1262Vignetta

I Rom nell'arte

I pregiudizi e gli stereotipi: un concentrato ideologico di atroci falsità

2 nov , 2019  

 

Il reverendo inglese George Hall, nel suo libro The Gypsy’s Parson. His experiences and adventures, pubblicato a Londra nel 1915, frutto di una lunga esperienza vissuta tra i gypsies inglesi incontrati durante i suoi viaggi, racconta che un giorno a Londra incontrò una ragazza e ingenuamente le chiese perché essendo zingara avesse i capelli biondi. Ella raccontò celiando che una notte d’inverno aveva dormito con la testa fuori dalla tenda e i suoi capelli si congelarono al suolo. Quando si svegliò chiese aiuto e suo padre versò acqua bollente sui suoi capelli per sciogliere il ghiaccio. Questo aneddoto è una lectio magistralis su cosa sono i pregiudizi e ci viene data in modo ironico proprio da una ragazza gypsy (Hall, 1915, p. 257).

I pregiudizi, l’intolleranza e la discriminazione verso i Rom sono una piaga sociale dura a morire. I Rom sono al primo posto del pregiudizio e dell’intolleranza. Non c’è nessun altro popolo su cui ci sia così grande disinformazione e nei cui confronti sia stato elaborato un concentrato ideologico di atroci falsità, senza che gli venga riconosciuto alcun merito. L’opinione pubblica fonda la propria immagine dello “zingaro” non sulla realtà, ma sui pregiudizi razzisti tramandati e sulla cattiva informazione dei mass media con i loro continui riferimenti a supposti crimini. Così i Rom continuano ad essere vittime di false accuse che li mar­chiano ingiustamente come delinquenti, bugiardi, ladri, rapitori di bambini, incendiari e perfino antropofagi.

 

 

 

Ladri

 

    Uno dei più ricorrenti e diffusi stereotipi è che i Rom sono un gruppo marginale deviante, dedito al furto. La fama di essere ladri li ha sempre accompagnati fin dal loro ingresso nella storia. Secondo la leggenda di Firdusi gli zingari, detti Luri, “erravano per il mondo, sempre viaggiando per rubare di notte e di giorno”. Nel XV secolo il laitmotiv delle cronache che registrano il loro arrivo in Europa è il furto. Il monaco domenicano tedesco Hermann Corneri nel suo “Chronicon” dice che gli zingari apparsi a Lubecca nel 1417 erano lesti nel rubare, soprattutto le donne. Gli zingari giunti a Bologna nel 1422 erano considerati “li più fini ladri che si vedesse mai” per la loro abilità nel deruba­re le borse di chi andava a farsi leggere la mano. Lo storico tedesco Albert Krantz riferisce che approfittavano dell’assenza dei contadini impegnati nei lavori dei campi per svaligiare le case o per trafugare la biancheria stesa ad asciugare.

Di tutti i furti il più frequente ed emblematico era il furto del pollame. Le donne mostravano una particolare abilità nell’adescare i polli e le galline e a nasconderle sotto le loro ampie vesti. Nelle incisioni eseguite nel 1621 da Jacques Callot si vedono individui sorpresi a rubare nei casolari e nei pollai e che vengono inseguiti da contadini armati di forche e bastoni. Gli stessi zingari non se ne fanno un mistero e ammettono candidamente che si approvvigionavano lungo il cammino razziando qualche gallina o qualche oca che capitava loro a tiro. La poetessa polacca Papuša confessava di aver imparato a leggere e a scrivere con le galline rubate, che passava a una ebrea vicina di casa in cambio delle sue lezioni.

Le arti figurative hanno rappresentano abbondantemente questo tema, carico di suggestioni quasi picaresche, con uno sguardo se non di approvazione, almeno di benigna condiscendenza e quasi di compiaciuta ammirazione verso questo reato marginale, anche se frequente nell’economia alimentare degli zingari.

L’incisione colorata La cena serale di un anonimo artista tedesco, seconda metà del XIX secolo, raffigura una tranquilla scena familiare di un gruppo di zingari accampati nella radura di un bosco al tramonto del sole. Un ragazzino torna all’accampamento portando in braccio una grossa oca e la consegna con aria soddisfatta e trionfante al capofamiglia, che aspetta seduto con in mano un cucchiaio davanti a una pentola fumante. Una donna distoglie lo sguardo dal bimbo che sta allattando e osserva l’animale con occhi che brillano di gioia. Una giovane ragazza è indaffarata a sistemare le trecce dei capelli e un uomo sonnecchia in piedi appoggiato al carretto, mentre due ragazzini si affacciano con aria mesta e inerme.

Una scena simile, ma ambientata presso una capanna di zingari ungheresi, appare in un’altra incisione Il pasto serale di un artista ungherese anonimo, 1875 circa. Un ragazzino arriva di corsa portando un’oca, probabilmente rubata in una delle fattorie che appaiono sullo sfondo, mentre i membri della sua famiglia sono intenti ai lavori quotidiani. Al centro un fabbro batte con il martello il ferro sull’incudine, mentre l’anziana moglie con in bocca la pipa alimenta il fuoco con un mantice. A sinistra un giovane, con un elegante mantello, il berretto e gli alti stivali, accudisce al suo cavallo. A destra una donna allatta il suo bambino e un violinista, appoggiato al muro della capanna, suona il suo strumento, mentre un ragazzino tutto nudo improvvisa un ballo.

 

1251Anonim_XIX    1252_ungherese1875

Anonimo tedesco, La cena serale,                               Anonimo ungherese, Il pasto serale, 1875 circa

seconda metà XIX secolo

 

Nell’incisione I Foraggatori di Ludwig Knaus, pittore tedesco della scuola di Düsseldorf che si stabilì per un certo periodo a Barbizon, 1857, in fondo a un bosco in una folta macchia una povera zingara allatta un neonato e sorveglia la marmitta che fuma. Un ragazzo con in mano un oggetto rubato avanza circospetto in mezzo agli arbusti, temendo di essere raggiunto da alcuni inseguitori che si scorgono in lontananza. Davanti a lui un altro ragazzo porta una grossa oca, quasi più grande di lui, e la mostra orgoglioso alla madre, che le accenna un sorriso con la certezza che almeno per quella sera i suoi figli non soffriranno la fame. L’opera è carica di pathos sentimentale e drammatico insieme, ed esprime l’angoscia della miseria e della lotta di coloro che non hanno conosciuto che il disprezzo e la sofferenza (Le Magasin Pittoresque, 1857, p. 407-408).

Lo stereotipo è ripreso in una figurina pubblicitaria della ditta tedesca di cioccolatini Hildebrand Al momento del pasto, 1900 circa, che illustra i momenti salienti dell’impresa “epica” del ragazzino ladro di galline. Il nostro eroe arriva di corsa a piedi nudi tenendo una gallina per le zampe e a testa in giù, salutato con affetto dalla madre che ha accanto un figlioletto più piccolo. Una vecchia è seduta su un tronco d’albero intorno al treppiede con una pentola appesa, mentre davanti alla tenda un uomo seduto sul prato fuma tranquillamente la pipa.

 

1253Knaus_les Fourrageurs1857    1254Fumet_pranzo

Ludwig Knaus, I Foraggatori, 1857                        Figurina Hildebrand, Al momento del pasto, 1900 circa

 

Nell’incisione Il pranzo della domenica del pittore tedesco Hermann Lindenschmit, fine del XIX o inizio del XX secolo, una famiglia di zingari è accampata in un prato, accanto a un piccolo carretto a due ruote. Un uomo in piedi porge alla moglie una gallina da cucinare per il pranzo domenicale. Una giovane donna, seduta accanto alla madre, tiene tra le braccia il figlioletto addormentato e un altro bambino è rannicchiato per terra, probabilmente in preda ai morsi della fame. Gli occhi di tutti i familiari, compresi due vivaci cagnolini, sono puntati sulla preda, come fosse caduta la manna dal cielo.

L’incisione Famiglia zingara con un’oca rubata di un artista anonimo, seconda metà del XIX secolo, mostra una famiglia di ursari accampata in una landa solitaria, al riparo di una collinetta rocciosa. Una donna, seduta su un masso, si accinge a spennare un’oca, assistita da un ragazzino, che è probabilmente l’artefice del furto. Una giovane donna in piedi osserva con un bambino in braccio e un altro sulle spalle, mentre un uomo con un cappello a cono e la frusta in mano tiene un orso al guinzaglio. Di fronte a queste consuete scene, l’antropologo americano Charles Godfrey Leland, che nel 1870 si stabilì in Inghilterra e frequentò i gypsies inglesi, si chiedeva “what do the Romanychals kair o the poris, cause kekker ever dikked chīchī pāsh of a Romany tan?” (Cosa fanno gli zingari con le piume, perché nessuno ne ha mai visto una vicino a una tenda zingara?) (Leland, 1888, p. 324).

 

1255Lindenschmit     1256Famiglia zingara con oca

Hermann Lindenschmit, Il pranzo della domenica,            Anonimo, Famiglia zingara con un’oca rubata,

fine XIX-inizio XX secolo                                                           seconda metà XIX secolo

 

Una vignetta, tratta dalla rivista culinaria francese “La cuisine des familles”, intitolata La minestra degli zingari in festa, 1905, ricca di cliché standardizzati ma straordinariamente evocativa di un tempo passato, rimpianto dagli stessi rom, descrive la vita serena e movimentata di un accampamento zingaro sul far della sera. A sinistra, davanti alla tenda triangolare, una ragazza balla accompagnata da un compagno con la chitarra sotto lo sguardo compiaciuto dell’anziano capo, seduto su un sasso con la pipa in bocca e il bastone del comando con un pomo ornato di arcani simboli. In primo piano due giovani ragazze preparano un minestrone in una pentola appoggiata su una rudimentale pirostjá, un treppiede rotondo di ferro, mentre un bambino porta un ramoscello per alimentare il falò. In fondo, da lontano, arriva un uomo portando in mano un volatile, probabilmente uscito sulla via dalla fattoria che si vede all’orizzonte.

 1257Cucina_minestra6 agosto1905

Anonimo francese, La minestra degli zingari in festa, 1905

      Diversamente dalle romantiche scene di questi artisti, altre opere stigmatizzano gli zingari come pericolosi e incalliti ladri di polli, anche in mancanza di prove. Un individuo zingaro trovato in possesso di una gallina o un’oca era automaticamente considerato in “flagranza” di reato. Queste immagini contribuivano a rinforzare lo stereotipo dell’indole criminosa dello zingaro e la sua propensione al furto e alla rapina. Dalla metà dell’Ottocento in tutta Europa si instaura una politica fondata sul contrasto al nomadismo, con una serie di misure poliziesche che riservano un trattamento discriminatorio e repressivo da parte delle forze dell’ordine nei confronti degli zingari, considerati persone pericolose per la sicurezza e l’ordine pubblico. Nel 1844 il parlamento norvegese approvava una legge che comminava una condanna di due anni di prigione a chi viaggiava in gruppo. In Francia venivano emanate misure di identificazione e di controllo delle popolazioni nomadi con la legge del 16 luglio 1912, che istituiva il “carnet anthropométrique” o libretto antropometrico, contenente dati anagrafici, impronte digitali e foto del nucleo familiari itineranti.

    Nella litografia Zingari ladri del pittore austriaco József Marastoni, 1863, un gendarme ungherese a cavallo ha catturato una coppia di zingari, rei di aver rubato un’oca. Davanti a lui un uomo e una donna a piedi nudi camminano nella solitaria puszta ungherese. L’uomo procede con un’espressione torva e rassegnata, portando sulle spalle due grosse oche, mentre la donna si gira verso lo sbirro agitando le braccia e protestando la loro innocenza. A sinistra, immersa nel verde, si intravede una fattoria da cui si evince che i due presunti ladri abbiano rubato le oche. In lontananza li attende il carcere, rappresentato da un cupo edificio turrito[1].

In una figurina pubblicitaria della ditta tedesca di cioccolato Gartmann, Zingari ladri, 1900 circa, è rappresentata una vera e propria rappresaglia della polizia rurale tedesca contro una povera famiglia di zingari, che procede lungo un sentiero di campagna con un piccolo carretto a due ruote trainato dal capofamiglia. Alcuni gendarmi li fermano e uno di loro con il fucile ben in vista perquisisce il misero veicolo ed estrae da sotto un sudicio telone un’oca, che sicuramente sarà il frutto di un furto, sotto gli occhi perplessi di una donna e dei suoi due piccoli bambini impauriti. In primo piano un gendarme a cavallo ordina all’uomo di vuotare le tasche della giacca, convinto che lo zingaro nasconda altra refurtiva.

 

1258Marastoni_1863      1259Pregiudizi_1930cioc1

József Marastoni, Zingari ladri, 1863                                   Figurina Gartmann, Zingari ladri, 1900 circa

 

Numerose fonti documentarie descrivono i Rom come un popolo per il quale il furto è un’arte tradizionale, tramandata di padre in figlio, per cui fin da piccoli sarebbero addestrati al furto e al borseggio. Cervantes diceva che la voglia di truffare e la furfanteria sono attributi precoci, di cui si libe­rano solo alla morte. E l’autore portoghese Adolpho Coelho, riportando una diceria diffusa nell’Alentejo, riferisce che alla nascita di un bambino le gitane lo immergono nel primo torrente che incontrano, mormorando: “Eu te baptizo neste ribeiro, para que sajas un ladrão bem ligeiro” (Io ti battezzo in questo torrente, perché tu divenga un ladro dal piè leggero” (Coelho, 1892, p. 214).

L’incisone Uno zingaro insegna al figlio a rubare di un artista anonimo del XIX secolo mostra uno zingaro che sottopone il figlio a una esercitazione per imparare scippi e borseggi. Un uomo, seduto davanti a una misera tenda con il classico abbigliamento da brigante, con in testa un cappellaccio a cono e una cintura a tracolla a mo’ di bandoliera, con un’oca, evidentemente rubata, stretta in una mano e con una frusta nell’altra, addestra un ragazzino cencioso a rubare un fazzoletto da una giacca appesa a un albero.

La cosa grave è che questi preconcetti vengano instillati negli adolescenti attraverso i libri scolastici e i sussidi didattici, sotto forma di istruzione educativa. In un sillabario tedesco per imparare l’alfabeto, il “Neues Buchstabir-und Lesebuch” di Johann Wolf edito a Norimberga nel 1799, la lettera “Z” viene accostata alla parola “Zigeuner”. L’illustrazione mostra una scena di predizione della fortuna associata a un atto di furto. Mentre la zingara legge la mano di una contadina, sviando la sua attenzione con parole e gesti, il bambino più grandicello sfrutta la situazione per derubare il suo compagno. La didascalia, aggiunta nel libro destinato agli  insegnanti e ai bambini, è terrificante: “Gli zigeuner sono noti come persone oziose e malvagie, vanno in giro a mendicare, risiedono nelle foreste o in capanne solitarie, diffondono attraverso la lettura della mano le superstizioni e ingannano i creduloni contadini con funeste profezie” (Suckow, 2015, p. 170-171).

 

1260Zingaro_ Furto     1261Sussidiario

Anonimo, Uno zingaro insegna al figlio                             Johann Wolf, Neues Buchstabir-und Lesebuch,

     a rubare,  XIX secolo                                                               Gli zingari, 1799

 

Anche oggi i pregiudizi, le paure e i risentimenti xenofobi sono molto forti e diffondono l’odio razziale verso la minoranza zingara con ogni mezzo. Una scioccante caricatura razzista, apparsa su Internet il 21 ottobre 2007, mostra due donne zingare incinte, circondate da uno stuolo di bambini pezzenti e trascurati. Alludendo alle capacità divinatorie delle loro madri, i sei bambini – anche i neonati – preannunciano le loro future azioni criminali nelle nuvolette dalla forte e irriverente testualità[2] (Bell, 2015, p. 158-159).

 

1262Vignetta

Vignetta, I futuri delinquenti, 2007

 

 

 

Rapitori di bambini

 

    Uno dei più diffusi e inveterati pregiudizi nei confronti degli zingari è che essi rubano i bambini. Nell’immaginario collettivo il topos del bambino rapito dagli zingari è un mito popolare e un tema letterario tra i più fortunati e, purtroppo, mai messo in dubbio, dell’attteggiamento antizigano della nostra società. In Spagna si diceva che i gitani llevan niños hurtados a Barberia, rubano i fanciulli e li portano in Barberia dove li vendono ai Mori dell’Africa (Borrow, 1841, vol.1, p. 107).

Le origini letterarie del tema del bambino rapito dagli zingari si fanno risalire agli scrittori picareschi spagnoli e soprattutto a Cervantes con la novella “La Gitanilla” (La piccola zingara), contenuta nelle Novelas Ejemplares (1613). La Gitanilla è la storia di Preciosa, una bambina rapita ancora in fasce da una vecchia zingara e allevata come fosse sua nipote. Dopo molte peripezie, viene rivelato che Preciosa, il cui vero nome è Costanza, è la figlia di un corregidor spagnolo e viene restituita alla sua famiglia.

Nel dipinto Preciosa rapita dagli zingari dell’olandese Leendert van der Cooghen, 1652-1681, collezione privata, la scena è dominata dalla figura della piccola bambina, dalla carnagione bianca e riccamente vestita, circondata da uomini, donne e bambini zingari dalla pelle scura nella foresta notturna. L’immagine del bambino a sinistra, che mostra sfacciatamente un’oca rubata all’osservatore, fa allusione esplicita al carattere furfantesco di quegli individui senza scrupoli, immersi nell’oscurità della notte che si avvicina (Mladenova, 2019, p. 97-98).

 

 1263Cooghen_Preziosa      Leendert van der Cooghen, Preciosa rapita dagli zingari,1652–1681, collezione privata

 

La novella di Cervantes ha esercitato un profondo impatto sull’immaginario europeo, specialmente durante il Romanticismo, ispirando un numero sorprendentemente elevato di scrittori, poeti, pittori, musicisti. Victor Hugo cercò di rinnovare il tema nel romanzo “Notre-Dame de Paris”, che vede protagonista Esmeralda, rapita all’età di un anno dagli zingari, che lasciano al suo posto nella sua culla un bambino deforme, che sarà Quasimodo, il campanaro gobbo della cattedrale parigina.

Anche l’opera lirica “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi è incentrata sul rapimento di un bambino. Una zingara, accusata di stregoneria, viene condannata al rogo dal Conte di Luna. Prima di morire grida alla figlia Azucena di vendicarla e lei rapisce il figlio del Conte ancora in fasce e lo alleva come suo figlio. La litografia Il rapimento del bambino di Napoléon Thomas, 1866, Biblioteca Nazionale di Francia di Parigi, illustra la scena del rapimento. Azucena si introduce nottetempo nel palazzo del Conte e approffttando del sonno della nutrice si avvicina al letto e aiutata dai suoi compagni zingari rapisce il bambino addormentato.

 

 1264Thomas_Il Trovatore

 Napoléon Thomas, Il rapimento del bambino, 1866, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

 

In un manoscritto del 1716 intitolato “Barockes Welttheater” (Il teatro barocco del mondo) di Daniel Pfisterer, parroco di Köngen in Germania, conservato nel Museo di Stato del Württemberg di Stoccarda, che documenta la vita locale del suo tempo con disegni ad acquarello accompagnati da commenti in rima, si trova il disegno Zingari, una straordinaria ed emblematica illustrazione del rapimento di un bambino. In un accampamento di zingari tra i ruderi di un vecchio castello un uomo, di spalle e prono a terra, alimenta un grande falò, che innalza una grande nuvola di fumo. A destra vi sono due donne, con i lunghi capelli neri stretti da una fascia annodata dietro la nuca, la gonna, una camicetta bianca e un mantello rigato a strisce rosse e blu, una che tiene per mano un bambino e l’altra con un bambino in spalla e un pugnale ricurvo nella cintura rossa. A sinistra una donna con i seni scoperti allatta un neonato, mentre un ragazzino morde un frutto, probabilmente una mela. Un uomo, con i capelli lunghi e neri, una camicia bianca e un mantello rigato, appena arrivato all’accampamento su una cavalcatura, tiene stretto tra le braccia, quasi teneramente, un bambino dalla carnagione e i capelli chiari e si rivolge sorridente al gruppo delle donne.

Come si legge nella disdascalia in alto, si tratta di un bambino rapito dallo zingaro e portato nell’accampamento:

Zigeüner schreien: “Ich will dir viel gutes sagen,

Mein schöne Jungfer, komm, mein hübscher Junger Herr!”.

Damit bestehlen sie die Leüt bej hellen Tagen

Und bringen sie umbs zelt; das schwarze Höllenheer“.

(Lo zingaro grida: “Voglio dirti cose buone,

mia bella fanciulla, vieni, mio ​​bel giovane!”.

Così rapiscono i bambini in pieno giorno

e li portano nella tenda: ospiti del nero inferno).

Il triste destino che attende il povero bambino è simbolicamente espresso dalla grande pianta di assenzio in alto a sinistra, che per il suo sapore amaro è simbolo di dolore e infelicità.

 

 1265Pfisterer_1716

Daniel Pfisterer, Zingari, 1716, Stoccarda, Museo di Stato del Württemberg

 

Una sorta di serenità familiare sembra caratterizzare l’incisione La bambina rapita dell’inglese Francis Philip Stephanoff, 1840. Nella calma della sera, al chiarore della luna, una donna sotto la tenda culla il suo bambino, mentre davanti a un treppiede un uomo e una donna anziani consumano un piatto di minestra (la tipica zumí). In primo piano, seduta per terra, la bambina rapita sembra una bambola, tutta vestita di bianco, che contrasta con il colore scuro della pelle del suo rapitore con la barba nera e un cappello marrone scuro, che suona il violino e della ragazzina zingara che si trastulla con lei come fosse un balocco (Mladenova, 2019, p.97).

Nell’incisione Il bambino rapito dell’artista francese Henri-Guillaume Schlesinger, 1861, Biblioteca Nazionale di Francia di Parigi, la scena è ambientata nella profondità di un’oscura foresta. In mezzo a una banda di zingari è seduto il capo dalla pelle scura e dall’apetto sinistro, che ha posato per terra il cappello e la pistola, con un piccolo bambino che piange sulle sue ginocchia. Alcune donne gli si fanno intorno con gioia e meraviglia. Una giovane donna prepara la cena serale e un bambino mangia una mela. Dietro al gruppo, un uomo dai capelli ispidi e trafelato si asciuga il sudore dopo la precipitosa fuga, mentre a sinistra un ragazzino col cappellaccio  in testa sale su una roccia a mo’ di vedetta per vedere se arriva qualche inseguitore. Il bambino nudo, stilizzato come una bambola, ha la pelle “bianca” che brilla alla luce e costituisce un attributo “etno-razziale” in contrapposizione al colore scuro degli zingari. Lo spettatore è quindi invitato a identificarsi con un piccolo bambino indifeso di razza apparentemente superiore, circondata su tutti i lati da spietati zingari, un’immagine straziante che è destinata a suscitare forti sentimenti di rabbia e indignazione e che può facilmente legittimare esplosioni di violenza (Mladenova, 2019, p. 97).

 

1266Hott     1267Schlesinger

Francis Philip Stephanoff, La bambina                         Henri-Guillaume Schlesinger, Il bambino rapito, 1861

rapita, 1840                                                                           Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

 

Alcuni artisti, in sintonia con le opere narrative che oltre al rapimento prevedono l’improvviso e inaspettato riconoscimento dell’identità del personaggio, hanno voluto rappresentare i due momenti centrali della narrazione. Una coppia di incisioni colorate del pittore inglese F. Green, elaborate da due dipinti di Henry Singleton, mettono in scena entrambi questi drammatici topos letterari.

L’incisione Il bambino rubato dagli zingari, 1801, mostra un gruppo di zingari riuniti in cima a una piccola altura, nascosti dalla vegetazione, mentre il sole tramonta dietro le colline. Al centro una donna sistema un bambino, dai riccioli biondi e con una lunga veste bianca, in uno dei panieri fissati all’incollatura di un asino, mentre un uomo tiene in mano una mela per distrarlo. Sullo sfondo vi è la sagoma di una villa signorile, da cui si presume che il bimbo sia stato portato via. Nell’altro paniere è visibile un’oca morta, probabilmente anch’essa rubata, raccapricciante parallelismo con il rapimento del fanciullo.

L’altra incisione Il bambino restituito, mostra l’interno di una dimora aristocratica. La madre abbraccia teneramente il figlioletto, mentre i suoi familiari guardano con espressione incredula (la nonna si toglie gli occhiali per accertarsi che sia veramente il nipotino) e religiosa gratitudine (il padre congiunge le mani alzando gli occhi al cielo). Il bambino indica un cocchiere in piedi a sinistra, accanto a una donna zingara piangente e due dei suoi figli.

In ciascuna coppia, le due immagini si specchiano reciprocamente, portando alla luce una serie di opposizioni significative: bianco contro il colore nero, natura contro cultura, interno contro esterno, primitivismo contro raffinatezza, povertà contro ricchezza (Mladenova, 2019, p. 99).

1268Rapimento       1269The child restored1802

 Green, Il bambino rubato dagli zingari, 1801 e Il bambino restituito, 1802

 

L’inglese John Bagnold Burgess riunisce entrambi i motivi nell’incisione Rapita dagli zingari. La liberazione, 1875 circa, in una scena ambientata probabilmente in Spagna. Sotto a un portico, una ragazzina, con in mano un tamburello, guarda con un’espressione triste e sottomessa un gitano con la chitarra, che la esorta a ballare, mentre un altro schiocca le dita e batte i piedi. A destra un gruppo di uomini seduti attorno a un tavolo gioca a carte. In primo piano una madre culla il suo bambino, mentre un ragazzo seduto a terra mangia una mela. In alto a sinistra due gendarmi spiano la scena dalla cima delle scale pronti a intervenire e a liberare la ragazza.

 

                 1270Bagnold Brugges1b

John Bagnold Burgess, Rapita dagli zingari. La liberazione, 1875 circa

 

Questo mito era motivo di grande paura, specialmente degli abitanti dei piccoli centri di campagna. Alla loro vista le madri gridavano con terrore “Arrivano gli zingari” e raccoglievano i loro bambini per metterli sotto chiave. Si ricorreva alla figura spaventosa dello zingaro come minaccia a bambini ribelli e recalcitranti per indurli ad ascoltare gli ammonimenti dei genitori: “Se non fai il bravo, verrà uno zingaro a portarti via!”. Si minacciava i figli di tremende punizioni, se si fossero allontanati da casa o, peggio, se si fossero inoltrati da soli nei boschi.

Il fumetto My mother said di un artista inglese illustra la storia di una bambina che si inoltra nel bosco, dove vi è un accampamento zingaro. Inorridita, vede uscire da una delle roulotte un vecchio zingaro, dalla folta barba e con un cappellaccio in testa, che porta tra le braccia una neonata che è stata appena rapita e si dirige verso un treppiede su cui bolle una pentola, dentro la quale sarà sicuramente cucinata come cibo per tutta la tribù. In alto a sinistra è riportata una celebre canzoncina inglese per bambini, per metterli in guardia dagli zingari, che recita così:

    My mother said,

I never should

Play with the gypsies

in the wood.

    If I did, she would say;

‘Naughty girl to disobey!

Your hair shan’t curl

And your shoes shan’t shine.

You gypsy girl, you shan’t be mine!’.

 

(Mia madre diceva

che non avrei mai dovuto

giocare con gli zingari nel bosco.

Se lo avessi fatto, avrebbe detto:

“Tu, cattiva ragazza, hai disubbidito!

I tuoi capelli non saranno più ricci

e le tue scarpe non brilleranno.

Tu, ragazza zingara, non sarai più mia!”).

Un biglietto di auguri per la festa della mamma dei primi del Novecento riproduce un’incisione di un artista anonimo del 1874 che rappresenta una compagnia di zingari in viaggio nella puszta ungherese, su cui è stata stampata a grandi caratteri rossi la seguente dicitura: “Mamma… Grazie per non avermi venduto a questa banda di zingari vagabondi”.

 

1271Fumetto     1272Pregiudizi_cartolina

Anonimo inglese, My mother said, seconda metà XX sec.              Biglietto di auguri, Mamma …grazie, inizi XX secolo

 

A veicolare queste false paure contribuì la letteratura edificante rivolta agli adolescenti per educarli ad ascoltare e ubbidire ai genitori, tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, piena di racconti con protagonisti piccoli temerari, rapiti e maltrattati dagli zingari. Uno degli esempi più noti è il romanzo La maison roulante di Madame de Stolz, pubblicato nel 1891, che racconta la storia del piccolo Adalbert, figlio del castellano di Normandia, rapito nel corso di un viaggio per essersi allontanato dai suoi genitori, costretto ad espiare la sua disubbidienza in mezzo a Romanichels feroci.

 

1273Maison voulant1891

Zingari rapitori di bambini, da “La Maison roulant” di Madame de Stolz, 1891

 

Un ventennio dopo, il romanzo “Disparu! Histoire d’un enfant perdu” di Albert Cim, Parigi 1912 racconta il rapimento della piccola Lucien ad opera di calderai ungheresi. In una illustrazione di Joseph et Louis Beuzon vediamo la bambina che viene rapita dal giovane Bogdan e caricata sul carrozzone in attesa sul bordo della strada solitaria e nell’altra la vecchia e arcigna Zabeth, assistita dalla nuora Antonia, con in mano una grande forbice taglia i capelli della bambina per darle un aspetto mascolino e renderla irriconoscibile.

 

1275Beuzon_Disparu1912b    1274Beuzon_Disparu1912a

Joseph et Louis Beuzon, Illustrazioni dal romanzo “Disparu! Histoire d’un enfant perdu” di Albert Cim, 1912

 

In un altro libro illustrato La storia del piccolo Renard, 1925, di un autore francese della prima metà del XX secolo è la volta del piccolo Renard, costretto a imparare il linguaggio, i costumi e le abitudini degli zingari che lo hanno rapito. Doveva imparare a cantare, a ballare e a suonare il violino e il tamburello. Gli era proibito, sotto pena di severi castighi, parlare dei suoi genitori e della sua vita passata. A forza di conservare il silenzio su questo argomento, a poco a poco i ricordi scomparvero dalla sua memoria. Dimenticò il nome di suo padre e dimenticò il suo vero nome, rimpiazzato con quello di Dani.

    Nel romanzo illustrato “Willi il fuggiasco” (1917) di Kurt Hackl, il protagonista è un ragazzino disobbediente, che si allontana dai suoi genitori durante una festa cittadina. Uno zingaro lo insegue, lo rapisce e lo porta nella sua roulotte. Resterà per molto tempo alla mercé del suo padrone che lo picchia e lo frusta, spesso senza motivo, fino a quando non viene ritrovato dalla polizia e liberato (http://www.kinderundjugendmedien.de/index.php/stoffe-und-motive/1364-sinti-und-roma).

 

1276Pregiudizi5        1277Hackl

          La storia del piccolo Renard, 1925                          Kurt Hackl, Willi il fuggiasco, 1917

 

In questa tradizione rientra il libro illustrato “Butzimann, was tust du da?”(1940) di Michael Braun e Franziska Schenkel, in cui una madre racconta al suo bambino che cosa accadde a Liesel, una piccola bambina che giocava nel giardino della sua casa, allorché si avvicinò una zingara. La donna le fece vedere delle straordinarie perle rosse (in realtà i semi di un melograno) e la convinse ad andare con lei. La portò nel suo accampamento e la costrinse a ballare su una corda stesa sotto la minaccia di una frusta, mentre gli zingari cantavano e mangiavano davanti alla loro roulotte (http://www.kinderundjugendmedien.de/index.php/stoffe-und-motive/1364-sinti-und-roma).

1278Pregiudizi_Franziska Schenkel Butzimann1     1279Pregiudizi_Franziska Schenkel Butzimann3

Franziska Schenkel, Illustrazioni, dal libro “Butzimann”, 1940

 

Con l’apparizione dei grandi settimanali illustrati alla fine dell’Ottocento, le storie di bambini rapiti dagli zingari diventano di grande attualità e vengono ampiamente sfruttati per il loro impatto sensazionale ed emotivo sui lettori, catturati dalle tavole illustrate a colori realizzate da abili disegnatori.

Il settimanale francese “Le Petit Journal illustré” del 2 febbraio 1902 con il titolo “Bambina rapita dai nomadi” riporta la notizia del rapimento (fallito) a Pont-à-Mouson di una ragazzina di dieci anni mentre andava a scuola. Allertato dalle sue grida un contadino intervenne e lei riuscì a scappare. L’illustrazione raffigura il momento in cui la bambina, tassativamente dal viso roseo e dai capelli biondi, si affaccia dalla carovana chiedendo aiuto, mentre una vecchia zingara la minaccia con un coltello. Un contadino, armato di un badile, insegue i rapinatori e intima loro di fermarsi.

Una vicenda simile è raccontata nel popolare settimanale “La Domenica del Corriere” del 19 settembre 1909 con il titolo “Un ragazzo undicenne rapito da una comitiva di zingari presso Cernusco sul Naviglio”. La vittima un piccolo contadino di undici anni, mentre camminava su una carrozzabile, si imbatté in una carovana di zingari  in viaggio. Il ragazzino, impaurito, si diede alla fuga, ma gli zingari lo raggiunsero, lo imbavagliarono e lo portarono nel lor carrozzone, partendo di gran carriera. Un casellante ferroviario, che aveva assistito alla scena, corse a dare l’allarme. Allora un animoso giovanotto si armò di una rivoltella, saltò in bicicletta e rincorse gli zingari. Quando li ebbe raggiunti, li minacciò con l’arma in pugno, costringendoli a fermarsi e a far scendere dal carrozzone il povero ragazzo. Anche in questo caso (come no!) il rapimento fallisce, grazie all’intervento di un giovane coraggioso che riesce a sventare e il colpo.

 

1280Petit journal_1902                 1281La Domenica del Corriere_1909

Le Petit Journal Illustré, Bambina           La Domenica del Corriere, Un ragazzo undicenne rapito  

rapita dai nomadi, 1902                             da una  comitiva di zingari presso Cernusco

                                                                         sul Naviglio, 1909

 

Ancora il settimanale “Le Petit Journal illustré” del 13 agosto 1911 “Ragazza rapita dai nomadi” racconta che vicino a Chauffailles una banda di nomadi aggredì una ragazza di undici anni che stava tornando a casa da scuola. Tentarono di trascinarla nella loro roulotte, ma la ragazza, guarda caso, urlando e scalciando, si difese disperatamente riuscendo a fuggire.

Il medesimo settimanale del 28 Gennaio 1923 ripropone lo stesso cliché in un articolo dal titolo “Una roulotte passò…”, che racconta che a Balan, vicino a Charleville, una bambina di nove stava giocando in aperta campagna [sola e in mezzo alla neve!!!], quando uno zingaro la rapì e la portò legata e imbavagliata nella sua roulotte. La bambina approfittò di un momento di distrazione dei suoi rapitori [probabilmente impegnati ad accudire ai loro cinque bambini], riuscì a fuggire.

 

1282Petit Journal_1911             1283Petit_journal_Illustré_1923a

 

Le Petit Journal Illustré, Bambina            Le Petit Journal Illustré, Una carovana passò…,

rapita dai nomadi, 1911                               1923

 

Un’altra mistificazione fu la notizia apparsa il 10 dicembre 1908 su “Les Faits-Divers Illustrés”, un settimanale con un gusto particolare per i crimini più orrendi e le peggiori catastrofi, dal titolo “Romanichels rapitori di bambini. Una madre difende la sua figlia”, che racconta l’ennesimo rapimento di una bambina (anche questo non riuscito), vicino a Calais ad opera di una banda di zingari. Si dice che una mattina, quando gli zingari avevano lasciato la cittadina, una madre si accorse della scomparsa della sua figlia di tre anni che giocava in strada. Il suo pensiero andò immediatamente agli zingari e gridando “Hanno rapito mia figlia” si mise al loro inseguimento, armata di un grosso bastone. Quando vide la figlia seduta a cassetta nella parte anteriore di una carovana, lei l’afferrò e ingaggiò una lotta furibonda con i rapitori. Intanto arrivarono i cittadini che l’avevano seguita, accompagnati da poliziotti, che dovettero usare la loro autorità per impedire alla gente di linciare gli zingari.

 1284Les Faits-Divers Illustrés1908

Les Faits Divers-Illustrés, Romanichels rapitori di bambini. Una madre difende sua figlia, 1908

 

Alla resa dei conti il mito del rapimento dei bambini, strombazzato dai mass media, si rivela uno dei più falsi e infondati pregiudizi dell’antiziganismo, di cui si trovano poche tracce negli archivi giudiziari. Tutti i racconti seguono un banale e volgare canovaccio, che si ripete di volta in volta ad ogni storia, basato su semplici voci e allarmismi infondati. E’ piuttosto strano che tutti i casi riportati dai giornali, senza eccezioni, si risolvano con la liberazione immediata del rapito. Verrebbe da credere che questi zingari, definiti nella cronaca bolognese del 1422 “li  più fini ladri che si vedesse mai”, siano decisamente imbranati, incapaci di mettere a segno un solo colpo tra tutti quelli di cui li si accusa.    Del resto la storiografia ziganologica ci mette di fronte a numerosi esempi di bambini smarriti o fuggiti di casa che hanno trovato un’accoglienza familiare presso gli zingari. Il celebre pittore e incisore francese Jacques Callot del XVII secolo, fin da giovane coltivò la passione per l’arte, ma contrastato dalla sua famiglia, all’età di dodici anni decise di fuggire di casa per raggiungere l’Italia, unendosi a una carovana di zingari.    Il dipinto L’infanzia di Callot presso gli zingari di scuola francese del XIX secolo illustra questo aneddoto in versione romantica e ritrae un giovinetto in abiti signorili con in mano un album di disegni, mentre esegue schizzi ispirandosi alla vita serena e allegra di un accampamento zingaro, teneramente osservato dal capo della comitiva e da sua moglie, i loro nuovi genitori adottivi. 

 

1285Callot l'infanzia chez les Bohémiens_scuola francese XIXème siècle

Scuola francese, L’infanzia di Callot presso gli zingari, XIX secolo, collezione perivata

     Ma l’avventura più straordinaria e incredibile è la lunga esperienza vissuta da Jan Yoors, un bambino belga di dodici anni che decise volontariamente di lasciare la famiglia per seguire un gruppo o kumpanja di rom calderai, incontrati alla periferia di Anversa, nelle loro peregrinazioni per l’Europa, condividendo la loro vita per oltre cinque anni fino allo scoppio della seconda guerra mondiale e lasciando un libro di memorie intitolato “The Gypsies” (1967).

Anche la letteratura e il fumetto per i bambini hanno riabilitato l’immagine odiosa dello zingaro rapitore di bambini, sviluppando storie simili. Nel romanzo Il mulino sulla Floss della scrittrice britannica George Eliot, pubblicato a Londra nel 1860, viene narrata la storia di una giovane ragazza, Maggie Tulliver, annoiata e insoddisfatta della sua vita familiare, che fugge da casa e si rifugia in un accampamento di zingari dove viene accolta e rifocillata. Delusa dalla loro ordinaria e monotona vita rispetto alla sua fantasia ed esaltazione da bambina, chiede e ottiene di essere riportata a casa. In un’edizione del romanzo, curata dalla scrittrice ed editrice americana Olive Beaupre Miller nel 1920, è illustrata la scena Maggie Tulliver va a vivere con gli zingari, in cui la ragazza, nei suo abiti borghesi e con un elegante cappellino in testa, chiede a una giovane mamma con in braccio un bambino di essere presa con loro, mentre davanti alla tipica tenda a cupola dei gypsies inglesi una vecchia sta preparando la cena in una pentola appesa al treppiede. Nell’illustrazione Gli zingari offrono da mangiare a Maggie di Walter James Allen, 1880 circa, una giovane zingara porge un piatto di stufato alla bambina, ormai trasformata nella sua nuova identità zigana.

1286Eliot_1920               1287Eliot_1880

Olive Beaupre Miller, Maggie va            Walter James Allen, Gli zingari offrono

a vivere con gli zingari, 1920                   da mangiare a Maggie, 1880 circa

 

Lo stereotipo è sdrammatizzato e trattato con umorismo nelle avventure di Bécassine, un personaggio di un fumetto creato dalla scrittrice francese Jacqueline Rivière e illustrato da Joseph Porphire Pinchon. Nell’episodio L’enfance de Bécassine (1913), Bécassine, quando sua madre le confessa di non avere più niente da  sfamare la sua famiglia, decide di fuggire e si rivolge a “père” Chevaudebois, un anziano zingaro, al quale chiede di essere rapita. Il buon uomo allora esorta i suoi numerosi bambini ad uscire dal carrozzone e, dopo averli messi in fila per ordine di altezza, le spiega non c’è bisogno di rapirne degli altri, poiché ha già abbastanza bocche da sfamare.

 

 1288becassine e chevaudebois

 Joseph Porphire Pinchon, L’enfance de Bécassine, 1913

 

Nel Settecento i sovrani europei, nell’intento di assimilare gli zingari alla popolazione sedentaria, li colpirono in ciò che avevano di più caro, i loro figli. L’imperatice Maria Teresa d’Austria nel 1773 emanò una serie di editti nei quali era previsto di togliere i figli di età superiore ai cinque anni alle famiglie rom e affidarli a coppie di sedentari o collocarli in appositi istituti per la loro rieducazione e l’avviamento al lavoro. L’ordine fu eseguito nel dicembre di quell’anno in diverse località dell’impero austro-ungarico, come nel distretto di Bratislava e a Fahlendorf, in Ungheria, dove i bambini zingari vennero fatti salire sui carri e condotti in posti lontani.

Nel 1926 una fondazione svizzera per l’aiuto all’infanzia, la Pro Juventute, diede vita a una famigerata operazione di soccorso denominata “Bambini della strada” con lo scopo di eliminare il nomadismo e proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio, che in realtà si rivelò una forma legalizzata di sottrazione di minori nomadi. Per quasi cinquant’anni, fino al 1973, centinaia di figli di viaggianti (zingari e jenish) furono forzatamente sottratti ai loro genitori per essere dati in adozione a famiglie sedentarie o collocati negli orfanotrofi, quando non addirittura internati in istituti di rieducazione o in ospedali psichiatrici.

Anche oggi, nell’ambito della giustizia minorile, per i motivi più diversi e giuridicamente legittimi, sono numerosi i casi di bambini zingari sottratti alle loro famiglie, spesso troncando ogni rapporto fra di loro, con le conseguenze psicologiche e sociali che ben si possono immaginare. In una ricerca intitolata “Mia madre era rom”, Roma, 2013, l’autrice Angela Tullio Cataldo afferma che sulla maggior parte delle sentenze di adottabilità relative a minori rom pesa lo stato di precarietà abitativa ed economica in cui vivono, che viene interpretato molto superficialmente come incuria e incapacità dei genitori di prendersi cura  dei figli (https://www.west-info.eu/it/piccoli-rom-strappati-dalle-braccia-di-mamma/rapporto-mia-madre-era-rom_associazione-21-luglio1/).

Inoltre le donne zingare, che secondo la tradizione o perché impossibilitate a lasciarli a casa, si portano appresso i bambini durante la questua, incorrono nelle attuali severe leggi contro la mendicità svolta con l’ausilio di minori, che dispongono la sospensione dell’esercizio della potestà genitoriale e l’affidamento dei minori ai servizi sociali.

 

  

 

Incendiari

 

Fino a un recente passato i Rom sono stati considerati pericolosi incendiari, che provocavano volontariamente gli incendi o sapevano spegnerli, spesso ricorrendo a pratiche magiche o con l’aiuto di forze malefiche. Verso la metà del XVII secolo il filosofo e giurista tedesco Jacob Thomasius nella “Dissertatio philosophica de Cingaris”, Lipsia 1652, sosteneva che essi erano “stregoni, specialmente nello spegnere gli incendi con la magia” (Thomasius, 1652, § 67). Un altro giurista tedesco Johann Christian Fromman nel “Tractatus de fascinatione”, Norimberga, 1675, affermava che “con l’aiuto del diavolo gli zingari suscitano e spengono il fuoco con parole, segni e riti che sanno usare” (Fromman, 1675, p. 263). Nelle zone rurali erano accusati di appiccare l’incendio alle stalle e agli ovili per ricavarne vantaggio. Infatti si presentavano dopo un incendio, chiedendo le carcasse degli animali arsi dalle fiamme, come maiali, polli e pecore, dato che non avevano timore a cibarsene.

L’episodio più clamoroso che li vide coinvolti loro malgrado fu l’incendio scoppiato a Praga nel 1541, che devastò il quartiere medievale di Mala Strana (Parte piccola). I rom furono incolpati di avere appiccato le fiamme, accusati di essere spie ed emissari al servizio dei Turchi, che in quegli anni stavano avanzando alla volta dell’Europa centrale.

La figurina pubblicitaria Nejlepši cikorka (migliore cicoria) della ditta Ant. Štefan di Vrdy-bučice in Boemia, 1925 circa, che produceva un sostituto del caffè, tostando la radice di cicoria, con il suo mix esplosivo di richiami antropologici, iconografici, linguistici e storici, opportunamente miscelati o, è il caso di dire, “tostati”, è uno straordinario esempio di ideologia razzista al servizio del marketing. In primo piano è raffigurato uno zingaro dalla pelle scura che fugge inseguito da due contadini, armati di forca e bastone, mentre sullo sfondo il villaggio è divorato dalle fiamme, esplicito riferimento all’episodio storico dell’incendio di Praga attribuito agli zingari. A sinistra vi è una figura di una ragazzina nera, con in mano un tazzina e una confezione di caffè, sullo sfondo di una città turca con moschee e minareti, che richiama le origini orientali degli zingari. Come se non bastasse, la scritta in alto crea un’associazione linguistica tra la “cikorka” e il termine diffamatorio “cigorky”, che nel gergo boemo è usato per indicare i rom. La campagna pubblicitaria continua così ad alimentare l’antiziganismo con stereotipi infamanti e razzisti.

 

 1289Etichetta

 Figurina pubblicitaria della ditta Ant. Štefan,  Nejlepši cikorka, 1925 circa

 

 

 

 

Antropofagi

Fra tutte le accuse mosse ai Rom, la più infamante fu quella di praticare l’antropofagia, motivo per cui molti di loro furono processati e condannati a morte. Lo spagnolo Juan de Quiñones de Benavente nel suo lavoro “Discurso contra los Gitanos” (1631) dà parecchi aneddoti sulla propensione dei gitani al cannibalismo e racconta che nel 1629 quattro gitani dell’Estremadura, catturati durante una retata e sottoposti alla tortura, confessarono di avere ucciso e poi mangiato alcuni viandanti, tra cui un frate e un pellegrino. A Guadix, in Andalusia, e nella Sierra di Gador, nell’entroterra di Almería, i gitani si cibavano di cadaveri (Borrow, 1841, vol. I, p. 102-103). Secondo il diplomatico e scrittore francese François Pouqueville in Turchia era diffusa l’opinione che gli zingari fossero antropofagi e in Turchia e in Albania circolava voce che essi si cibassero dei loro compagni uccisi dai Sulioti, una piccola minoranza cristiana rifugiata sulle montagne dell’Epiro (Pouqueville, 1820, vol. II, p. 148 nota). Francesco Predari si addentra perfino nei loro gusti culinari e assicura che “essi preferiscono a tutte le altre la carne di un giovane  o di una giovane  dai sedici ai diciotto anni. Loro costume è di abbruciare le ossa delle loro vittime che formano, a quanto dicono essi, eccellenti carboni” (Predari, 1841, p. 79).

Nel 1782 in Ungheria si celebrò un clamoroso processo di antropofagia, fondata su confessioni strappate con terribile supplizi, che costò la vita a ben quarantacinque zingari. Una grossa  banda di zingari compiva furti e rapine sulla strada maestra, in coincidenza con la scomparsa improvvisa di quattro persone. Una volta catturati e sottoposti a tortura, gli zingari dissero di averle uccise e uno di loro esasperato arrivò a gridare che le avevano mangiate. L’imperatore Giuseppe II, giudicando che i fatti narrati erano talmente abnormi da non poter essere creduti, ordinò un’inchiesta e si scoprì che le persone ritenute assassinate erano tutte vive. Fu ordinato il rilascio degli zingari che ancora rimanevano in carcere, ma intanto quarantacinque di loro, tra cui alcune donne, erano stati giustiziati per impiccagione o decapitazione.

La storiella si ripete quasi uguale quasi centocinquantanni dopo, nel 1927, in Slovacchia, dove una tribù di zingari fu accusata di aver mangiato carne umana. La polizia, in seguito a numerosi casi di omicidi, arrestò un certo numero di zingari, accusati di essere gli autori dei crimini, presso il cui accampamento furono rinvenuti alcuni resti di scheletri umani. Contro di loro si intentò un processo, celebrato a Košice, per il reato di antropofagia, avvalorato del resto anche dalle confessioni strappate ad alcuni di loro. Giornali e riviste non esitarono a diffondere la notizia, ancor prima delle conclusioni dell’inchiesta, riportando particolari raccapriccianti, come quello che gli assassini avrebbero fatto a pezzi le loro vittime, mangiando le parti più tenere e gustose (Vu, 1929, p. 453).

Il settimanale francese Le Petit Journal Illustré” del 20 marzo 1927 riporta un’illustrazione con la leggenda “Ci sono ancora dei cannibali”, che rappresenta un accampamento notturno di zingari in una foresta, riuniti attorno al fuoco, che si preparano al macrabo pasto. Una spaventosa zingara sta cucinando il corpo di un uomo infilzato in uno spiedo, mentre un omaccione affila i grandi coltelli, gli altri membri sghignazzano commentando la fine del povero uomo e un cane ne addenta con rabbia un osso. L’illustrazione di un’altra rivista francese, intitolata “Mangiatori di bambini”, è ancora più raccapricciante. In un accampamento in mezzo a un bosco, una donna sta dividendo in due parti il corpo di una bambina decapitata, la cui testa è appoggiata su un tavolo insanguinato alla destra, sotto gli sguardi soddisfatti dei membri della tribù in attesa di poter mangiare. La scena sembra illustrare il racconto scioccante di uno dei presunti assassini che “mentre ritornavamo da un villaggio noi incrociammo una donna che veniva in senso inverso. Uno dei nostri la aggredì e la uccise a colpi di ascia sulla testa e divise il suo corpo in due parti. Noi abbiamo fatto cucinare la prima metà e l’abbbiamo mangiata con una minestra di patate e abbiamo tenuto il resto per il pranzo del giorno dopo”.

 

1290Aantropofagia1            1291antropofagia2

Le Petit Journal Illustré, Ci sono ancora    Rivista francese, Mangiatori di bambini,

dei cannibali, 20 marzo 1927                          1927 circa

 

 

 

Propagatori di malattie

 

    Le condizioni di sporcizia e di mancanza di igiene, in cui i Rom sono costretti a vivere, negli accampamenti o ai bordi delle strade, hanno generato l’accusa di essere facile preda di malattie e propagatori di contagi ed epidemie. A causa di questo pregiudizio hanno subìto nel corso della storia pesanti trattamenti repressivi, dall’allontanamento, all’espulsione, all’isolamento e in taluni casi all’uccisione. Nel 1422 il vescovo di Forlì imputava all’arrivo di una compagnia di zingari lo scoppio e la diffusione della peste in città (Borrow, vol. II, pag 172). Nell’aprile del 1506 gli ufficiali della sanità di Milano, come misura preventiva contro la peste che infuriava nel mantovano e nel bergamasco, promulgarono un editto con il quale si vietava a “zinghari et charitoni” di entrare o risiedere nel ducato di Milano sotto pena di tre tratti di corda. Ancora oggi si assiste a campagne xenofobe di cittadini contro i campi rom, colpevoli di veicolare ogni sorta di contagio e a crociate nelle scuole contro i bambini rom, ritenuti responsabili di diffondere i pidocchi o il virus dell’epatite.

L’incisione Famiglia di gitani a Totana di Gustave Doré, 1874, illustra una consueta scena familiare delle donne gitane del sud della Spagna, che “si concedono un momento di libertà femminile” dalle numerose incombenze quotidiane (Francesca Manna). Una giovane donna in piedi esamina la testa dell’anziana madre, seduta a un tavolo tenendo sulle sue ginocchia due piccoli bambini, alla ricerca dei pidocchi. Un uomo alle loro spalle guarda perplesso e con un altero cipiglio. Questa “attività” è indipendente dalla presenza reale o presunta di pidocchi e sembra piuttosto essere una forma di intimità e solidarietà che riguarda solo donne, che rafforza la loro unione sociale e sottolinea i vincoli di famiglia (Manna, 1996).

Nel libro per bambini “Il Piccolo Coniglio Grigio” (1948) della scrittrice inglese Alison Uttley, illustrato da Margaret Tempest, il tema della “toilette” degli zingari è presentato con fine umorismo, utilizzando gli animali con caratteristiche ed atteggiamenti umani. Nell’illustrazione Bunny fa il bagno fuori dalla sua roulotte zingara, il simpatico coniglietto si lava con l’aiuto della mamma in una tinozza di legno, davanti alla quale è stesa un tappetto da bagno sul prato verde, sullo sfondo di un piccolo carrozzone e una tenda, sotto gli occhi di un uccellino curioso in una atmosfera quasi magica (http://ilclandimariapia.blogspot.com/2014/03/eredi-di-beatrix-potter.html).

 

1292Dore_FamileGitanos1a                           1293Fumett

 

Gustave Doré, Famiglia di gitani                 Margaret Tempest, Bunny fa il bagno fuori dalla

a Totana, 1874                                                 sua roulotte zingara, 1948

 

Durante le epidemie di colera che si susseguirono in Italia tra l’Ottocento e i primi del Novecento, il governo ritenne le carovane zingare responsabili della diffusione della malattia. In varie regioni italiane furono scacciate dalla popolazione locale e vessate dalle autorità. La situazione è ben riassunta, anche se in forma drammatica, nella novella verghiana “Quelli del colera” del 1887: una misera famiglia zingara, sospettata di aver diffuso perfidamente il morbo, viene orrendamente massacrata nella loro tenda, a colpi di schioppo e d’ascia, dagli abitanti di un paese siciliano.

Nel 1910, nel corso dell’ultima epidemia di colera, un gruppo di zingari russi furono fermati in Puglia e accusati di avere importato in Italia il contagio. I 36 individui del gruppo furono fatti salire su un veliero da pesca e portati al largo nella cala denominata “Cincinnati”, a un chilometro e mezzo da Trani, senza cibo e senza assistenza, sorvegliati a vista dalle autorità sanitarie. Alla fine un esame medico ufficiale dimostrò che gli zingari erano tutti sani e che non c’era tra di loro nessun caso di colera.

Il settimanale “La Tribuna Illustrata” del 4 settembre 1910 ha immortalato la vicenda con una grande illustrazione a colori di L. Dalmonte, con la legenda Il colera nelle Puglie. Una carovana di zingari isolata su di un barcone, che mostra la vita degli zingari a bordo della nave, soffermandosi più sul lor aspetto pittoresco ed esotico, che sul loro dramma umano. Adriano Colocci, uno dei più grandi ziganologi italiani, durante il “Primo Congresso di Etnografia” tenutosi a Roma nel 1911, denunciò questo grave episodio di intolleranza verso gli zingari: questo fu il primo atto “moderno” a sostegno della causa zingara (Colocci, 1912, p.153-154).

 

 1294colera

 La Tribuna Illustrata, Il colera nelle Puglie. Una carovana di zingari isolata su di un barcone, 4 settembre 1910

 

La serie di questi pregiudizi verso i Rom, che ancora perdurano e anzi si manifestano con rinnovata virulenza nella nostra società, si traducono in discriminazioni e comportamenti violenti ostili. E’ ingiusto e sbagliato che di fronte a un rom (uomo, donna o minore che sia) si aspetti a priori che lui rubi, rapisca i bambini, borseggi, truffi, sia analfabeta, molesti o diffonda malattie. Il nostro ordinamento civile e giudiziario è fondato sul principio che ciascuno è giudicato sulla base di un reato specifico e non sull’appartenenza a un gruppo etnico. In altre parole occorre oggi che i Rom siano considerati “manuša, a na džihano” (esseri umani individuali e non un’etnia) (Serbezovski, 2000, p. 272).

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Bell Peter, Fataler Blickkontakt. Wie in “Zigeunerbildern” Vorurteile inszeniert werden, in AA.VV., Antiziganismus. Soziale und historische Dimensionen von “Zigeuner”- Stereotypen, 2015, p. 150-167.

Borrow George, The Zincali, or an Account of the Gypsies of Spain,Londra 1841 (2 voll.).

Coelho Adolfo, Os ciganos de Portugal com um estudo sobre o calao, Lisbona, 1892.

Colocci Adriano, Sullo studio della Tziganologia in Italia, in “Estratto dagli atti del Primo congresso di Etnografia Italiana, Perugia 1912.

Fromman Johann Christian, Tractatus de fascinatione, Norimberga, 1675.

Hall George, The Gypsy’s Parson. His experiences and adventures, Londra, 1915.

http://ilclandimariapia.blogspot.com/2014/03/eredi-di-beatrix-potter.html.

http://www.kinderundjugendmedien.de/index.php/stoffe-und-motive/1364-sinti-und-roma

https://www.west-info.eu/it/piccoli-rom-strappati-dalle-braccia-di-mamma/rapporto-mia-madre-era-rom_associazione-21-luglio1/

Hübschmannová Milena-Jelinková Milena, Romane gila, Lacio Drom n. 6, 1980.

Le Magasin Pittoresque, 1857, p. 407-408.

Leland Charles Godfrey, The Gypsies, 1888.

Manna Francesca, Rom abruzzesi. Spazi di libertà femminile in una società sessista, Milano 1996.

Mladenova Radmila, Patterns of Symbolic Violence: The Motif of ‘Gypsy’ Child-theft across Visual Media, 2019

Pouqueville François, Voyage de la Grèce, Parigi, 1820, 2 voll: vol. I p 213, 293-298; vol. II p. 148, 334).

Predari Francesco, Origine e vicende dei Zingari, Milano, 1841 [rist. anast. Forni editore, Bologna, 1970].

Serbezovski Muharem, Cigani i Ljudska prava (Zingari e diritti umani), Sarajevo 2000, p. 272.

Suckow Dirk, Das kleine ABC der Exklusion. “Zigeunerbilder” in Buchstabier- und Lesebüchern um 1800, in AA.VV., Antiziganismus. Soziale und historische Dimensionen von “Zigeuner”- Stereotypen, 2015, p. 168-182.

Thomasius Jacob, Dissertatio philosophica de Cingaris, Lipsia 1652.

Vu, Cannibales et pélerins, le peuple vagabond, 5 giugno 1929.

 

[1] La vita del rom è una perenne lotta per la sopravvivenza in continuo conflitto con l’autorità costituita e perseguitato, anche quando non fa niente, per il solo fatto di essere zingaro. In un canto dei Rom rom slovacchi uno zingaro innocente si sfoga contro l’ingiustizia dei gagé: “Io non ho rubato niente e nemmeno ho ammazzato, ahi, eppure risuonano per me le chiavi del carcere” (Hübschmannová-Jelinková, 1980, p.3).

[2] In senso antiorario: “Io da grande ti ruberò in casa!”; “Io da grande ruberò in metropolitana!”; “Io da grande prostituirò le mie sorelle!”; “Io da grande ruberò la tua macchina”; “Io da grande presterò soldi a strozzo ai tuoi figli!”; “Io da grande rapinerò i turisti che visitano le tue città!”; “Io non sono maggiorenne, ma ne ho già sfornati quattro!”.


Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *