom, dopo la grande ondata a cavallo del XV dall’area greco-balcanica dei Rom in fuga davanti all’avanzata dei Turchi Selgiuchidi. Ne furono coinvolti i gruppi appartenenti ai clan dei Kalderaš (calderai), Lovara (allevatori di cavalli), Kañjarija, Rudari e Beaš. Anche numerose famiglie di ursari, ammaestratori ed esibitori di orsi, lasciarono la Romania, compiendo lunghe escursioni in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, in Germania, Olanda, Francia e Belgio, fino in Spagna.

Nonostante la buona volontà di molti abolizionisti, l’integrazione sociale degli ex schiavi avvenne solo per una parte di loro, molti dei Rom sono rimasti al di fuori dell’organizzazione sociale della società rumena. I Rom, quasi sempre insediati ai margini di un villaggio o in quartieri separati nelle città, hanno continuato a subire una profonda emarginazione sociale. Anche oggi in Romania, i Rom hanno a che fare con la discriminazione, l’intolleranza e il razzismo ingrato dei rumeni, perfino con il più abietto rigetto della (numerosa) minoranza rom, con la presa di distanza lessicale che mette in guardia dall’identificare i Rom con i rumeni. Evidentemente cinque secoli di schiavitù non sono bastati!

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Achim Viorel, The Gypsies in the Romanian principalities: the emancipation laws, 1831–1856, Budapest, 1998.

Colocci Adriano, Gli zingari. Storia di un popolo errante, Torino, 1889, pp. 126-128.

http://romanistan.bosnianforum.com/t3-seobe-roma-kretanja-i-migracija.

https://www.wikiwand.com/en/Slavery_in_Romania.

Obedenare Mihail Georgiade, Sur les tsiganes de la Roumanie in Bulletins de la Société d’Anthropologie de Paris, Parigi 1874 II serie, Tomo 10, pp. 597-603).

Oişteanu Andrei, Ius primae noctis. Privilegiile sexuale ale boierilor asupra roabelor ţigănci, 2012 in https://revista22.ro/eseu/andrei-oisteanu/ius-primae-noctis-privilegiile-sexuale-ale-boierilor-asupra-roabelor

Radulesco Jon Eliade, Mémoires sur l’histoire de la régénération roumaine, Parigi, 1851.

Regnault Élias, Histoire politique et sociale des Principautes Danubiennes, Paris, 1855.

Serboianu C. J. Popp, Les Tsiganes. Histoire, etnographie, linguistique, grammaire, dictionnaire, Parigi  1930

Tissot Victor, Voyage au pays des Tziganes (La Hongrie inconnue), Parigi, 1880,  pp.  299- 322; 450-453.

Vaillant Jean Alexandre, Les Rômes. Histoire vraie des vrais Bohémiens, Parigi, 1857.

 

 NOTE

[1] Una delle teorie più accreditate è che i Rom siano arrivati in Romania nel XIII secolo come prigionieri di guerra e schiavi al seguito dei Tartari e che dopo che questi furono sconfitti abbiano mantenuto la condizione servile sotto i Rumeni. Ma questa ipotesi è poco attendibile, poiché tutti i rom dell’Europa, compresi quelli rumeni, conservano una grande quantità di termini greci, per cui anch’essi fanno parte dei Rom che hanno soggiornato per secoli nei territori dell’impero bizantino e della grande diaspora che si verificò a partire dalla metà del XIV secolo in seguito all’avanzata dei Turchi ottomani.

[2] Una vicenda simile è oggetto della commedia La Cingana di Gigio Artemio Giancarli, famoso compositore di commedie del Cinquecento, che vede protagonista una zingara che con in braccio un bambino si introduce nella casa di messer Acario e trova una fantesca che sorveglia due gemelli, Medoro e Angelica, che dormono nella culla. Dopo aver distratto la sorvegliante con un’astuzia, la zingara prende Medoro dalla culla e mette al suo posto il proprio figliuolo.

[3] Gli zingari erano ridotti a cose, venduti e acquistati come bestiame. Ancora oggi in Romania schiavo (rob) e zingaro (ţigan) sono sinonimi.

[4]  Il boiardo M. Otétéleshano, gravemente ammalato, fece voto di liberare gli schiavi se fosse guarito. Ma ricevette la grazia, guarì, ma i suoi zingari continuarono a rimanere schiavi. Il boiardo M. Stirbéiu, che fu tra i primi assertori dell’affrancamento degli zingari, essendo indebitato non esitò a vendere tutti i suoi schiavi al mercato di Bucarest, tra la disperazione delle madri che si videro separate dai loro figli (Regnault, 1855, p. 341).


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