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Rom nell'arte

I Rom e il paesaggio: la poetica ambientale dei “senza luogo”

10 mag , 2018  

La pittura paesaggistica ha rappresentato uno dei filoni maggiormente frequentati dagli artisti. Il paesaggio, che inizialmente faceva da complemento e da sfondo nelle scene religiose o mitologiche e nei ritratti, diventa ben presto un genere pittorico indipendente, grazie all’innovazione apportata dai pittori olandesi ai primi del Seicento. I Rom, per la loro natura nomade, all’aria aperta e a stretto contatto con la natura, in ambienti sempre nuovi e diversi, sono tra i protagonisti privilegiati del paesaggio. Nomadi senza fissa dimora, non sono accessori aggiuntivi o marginali, ma costituiscono parte integrante del paesaggio. Il paesaggio rappresenta la loro territorialità fisica e ontologica. Per così dire, essi “abitano” e frequentano il paesaggio, abbellendolo e caratterizzandolo con la loro pittoresca presenza. Se è vero che non tutti i paesaggi “includono” gli zingari, è vero però che gli zingari sono elementi inscindibili e imprescindibili da ogni tipo di paesaggio, naturale o urbano, antico o moderno. L’inglese George Borrow, dopo aver rimarcato che essi sono un ornamento alle città e alla campagna e che i pittori hanno un grande debito verso di loro, afferma che, se non ci fossero, avremmo di che rimpiangere per la loro mancanza (Borrow, 1939, p. 56).

Tra Cinquecento e Seicento i grandi paesaggisti fiamminghi rappresentano questi gruppi, formati da uomini avvolti in ampi mantelli e da donne con ampi turbanti che allattano i loro figli, che si confondono in paesaggi naturali quasi surreali, che hanno come scenario la foresta o ampie vallate, evocando la libertà del vagabondaggio. Nel dipinto Riunione di zingari in un bosco di Jan Brueghel il Vecchio, datato 1614 e conservato nel Museo del Prado di Madrid, un gruppo di zingari in viaggio fanno una sosta, seduti lungo la strada, mentre si intrattengono con una comitiva di mandriani con asini e cavalli carichi di merce. A sinistra l’occhio spazia su una magnifica vallata illuminata da un bagliore di luce sfavillante. Nel Paesaggio di montagna del pittore anversese Jan Tilens, datato 1610 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna, una famiglia di zingari, appena percettibile nell’angolo di sinistra, si concede una breve sosta sotto una parete rocciosa, che dà su un’aspra vallata sotto un cielo plumbeo, da cui filtra una luce sinistra carica di tempesta.

Il pittore fiammingo Gysbrecht Lytens ne ha fatto uno dei suoi soggetti preferiti, dipingendo a più riprese gruppi di zingari nelle varie stagioni. Nel Paesaggio boscoso di montagna con cascata e viaggiatori, prima metà secolo XVII, conservato nel Museo Nazionale di Stoccolma, rappresenta una profonda gola di montagna con pareti a picco e una lussureggiante vegetazione che sembra nascondere sulla destra una cascata e un’abbazia abbarbicata sulla roccia. A sinistra alcuni taglialegna caricano dei tronchi d’albero su un mulo e un pastore pascola il suo gregge. Al centro una compagnia di zingari a piedi, nel loro variopinto abbigliamento orientale, si inerpica allegramente sul sentiero, carichi di fagotti con al seguito muli da soma che trasportano grandi ceste.

Nel fiabesco Paesaggio invernale con un accampamento di zingari, prima metà del XVII secolo, Kunsthistorisches Museum di Vienna, il pittore rappresenta in primo piano un gruppo di zingari accampati intorno al fuoco in una foresta innevata, dalle delicate sfumature cromatiche, mentre una donna sembra invitare un vecchio viandante, che si mostra riluttante a unirsi al gruppo. Sullo sfondo vi sono due boscaioli, uno che sta caricando su un asino la legna appena tagliata, mentre il suo compagno si riposa seduto con l’ascia sulle ginocchia.

 

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    Jan Brueghel il Vecchio, Riunione di zingari                           Jan Tilens, Paesaggio di montagna, 1610,

     in un bosco, 1614, Madrid, Museo del Prado                           Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

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Gysbrecht Lytens, Paesaggio boscoso di montagna                       Gysbrecht Lytens, Paesaggio invernale con un

con cascata e viaggiatori, prima metà secolo XVII,                        accampamento di zingari, prima metà del XVII

Stoccolma, Museo Nazionale,                                                                    Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

La serie con gli zingari nei paesaggi di grotta è inaugurata dal pittore fiammingo Cornelis van Dalem con Paesaggio roccioso con nomadi, datato 1570 circa e conservato nella Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, che rappresenta in modo allegorico lo sviluppo della civiltà dell’uomo. La composizione è dominata da un’ampia radura, sullo sfondo di una natura selvaggia e primordiale, animata da alcune scene emblematiche delle fasi dell’evoluzione umana dall’età della pietra alla civiltà. A sinistra vi è un’oscura caverna, da cui esce un vecchio con un bastone in mano che simboleggia l’inizio dell’umanità in cammino. A mano a mano che ci si allontana dalla caverna vengono illustrati i momenti fondamentali che hanno avuto un ruolo nel processo di civilizzazione dell’uomo. Una famiglia di zingari, con una donna seduta di spalle con un grande turbante circolare e un ampio mantello, un uomo dai tratti orientali e due bambini nudi, rappresenta lo stadio del nomadismo. Due donne sedute, di cui una tiene in grembo un gatto, simboleggiano l’addomesticamento degli animali; un gruppo di persone attorno a una figura sacerdotale simboleggia la religione; un uomo e una donna con turbanti orientali sembrano alludere al commercio. Al centro due uomini, di cui uno anziano con la folta barba e l’altro più giovane, conversano amenamente e rappresentano le arti liberali. In primo piano è rappresentata la caccia, con un cacciatore circondato dai suoi cani che scuoia la preda. Dietro di lui due giovani accosciati nel bosco intenti ai loro bisogni naturali e poco più in là un uomo si esercita al tiro a segno, simbolo dell’attività ludica e ricreativa.

 

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 Cornelis van Dalem, Paesaggio roccioso con nomadi, 1570 circa, Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle

     Ispirato ai paesaggi rocciosi di van Dalem, il dipinto Zingari nelle montagne del fiammingo Joos de Momper il Giovane, inizio secolo XVII, Museo Pushkin di Mosca, descrive l’animata vita di un accampamento di zingari al riparo di un ammasso di rocce scoscese. Un grande buco rotondo nella roccia consente una vista su una verde vallata con una rocca evanescente sul fondo e uccelli volteggianti nel cielo, di chiara derivazione dal dipinto di Jan Brueghel il Vecchio. Al riparo di una caverna è eretta una tenda, davanti alla quale una donna accende un focolare. All’esterno alcuni uomini lavorano sull’incudine o riparano pentole; più in là alcune donne con in braccio i loro bambini passano il tempo in dolce conversazione, mentre in basso a destra due donne lavano i panni in uno stagno e li mettono ad asciugare sul ramo di un albero.

 

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Joos de Momper, Zingari nelle montagne, inizio secolo XVII , Mosca, Museo Pushkin

     Un altro pittore fiammingo, David Teniers il Giovane, inserisce gli zingari in paesaggi di grotta, che pur nella rielaborazione fantastica documentano la loro diffusa consuetudine di trovare una provvisoria sistemazione in ripari naturali, grotte, caverne e anfratti rupestri. Nel Paesaggio con zingari, datato 1641 e conservato nel Museo Nazionale di Varsavia, sullo sfondo di una campagna con un villaggio fortificato e un contadino che sta arando i campi, vi è una grande caverna appartata, dove bivacca una famiglia attorno al fuoco, mentre alcune donne lavano i panni in un ruscello e una vecchia ritorna dal suo giro di questua con la bisaccia piena di viveri.

 

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David Teniers il Giovane, Paesaggio con zingari, 1641, Varsavia, Museo Nazionale

    Un altro filone, che ha esercitato una forte attrazione sugli artisti, è il paesaggio con le antiche rovine, che offrono ombra e riparo a bande di zingari in sosta. Dai resti dell’antica Roma agli avanzi delle chiese e abbazie gotiche, ai ruderi dei castelli medievali, il fascino della rovina si coniugava con l’esotismo suggestivo e pittoresco di individui che ne facevano l’oggetto dei loro insediamenti temporanei.

Un documento di eccezionale interesse, che ci restituisce uno spaccato di vita zingaresca nella Roma dei primi del Cinquecento, è un disegno che rappresenta Le rovine del Colosseo, tratto dal “Codex Escurialensis”, un manoscritto prodotto dalla bottega dei Sangallo che contiene vedute e monumenti architettonici della città di Roma, datato 1508 circa, che fu acquistato dal nobile spagnolo Don Diego de  Mendoza. Il disegno raffigura la struttura interna dell’estremità occidentale dell’anfiteatro in rovina e l’andirivieni delle persone che saccheggiavano il grande rudere, per riutilizzare i materiali edili e i grandi blocchi di travertino (Parlato, 1996, p. 169-170).

Nondimeno il disegno non trascura di rappresentare nello spiazzo centrale una numerosa famiglia di zingari, con silhouettes rapidamente schizzate, che vi hanno preso possesso e stabile dimora. Tra i cumuli delle macerie e dei detriti vi è un vero accampamento zingaro con le tende triangolari, donne con bambini sedute davanti al focolare a preparare la cena tra pentole e caldaie, uomini intenti al lavoro, probabilmente a lavorare il ferro o riparare pentole, pali per asciugare la biancheria e cavalli al pascolo. In primo piano alcune donne leggono la mano a clienti occasionali, mentre  e altre con il tipico mantello ad armacollo con i loro bambini tornano all’accampamento dopo la questua quotidiana. E questo cinque secoli fa, (quasi) come oggi!

 

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Codex Escurialensis, Rovine del Colosseo, 1508 circa

 

     Da allora il soggetto fu sviluppato da artisti stranieri, specialmente fiamminghi e olandesi attratti a Roma dal fascino della classicità, che ne fecero una pittura di genere, per lo più stereotipata e convenzionale, meno realistica e più simbolica, tesa a sottolineare l’ineluttabile trascorrere del tempo. Uno di questi pittori fu il fiammingo Paul Bril, che può essere considerato il caposcuola dei paesaggi delle rovine antiche. Nel famoso dipinto Il Campo Vaccino con una zingara che legge la mano, datato 1603, collezione privata, l’artista ritrae da una prospettiva insolita l’area del Foro Romano, che allora era chiamato Campo Vaccino per il mercato delle vacche che vi si teneva, cosparsa di rovine di monumenti antichi, dove pascolano armenti di mucche e capre tra una folla di pastori e mandriani.

    In primo piano alcune donne zingare, con il tipico mantello legato a una spalla, il foulard e gli orecchini, sono sedute su massi rocciosi e una di loro legge la mano a un mandriano, mentre un ragazzo lo deruba. In secondo piano, a sinistra, un’altra donna si intrattiene con gli avventori di una squallida taverna sotto la trabeazione del Tempio di Vespasiano, per chiedere l’elemosina o leggere la buona ventura. Nel dipinto è presente un intento moralistico di amara constatazione. L’accostamento di categorie infime di persone, come gli zingari, i bifolchi e i bevitori con le rovine dei grandi monumenti dell’antichità sottolinea lo stridente contrasto tra l’attuale decadenza e lo splendore della civiltà del passato, forse adombrato nella luce dorata che inonda la ciclopica costruzione sullo sfondo.

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Paul Bril, Il Campo Vaccino con una zingara che legge la mano, 1603, collezione privata

     Bril ha avuto numerosi imitatori, che però non mostrano un così chiaro intento pessimista; anzi gli zingari tra le rovine sembrano essere un elemento positivo, che ridà vita e colore a luoghi un tempo gloriosi, ma ormai abbandonati e fatiscenti. Essi sono un complemento naturale ai resti dei monumenti antichi, rimodellando spesso il paesaggio di rovine con il loro riutilizzo nel quotidiano svolgimento delle loro attività. La Veduta del Foro romano con pastori che pascolano il loro gregge del fiammingo Willem van Nieulandt il Giovane, prima metà del secolo XVII, collezione privata, presenta una profonda e luminosa prospettiva sui Fori Imperiali. In primo piano la scena a destra mostra alcuni pastori che sorvegliano un gregge, a sinistra una zingara legge la mano a un mulattiere.

 

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Willem van Nieulandt il Giovane, Veduta del Foro romano con pastori che pascolano il loro gregge, prima metà secolo XVII, collezione privata

     Nel Gruppo di zingari in partenza da una città italiana, Bartolomeo Breenbergh, maestro olandese residente a Roma tra il 1619 e il 1629 circa che lavorò nella bottega di Bril, rappresenta un carro a due ruote, trainato da un cavallo e guidato da un uomo con un grande cappellaccio e una frusta, su cui è sistemata una famiglia zingara, cui seguono altri personaggi a piedi, che esce da una porta di una città tra le rovine di un tempio antico. Breenbergh, da buon incisore qual era, ha operato una interessante contaminazione, inserendo in un paesaggio architettonico urbano il gruppo dei Bohémiens di una famosa incisione del celebre incisore francese Jacques Callot, invertendo e semplificando l’immagine in funzione narrativo-descrittiva.

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 Bartolomeo Breenbergh, Gruppo di Bohémiens in partenza da una città italiana, prima metà XVII secolo, collezione privata

     Nell’Accampamento di zingari tra le rovine della villa di Mecenate a Tivoli di Filippo D’Angeli, detto Filippo Napoletano, metà XVII secolo, Museo delle Belle Arti di Bordeaux, il pittore ritrae uno spettacolare e animato insediamento di una numerosa comunità zingara tra le vestigia di un’antica villa romana. L’abbondanza di particolari e la resa delle figure descritte con precisione, con effetti di luci ed ombre marcate e contrastanti, inducono a ritenere che l’artista abbia ritratto la scena dal vivo. Al centro alcuni uomini, con una lunga tunica, una fascia al fianco e un turbante orientale, accanto a un cavallo bianco e ad alcuni bagagli discutono, come se fossero appena arrivati da un lungo viaggio. Alcuni giovani vengono alle mani e inscenano una gara di lotta a pugni. Poco oltre alcuni uomini e donne attorno al fuoco sotto una rudimentale tenda osservano la scena. A sinistra, sotto la grande arcata a sesto acuto, alcuni uomini stanno spennando un volatile e una chiromante calamita l’attenzione di un cliente mentre viene derubato. Al di là di un androne, alcune donne lavano i panni in un acquitrino, mentre altre donne li stendono al sole sul cornicione delle volte superiori della villa. Dopo secoli di silenzio, la villa del celebre romano, amico e mentore di Augusto, è di nuovo teatro di una vita intensa di individui capitati lì come per caso.

 

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Filippo D’Angeli, Accampamento di zingari tra le rovine della villa di Mecenate a Tivoli, metà secolo XVII, Bordeaux, Museo delle Belle Arti

     Una simile, potente impressione si prova osservando lo straordinario dipinto Sosta di Bohémiens del pittore francese Sébastien Bourdon, che visse per un certo periodo a Roma, dove aderì al gruppo dei Bamboccianti,prima metà del XVII secolo, collezione privata. Una truppa di zingari armati, con cappelli piumati e stivali a imbuto con bordo rivoltato, con le donne, i bambini e i cavalli stabilisce il proprio quartier generale tra i ruderi di un antico castello che domina la vallata. Al centro un lungo albero rinsecchito senza più rami né foglie, sotto il quale è adagiato un giovane zingaro ferito, assistito da un un gruppo di suoi compagni, accentua la sensazione di desolazione e abbandono del sito. Il dipinto documenta in modo realistico la presenza di bande di zingari che nel Seicento circolavano armate nelle campagne e si sistemavano intorno alle antiche rovine. Gli zingari, seppur per poco, rompono il silenzio dei secoli, rianimando la vallata deserta e ridando vita alle macerie e ai muri sbrecciati dell’antico castello. Per comprendere il loro indispensabile apporto al paesaggio basta immaginare il luogo dipinto dopo la loro partenza. Un luogo senza tempo, senza voce, senza vita. Mentre loro seguitano il loro cammino.

 

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Sébastien Bourdon, Sosta di Bohémiens, prima metà secolo XVII, collezione privata

     Nel dipinto Sosta di Bohémiens di pittore anonimo, metà XVII secolo, Museo delle belle arti di Chambéry, in uno scenario impressionante di rovine su un’altura collinare è descritto il ritrovo di una numerosa comunità zingara alla fine di una giornata, dopo il vagabondaggio nella campagna. A destra un gruppetto di uomini dai volti scuri con in testa turbanti orientaleggianti stanno conversando accanto a due donne a cavallo con in braccio un bambino, che ricordano le incisioni di Callot, di cui una su un cavallo bianco è avvolta in un grande mantello rosso. Accanto a loro, seduti per terra al riparo di un anfratto delle rovine, alcuni uomini avvolti in mantelli scuri e con il viso nascosto da enormi cappelli neri giocano a carte o a dadi. In primo piano a sinistra alcune donne sdraiate per terra riposano con i loro bambini. Sullo sfondo un gruppetto di donne con in braccio i bambini rientrano al campo dopo il loro giro di questua, mentre a sinistra una donna armeggia con una pentola sul fuoco.

 

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     Anonimo, Sosta di Bohémiens, metà secolo XVII, Chambéry, Museo delle belle arti

     Il dipinto Indovina zingara con altre zingare vicino a rovine di un seguace di David Teniers il Giovane, seconda metà del XVII secolo, collezione privata, rappresenta una scena di chiromanzia tra le rovine di un antico edificio invaso dalla vegetazione. In un paesaggio dai colori soffusi, in cui predomina la tonalità rossastra, una zingara legge la mano a un viandante, che viene derubato da un marmocchio, sotto lo sguardo di un gruppo di donne e bambini (chissà dove saranno gli uomini), raccolti attorno al fuoco, su cui è posta una pentola, mentre una donna lava i panni in un ruscello.

 

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David Teniers il Giovane (seguace), Indovina zingara con altre zingare vicino a rovine, seconda metà del XVII secolo, collezione privata

     Nell’Accampamento zingaro in antiche rovine del pittore tedesco Johann Heinrich Roos, famoso per i suoi dipinti di animali e di scene pastorali, datato 1675 e conservato nell’Hermitage di San Pietroburgo, una famiglia zingara, dopo aver viaggiato durante il giorno, si accampa tra le rovine di un grande edificio antico. Una vecchia solleva il coperchio di una pentola che bolle sul fuoco, accanto a un uomo disteso su un pagliericcio mentre fuma una lunga e sottile pipa. Una giovane donna è in piedi con in braccio un bambino, mentre un uomo sta scaricando i bagagli da un cavallo e alcuni bambini giocano con un cagnolino. Il sole al tramonto diffonde una luce rossastra che si riverbera sui vestiti dei personaggi e sulle pietre argillose dell’edificio, tra il contrasto delle ombre della spelonca e uno squarcio di cielo ancora chiaro del giorno che va morendo.

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Heinrich Johann Roos, Accampamento zingaro in antiche rovine, 1675, San Pietroburgo, Hermitage

     A differenza dell’idilliaco quadretto di Roos, il dipinto Zingari in partenza del tedesco Johann Georg Trautmann, metà XVIII secolo, collezione privata, presenta un inquietante scenario di vita zingara nel Settecento. La scena descrive la partenza in piena notte di una compagnia di zingari dal loro accampamento posto tra le rovine di un imponente fortilizio, evento strano e del tutto insolito per gente restia a viaggiare al buio. Si capisce subito che non si tratta della gioiosa marcia nell’ubertosa campagna dei Bohémiens di Callot, ma di una partenza strategica, dovuta alla necessità di levare l’accampamento per sfuggire alla caccia data loro dagli sbirri per qualche azione criminosa. Nel XVIII secolo la recrudescenza della repressione dei governi determinò la reazione violenta da parte di alcuni gruppi zingari che si diedero al brigantaggio e ad azioni di criminalità organizzata in vari paesi dell’Europa, specialmente in Germania[1].

Nel dipinto, sotto l’arco di un rudere abbandonato, un gruppo di zingari sono affaccendati ad ammassare le loro robe. Al centro una donna con in braccio un bambino raduna gli altri ragazzi che portano pentole e arnesi da cucina, uno dei quali porta sulle spalle una bottiglia su cui è inscritto il monogramma “TM”, autografo dell’artista. A sinistra un uomo con in mano una torcia, che proietta un fascio di luce rossastra all’intorno, sollecita un compagno seduto di spalle vestito alla soldatesca con pantaloni al ginocchio, alti stivali a imbuto e una spada al fianco, che si lamenta di una ferita al ginocchio, visibile attraverso uno strappo nei pantaloni. Accanto vi è una donna, che sembra stringere tra le braccia un forziere, e un cavallo stracarico all’inverosimile. Sulla destra, al chiarore della luna piena, figure scure con il cappello piumato e un archibugio sulle spalle si stagliano su un cielo nuvoloso grigio-blu, aprendo il cammino al resto della truppa (Kölsch, 1999, p. 382).

 

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Johann Georg Trautmann, Zingari in partenza, metà XVIII secolo,metà XVIII secolo, Collezione privata

    Una sensibilità romantica pervade l’Accampamento di ladri in rovine classiche di un altro pittore tedesco, Johann Conrad Seekatz, datato 1760-65 circa e conservato nel Goethe Museum di Francoforte sul Meno. In un antico palazzo con resti di grandi arcate e nicchie con statue classiche, in mezzo a un fitto bosco, è accampata una banda di zingari. In primo piano alcune donne sedute su umili pagliericci accudiscono ai bambini, sotto lo sguardo compiaciuto di un uomo in piedi accanto a loro, probabilmente il capo della compagnia, che veste un’elegante giacca blu con alamari, un corto mantello rosso, calzoni corti, stivali alti e risvoltati e un cappello a tricorno. Davanti a loro un uomo con una giacca logora e una specie di elmo in testa, con una striscia di cuoio a tracolla per le munizioni, sta estraendo da una piccola cassetta pezzi d’argenteria, frutto probabilmente di rapine. A sinistra una donna è intenta a scaldare l’acqua sul fuoco, mentre un’altra donna seduta spenna un pollo e un uomo, aiutato da un ragazzo, prepara uno spiedo con infilzata una lepre e pronto per un’altra lepre appesa a una colonna. A destra un gruppo di persone si riposa accanto a una grande tenda improvvisata, mentre due ragazzi giocano e un musicista allieta la compagnia con il suono di un violino. La titolazione del dipinto non si riferisce esplicitamente agli zingari, bensì genericamente a una banda di ladri. Durante il XVIII secolo in Germania nell’immaginario popolare non vi era una chiara distinzione tra i due gruppi, perché uniti da uno stesso stile di vita.

 

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 Johan Konrad Seekatz, Accampamento di ladri in rovine classiche, 1760-65 circa, Francoforte sul Meno, Goethe Museum

     La Refezione di zingari del pittore genovese Alessandro Magnasco, detto il Lissandrino, datata 1710 circa e conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze, è una sorta di “corte dei miracoli”, tra il fantastico e il grottesco in cui i personaggi, simili a piccole figure fatte di poche pennellate rapide ed evidenziate da sprazzi di luce abbagliante, sono inserite fra le rovine di un grande edificio antico (Spada, Farruggia, Cossetto, 2006, p. 52).

Gli zingari consumano un pasto rozzo e scomposto intorno a un tavolo centrale, tra il disordine di piatti e brocche appoggiati per terra, stoviglie gettate qua e là e diversi animali, tra cui un pappagallino ammaestrato. In primo piano vi è un suonatore di mandolino, mentre sulla sinistra un rozzo personaggio mangia facendosi cadere il cibo in bocca dall’alto sollevandolo con la mano (Giannini, 2014).

 

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 Alessandro Magnasco, Refezione di zingari, 1710 circa, Firenze, Galleria degli Uffizi

    All’inizio del XIX secolo si verificò una rottura radicale nella percezione delle vestigia antiche. Se fino ad allora erano state le affascinanti rovine dell’antica Roma ad attrarre gli artisti, in epoca romantica essi si appassionano alle rovine del Nord e delle vestigia del Medioevo. Le scene zingare di bivacchi o di relax familiare non sono più ambientate tra le monumentali architetture della classicità, ma negli angoli silenziosi e reconditi delle antiche abbazie o delle fortezze medievali diroccate (http://museefabre.montpellier3m.fr).

Una precoce anticipazione dei futuri esiti romantici è costituita dal dipinto Le rovine di Theben sul fiume March di Bernardo Bellotto, il Canaletto, datato 1759-60 e custodito nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. A sinistra si eleva una ripida collina con i resti della fortezza di Theben, presso Vienna, al confine con la Slovacchia, e sullo sfondo il fiume March che si getta nel Danubio e, in lontananza, la città di Bratislava. In primo piano una famiglia zingara si è sistemata in un grande spiazzo, al riparo delle mura di cinta del castello, e ha rabberciato una grande tenda triangolare. Davanti alla tenda vi è un uomo in piedi, con le vesti trasandate, e una donna con in braccio un bambino che sta allattando tra pentole, bronzini e ceste. Più in là una donna è intenta a preparare la cena intorno al fuoco e un uomo, seduto di spalle, con un grande mantello e un cappellaccio a grandi falde, sembra assorto in qualche pensiero, mentre una donna gli si avvicina, attirando la sua attenzione con una mano e togliendo qualcosa dalla tasca del grembiule.

 

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Bernardo Bellotto, il Canaletto, Le rovine di Theben sul fiume March, 1759-60, Vienna, Kunsthistorisches Museum

    Il dipinto Accampamento di zingari nelle rovine dell’abbazia di San Bavone, opera giovanile dell’artista francese Jules Breton, datato 1853 e custodito nel Museo delle Belle Arti di Gand, mostra una famiglia di saltimbanchi che sul far della sera trova riparo tra i ruderi dell’antica abbazia di San Bavone di Gand, in Belgio, diventata un luogo solitario e abbandonato, dove crescono le erbacce e nidificano gli uccelli. Una vecchia zingara, simile a una fattucchiera, con il mantello rosso e il bastone in mano siede accanto al fuoco su cui bolle una pentola. Della selvaggina è sparsa per terra, accanto a un bambino che sgranocchia una carota. Un uomo con un rude cappello ornato da una piuma e una spada siede su un blocco di pietre, con accanto una giovane donna con in mano un tamburello basco, mentre un giovane uomo vestito da giullare appoggiato a una colonna spezzata, con lo sguardo fisso sui resti antichi sembra riflettere sulla scorrere del tempo e la vanità delle cose.

 

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Jules Breton, Accampamento di zingari nelle rovine dell’abbazia di San Bavone, 1853, Gand, Museo delle Belle Arti

    L’incisione La casa degli zingari dell’acquarellista e illustratore inglese George Haydock Dodgson, metà XIX secolo, presenta una suggestiva scena serale di zingari accampati sotto le arcate di una abbazia in rovina. Una donna prepara la cena davanti al fuoco su cui è messa a bollire una pentola. Gli altri componenti del gruppo conversano tra di loro, tranquillamente seduti sulla riva di un torrente, mentre un uomo torna dal suo giro di affari con il suo asino carico di provviste.

 

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George Haydock Dodgson, La casa degli zingari, metà XIX secolo

    Nell’incisione Ai margini del villaggio del pittore ungherese György Vastagh, datata 1873, una famiglia di zigani ungheresi è accampata tra anti che rovine, che richiamano idealmente l’insediamento romano di Aquincum alla periferia di Budapest. A sinistra è seduta una vecchia con il foulard, la pipa magiara con la cannuccia corta e una brocca in mano. Al centro un trio di musicisti, composto da un anziano violinista, un giovane suonatore di cymbalon e un ragazzetto che suona il clarinetto. Seduta davanti a loro una giovane ragazza si protende ad ascoltare la musica, mentre alle loro spalle un ragazzino si diverte a scalare un muro in rovina.

L’insolito quadretto è probabilmente la rielaborazione di una fotografia, dove i modelli posano artificialmente, associati poi con le pittoresche rovine a creare un tenero idillio bucolico (Bencsik, 2010). E’ il classico stereotipo romantico dello zingaro musicista, felice e spensierato, che vive ai margini della società, come è chiaramente espresso dal titolo, senza regole e in sintonia con la natura.

Questa visione romantica degli zingari, che ritroviamo in altre opere pittoriche, la si deve soprattutto al fatto che l’artista lavorò come pittore di corte per l’arciduca austro-ungarico Giuseppe Carlo Ludovico, cugino dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, che si era interessato alla cultura e alla lingua degli zingari e aveva insediato una colonia di Rom ungheresi sulla sua tenuta di Alcsuth, vicino a Budapest, con l’intento di sedentarizzarli e integrarli nella società civile.

 

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 György Vastagh, Sosta di zingari in antiche rovine, 1873

     Un altro tema sviluppato soprattutto dai paesaggisti nordici è la lettura della mano ambientata en plein air, sullo sfondo di sconfinati paesaggi montuosi, fluviali o rurali, dove piccole figure di zingare leggono la mano a viandanti occasionali, campagnoli, nobili o borghesi.

Il Paesaggio con cacciatori e chiromante del fiammingo Abraham Govaerts, datato 1612 e conservato al Mauritshuis dell’Aia, è dominato da una straordinaria foresta di querce secolari che creano profonde e oscure gallerie, mentre a sinistra si distende una grande vallata punteggiata di piccoli borghi. Nel bosco un gentiluomo con un’elegante farsetto, il cappello ornato da una piuma, calzoni imbottiti ed eleganti stivaletti, appoggiato al suo fucile, si fa leggere la mano da una zingara con un ampio mantello a righe e il classico turbante discoidale. E’ accompagnata da un’altra zingara con un bambino in braccio, che indossa un ampio mantello e un berretto bianco di lino, tipico delle donne olandesi e fiamminghe. Una terza zingara, seduta al bordo del sentiero con in braccio un bambino, indossa invece un variopinto turbante di stoffe arrotolate di prima maniera. Troviamo qui riunite le tipologie di copricapo più in uso nell’abbigliamento femminile. (De Marly, 1989, p. 56-57-59).

Il dipinto intende esprimere un severo giudizio morale circa l’arte divinatoria, come era nello stile e nella sensibilità dei pittori olandesi e fiamminghi, mostrando segni inquietanti di censura e perfino di condanna di questa attività, considerata illecita e sacrilega. Accanto al gruppo della chiromante, un cacciatore circondato dai cani e con un lunga pertica con appesa una lepre, spalanca le braccia in segno di contrarietà. Un contadino, che sbuca all’improvviso da un viottolo con una gabbia di galline sulle spalle e un cappellaccio nero, si ferma con aria interrogativa e smarrita. Più in là un cacciatore, armato di fucile e trappole, cammina guardingo e incurante di ciò che si svolge, mentre più in là un pastore si allontana velocemente con il suo gregge di pecore. Altri segni simbolici ancora più espliciti sono il grande albero in primo piano, spezzato da un fulmine (segno della punizione divina), su cui è appollaiato un corvo nero, e soprattutto il macabro cadavere di un uomo impiccato al ramo di una quercia, simbolo della dannazione eterna.

 

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Abraham Govaerts, Paesaggio con cacciatore e chiromante, 1612, L’Aia, Mauritshuis

     Il pittore per eccellenza che ritrae spesso scene di chiromanzia in molteplici varietà di paesaggi, dalle ampie vallate alle aperte strade di campagna, animati da piccole figure di contadini e di zingari, in cui i singoli dettagli si risolvono in una percezione “olistica” dell’immagine, è il fiammingo David Teniers il Giovane (Falkenburg, 1990, p. 25).

Nel dipinto Indovina zingara in un paesaggio collinare, datato 1640 circa e conservato alla National Gallery di Londra, la vista è dominata da uno straordinario paesaggio di rocce e da una sconfinata vallata percorsa da un fiume. Un mandriano conduce una mandria di buoi su un sentiero che si inerpica verso un borgo fortificato, mentre alcuni pastori sorvegliano il gregge in un dolce declivio. In primo piano un gruppetto di zingare, dopo aver deposto i loro miseri fardelli per terra, si riposa su alcuni massi. A sinistra è rappresentata una scena di chiromanzia che si rifà al motivo del borseggio. Una vecchia zingara legge la mano a un incauto viandante, che viene derubato della borsa da un ragazzino.

In un altro dipinto Paesaggio con zingari, datato 1641-1645 circa e conservato al Museo del Prado di Madrid, la scena è divisa in due parti nettamente distinte iconograficamente e simbolicamente. In primo piano a destra è rappresentato un ambiente naturale e selvaggio, costituito da una parete rocciosa da cui scende una cascata, sotto cui sosta un gruppetto di zingare, di cui una legge la mano a un contadino, simbolo di un’umanità vagabonda e al di fuori della legge. A sinistra è rappresentato un villaggio rurale, che simboleggia lo stile di vita sedentario e nel rispetto delle leggi e delle regole sociali, con una coppia di contadini nella penombra che contemplano la scena ed esprimono commenti critici verso la zingara che dà loro di spalle, tra l’approvazione di un cagnolino che guarda in su con aria perplessa la chiromante e il risentimento della compagna che li fissa con occhi torvi.

 

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David Teniers il Giovane, Indovina zingara in un                  David Teniers il Giovane, Paesaggio con zingari,

paesaggio collinare, 1640 circa,  Londra,                                 1641-1645 circa, Madrid, Museo Nazionale

National Gallery                                                                               del Prado

 

Questo schema con un gruppo di zingare sedute sul ciglio della strada con i loro bambini e una compagna che poco discosto è piegata sulla mano di un viandante con il bastone in mano e con accanto un cagnolino fu ripreso nei dipinti di numerosi seguaci e imitatori, come il Paesaggio con indovina del fiammingo Lucas van Uden, datato 1645 circa e conservato all’Hermitage di San Pietroburgo, in cui la scena appare sullo sfondo di un paesaggio a perdita d’occhio, in cui risalta la tonalità del verde, punteggiato da una serie infinita di alberi.

La derivazione da Teniers è ancora più evidente nel Paesaggio con zingari del fiammingo Jacques d’Arthois, metà XVII secolo, Museo delle Belle Arti di Bordeaux. In un paesaggio collinare boschivo, dominato dal verde delle masse di fogliame, ma meno acceso che in van Uden, il gruppetto delle gitane è collocato in primo piano lungo un sentiero in terra battuta. Non è escluso che questa parte del dipinto sia stata eseguita dallo stesso Teniers, della cui collaborazione d’Arthois si serviva per le figure di “staffage” dei suoi straordinari paesaggi.

 

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Lucas van Uden, Paesaggio con indovina, 1645               Jacques Arthois, Paesaggio con zingari, metà XVII

circa, San Pietroburgo, Hermitage                                        secolo, Bordeaux, Museo delle Belle Arti

 

Uno dei paesaggi più belli e significativi che vedono coinvolti gli zingari nella lettura della mano è il Paesaggio con nobili e zingari del fiammingo Jan Wildens, collaboratore di Rubens, datato 1630-1635 circa e conservato al Museum of Fine Arts di Boston. In primo piano è allineato un gruppetto straordinario di personaggi, come su un palcoscenico delimitato da grandi alberi che creano delle quinte naturali a destra e a sinistra, che recitano uno spettacolo. Una zingara con la veste nera, il mantello rosso e il berretto bianco di lino legge la mano a una nobildonna, accompagnata dal suo cavaliere, mentre più avanti la loro carrozza attende il traghetto che sta attraversando il fiume, sotto lo sguardo curioso di due pastori a destra e di un cavaliere fermo ad abbeverare il cavallo a un ruscello sulla sinistra. Da qui lo sguardo spazia su un vasto paesaggio con scene di vita reale, con il barcone carico di passeggeri, il piccolo villaggio fluviale, la campagna e le macchie di boschi, popolate da piccole figure, fino allo sfumato dai colori tenui e delicati dell’orizzonte.

 

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 Jan Wildens, Paesaggio con nobili e zingari, 1630, Boston, Museum of Fine Arts

     Di tutt’altra natura, dalle tinte fosche e angoscianti, è Il Paesaggio con una zingara che legge la fortuna a un gentiluomo del fiammingo Pieter Meulenaer, metà secolo XVII, collezione privata. Davanti alle rovine di un’antica chiesa, un’arcigna zingara legge la mano a un cavaliere con mantello rosso e cappello piumato, mentre il resto della compagnia osserva loscamente da debita distanza. Dietro di lui uno spaventoso animale con le corna si allontana strisciando e, poco più lontano, una inquietante figura femminile si china ad osservare un bambino adagiato per terra come morto. In primo piano la vista è quasi impedita da un enorme tronco d’albero abbattuto e pietrificato, mentre nubi nere e minacciose s’addensano sulla vallata, presagio di sventure.

 

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 Pieter Meulenaer, Paesaggio con una zingara che legge la fortuna a un gentiluomo, metà secolo XVII, collezione privata

    Privo della drammaticità e del senso etico che anima il dipinto di Meulenaer, il Paesaggio con chiromanti zingare del pittore olandese Hendrick Avercamp, conosciuto come “il muto di Kampen” perché affetto da sordità, prima metà del XVII secolo, Hamburger Kunsthalle di Amburgo, è pervaso da un umoristico gusto narrativo. L’artista rappresenta un gruppetto di zingare che si è accampato ai margini di un piccolo villaggio rurale della piatta campagna olandese. A sinistra sotto un albero rinsecchito, due donne con i loro bambini si riscaldano attorno al fuoco, su cui bolle una pentola. Sulla destra l’intera popolazione del villaggio è raccolta attorno ad alcune zingare, dalla resa caricaturale e quasi fumettistica con i vestiti laceri e rattoppati e i cappelli arruffati, impegnate a leggere loro la mano. In mezzo alla strada una zingara alza la mano formando una “V” con l’indice e il medio della mano destra, forse in segno di trionfo o di scherno. La lettura “in massa” della mano – episodio raro, se non unico nella rappresentazione pittorica-, l’espressione assorta e  concentrata dei personaggi e il gusto per il realismo, come il contadino sullo sfondo che fa i suoi bisogni fisiologici, tradisce il giudizio ironico e di pungente sarcasmo dell’artista di fronte a una pratica giudicata, se non immorale, decisamente sciocca e ridicola.

 

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Hendrik Avercamp, Paesaggio con chiromanti zingare, prima metà XVII secolo, Amburgo, Hamburger Kunsthalle

    Nel Paesaggio fluviale con sentiero di Jan Brueghel il Vecchio, datato 1602 e conservato nel Museo d’arte di Basilea, la scena è dominata da uno spettacolare paesaggio fluviale, probabilmente la valle del Reno, con imbarcazioni e castelli arroccati sulle rive. In primo piano a sinistra un gruppo di zingari sosta all’uscita del bosco, da dove transitano carri di contadini e massaie con attrezzi agricoli sulle spalle e cesti di prodotti. Una zingara è seduta con in braccio un bambino con accanto un cagnolino, mentre una sua compagna in piedi legge la mano a un viandante.

Un dipinto simile Paesaggio di campagna attraversata da un fiume con zingara che legge la mano di un seguace di Jan Brueghel il Vecchio, inizio secolo XVII, collezione privata, mostra un paesaggio più modellato e dolce con un mulino sulla collina e un gregge di pecore al pascolo. A sinistra, sulla riva del fiume, una zingara, seduta sotto un grande albero con l’ampio mantello e il tipico turbante circolare, si intrattiene con due gentiluomini leggendo loro la mano, mentre a distanza una ragazzina nel medesimo abbigliamento e con il bastone in mano osserva la scena, forse per apprendere i segreti dell’arte materna.

 

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Jan Brueghel il Vecchio, Paesaggio fluviale con             Jean Brueghel il Vecchio (seguace), Paesaggio di

sentiero, 1602, Basilea, Museo d’arte                               campagna attraversata da un fiume con zingara che

                                                                                                      legge la mano, prima metà XVII secolo, coll. pr.

 

Il dipinto Famiglia di zingari davanti a un paesaggio della valle del Reno del pittore olandese Jan Griffier il Vecchio, datato 1703, collezione privata, offre una veduta molto dettagliata della regione del Reno, con una ricchezza di particolari e un profilo alto dell’orizzonte, che ricordano i paesaggi fiamminghi dell’inizio del XVII secolo, in particolare quelli di Jan Brueghel. Su una piccola altura, al riparo di un cespuglio, vi è un improvvisato accampamento zingaro, con la solita chiromante che intrattiene una giovane fanciulla. La regione renana, oltre ad essere artisticamente incantevole, era un territorio ad alta densità di popolazione rom, per la presenza di estese foreste che offrivano loro luoghi di insediamento e di rifugio, e per la facilità con cui potevano passare il confine franco-tedesco in caso di pericolo.

 

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Jan Griffier, Famiglia di zingari davanti a un paesaggio della valle del Reno, 1703, collezione privata

     Il Paesaggio fluviale con donne zingare del pittore olandese Arent Arentsz, datato 1625-1630 e conservato al Rijksmuseum di Amsterdam, offre uno straordinario spaccato di vita quotidiana degli zingari nella ricca e attiva società olandese del XVII secolo. Sullo sfondo opaco di un grande fiume, animato da un intenso traffico di pescherecci e bastimenti e da nobiluomini con il cappello nero a tronco di cono, il collare di pizzo, il giubbone e gli stivali in dolce passatempo o in gita su una barca, in primo piano sono rappresentate alcune tipiche scene di un accampamento zingaro. Sulla sinistra si intravede una rudimentale tenda, sotto la quale è sistemata una donna zingara con i suoi bambini. Un’altra donna, seduta davanti a un focolare, prepara la minestra di verdure. Al centro la moglie di un pescatore fa l’elemosina a una zingara, offrendole una moneta che estrae dalla sua borsa, mentre sulla destra un’altra donna seduta legge la mano a un pescatore, chinato su di lei con grande concentrazione.

 

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Arent Arentsz,  Paesaggio fluviale con donne zingare, 1625-1630, Amsterdam, Rijksmuseum

     Un intento narrativo, legato alla rappresentazione delle classi umili, caratterizza il Paesaggio con la buona ventura del pittore Agostino Tassi, straordinario paesaggista del tempo di Caravaggio, passato alla storia come il pittore che stuprò Artemisia Gentileschi, prima metà del XVII secolo, Quadreria della Cassa Depositi e Prestiti di Roma. Lo sfondo è occupato dalla veduta di una città marittima adagiata ai piedi di una collina e del suo porto, dominato al suo ingresso da un grande faro e da un’imponente fortificazione. Nella rada sono ormeggiate alcune imbarcazioni, mentre sull’argine sfila una piccola teoria di personaggi popolari. Sulla sinistra un vagabondo, appena sveglio nonostante l’ora avanzata del mattino, si riveste conversando con un barcaiolo, mentre la sua compagna dorme ancora sotto la coperta. Sulla destra una zingara, avvolta in una veste rigata e in un lungo mantello, legge la mano a un giovane cavaliere, mentre un bambino solleva con nonchalance il braccio dell’uomo, frugando nella borsa in cerca dei denari.

 

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 Agostino Tassi, Paesaggio con la buona ventura, secolo XVII, Roma, Quadreria della Cassa Depositi e Prestiti

     Il dipinto Una indovina in un porto all’italiana, attribuito al pittore olandese Johannes Lingelbach, metà secolo XVII, collezione Köller di Zurigo, descrive la vita di un piccolo porto di mare, dominato da un antico faro e animato da uomini d’affari, mendicanti, scaricatori e viaggiatori esotici. Per Lingelbach, che era soprattutto un eccezionale pittore di figure, il paesaggio collinare sullo sfondo non è che una sorta di scenografia per il suo “staffage”. Al centro della composizione, nella calda luce del sole tardo-pomeridiano, una zingara, nel suo tipico abbigliamento e con un bambino sulle spalle, legge la mano a una giovane nobildonna, accompagnata da una damigella, al riparo di un parasole retto da un giovane ragazzo moresco.

 

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Johannes Lingelbach (attribuito), Una indovina in un porto all’italiana, metà secolo XVII, Köller Zürich

    A questa straordinaria fioritura paesaggistica dell’arte olandese, fiamminga e italiana nei secoli XVI e XVII fece seguito la grande stagione della pittura di paesaggio che andò sviluppandosi in Inghilterra a partire dalla seconda metà del XVIII secolo. Numerosi artisti inglesi, prendendo le mosse dalla tecnica e dall’esperienza dei maestri nordici e basandosi sull’osservazione diretta della natura, diedero vita a una sterminata produzione di opere pittoriche, che ci restituiscono palmo a palmo le vedute panoramiche e gli angoli più caratteristici del paesaggio inglese. In questo contesto gli zingari hanno un posto di rilievo, pittoreschi e poetici accessori sotto un albero di una verde foresta, nell’arida brughiera, lungo un sentiero, mentre piantano le loro tende o preparano un rude pasto intorno al fuoco (Anonimo, 1843, p. 75).

I primi a immortalare i gypsies inglesi o Romanichels in scene di paesaggio furono una rosa di straordinari pittori della seconda metà del XVIII secolo, quasi tutti dell’Inghilterra sud-orientale, come Gainsborough, Turner e Morland.

Thomas Gainsborough, ispirandosi alla tradizione olandese, fu tra i primi artisti ad esplorare il tema degli zingari, rappresentando con sensibilità quasi poetica i gruppi che vedeva circolare nella contea del Suffolk nella regione dell’East Anglia, sua terra natale. Nel dipinto Paesaggio con zingari, datato 1753-54 circa e custodito nella Tate Gallery di Londra, tre figure sono sedute sotto una grande quercia attorno a un fuoco su cui bolle una pentola. Accanto vi è una famiglia che sembra appena arrivata, con una donna in groppa a un asino con in braccio un bambino e un uomo che prende un altro bambino per deporlo a terra. Sulla sinistra un uomo sta raccogliendo la legna per il fuoco. La scena si svolge sull’imbrunire, come dimostra la luce del sole molto bassa, che colpisce obliquamente il viso della donna sulla cavalcatura e si riflette sul tronco dell’albero. Sullo sfondo si stende la campagna di Ipswich, capoluogo dell’East Anglia, di cui si intravede il corso del fiume Orwell e la guglia della St. Mary le-Tower, la chiesa principale della città. Il dipinto appare incompiuto e deturpato a sinistra da uno squarcio, poi mimetizzato, poiché, a quanto pare, Gainsborough in preda all’ira tagliò la tela con un temperino, quando il committente, un gentiluomo di Ipswich, si dichiarò insoddisfatto del soggetto scelto (http://www.tate.org.uk/art/artworks/gainsborough).

In un altro dipinto Accampamento zingaro: tramonto, datato 1778-80 e conservato alla Tate Gallery di Londra, un gruppo di zingari ha trovato sistemazione in una radura di un fitto bosco di querce, sulla quale incominciano a scendere le ombre del tramonto, mentre a destra l’occhio spazia nella valle con la torre di una chiesa all’orizzonte. Le donne e i bambini sono riuniti attorno a un fuoco fumante che proietta un bagliore rosso sulle figure circostanti e su cui è posta una pentola nera, mentre gli uomini accudiscono ai cavalli. Da notare che non vi è alcuna tenda, ma solo la presenza di un asino a sinistra e di due cavalli a destra utilizzati per trasportare donne e bambini, bagagli e vettovaglie durante il viaggio e gli spostamenti.

 

Landscape with Gipsies c.1753-4 by Thomas Gainsborough 1727-1788      Gypsy Encampment, Sunset c.1778-80 by Thomas Gainsborough 1727-1788

Thomas Gainsborough, Paesaggio con zingari,                  Thomas Gainsborough, Accampamento zingaro:

1753-54 circa, Londra, Tate Gallery                                        tramonto, 1778-80, Londra, Tate Gallery

 

Un altro pittore che ha dato un originale contributo a questo rinnovato atteggiamento nei confronti della natura è stato il londinese Joseph Mallord William Turner, considerato tra i maggiori artisti inglesi. Nell’acquarello Bosco di faggi con zingari seduti in lontananza, datato 1799-1801 circa e conservato nel Fitzwilliam Museum dell’Università di Cambridge, gli zingari seduti di spalle sono solo piccole macchie di colore rosso, giallo e bianco intorno al fuoco, il cui fumo azzurrognolo si fonde con il fitto scuro del bosco, in una selva di faggi alti e slanciati. In un altro acquarello Bosco di faggi con zingari intorno a un falò, 1799-1801, Fitzwilliam Museum di Cambridge, la scena è ripresa in primo piano con i personaggi sdraiati a terra davanti a un treppiede su cui pende una grossa pentola nera. In entrambe le opere le minuscole figure, prive di tratti somatici individuali, sono sovrastate da una natura grandiosa e selvaggia, dove uomo e ambiente naturale sono un tutt’uno. Ben pochi quadri hanno saputo esprimere in una sintesi lirica e personale lo spirito di natura che caratterizza la cultura zingara.

 

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William Turner, Bosco di faggi con                  William Turner, Bosco di faggi con zingari

zingari seduti in lontananza, 1799-1801,          intorno a un falò, 1799-1801,

Cambridge, Fitzwilliam Museum                        Cambridge, Fitzwilliam Museum

 

Questa tendenza paesaggistica culmina nell’immaginario degli indigenti on the road di George Morland, lo sfortunato pittore la cui carriera fu condizionata dalla sua dipendenza dall’alcolismo, dai debiti e dal carcere, che ne minarono la salute portandolo alla morte nel 1804 all’età di 41 anni.    Tra i migranti su strada, esclusi dalla comunità civile e religiosa, che sono al centro della sua immensa produzione di oltre 4000 opere, gli zingari occupano un posto particolare, tanto che possiamo considerarlo il Teniers inglese. Questa insistenza sul tema dell’indigenza dei viandanti è dovuta ad empatia con gli zingari, che Morland ha incontrato e con cui si è unito, quando fuggiva dai suoi creditori o cercava di evadere da una società considerata ingiusta e opprimente (Snell, 2016, p. 63).

Le scene che Morland ritrae con un realismo senza precedenti, sotto apparenti stereotipi romantici, esprimono un carico di povertà, solitudine e smarrimento, oltre ad acquistare un valore di denuncia sociale. A parte qualche rara eccezione, non c’è niente di pittoresco o di esotico (come il colore scuro della pelle, suggestivi turbanti orientali ecc.) nella rappresentazione iconografica degli zingari. Inoltre il paesaggio non è un mero accessorio scenografico, ma rappresenta lo spazio (extra)comunitario simbolico di un gruppo marginale ed escluso, sostitutivo della comunità sedentaria, in forme evasive rischiose e di primordiale solidarietà di sopravvivenza (Snell, 2016, passim).

Nel dipinto Zingari in un bosco, datato 1790 circa e custodito nel Museum and Art Gallery di Bristol, la scena è ambientata in un paesaggio boscoso oscuro e cupo, dove filtra una luce sinistra dal cielo carico di nuvole nere. La famiglia è riunita sotto una quercia scheletrita e priva di foglie, simbolicamente indicativa della loro situazione critica. I personaggi non mostrano alcun segno di allegria, ognuno sembra indifferente e rassegnato nella propria occupazione. Al centro una donna, chinata per terra, ravviva il fuoco sotto a un treppiede di pali di legno. Un’altra donna seduta su un grosso tronco con in braccio un bambino guarda di sottecchi il marito in piedi accanto a lei che la osserva con aria severa. In disparte un anziano, seduto per terra, fuma svogliatamente la pipa. Sulla destra un uomo tarchiato, visto di spalle con le braccia incrociate dietro la schiena mentre impugna un bastone da viandante, tiene gli occhi fissi sul fuoco. Dietro di lui una donna dall’aria rassegnata siede su un masso tenendo in braccio un bambino. Una ragazzina, seduta accanto a lei di spalle, sembra guardare nel vuoto, mentre un ragazzotto stanco morto dorme per terra.

Nella Famiglia zingara in un paesaggio boscoso, datato 1800 circa e conservato all’Hermitage di San Pietroburgo, i personaggi sono relegati nell’angolo destro del dipinto, sdraiati per terra davanti al fuoco che manda bagliori di luce e volute di fumo, quasi tutti visti di spalle. Vi è un vecchio, che sembra nascondersi nell’ampia giacca e nel grande cappellaccio, con accanto un giovane che beve platealmente da un boccale. Davanti a loro è sdraiata una ragazzina che gioca con un cagnolino. Un asino, legato a una grande quercia, sembra abbandonato a sé stesso, con il carico di vettovaglie ancora in groppa.

 

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 George Morland, Zingari in un bosco, 1790                   George Morland, Famiglia zingara in un paesaggio

circa, Bristol, Museum and Art Gallery                              boscoso, 1800 circa, San Pietroburgo, Hermitage

 

Il dipinto La tenda zingara, fine XVIII secolo, collezione privata, descrive con accenti delicati il momento magico della preparazione dell’accampamento per la notte, dopo una giornata di vagabondaggio. La numerosa famiglia si è sistemata in una radura di un bosco di alberi dal colore verde smeraldo che si stagliano su un cielo infuocato dal tramonto. Qui fa la sua apparizione la piccola tenda a cupola o bender, fatta con rami ricurvi di frassino o nocciolo fissati al terreno, su cui si stendeva un grande telo, in uso in Inghilterra durante il XVIII secolo. Mentre un uomo si riposa sotto la tenda, una donna intrattiene i suoi bambini e due asini liberi brucano l’erba. Al centro un uomo, aiutato da una donna con un mantello rosso e un grande cappello, monta un treppiede, mentre un’altra donna apparecchia il fuoco con i rami degli alberi che un ragazzetto porta dal bosco. Sullo sfondo una donna, appartata nel bosco e avvolta in un ampio mantello grigio, allatta il suo bambino. A sinistra un altro uomo, sul cui volto si vedono i segni della stanchezza del viaggio, è sdraiato per terra appoggiato a una grande cesta di vimini.

Nel dipinto Accampamento zingaro, fine XVIII secolo, collezione privata, è rappresentata una famiglia zingara accampata in una valle boscosa delle Midlands, dove regna un’atmosfera di solitudine e incomunicabilità. Il capofamiglia, tarchiato e vestito di nero, è seduto di spalle assorto in misteriosi pensieri, mentre altri personaggi giacciono abbandonati al sonno sulla nuda terra, stringendo ancora tra le mani il bastone da viaggio. Una donna, seduta in disparte su un masso roccioso, contempla con tenerezza il bambino che tiene sulla ginocchia, su cui è chinata la sorellina più grande, unico segno di intimità familiare. Non vi è una tenda e nessuna traccia di cavalcatura. Solo una pentola bolle al fuoco su un treppiede incustodito. Sullo sfondo è delineato un villaggio rurale a rappresentare la comunità sedentaria e inclusiva, in contrapposizione alla precaria e infelice vita dei viandanti.

 

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George Morland, La tenda zingara, 1790,                                  George Morland, Accampamento zingaro,

collezione privata                                                                               fine XVIII secolo, collezione privata

 

    Questa “atmosfera di vuoto” (Luke, 1973, p. 119) è rimarcata nel dipinto Accampamento zingaro, 1798, collezione privata, dove la scena è quasi interamente occupata dal paesaggio collinare, che si perde all’orizzonte, e da un magnifico cavallo bianco in primo piano. Il gruppetto di zingari, tre uomini e una donna con un bambino, è relegato nell’angolo di sinistra, sotto un riparo roccioso coperto di arbusti. Come al solito, gli uomini si celano alla vista, perché colti di spalle o barricati sotto pesanti giacconi e grandi cappellacci. Sola la donna, con l’ampia veste, il lungo mantello rosso e il berretto di lino in testa, protesa a contemplare la creatura che tiene sulle ginocchia, appare in tutta la sua manifesta fierezza e splendore materno.

    Nel dipinto Accampamento con zingari e un asino vicino a un casolare, fine XVIII secolo, collezione privata, due famiglie si sono accampate in una landa brulla e ventosa, sotto una quercia vicino a un casolare. I personaggi sono colti in una rassegnazione e immobilismo atemporali, come se il tempo si fosse fermato: le donne dai volti abbattuti perennemente con in braccio i bambini, gli uomini con la faccia coperta perennemente sdraiati e oziosi. La scena presenta il contrasto tra la vita immutabile sotto le tende, rappresentata simbolicamente dalla quercia, che resiste al tempo e alle intemperie, e l’operosità dell’insediamento colonico e la tenacia testarda del magro asinello in primo piano.

 

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George Morland, Accampamento zingaro,                       George Morland, Accampamento con zingari e un 

1798, collezione privata                                                           asino vicino a un casolare, fine XVIII secolo, coll. pr.

 

In una delle sue più famose opere, Mattino o Lo sportivo benevolo, datato 1792 e conservato al Fitzwilliam Museum di Cambridge, Morland affronta il tema delicato dei rapporti tra minoranza rom e società maggioritaria nel contesto socio-politico a cavallo del XVIII secolo in Inghilterra. Il dipinto, commissionato dal tenente generale e filantropo sir Charles Stuart, documenta il nuovo clima, improntato a umana e caritatevole indulgenza, che andava caratterizzando la società inglese verso questa razza vagabonda.

Al centro della scena, un nobiluomo a cavallo, durante una battuta di caccia sulla sua proprietà, si imbatte in una famiglia zingara accampata nella radura di un bosco. Animato da buoni propositi, pone una moneta nel cappello che un giovane zingaro gli porge con deferenza, sotto lo sguardo attonito e quasi diffidente per tanta inusuale generosità di un uomo dal viso marcatamente scuro e dai vestiti logori, di una una donna dalla carnagione bianca e di una bambina, seduti davanti a una piccola tenda circolare. E’ una dimostrazione che qualcosa stava cambiando nell’atteggiamento della società inglese nei riguardi dei propri gypsies, anche se permaneva uno stato di allarme, come dimostra il fucile ben in evidenza del servitore del cavaliere in posizione arretrata sulla destra.

 

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 George Morland, Mattino o Lo sportivo benevolo, 1792, Cambridge, Fitzwilliam Museum

    Secondo Sarah Houghton-Walker, questo cambio di rotta fu determinato dall’abrogazione nel 1783 delle durissime leggi elisabettiane contro gli zingari, in particolare dell’Egyptians Act del 1562, secondo il quale uno zingaro poteva essere messo a morte legalmente in Inghilterra semplicemente per il fatto di essere zingaro, anche se non aveva commesso alcun crimine. Questo fatto non ha avuto solo un effetto giuridico, mutando il loro trattamento nei tribunali, ma ha suscitato un vasto interesse pubblico nei loro confronti (Houghton-Walker, 2014, p. 21, 25). La rivista The Gentleman’s Magazine del dicembre 1783, dando ampio risalto a questo straordinario evento, osservava che “l’abrogazione dell’ultimo atto contro la classe di persone comunemente conosciuta con il nome di zingari ha eccitato la curiosità pubblica di conoscere meglio la storia e l’origine di queste persone” (The Gentleman’s Magazine, 1783, vol. LIII, parte II, p. 1009).

A questo interesse critico per gli zingari presero parte numerosi scrittori romantici che ne fecero oggetto nei loro romanzi e nelle loro poesie, esaltando lo stato di natura e  il senso di libertà del loro stile di vita. Uno di questi fu William Cowper che descrive una “tribù” di zingari in un lungo poema, “The Task” (1783), scritto nello stesso anno dell’abrogazione della feroce legislazione elisabettiana (Houghton-Walker, 2014, p. 11). In una stampa colorata del 1860 circa appare la scena di un Accampamento zingaro, con la pentola messa a bollire su un treppiede e una zingara che legge la mano a una nobildonna accompagnata da una damigella, sedute su un masso, alla quale fanno da cornice romantica alcuni versi della poesia di Cowper:

Vedo una colonna di fumo che si alza lenta

sopra l’alto bosco che costeggia un luogo selvaggio.

Una tribù vagabonda e inutile consuma lì

il suo miserabile pasto. Un bollitore, appeso

tra due pali su un bastone trasversale,

accoglie il boccone: carne oscena di cane,

o di insetto o, nel migliore dei casi, di gallo rubato

dal suo abituale posatoio. Razza dura di vagabondi!

Prendono il loro combustibile da ogni siepe,

che, accesa con foglie secche, salva solo inappagata

la scintilla della vita.

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 Stampa colorata, Accampamento zingaro, 1860 circa

 

Questa nuova percezione sociale e culturale che caratterizza l’immaginario inglese degli zingari a cavallo del XIX secolo sfociò in una ricca produzione artistica, che li vide al centro di una innumerevole quantità di straordinari paesaggi. Come osserva Sarah Houghton-Walker, i gypsies guadagnano un maggior diritto estetico ad essere rappresentati nel paesaggio inglese, diventando parte integrante di esso e legittimando il riconoscimento della loro appartenenza alla nazione inglese e non più considerati stranieri (Houghton-Walker, 2014, p. 25).     Un esempio tipico è rappresentato dal dipinto La quercia di Fairlop di Henry Milbourne, datato 1816 e conservato al Museum of London di Londra, che testimonia la presenza zingara in uno dei luoghi consacrati da tradizioni folcloristico-popolari locali. La quercia in questione era una secolare quercia che sorgeva a Fairlop, nel mezzo di una radura nella foresta di Hainault, a nord-est di Londra, e che fu abbattuta nel 1820. Sotto i suoi rami ogni anno il primo venerdì di luglio si svolgeva una fiera che attirava migliaia di visitatori. Numerose famiglie zingare confluivano per l’occasione a Fairlop, che fu da loro ribattezzata “Boro rukeneskey gav”, la città del grande albero, appunto, animando la fiera con i loro pittoreschi costumi e le loro danze (http://hidden-london.com/gazetteer/fairlop/).

Il dipinto mostra lo stato della pianta pochi anni prima della sua scomparsa, ridotta già a uno scheletro. Sulla sinistra un gentiluomo a cavallo, accompagnato dai levrieri, sembra chiedere informazioni a un viandante che indica con la mano la quercia. In mezzo alla radura un guardiano sorveglia una mandria di mucche. Sulla destra, al riparo di un cespuglio è accampata una famiglia zingara. Una donna sotto la tenda tiene in braccio un bambino e un uomo ben vestito con elegante giacca e cappello di feltro fuma una lunga pipa sdraiato per terra, mentre una ragazza porta una fascina di legna per alimentare il falò munito di un rudimentale sostegno di legno su cui è appesa una pentola.

 

Milbourne, Henry, 1781-c.1826; The Fairlop Oak, Hainault Forest, Essex

Henry Milbourne, La quercia di Fairlop, 1816, Londra, Museum of London

     Il Paesaggio con accampamento zingaro del londinese William Collins, datato 1820 e custodito nel Victoria and Albert Museum di Londra, sembra ispirato al quadro intitolato Accampamento zingaro del 1798 di George Morland, di cui era stato allievo per un breve periodo. Il dipinto rappresenta un paesaggio pressoché identico, visto da una medesima prospettiva, con due massi rocciosi che delimitano il campo visivo, la corona di colline azzurre all’orizzonte e il gruppo zingaro addossato alla parete di sinistra. A differenza di Morland, qui la scena è più articolata e romantica, mostrando la famiglia raccolta attorno alla tenda, con una donna circondata dai suoi bambini, un uomo sdraiato su una coperta intento a fumare e un altro uomo che sorveglia la pentola sul fuoco. La profondità spaziale è limitata in Morland da un cavallo bianco al centro del quadro che bruca l’erba, mentre in Collins da una figura di donna che si allontana dall’accampamento in cerca forse di erbe o frutti selvatici.

 

 (c) Paintings Collection; Supplied by The Public Catalogue Foundation

 William Collins, Paesaggio con accampamento zingaro, 1820, Londra, Victoria and Albert Museum

      John Constable, il pittore per eccellenza del paesaggismo en plein air, originario del Suffolk come Gainsborough, trascende la visione idealistica per calare i personaggi in un paesaggio reale, topograficamente accurato e riconoscibile. Egli è stato il precursore diretto della scuola di paesaggio di Barbizon e ha aperto la strada all’impressionismo grazie alla luminosità del suo colore e alla tecnica pittorica di scomposizione cromatica in piccole macchie di colori puri (http://www.visual-arts-cork.com/history-of-art/english-landscape-painting.htm).

Il dipinto La Valle di Dedham, datato 1828 e conservato nel National Gallery of Scotland di Edimburgo, offre una spettacolare vista della valle del fiume Stour, al confine tra l’Essex e il Suffolk, nell’est dell’Inghilterra, che serpeggia fino al villaggio di Dedham, su cui svetta la torre gotica della chiesa di St. Mary. In fondo nella nebbia si scorge la città di Harwich e, più oltre, il mare. In alto, lo spettacolo commovente delle nuvole che si muovono su un’ampia distesa di cielo, attraverso il quale si intravede un raggio di luce. In primo piano, nascosta tra svettanti alberi e un vecchio tronco d’albero che sta germogliando, simbolo di rigenerazione, vi è una tenda improvvisata e la figura di una madre zingara dall’acceso mantello rosso che allatta il suo bambino accanto a un fuoco.

Gli zingari si vedevano spesso nell’East Anglia e la presenza della zingara nel dipinto di Constable corrisponde a un dettaglio reale, tanto più che lo studioso e storico dell’arte Charles Rhyne ha osservato che, secondo una mappa militare dell’epoca, in quel punto era situata una sorgente d’acqua, elemento che rende plausibile l’insediamento di un accampamento zingaro (https://mydailyartdisplay.wordpress.com/2011/11/06/).

 

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John Constable, La Valle di Dedham 1828, Edimburgo, National Gallery of Scotland

     Un importante ruolo nell’attribuire un “luogo” giuridico, non solo estetico-artistico, agli zingari, per definizione placeless o “senza luogo” nel panorama inglese fu svolto dalla scuola di Norwich, un movimento artistico fondato nel 1803 da John Crome, che raggruppava diversi pittori di Norwich nel Norfolk, tranquilla contea dell’Inghilterra centro-orientale, dai paesaggi sconfinati e rurali, abitata e percorsa da numerosi clan di zingari. Nelle opere di questi artisti, gli zingari non sono elementi complementari di paesaggi anonimi o idealizzati, ma, al pari di Constable, sono inseriti in un luogo specifico, topograficamente riconoscibile, nella loro relazione con lo spazio stabilita dal nomadismo.

in un rapporto interrelazionale con l’ambiente fisico e umano circostante.    Qui ebbe inizio la grande avventura di George Borrow, il grande ziganologo inglese del XIX secolo e straordinario poeta della mitologia gypsy. Quando suo padre Thomas, ufficiale di carriera, rientrato con il suo reggimento dall’Irlanda si stabilì a Norwich, il giovane Borrow cominciò a frequentare le comunità zingare, appartenenti al clan degli Smith, che avevano fatto  della brughiera di Mousehold Heath, a nord-est di Norwich, il loro quartier generale. In particolare si legò con un certo Ambrose Smith, minore di un anno, che accettò volentieri di dargli delle lezioni di lingua romani (Frechet, 1990, p. 12-13). Nella sua opera autobiografica “Lavengro” (1851), Borrow descrive questi incontri nella brughiera di Norwich con lo zingaro Ambrose, ribattezzato con il suo soprannome zingaro Jasper Petulengro, e il fascino straordinario del “vento nella brughiera”[2].

In quegli stessi decenni gli artisti della Scuola di Norwich presero Mousehold Heath come soggetto delle loro rappresentazioni pittoriche. Nel dipinto Accampamento zingaro a Mousehold Heath, inizio XIX secolo, collezione privata, John Crome rappresenta un ampio tratto di brughiera, con banchi di sabbia, macchie di erica e radi alberi, che si perde a vista d’occhio, sullo sfondo indefinito di Norwich all’orizzonte. In primo piano vi è una piccola tenda zingara, nascosta alla vista in un piccolo avvallamento del terreno, con una donna e i suoi due bambini e in fianco un bue e un vitello. Nella spoglia brughiera la tenda, per la sua presenza temporanea (ora c’è e poi scompare), è l’elemento in cui si condensa la poetica paesaggistica di Crome. Con una sapiente combinazione di tenui colori che sfumano in uno straordinario cielo nuvoloso, l’artista ricrea l’atmosfera di tranquilla solitudine che caratterizzava la brughiera ai primi dell’Ottocento, quando non c’erano colture, gli animali erano scarsi e la presenza umana era minima (Smiles, 2018).

Il Paesaggio con accampamento zingaro e vista su Norwich di William Henry Crome, figlio di John, metà del XIX secolo, collezione privata, è il più preciso topograficamente e offre una panoramica dalla collina di Mousehold Heath con una straordinaria vista sulla città di Norwich, con la cattedrale normanna su cui svetta l’inconfondibile guglia gotica, il castello che si erge su un’altura in pieno centro cittadino e più in là la chiesa parrocchiale di St. Peter Mancroft. In primo piano sulla sinistra un accampamento zingaro, con alcuni bambini al riparo di una piccola tenda, alcuni uomini e una donna attorno a un treppiede su cui bolle una pentola e una donna seduta sul prato con in braccio un bambino. Sotto un cielo plumbeo, il vento soffia piegando le cime degli alberi e disperdendo il fumo della sterpaglia che brucia nella vallata del fiume Wensum.

Il dipinto è una preziosa testimonianza della trasformazione che il paesaggio inglese andava subendo nel corso del XIX secolo, in seguito all’ondata delle enclosures, le recinzioni delle terre comuni e dei campi aperti autorizzate dalle leggi a favore dei grandi proprietari terrieri. Così farebbero pensare le case coloniche disseminate nella vallata, cinte da siepi e steccati, a discapito dell’area adibita a pascolo con il gregge di pecore, sulla destra del dipinto, e del’accampamento zingaro, a sinistra.

Questa pratica, che ridusse sempre più gli spazi liberi e costrinse gli zingari ad accamparsi in luoghi più angusti e meno isolati, è chiaramente evidente nel dipinto Accampamento zingaro di Samuel David Colkett, un altro esponente di spicco della scuola di Norwich. Una famiglia zingara è accampata davanti alla tenda in un ristretto spazio di radura ai lati di una strada sterrata della brughiera di Norwich, di cui si intravedono le sagome lontane della cattedrale e del castello. La scena, completata da un asinello che bruca un cespuglio e da un carretto abbandonato sul ciglio della strada, ha poco dell’atmosfera romantica dei predecessori. Il pittoresco gruppo gypsy, pressato tra l’alta palizzata che delimita a destra buona parte della brughiera e il tortuoso sentiero a sinistra, è alla mercè dei viandanti che passano loro davanti o che, come suggerisce la donna inglese con i due bambini, deviano nel tratto accidentato per evitare un incontro indesiderato.

Espulsi dai greens and commons, gli zingari ricercavano la privacy in luoghi particolari e remoti, in zone paludose o nei pressi delle rovine di antichi castelli. Nel dipinto Veduta del castello di Burgh con una famiglia di zingari di Alfred Stannard, un altro pittore della Scuola di Morwich, datato 1845 e conservato nel Museum di Great Yarmouth, si possono ammirare le impressionanti mura della fortezza di epoca romana di Burgh Castle, un villaggio vicino a Great Yarmouth, nella contea del Norfolk, al cui riparo è accampata una famiglia zingara. Alcuni uomini e una donna sono seduti davanti alla tenda attorno al focolare, un altro uomo è sdraiato per terra e un altro ancora è in piedi con in mano un lungo bastone accanto a un carretto munito di archi di legno, sui quali veniva steso il telone della tenda durante il viaggio. I personaggi sono tutti girati di spalle “alla Morland”, come compresi nella loro oscura segretezza e quasi mimetizzati tra il colore rossastro del terreno argilloso, dei laterizi del forte e della tenda. A sinistra si apre l’incantevole paesaggio dell’estuario sul fiume Waveney con le paludi ricche di fauna selvatica e piante acquatiche e solcata dalle barche dei pescatori.

 

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John Crome, Accampamento zingaro a Mousehold              William Henry Crome, Paesaggio con

Heath, inizio XIX secolo, collezione privata                            accampamento zingaro e vista su Norwich,

collezione privata                                                                          metà XIX secolo, collezione privata

 

693colkett1    Stannard, Alfred, 1806-1889; Burgh Castle near Yarmouth, Norfolk

Colkett Samuel David, Accampamento zingaro,               Alfred Stannard, Veduta del castello di Burgh, 

metà XIX secolo, collezione privata                                      guardando verso Reedham, con una famiglia

                                                                                                     di zingari, 1845, Great Yarmouth, Museum

 

Tra i più famosi pittori di paesaggio dell’era vittoriana vi era un gruppo di artisti appartenenti alla famiglia Williams, conosciuta anche come “Scuola di Barnes”, perché vivevano e operavano nel quartiere londinese di Barnes, che faceva capo al patriarca Edward Williams e ai suoi sei figli, oltre a diversi nipoti, molti dei quali dedicarono numerose opere agli zingari. Benché siano accomunati da una affinità di stile e di tecnica, trasmessi dal padre, i lavori dei principali esponenti Williams mostrano prospettive diverse nella rappresentazione che ciascuno di loro ha fatto.

Edward Williams era famoso per i suoi ampi e dettagliati paesaggi, in cui le figure erano subordinate allo scenario. Nell’Accampamento zingaro, prima metà del XIX secolo, collezione privata, il protagonista assoluto del dipinto è lo straordinario paesaggio desolato e selvaggio, leggermente ondulato, fatto di cespugli, macchie di boschi e prati che spaziano fino alle azzurrine colline dell’orizzonte. In primo piano, in una radura quasi inaccessibile vi è una tenda a cupola nascosta tra i cespugli e una famiglia zingara raccolta attorno al falò, mentre due uomini a cavallo si avvicinano all’accampamento. Il sole, tramontando dietro una piccola selva di alberi, manda bagliori rossastri che si riverberano in cielo e su tutto il paesaggio.    L’Accampamento zingaro in un paesaggio boscoso di Edward Charles Williams, figlio maggiore di Edward, 1850, Londra, Christie’s, è ambientato in una tranquilla e bucolica vallata del Surrey, nell’Inghilterra sud-orientale, dominata dal mastio quadrato del castello di Guildford, capoluogo della contea. Al limitare di un bosco un gruppo di zingari sono radunati davanti a una tenda del tipo a botte, bassa e oblunga, ai bordi di una mulattiera dove transitano viandanti a piedi o a cavallo. Una bambina attinge acqua da uno stagno, mentre nei campi i contadini conducono carri carichi di fieno.

Il dipinto Accampamento zingaro di Henry John Williams, secondogenito di Edward, meglio noto come Boddington, avendo adottato il cognome della moglie Clara Eliza Boddington per distinguere i suoi lavori da quello dei suoi fratelli, datato 1846, collezione privata, offre un paesaggio di grande potenza scenica. Una serie di tende e un carretto a due ruote sono addossati a una ripa scoscesa ai margini di una strada campestre, sotto l’ombra di nodosi alberi che protendono i loro rami con il fogliame retroilluminati. Nell’afa estiva che conferisce al paesaggio un’atmosfera fosca e nebulosa, gli zingari sono radunati attorno a un treppiede con la pentola sul fuoco, mentre un cavallo pascola vicino a una sorgente d’acqua.

L’Accampamento zingaro di Sidney Richard Percy, il più noto dei figli di Edward, che usò il nome “Percy” come cognome per differenziarsi anch’egli dagli altri artisti della sua famiglia, datato 1855 circa, collezione privata, è ambientato in uno stupendo paesaggio boscoso di grande impatto naturalistico, dove regna la più assoluta solitudine. Una piccola tenda sorge al riparo di un masso roccioso, dove un gruppetto di persone armeggia intorno al fuoco per preparare il pasto serale, mentre una donna e una bambina accompagnati da un cane raccolgono la legna e un magro asinello pascola solitario.

 

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Edward Williams, Accampamento zingaro,                    Edward Charles Williams, Accampamento zingaro

prima metà XIX secolo, collezione privata                       in un paesaggio boscoso, 1850, collezione privata

 

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Henry John Boddington, Accampamento zingaro,                Sidney Richard Percy, Accampamento zingaro,

1846, collezione privata                                                                 1855 circa, collezione privata

 

Un parallelo alla famiglia Williams, con cui era legata da legami di parentela e di collaborazione artistica, era la famiglia di pittori Shayer, rappresentata da William Joseph Shayer e i suoi quattro figli. L’Accampamento nella New Forest di William Joseph Shayer, 1840, collezione privata, ci restituisce una scena di vita zingara ambientata nella New Forest, nell’Hampshire, che per centinaia d’anni accolse una considerevole popolazione zingara. In un bosco fittissimo vi è una piccola tenda con un’umile famiglia zingara davanti a un falò, tra vettovaglie sparse sul terreno e animali al pascolo. L’applicazione di una sottile patina di smalto oleoso e trasparente, tipica della tecnica dell’artista, conferisce alle figure un originale effetto di luminosità e brillantezza.

Nel dipinto Riposo in una radura boscosa di William Joseph Shayer junior, per distinguerlo dall’omonimo padre, metà secolo XIX, conservato nella Wolverhampton Art Gallery di Wolverhampton, una numerosa famiglia zingara si è appena accampata in una radura di un bosco, a ridosso di una di quelle recinzione dei terreni comuni o enclosures che si intensificarono nella prima metà dell’Ottocento, restringendo gli spazi liberi a disposizione degli zingari. Oltre alla tenda, attorno alla quale si svolge la vita del gruppo, si nota un carretto a due ruote coperto da un grande telo marrone, trainato da un cavallo, che dalla metà dell’Ottocento evolverà nel cosid­detto “Bow-topped Waggon”, il caratteristico carrozzone inglese ad arco. Dal fondo del bosco, in una veduta prospettica che conferisce senso di grande profondità, è in arrivo il resto della comitiva con carretti del medesimo tipo.

Nell’Accampamento zingaro di Henry Thring Shayer, seconda metà del XIX secolo, collezione privata, in primo piano si vede una famiglia zingara accampata intorno al fuoco sotto una maestosa quercia e un piccolo carretto con aggiogato un asino. Sullo sfondo altre figure, viste di spalle, bivaccano in cerchio nel folto del bosco.    Nel dipinto Gli zingari di Charles Walker Shayer, eseguito con la collaborazione del fratello Henry Thring, seconda metà del XIX secolo, si dà risalto alle figure, che risentono dello stile di Morland. Due donne sono sedute su un tronco davanti al fuoco e a un cesto di frutta, mentre un uomo sta liberando due asini aggiogati a un rudimentale carretto coperto.

 

699shayer-senior          Shayer, William, 1787-1879; The Gypsy Tent

William Joseph Shayer, senior, Accampamento           William Joseph Shayer, junior, Riposo in una  

nella New Forest, 1840, collezione privata                      radura boscosa, metà secolo XIX,

Wolverhampton, Art Gallery

 

701shayer-henry-thring            702shayer-charles-walker

Henry Thring Shayer, Accampamento                            Charles Walker Shayer, Gli zingari, seconda metà

zingaro, seconda metà XIX secolo, coll. pr.                   XIX secolo, collezione privata

 

Un altro contributo al paesaggismo zingaro nella prima metà del XIX secolo fu dato dagli artisti della Scuola di paesaggio di Birmingham. Sebbene non fossero organizzati formalmente, questi artisti erano legati da una tecnica comune e da una rappresentazione precisa ed essenziale della natura.

David Cox, uno dei membri più importanti della Scuola di Birmingham e un precursore dell’impressionismo, nel corso della sua attività artistica dedicò numerose opere agli zingari, passando da un approccio realistico a rappresentazioni di tipo impressionista. Nell’acquarello Accampamento zingaro a Dulwich, datato 1808 circa e conservato nel Museum and Art Gallery di Birmingham, Cox ha abbozzato lo svolgimento della vita quotidiana in un accampamento nella campagna di Dulwich, un sobborgo sud-orientale di Londra. Documenta con precisione quasi etnografica la costruzione delle tende (benders), fatte di salice flessibile ricoperto di tela, i giacigli interni, le suppellettili, la fascina per il fuoco da campo, i panni stesi ad asciugare sulla siepe, l’abbigliamento e i gesti spontanei degli uomini e delle donne. Sullo sfondo si estende un suggestivo paesaggio con alberi tratteggiati con morbide pennellate e verdi prati, oltre i quali si delineano un villaggio rurale e dolci colline all’orizzonte.

Nel dipinto Paesaggio con una tenda zingara, 1848, collezione privata, l’occhio dell’osservatore si apre su un’immensa vallata, delimitata da pietre, felci e boschi di querce, dove pascolano mucche e capre. In primo piano una tenda si confonde tra la vegetazione, dove un uomo è sdraiato davanti al treppiede con una pentola fumante e una donna lava i panni in una tinozza, sotto un cielo nuvoloso arrossato dal tramonto, in una perfetta sintesi naturalistica.

 

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David Cox, Accampamento zingaro a Dulwich,               David Cox, Paesaggio con una tenda zingara, 1848,

1808 circa, Birmingham, Museum and Art Gallery           collezione privata

 

     Il dipinto Gli zingari a Herefordshire di Joseph Vincent Barber, membro della Scuola di artisti di Birmingham, 1830, collezione privata, ritrae un gruppo di uomini, donne e bambini sdraiati sull’erba davanti alle loro tende, ordinatamente sistemate in una radura di una foresta, tra le alte montagne, in riva a un fiume che scorre verso il fondovalle. La scena, che offre una visione idilliaca della vita zingara, è ambientata nell’Herefordshire, al confine con il Galles, con i monti cambrici sullo sfondo e il corso del fiume Wye, che segna per un tratto il confine tra le due regioni britanniche, una zona per altro di straordinaria bellezza naturale.

 

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 Joseph Vincent Barber, Gli zingari a Herefordshire, 1830, collezione privata

     Tra gli artisti di Birmingham figura Frederick Henry Henshaw, allievo di Joseph Vincent Barber, che viaggiò molto nel Regno Unito alla ricerca di soggetti per i suoi lavori, dipingendo spesso paesaggi e luoghi che venivano assorbiti dallo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura. Il dipinto La Valletta degli Zingari a Berkley, datato 1853, collezione privata, ritrae un luogo in cui erano soliti accamparsi gli zingari, lasciando nella toponomastica locale il ricordo del loro passaggio[3]. In primo piano è rappresentata una colonia di zingari in un paesaggio boscoso attorno a un fuoco da campo, che arde davanti alle loro misere tende. Sullo sfondo in lontananza vi è la città di Berkley, nella contea del Gloucestershire nell’Inghilterra sud-occidentale, di cui si intravede l’imponente castello medievale. La tecnica cromatica e luministica conferisce alla scena una visione quasi impressionista, che ricorda Turner e Constable, in una sintesi perfetta degli elementi naturali, urbanistici e umani (http://www.richardtaylorfineart.com).

 

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Frederick Henry Henshaw, La valletta degli zingari a Berkley, 1853, collezione privata

     L’Accampamento zingaro del londinese Ramsay Richard Reinagle, datato 1842, collezione privata, è un documento esemplare della vita degli zingari nel paesaggio inglese “aperto”, dove potevano accamparsi liberamente. In questa attenta ricostruzione topografica, sottolineata da suggestivi effetti di luce, l’artista ritrae un’ampia brughiera che si estende a vista d’occhio fino alle lontane colline dell’orizzonte, disseminata di stagni e pascoli, in cui era permesso a chiunque di raccogliere legna e far pascolare il bestiame. In primo piano a destra, al riparo di una ripa scoscesa, una famiglia zingara è serenamente raccolta attorno al focolare, con un cane accucciato beatamente ai piedi dei bambini e un asinello che bruca l’erba. Tutt’intorno, in una pacifica convivenza, una mandria di buoi e un gregge di pecore pascolano liberamente, sorvegliati da una pastorella, accompagnata da una bambina.

 

 Reinagle, Ramsay Richard, 1775-1862; Gypsy Encampment

Ramsay Richard Reinagle, Accampamento zingaro, 1842, collezione privata

     Anche Peter de Wint, un grande maestro dell’acquarello, abile nel raffigurare il paesaggio inglese non recintato, ritrae scene di vita zingara in ambienti paesaggistici che stavano scomparendo nella realtà. Nell’acquarello Accampamento zingaro, prima metà del XIX secolo, collezione privata, una numerosa colonia di zingari, probabilmente del Lincolnshire, una contea dell’Inghilterra centro-orientale, prende possesso di una piccola altura installandovi le loro tende, mentre dal fondovalle arrivano altre comitive di uomini e donne a cavallo. Con una tecnica raffinata, in cui il colore è steso a macchie con rapide pennellate, l’artista ci restituisce una visione romantica, quasi onirica, di un popolo di natura, che si fondeva mediante una rete di relazioni dialettiche e simboliche con il paesaggio naturale.

 

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Peter de Wint, Accampamento zingaro, prima metà XIX secolo, collezione privata

     L ’Accampamento di zingari vicino a Tamworth di William Webb, prima metà del XIX secolo, collezione privata, offre un sereno quadretto di vita familiare di un gruppo di zingari che alla fine della giornata si sono accampati non lontano dalla cittadina di Tamworth, nella regione dello Staffordshire, nell’Inghilterra centrale, di cui si vede uno scorcio con le guglie della chiesa di Santa Edita e il castello normanno. In primo piano, in una mescolanza di tecnica figurativa e di natura morta (un coniglio morto, utensili da cucina sparsi per terra, mazzi di fiori che una donna reca in grembo), vi sono alcune donne con un ampio mantello e un grande foulard in testa e un uomo sdraiato che fuma la pipa, mentre la puri daj, l’anziana del gruppo, sulla soglia della tenda, veglia sul gruppo familiare. Avvolti dalla luce rossastra del sole che tramonta gli zingari, in attesa del pasto serale, per lo più una minestra che bolle in una nera pentola, appesa a un rudimentale sostegno detto kettle prop, qui formato da un bastone, ma comunemente costituito da una barra di ferro opportunamente sagomata e munita di un gancio, piantata nel terreno obliquamente e orientata verso il fuoco.

 

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William Webb, L’Accampamento di zingari vicino a Tamworth, prima metà del XIX secolo, collezione privata

     Il dipinto Accampamento zingaro nell’isola di Wight del londinese Alfred Vickers, metà XIX secolo, collezione privata, inserisce gli zingari in un paesaggio naturale fatto di cielo, acqua e luce.     L’accampamento sorge in una radura di un fitto bosco, lungo un fiume (forse lo Yar) che scorre maestoso tra dolci pendii. In primo piano vi è una piccola tenda con una donna sdraiata sull’erba con in braccio un bambino. Dietro la tenda si intravede un treppiede, avvolto dal fumo azzurrognolo del fuoco da campo, e poco più in là, in mezzo alla radura, alcuni uomini con in mano dei bastoni sembrano intenti a stanare la selvaggina, lepri o conigli selvatici.

 

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 Alfred Vickers, Accampamento zingaro nell’isola di Wight, metà XIX secolo, collezione privata

    Questa visione romantica della vita zingara vissuta all’aria aperta nella piena libertà e indipendenza la ritroviamo in numerose opere di James Edward Meadows, membro di una famiglia di pittori di paesaggi, che ha realizzato splendide vedute di accampamenti zingari nella New Forest e nelle campagne del Surrey e dell’Essex. Nell’Accampamento zingaro nella New Forest, seconda metà del XIX secolo, collezione privata, l’artista ricrea con toni morbidi e realistici la straordinaria atmosfera gypsy, fatta di tende e di gruppi zingari disseminati nelle ampie radure della New Forest, nell’Hampshire, a sud-ovest di Londra, dove nella prima metà del XX secolo diversi artisti, come Amelia Goddard, Augustus John e Sven Berlin, andarono a vivere raccogliendo gli ultimi bagliori di un mondo in via di trasformazione. Qui il paesaggio inglese è totalmente zingaro e sembra vivere in funzione di questa discreta e naturale componente umana. La tenda in primo piano con le donne sedute per terra con i loro bambini e un uomo addormentato, il secondo gruppo più in là a regolare distanza, raccolto in cerchio davanti alla tenda, e sullo sfondo l’accenno a una presenza umana mediante una colonna di fumo sono elementi antropici che si fondono all’unisono con l’immenso respiro della natura.

In un altro Accampamento zingaro, 1878-79, collezione privata, la scena sembra ambientata in un angolo tranquillo del Surrey, una contea dell’Inghilterra sud-orientale, che ha esercitato un’attrazione particolare per i gruppi zingari. Ai margini di un bosco, inondato dalla luce crepuscolare del tramonto, vi sono due tende, un carretto a due ruote e un cavallino bianco, seminascosto nel verde. In primo piano una famiglia è seduta sul prato, mentre un giovane uomo sta intrecciando un cesto di vimini; poco più in là una anziana dona, seduta davanti alla tenda, e un vecchio appoggiato al bastone attendono una donna che, accompagna da una ragazzina, porta sulle spalle una fascina di legna per alimentare il fuoco sotto un rudimentale treppiede apparecchiato in mezzo alla radura.

 

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James Edward Meadows, Accampamento zingaro                     James Edward Meadows, Accampamento zingaro,

nella New Forest, collezione privata                                                1878-79, collezione privata

 

L’Accampamento zingaro di Willis Henry Brittan, pittore di Bristol noto per i paesaggi e i cavalli, datato 1851, collezione privata, rappresenta una straordinaria sintesi pittorica e simbolica della visione romantica degli zingari, espressione di un mondo primitivo e libero in contrapposizione alla società civile, schiava di convenzioni e di alienanti compromessi. Al centro del dipinto vi è l’accampamento zingaro con le tende inondate da una luce radiosa, che rivela il loro interno in tutto il suo fascino romantico. Davanti ad esse siedono una giovane donna in rosso che gioca con il suo bambino e un giovane uomo sdraiato sull’erba, immagine di una umanità primitiva, all’insegna di una vita libera e prossima allo stato di natura. Accanto a loro un’anziana donna prepara il cibo serale davanti al fuoco, espressione di ancestrali affetti familiari. Più in là un cavallo pascola liberamente nel prato, mentre un carretto a due ruote è abbandonato nell’ombra e la sagoma di una inquietante fiera si avvicina furtiva, forse a rappresentare le insidie dell’incipiente progresso che stava minando la purezza di questo mondo rimasto integro fino ad allora. Sullo sfondo, a differenza del primo piano immerso in una luce sfavillante, si sta addensando una tempesta minacciosa dove è rappresentato in modo vago e indefinito un piccolo centro urbano.

 

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 Willis Henry Brittan, Accampamento zingaro, 1851, collezione privata

 

Tra i dipinti più suggestivi che ricreano i momenti più romantici della vita zingara all’aperto vi sono le scene notturne al chiaro di luna, che si consumano nel silenzio della notte attorno al fuoco, il “genius loci” che marca il territorio degli zingari, oltre il quale vi è il mondo buio e ostile dei non-zingari. Uno dei primi artisti a trattare questo tema fu William Turner, conosciuto come Turner di Oxford per distinguerlo dal suo omonimo più famoso Joseph Mallord William Turner. L’Accampamento zingaro, prima metà del XIX secolo, collezione privata, rappresenta una famiglia zingara davanti a una tenda attorno a un fuoco in una radura di un bosco, illuminato dalla luna che fa capolino tra le nuvole. Sullo sfondo una veduta di Oxford, di cui si intravede la guglia decorata di pinnacoli della chiesa di Santa Maria Vergine, la più grande delle chiese parrocchiali della città, che la rende riconoscibile nel panorama della celebre cittadina.

 Una straordinaria atmosfera crepuscolare e malinconica permea anche l’Accampamento zingaro del londinese Samuel Palmer, datato 1847 e conservato alla National Gallery of Scotland di Edimburgo. Il piccolo gruppo familiare è seduto intorno al treppiede, rischiarato dalla fiamma viva del falò che si proietta sui visi e sui vestiti degli umili viaggiatori. Il ruscelletto in primo piano, la rude tenda che si confonde con la tonalità seppia della parete rocciosa, le carezzevoli foglie degli alberi, le nuvole cineree, la bianca colomba in volo che distende le ali e il pallido chiarore della luna creano un angolo solitario e tranquillo della natura, in cui regna una pace fiabesca, dove gli zingari trovano rifugio alle complesse dinamiche della società evoluta.

Il dipinto Accampamento zingaro di notte vicino a Knutsford di S. Priestley, metà XIX secolo, conservato nel Museum & Art Gallery di Warrington, ritrae uno straordinario paesaggio notturno della campagna di Knutsford, nel Cheshire, che guarda verso la città di Warrington, di cui si intravede l’inconfondibile guglia della chiesa di Sant’Elphin, sotto un cielo nuvoloso, rischiarato da una gigantesca luna piena. In primo piano una famiglia di zingari è accampata nella radura di un bosco. Le donne, avvolte nei loro pastrani, sono sedute attorno al fuoco, mentre gli uomini conversano tra di loro fumando la pipa; in disparte vi è un asino legato alla staccionata, mentre un ragazzo intreccia un cesto di vimini, uno dei rari accenni alle loro attività artigianali. Il posto occupato dagli zingari è una ristretta area, residuo di una distesa di campi e di boschi, attraversata da un fiume (il Mersey), che  costituivano le proprietà comuni, che erano state privatizzate e recintate nella prima metà del XIX secolo, come mostra la recinzione di siepe, la staccionata di legno, l’interruzione del sentiero che un tempo proseguiva diritto e le case coloniche sparse in fondo.

L’incisione Zingari al crepuscolo di George Haydock Dodgson, 1857, tratta dal “The Illustrated London News” del 20 giugno 1857, mostra una famiglia di zingari che si è accampata sul far della sera in un angolo remoto della campagna vicino ad uno stagno. Gli effetti atmosferici, basati sul contrasto tra la luce e l’ombra, e la quiete della tarda serata ben si combinano con la sognante poetica del dolce far niente delle figure. L’intera scena, nella soffusa luce notturna e persino nei dettagli illustrativi, appare come una rielaborazione del famoso dipinto La fuga in Egitto di Dublino di Rembrandt. In primo piano vi è lo stesso specchio d’acqua nel quale si riflette la luce della luna nascosta da un ammasso di nuvole e sullo sfondo a destra sulla sommità di una collina vi sono le rovine di un’antica abbazia al posto di un castello nel dipinto rembrandtiano. A sinistra, invece della caverna, vi è la tipica tenda gypsy a cupola, ma sembrano presi da Rembrandt la donna di spalle davanti al fuoco e il bambino in ginocchio che si china verso le fiamme.

 

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William Turner di Oxford, Accampamento zingaro,                Samuel Palmer, Accampamento zingaro, 1847,

prima metà XIX secolo, collezione privata                                 Edimburgo, National Gallery of Scotland

 

Priestley, S.; Gypsy Camp by Moonlight, near Knutsford, Cheshire     716bdodgson_crepuscolo

S. Priestley, Accampamento zingaro di notte                 George Haydock Dodgson, Zingari al crepuscolo, 1857

vicino a Knutsford, Warrington,

Museum & Art Gallery

 

Una serie di dipinti, realizzati nella seconda metà del XIX secolo, illustrano chiaramente la difficoltà che si era venuta a creare per gli zingari di reperire un  luogo adatto e confortevole ove accamparsi. Un esempio è l’acquarello Accampamento zingaro a Surrey Downs, 1852, collezione privata, di Samuel Bough, che condusse una vita bohémienne e si associò spesso con compagnie di zingari itineranti, facendone schizzi per i suoi dipinti e acquarelli (Gilpin, 1905, p. 10). In un paesaggio di grande impatto scenografico, sotto un cielo plumbeo alla luce del crepuscolo, è rappresentato un accampamento zingaro tra le colline di North Downs, nella parte occidentale della contea del Surrey, nell’Inghilterra sud-orientale. In primo piano vi sono alcune tende del tipo bender, davanti alle quali siede un gruppo di donne con i loro bambini, mentre gli uomini accudiscono agli animali da soma adibiti al traspoto delle vettovaglie. Il luogo accidentato, posto sul crinale estremamente aspro e selvaggio della collina, serrato tra una serie di casolari e un’alta staccionata di una proprietà privata, mostra chiaramente una scelta obbligata per l’errante comunità zingara.

Ancora più interessante è il dipinto St. George’s Hill a Chertsey di Alexander Frederick Rolfe, 1854, collezione privata, che testimonia il processo di trasformazione del paesaggio dell’area metropolitana sud-occidentale di Londra. Il dipinto mostra una veduta della vallata di Chertsey con il corso del Tamigi dalla collina di San Giorgio, nel Surrey, una contea particolarmente tollerante verso gli zingari e storicamente da loro molto frequentata. Sulla sommità della collina, sotto un’enorme quercia, vi è un accampamento zingaro con alcune tende circolari ricoperte di pesanti teli, alcune donne con in braccio i loro bambini, un uomo tranquillamente seduto e due cavalli con i loro carichi pesanti ancora in groppa. Il sole manda raggi di luce dalle nuvole estive, in una straordinaria resa cromatica con l’accostamento dei tenui colori dell’ambiente naturale ai colori accesi dell’abbigliamento zingaro. E’ evidente come gli enclosures acts (leggi sulle recinzioni) e il Vagrancy Act del 1824 (legge che condannava il vagabondaggio) abbiano sottratto agli zingari tradizionali spazi vitali, respingendoli nelle poche terre comuni rimaste o, come in questo caso, sulla collina, dopo l’ultima casa colonica, cinta da alte siepi e boschi, al limite con i pascoli. Oggi la collina di San Giorgio, un tempo regno incontrastato delle carovane zingare, è diventata una delle più esclusive aree residenziali dell’Inghilterra con ville, campi da golf e da tennis, ecc.

Dall’Inghilterra alla Scozia, lo spettacolo sembra ripetersi, come mostra il dipinto Perth da Moncrieffe Hill di John Crawford Wintour, uno dei migliori paesaggisti scozzesi, datato 1858 circa e custodito nel Perth & Kinross Council di Perth. Il dipinto rappresenta in primo piano la collina di Moncreiffe, alta circa 200 metri, da cui si gode una grandiosa vista sulla valle del fiume Pay e la città scozzese di Perth, di cui si scorge la chiesa di San Giovanni Battista, dominata dalla sua massiccia torre con la guglia rivestita di piombo. Mentre il sole sta sorgendo da est dietro la collina, nei campi, delimitati da staccionate e ripe erbose, i contadini mietono il grano e i mandriani pascolano le loro mandrie. Sulla sommità boscosa della collina una famiglia zingara occupa un ristretto e angusto spazio, seduta su un assito di legno attorno a un fuoco spento e pentole vuote, senza tende né animali da traino.

L’Accampamento degli zingari di John Gelder, datato 1879 circa e conservato nel Museums and Galleries di Bradford, mostra probabilmente un accampamento nei pressi di Bredford, città natale dell’artista, nella contea del West Yorkshire. Una famiglia zingara è accampata con le misere tende in un prato sul ciglio di una strada sterrata a fondo chiuso. Alcuni uomini riposano davanti alle tende, una giovane con in braccio un bambino in mezzo alla via attende un uomo che arriva con un asinello che porta sul dorso ceste cariche di merce, mentre un’anziana donna prepara la cena in una pentola messa a bollire su un treppiede. Alle loro spalle si estende una grande tenuta con una fattoria, boschi e prati in cui pascola il bestiame, recintata da un’alta palizzata di legno, un tempo terra comune, dove potevano accamparsi liberamente, catturare conigli e ricci, raccogliere frutti selvatici.

 

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Samuel Bough, Accampamento zingaro a Surrey                  Alexander Frederick Rolfe, St. George’s Hill a

Downs, 1852, collezione privata                                                   Chertsey, 1854, collezione privata

 

Wintour, John Crawford, 1825-1882; Perth from Moncrieffe Hill           Gelder, John, 1816-1885; The Gypsies' Encampment

John Crawford Wintour, Perth da Moncrieffe                       John Gelder, L’Accampamento degli zingari,

Hill, 1858 circa, Perth, Perth & Kinross Council                     1879 circa, Bradford, Museums and Galleries

 

Il dipinto Accampamento zingaro del pittore scozzese David Payne, databile tra il 1869 e il 1880, quando si trasferì nella città di Derby, capoluogo della contea del Derbyshire nelle Midlands Orientali, è la rappresentazione romantica di un mondo bucolico in stato di assedio, ma duro a morire. Sullo sfondo di una vallata, circondata da colline e verdi prati chiusi da alte siepi e cancelli di legno, ai margini di un sentiero è accampata una famiglia zingara. La madre e tre bambini piccoli siedono al riparo di una piccola tenda a cupola, mimetizzata nel verde della vegetazione, mentre un uomo, seduto accanto a un treppiede di legno su cui bolle una pentola, alimenta il fuoco con la legna che ha raccolto con una gerla di vimini che forma volute di fumo azzurrognolo che si confondono con i colori del paesaggio in lontananza. Una capretta, probabilmente uscita dal recinto, vaga sperduta lungo un fosso, non sappiamo se in cerca di libertà o alla ricerca della via per ritornare alla opprimente ma sicura cattività domestica.

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 David Payne, Accampamento zingaro, 1869-1880, collezione privata

    Alcune opere rivestono uno straordinario valore documentario, in quanto illustrano alcune fasi di quella profonda trasformazione socio-economica e culturale che si verificò in Inghilterra nel corso del XIX secolo. L’incisione La ferrovia da Londra a Birmingham dalla collina sopra Boxmoor, di anonimo inglese, 1839 circa, rievoca l’inaugurazione di una delle prime linee ferroviarie della storia, progettata dal noto ingegnere ferroviario Robert Stephenson e aperta ufficialmente nel 1838, che collegava Londra con Birmingam. In lontananza si vede un treno a vapore che avanza sbuffando sul terrapieno ferroviario di recente costruzione nei pressi della cittadina di Boxmoor, a circa 39 km a nord-ovest di Londra. In primo piano, sulla collina che domina la vallata, un accampamento zingaro con la tenda a cupola, l’asino da soma per trasportare i bagagli e la famiglia riunita intorno a un treppiede con la pentola, mentre una donna versa una bevanda,  probabilmente il tè, molto apprezzato dai gypsies inglesi. E’ lo specchio di due mondi diversi. Da una parte la ferrovia, che gli zingari chiamano sastriskro drom (strada ferrata o di ferro), simbolo della velocità e di un società civile in rapida trasformazione. Dall’altra i gypsies ancora radicati nel loro mondo ancestrale, in posti solitari e isolati, con la tenda e il focolare.

 

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 Anonimo inglese, La ferrovia da Londra a Birmingham dalla collina sopra Boxmoor, 1839 circa

 

Il Paesagggio con un carrozzone zingaro di Robert Gallon, seconda metà del XIX secolo, collezione privata, è una preziosa testimonianza di una radicale trasformazione che comincia a interessare le modalità di movimento e di habitat degli zingari. Il dipinto è quasi interamente occupato da una vasta brughiera, brulla e improduttiva, delimitata da un fitto bosco, resti di ciò che rimaneva delle terre comuni, come dimostra il boscaiolo che conduce un carro carico di tronchi d’alberi. In mezzo alla brughiera, seminascosto da alti arbusti e vicino a un piccolo stagno, vi è un carrozzone zingaro a forma di botte con quattro ruote e un camino fumante, affiancato da una tenda tradizionale, con davanti una famiglia in relax. A sinistra è delineata una zona industrializzata, immersa nelle nebbie e nei fumi delle ciminiere delle numerose fabbriche. Il carrozzone è il simbolo dei tempi che mutano e delle nuove modalità di vita zingara. Segna il graduale passaggio dalla tenda (bender), peraltro non del tutto abbandonata, al carrozzone di legno (vardo), trainato da un cavallo. I Romanichels inglesi incominciarono a viaggiare in carrozzoni a partire dal 1850. Prima di allora, come si è visto, camminavano a piedi, usavano i carretti per trasportare le loro cose e dormivano in tende ricoperte da grandi teli.

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 Robert Gallon, Paesagggio con un carrozzone zingaro, seconda metà XIX secolo, collezione privata

 

Ancora più originale, interprete del nuovo clima socio-culturale maturato intorno alla realtà degli zingari alla fine dl XIX secolo, è il dipinto Attraversando l’accampamento zingaro di Heywood Hardy, artista di Chichester, nel West Sussex, 1880 circa, collezione privata. Una diligenza, trainata da quattro cavalli su cui trovano posto il postiglione e alcuni passeggeri della ricca borghesia inglese, passa davanti a una famiglia zingara accampata su uno slargo erboso sul ciglio della carrozzabile che da Londra portava a Chichester, con la catena delle dolci colline delle South Downs sullo sfondo. L’artista pone l’accento sull’accorrere festoso degli zingari, lo sguardo ammirato della giovane zingara verso la gentildonna, il saluto spontaneo della bambina in braccio alla madre, la ragazzina con in mano un gioco infantile come rapita dalla meravigliosa carrozza, il ragazzetto che tende il cappello dentro il quale la gentile borghese getta una moneta, mentre i cavalli proseguono la loro corsa.    Questo dipinto rivela nuovi scenari nella rappresentazione degli zingari e un nuovo approccio culturale al loro mondo. Qui le parti, in ordine al progresso, si invertono. L’accampamento non è più situato in luoghi appartati, nelle radure di un bosco o nelle aride terre brughierate, ma lungo la traiettoria di importanti vie di comunicazione. La diligenza trainata dai cavalli sta per essere soppiantata dalla ferrovia e dai mezzi a motore, mentre gli zingari possono disporre di un moderno carrozzone del tipo Burton o Showman, dotato di maggiori comodità e con le ruote posizionate sotto il corpo del carro, che allargando l’asse pianale offriva il massimo spazio abitativo all’interno.  Heywood Hardy, Attraversando l’accampamento zingaro, 1880 circa, collezione privata

 

Ancora più originale, interprete del nuovo clima socio-culturale maturato intorno alla realtà degli zingari alla fine dl XIX secolo, è il dipinto Attraversando l’accampamento zingaro di Heywood Hardy, artista di Chichester, nel West Sussex, 1880 circa, collezione privata. Una diligenza, trainata da quattro cavalli su cui trovano posto il postiglione e alcuni passeggeri della ricca borghesia inglese, passa davanti a una famiglia zingara accampata su uno slargo erboso sul ciglio della carrozzabile che da Londra portava a Chichester, con la catena delle dolci colline delle South Downs sullo sfondo. L’artista pone l’accento sull’accorrere festoso degli zingari, lo sguardo ammirato della giovane zingara verso la gentildonna, il saluto spontaneo della bambina in braccio alla madre, la ragazzina con in mano un gioco infantile come rapita dalla meravigliosa carrozza, il ragazzetto che tende il cappello dentro il quale la gentile borghese getta una moneta, mentre i cavalli proseguono la loro corsa.    Questo dipinto rivela nuovi scenari nella rappresentazione degli zingari e un nuovo approccio culturale al loro mondo. L’accampamento non è più situato in luoghi appartati, nelle radure di un bosco o nelle aride terre brughierate, ma lungo la traiettoria di importanti vie di comunicazione. Si osservi, inoltre, l’accostamento tra la diligenza trainata dai cavalli, che tra poco verrà soppiantata dalla ferrovia e dai mezzi a motore, e l’elaborato carrozzone del tipo Burton o Showman con le ruote posizionate sotto il corpo del carro che offriva il massimo spazio al pavimento, che mostra l’evoluzione dell’habitat zingaro rispetto alla tradizionale tenda.

 

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Heywood Hardy, Attraversando l’accampamento zingaro, 1880 circa, collezione privata

 

Nell’Inghilterra tardo-vittoriana i gypsies, fino ad allora oggetto del rigore delle leggi o delle iniziative caritatevoli dell’associazionismo filantropico delle chiese riformate, diventano interlocutori attivi della loro promozione culturale e sociale. Nel 1888 si costituiva la Gypsy Lore Society, un’associazione di eminenti studiosi, che poneva al centro dell’indagine antropologica la cultura zingara nel suo complesso (storia, lingua, tradizioni, usi e costumi, cultura materiale, canti e tradizioni narrative), mediante ricerche condotte sul campo e attraverso le loro dirette testimonianze, producendo un’infinità di articoli che vennero pubblicati su una rivista trimestrale, il Journal of the Gypsy Lore Society. Alla base di questa azione vi era la convinzione che un microscosmo antico, eccezionale e unico, stava scomparendo e che bisognava salvaguardare nella sua purezza e originalità.

Parallelamente a questo filone folcloristico si sviluppava l’analisi sociale del riformatore vittoriano George Smith di Coalville. Considerando gli zingari in termini di classe e non di gruppo etnico, egli denunciava le deplorevoli condizioni igieniche, l’analfabetismo, la povertà e il degrado morale di una popolazione che viveva “alla maniera degli Zulù più che cittadini europei”, perorando l’intervento dello stato, che con leggi moderne favorisse il loro miglioramento e la loro inclusione nella società maggioritaria.

Queste due posizioni, apparentemente antitetiche, ma che si muovevano tra il diritto alla conservazione della propria identità culturale e l’adeguamento alle regole sociali sono quelle che ancora oggi tengono banco nelle politiche odierne. A oltre un secolo di distanza continua il serrato dibattito di come “modellare la propria condotta sui valori e le norme che regolano la vita civile, senza però rinunciare agli aspetti sostanziali della propria identità culturale (Calabrò, 1992, p. 16).

 

 

 

 NOTE

 

[1] All’inizio del secolo una banda al comando di Johannes la Fortun, detto “Hemperla”, compì una serie di rapine e omicidi, seminando il terrore nella regione dell’Assia, finché i suoi membri furono catturati e giustiziati in massa a Giessen nel 1726. Nella seconda metà del secolo tra la Foresta Nera e i Vosgi operò la banda di Jakob Reinhardt detto “Hannikel”, composta da 35 membri compresi donne e bambini, che fu sgominata nel 1787 con la cattura e l’impiccagione del celebre fuorilegge a Sulz sul Neckar.

[2] In un passo memorabile di “Lavengro”, Borrow riporta una conversazione con Jasper sul senso della vita. Alla sua domanda se valesse la pena vivere, se fosse cieco, Jasper rispose: “C’è il vento nella brughiera, fratello; se solo potessi sentirlo sarei felice di vivere per sempre”.

[3] Molte località inglesi, come del resto di altri paesi europei, portano nella toponomastica i segni della presenza degli zingari in un passato recente o remoto, come dimostrano i nomi “Gypsy Lane”, “Gypsy Nook”, “Gypsy Dale”, “Gypsy Corner”, “Gypsy Bridge”, “Gipsy Hill”, un’area collinare a sud-est di Londra, e molti altri.

 

 

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