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I Rom nell'arte

I mestieri: “lavorare per vivere” e non “vivere per lavorare”

1 giu , 2019  

 

L’immaginario comune dell’attività lavorativa dei Rom è tra le rappresentazioni più stereotipate e distorte del loro mondo. E’ ampiamente diffusa l’idea che i Rom siano inoperosi, parassiti e senza alcuna propensione all’attività lavorativa e che traggano i mezzi di sostentamento da attività illecite.

Nel corso della loro storia, invece, i Rom si sono rivelati essere comunità operose e laboriose, che hanno svolto importanti lavori nell’artigianato, nel commercio degli equini, nel commercio ambulante, nelle arti magiche e divinatorie, nella musica e nel mondo dello spettacolo itinerante, occupando nicchie economiche particolari e complementari della società ospitante.

La loro concezione del lavoro si fonda su princìpi diversi e in contrasto con l’etica del lavoro vigente presso i non-rom. Il lavoro, per i Rom, non ha il significato di produttività finaliz­zata al consumismo, rincorsa del guadagno, sicurezza e affermazione socio-economica. Al principio del lavoro ad ogni costo come vincolante necessità di vita (vivere per lavorare), essi oppongono la naturale filosofia del lavoro quando necessita (lavorare per vivere). Ribaltando la prospettiva “gagí” che è il bisogno contingente che induce al lavoro e non viceversa, essi lavorano quel tanto o poco che basta per soddisfare i bisogni quotidiani e immediati della vita. Le donne che andavano a manghél, chiedevano farina, patate o lardo, limitandosi al fabbisogno giornaliero strettamente necessario. Gli Aurari della Transilvania, addetti all’estrazione dell’oro dai fiumi con una licenza statale dietro il pagamento di una tassa annuale, si accontentavano di guadagnare quanto bastava per acquistare il cibo, pur avendo un’occasione straordinaria per arricchirsi. Alìl, un giovane rom bosniaco, che si era recato presso un ufficio comunale per richiedere un certificato, non aveva i soldi per la marca da bollo necessaria. Uscì dall’ufficio e poco dopo rientrò con una manciata di monete, frutto delle offerte dei passanti per strada.

 

 

 

La lavorazione dei metalli

     La lavorazione dei metalli è l’attività principe dei Rom, che dai tempi antichi, attraverso i vari paesi e le varie epoche, è arrivata fino ai nostri giorni quasi intatta nelle forme artigianali tradizionali, esercitata con grande maestria, nonostante l’impiego di strumenti rudimentali e primitivi. La metallurgia rom risale probabilmente al loro soggiorno in India, come dimostrano i termini neoindiani per alcuni metalli come sashtr ‘ferro, rup ‘argento’ e sunaká ‘oro’, arte riservata a individui ai margini della società e circondata da un alone magico per via dell’uso del fuoco.

Nell’impero bizantino tra il XII e il XV secolo vi erano fiorenti colonie di Rom sedentari a Creta, Corfù e soprattutto nel Peloponneso, che esercitavano il mestiere di fabbro, tanto che in Grecia si ebbe un notevole sviluppo di questa attività, come dimostrano i prestiti greci relativi ai metalli (xarxùma ‘rame’, molivi ‘piombo’), agli strumenti di lavoro (amoni ‘incudine’, sviri ‘martello’) e ai loro prodotti (karfì ‘chiodo’, klidí ‘chiave’, pétalo ‘ferro di cavallo’, kakavi ‘calderone’).

Nell’impero ottomano i Rom erano impiegati nella fabbricazione di armi, munizioni e palle di cannone. Il dignitario turco Mustafà, governatore della Bosnia, intorno alla metà del XVI secolo formò un corpo speciale di Rom per la fusione delle palle di ferro e il taglio delle palle di pietra destinate alle grosse artiglierie.

Dal Medioevo ad oggi i fabbri e gli stagnini Rom ebbero un’importanza fondamentale dall’Inghilterra alla Spagna, all’Europa centrale, ai Balcani, all’Italia meridionale. Producevano strumenti agricoli, chiodi, chiavi, lucchetti, ferri di cavallo, pentole e vasi di rame, anelli, orecchini, collane e alcuni sapevano lavorare e incidere sigilli e stemmi nobliari[1].

L’attrezzatura della fucina era semplice, non occupava troppo spazio ed era facile da trasportare: un’incudine, posata a terra o infissa nel suolo, un mantice fatto di pelle di piccolo animale, un paio di tenaglie, una coppia di martelli e il focolare con un attizzatoio e una paletta per la brace. Il fabbro lavorava generalmente seduto sul pavimento a gambe incrociate accanto al fuoco, coadiuvato da un aiutante, in genere uno o più figli o la stessa moglie, che manovrava il mantice (pishót). Talvolta incoraggiava i figli a fare aria sul fuoco con il mantice, dicendo in lingua rom: “purde! purde!” (cioè ‘soffia! soffia!’). Da qui deriva il nome di “purdé” dato dagli ungheresi ai bambini zingari (http://mohacsi-csata.hu/content/purd).

Una delle più antiche testimonianze artistiche della lavorazione dei metalli la troviamo in un disegno Fabbro ferraio e il suo aiutante di un anonimo tedesco, 1600 circa. Il fabbro, dopo aver scaldato il ferro sul fuoco, lo batte sull’incudine infissa nel terreno con un martello, mentre il suo aiutante, che in realtà è una donna seduta per terra, alza e abbassa un grande mantice. Sembra trattarsi del gruppo dei Kaale (ossia “Neri”), originariamente insediati nell’area di lingua tedesca ed emigrati nel XVII secolo in seguito alle leggi antigitane in Finlandia, dove furono ribattezzati “Mustalainen” (dal finlandese musta ‘nero’), come indica la presenza nel loro dialetto di numerosi lessemi del tedesco e la scritta in alto che riporta la doppia denominazione di “Mostalani oder zigeuner”.

La stessa tecnica la ritroviamo secoli dopo nell’incisione Fabbro zingaro di Théodore Valério, artista e litografo lorenese che compì diversi viaggi, specialmente in Ungheria, ritraendo scene della vita quotidiana dei suoi abitanti, 1869 circa. Il fabbro, accucciato sul pavimento in terra battuta, su cui sono sparsi i vari strumenti, scalda il ferro sul focolare, che viene alimentato da un grande mantice manovrato all’occorrenza dallo stesso fabbro mediante un tirante su una impalcatura di legno.

 

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Anonimo, Fabbro ferraio e il suo aiutante, 1600 circa                        Theodore Valério, Fabbro zingaro, 1869

 

A volte, specialmente i Kovači (dallo slavico kovac ‘fabbri ferrai, maniscalchi’) dell’Ungheria, del Kosovo, della Macedonia, dell’Ucraina meridionale e della Crimea lavoravano in officine interrate, come mostra l’incisione Fucina zingara a Bakchisaray in Crimea di August Raffet, 1837. Il fabbro sta in piedi sprofondato fino ai fianchi in una buca scavata nella terra. A sinistra vi è il focolare, mentre un aiutante manovra il mantice. Tutt’attorno disseminati sul pavimento in terra battuta vi sono gli strumenti a portata di mano, facili da essere afferrati senza piegarsi. L’incudine, fissata su un pezzo di legno, è davanti al fabbro all’altezza del suo braccio che impugna il martello mentre batte il ferro nell’altra mano. In primo piano gli orciuoli con l’acqua per raffreddare gli oggetti lavorati, che vengono depositati in un contenitore di legno rettangolare, e in fondo una catasta di legno, per lo più di abete, per ottenere il carbone vegetale adatto ad alimentare il fuoco. Un gruppo di uomini, in foggia musulmana con lo zucchetto turco, fumano seduti in dolce compagnia, forse in attesa di darsi il turno.

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 August Raffet, Fucina zingara a Bakchisaray in Crimea, 1837

 

Nell’incisione Fabbri della Transilvania di un artista anonimo, metà XX secolo, il lavoro avviene davanti al carretto. Qui il gruppo di lavoro è costituito da tre persone. Una ragazza alimenta il fuoco con un mantice, un’altra tiene in mano un grande maglio con cui dà i colpi per battere il ferro. Il fabbro gira e rigira l’oggetto con una tenaglia sull’incudine, plasmandolo con il martello piccolo. Accanto vi è una cesta probabilmente per riporre gli oggetti fabbricati e pronti per essere portati al mercato o venduti di casa in casa.

La semplicità degli strumenti permetteva di svolgere l’attività dovunque, anche in aperta campagna all’ombra di un albero, come mostra l’incisione Zingari Oláh di Karl Girardet, pittore e illustratore nato nel villaggio allora francese e ora svizzero di Le Locle, che visse e lavorò principalmente a Parigi, diventando uno dei pittori preferiti del re Luigi Filippo, 1854 circa. Rappresenta una famiglia di Rom ungheresi, denominati Oláh o Vlah, originari della Romania, tradizionalmente dediti alla lavorazione del ferro. Un uomo batte sull’incudine, mentre la moglie alza e abbassa il mantice per ravvivare il focolare, sotto gli sguardi di un uomo che fuma una lunga pipa e di una bambina.

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nonimo, Fabbri della Transilvania, metà XIX secolo                     Karl Girardet, Zingari Oláh, 1854 circa

 

In un’incisione Zingari del Caucaso di un artista anonimo, metà XIX secolo, è rappresentato un accampamento con tende e piccoli carretti a due ruote, sullo sfondo delle montagne caucasiche. Al centro il fabbro, inginocchiato a terra, tiene il ferro con una tenaglia a scaldare su un piccolo focolare in argilla a forma di cupola, alimentato da una donna che alza e abbassa alternativamente due grandi mantici. In primo piano gli attrezzi del mestiere posati a terra, due incudini, un martello, barre di ferro e un manufatto, vicino a un bambino, che sembra essere una campana. In questo caso si tratterebbe di Zvančari, rom musulmani dediti alla fabbricazione artigianale di campanelle.

L’incisione Fabbri manouches di François Courboin, incisore e direttore del “Cabinet des estampes” alla Biblioteca Nazionale di Parigi, 1895 circa, mostra un sinto francese, seduto davanti alla sua roulotte, che scalda un pezzo di ferro sul fuoco, mentre una donna, piegata su se stessa, manovra due grandi mantici, allo stesso modo dei Rom caucasici.

 

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   Anonimo, Zingari del Caucaso, metà XIX secolo     François Courboin, Fabbri manouches, 1895 c.

 

In una mappa della città di Győr, nell’Ungheria nord-occidentale, disegnata a mano nel 1789, vi è una delle rappresentazioni più antiche e interessanti di un accampamento urbano, situato alla periferia sud della città, in un’area denominata Lapos o Ciganylapos. Un fabbro, seduto davanti a una tenda triangolare, sta lavorando un oggetto di ferro, mentre tutt’attorno il terreno è cosparso da una quantità di oggetti in ferro battuto meticolosamente descritti (rastrello, chiodi, tenaglie, succhielli, catene, basi per fornello, collane) che costituiscono un documento etnografico prezioso per la storia della metallurgia rom (Nagy, 2010, p. 58).

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Anonimo, Mappa di Győr, 1789 e Insediamento di una famiglia zingara (part.)

 

I nobili e i castellani davano protezione alle famiglie degli artigiani Rom e permettevano loro di sostare sulle loro terre in cambio dei loro servigi e prodotti, come ferri di cavallo, briglie, finimenti, selle di cuoio. Una testimonianza interessante dei buoni rapporti o della “complicità” (Leblon) tra la nobiltà e i Rom è un’incisione con una veduta del Castello di Cziczva dell’olandese Justus van der Nypoort, che compare in un manuale di geometria applicata del barone austriaco Anton Ernst Burckhard von Birckenstein, pubblicato a Vienna nel 1686. Sullo sfondo del castello di Čičava in Slovacchia, è rappresentata in primo piano la famiglia di un fabbro al lavoro. L’uomo sta battendo una falce sull’incudine, mentre la moglie, scalza, con i vestiti laceri e un piccolo bambino sulla schiena, sta soffiando sul fuoco con un piccolo mantice.

 

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 Justus van der Nypoort, Castello di Cziczva, Vienna, 1686

 

Secondo la leggenda i Rom avrebbero forgiato i chiodi per crocifiggere Gesù e per questo motivo sarebbero stati maledetti e condannati a una vita nomade ed errabonda. Nella realtà storica in Ungheria si meritarono la cattiva fama di aver fabbricato gli strumenti per la terribile tortura, a cui fu sopposto György Dózsa, l’eroe ungherese che guidò la rivolta contadina contro la nobiltà ungherese nel 1514. Sconfitto dal conte János Zápolya, che divenne futuro re d’Ungheria, Dózsa dovette subire una specie di pena del contrappasso. Essendosi dichiarato re, fu spogliato e incatenato a un trono arroventato, sulla sua testa fu posta una corona di ferro incandescente e in mano uno scettro infuocato, come viene illustrato in un’incisione Esecuzione di György Dózsa del XVII secolo.

 

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 Anonimo ungherese, Esecuzione di György Dózsa, XVII secolo

  

    In Spagna il mestiere di fabbro era tradizionale tra i gitani. Sembra che fossero largamente impiegati nella produzione di armi e munizioni dai regnanti di Castiglia nella guerra contro i musulmani e avrebbero forgiato le palle per i cannoni che abbatterono le mura di Granada, che sarebbe capitolata nel gennaio 1492 ( Sales, 1869, p. 19).

In un’opera cosmografica, intitolata “Civitates orbis terrarum” (1572), il primo atlante dedicato alle città del mondo, di Georg Braun, canonico della cattedrale di Colonia, e illustrato dal pittore fiammingo Joris Hoefnagel, si trova un’interessante incisione, intitolata Herreros ambulanti a Marchena. Sullo sfondo della cittadina andalusa di Marchena, dominata da colline aride, al cui orizzonte si delineano le case serrate attorno alle due chiese e al palazzo dei Duchi di Arcóbriga, è rappresentato in primo piano un gruppo di rom fabbri ferrai al lavoro. Al centro un uomo manovra due grandi mantici di pelle di montone, mentre a sinistra un fabbro mette un ferro a scaldare sul fuoco della fucina, tra gli arnesi del mestiere sparsi per terra (due incudini, paletta e attizzatoio, un martello, lime e succhielli). A destra, vista di spalle, una donna con in braccio un bambino porta uno spettacolare copricapo, costituito da una grande ruota di vimini, larga e piatta, ricoperta da lunghe fasce di tela arrotolate su sé stesse che conferisce a tutta la persona un aspetto orientale. Si tratta di gitani cosiddetti “grecianos”, provenienti dalla Grecia, specialmente dal Peloponneso e dal Negroponte (l’attuale isola di Eubea), che raggiunsero la penisola iberica nella seconda metà del XV secolo, probabilmente a causa della caduta di Costantinopoli nel 1453.

Nell’Ottocento i quartieri gitani di Triana a Siviglia e del Sacromonte a Granada erano piene di fucine, che risuonavano dell’eco dei martelli e dell’incudine dei gitani al lavoro tra una pioggia di scintille, al canto di un “martinete”.

Anche i Rom dell’Italia meridionale, probabilmente appartenenti alla stessa ondata migratoria dei “grecianos” andalusi, erano eccellenti metallurgisti. Nel XVII secolo un gruppo di zingari pugliesi di Lucera, Foggia e San Severo, arrestati in ottemperanza ai decreti che li bandivano dal Regno di Napoli, furono liberati perché “vive­vano onestamente con la loro arte di forgiaro e di altri esercizij”.

Nel 1772 a Palermo i Rom siciliani (scomparsi già alla fine del XIX secolo, assimilati dalla società maggioritaria o confluiti in gruppi itineranti locali come i Caminanti o arrotini del siracusano) avevano costituito una maestranza detta “dei Forgiatori seu Zingari”. I Rom calabresi erano abili a forgiare spiedi, tripodi, palette di ferro e si dice che a loro si deve l’invenzione dello “scacciapensieri”. I Rom del Cilento, nel basso salernitano, erano fabbri e stagnini ambulanti che riparavano attrezzi agricoli, aratri, carrucole, frantoi, carrucole, forchettoni ed altro.

Una antica stampa Fabbri Zingari a Napoli del pittore tedesco Rudolf Schick, 1876, rappresenta un gruppo di artigiani ambulanti, che si sono accampati con il loro carretto a due ruote in una via periferica di Napoli, a ridosso della cinta muraria di un giardino. Un fabbro, con la lunga barba, la camicia aperta sul petto e una catenina al collo, batte il ferro sull’incudine mentre il suo compagno interrompe il lavoro con il mantice per dar retta a due massaie che contrattano il prezzo di una paletta per il camino, tra una serie di attizzatoi, treppiedi e altri oggetti sparsi alla rinfusa sul manto stradale. Un’anziana donna, seduta su una botte di legno, lavora con la conocchia, mentre una giovane donna e una nidiata di bambini assistono curiosi.

 

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Joris Hoefnagel, Herreros ambulanti a Marchena, 1572      Schick Rudolf, Fabbri Zingari a Napoli, 1876

 

I Rom sono eccellenti stagnini e lavorano e riparano con grande perizia oggetti di rame. Uno dei gruppi specializzati in questa attività sono i Kalderash (dal rumeno căldărar “calderaio”), originariamente insediati nei principati di Valacchia e Moldavia, dove furono ridotti in schiavitù. In seguito all’abolizione della schiavitù verso la metà del XIX secolo, migrarono in Ungheria, in Slovacchia, Serbia, Russia, Polonia, Italia, Francia e Svezia. Nei paesi occidentali vivono in lussuose roulottes e praticano un nomadismo su larga scala. Le donne vestono lunghe gonne e collane di monete d’oro. Già di religione cristiana-ortodossa, la maggior parte di loro ha aderito al movimento pentecostale evangelico, sviluppando una propria chiesa con pastori e predicatori della loro stessa comunità.

Fabbricano e riparano pentole, caldaie, secchi, casseruole, indorano statue e arredi sacri, stagnano utensili da cucina pentole, vasi, anfore, portafiori. Lavorano ancora, come ai vecchi tempi, stando seduti su una sedia e battendo e ribattendo con un martello l’oggetto, posato su una sbarra di ferro infissa obliquamente nel terreno. Durante il lavoro si accompagnano con il canto. Una volta cantavano un genere di canzone monodica, detta loki gili ‘canzone lenta’, ora invece eseguono canti ispirati alla religione pentecostale, come l’appassionato canto “Me putarava” (io credo).

Fino a tempi non molto lontani ricorrevano a espedienti fraudolenti, come l’indoratura di oggetti sacri, come statue di santi e reliquiari, detta “freskatura”, una soluzione di una certa quantità d’oro diluita nell’acqua, in cui venivano immersi gli oggetti e messi ad asciugare al calore di un focolare di campo, che si volatilizzava nel giro di poco tempo.

L’incisione zingari nomadi al lavoro di Vincent Melka, pittore e grafico ungherese, 1870, rappresenta un gruppo di calderai della Transilvania al lavoro. Un calderaio, seduto su un masso, ripara a colpi di martello una grande pentola appoggiata sulla sbarra di ferro, mentre un altro con la pipa in bocca manovra un mantice appoggiato su una stuoia e un ragazzo a dorso nudo, seduto per terra, scalda una padella.

     L’incisione Campo degli zingari di Wojciech Gerson, uno dei principali rappresentanti della scuola polacca del realismo, 1868 circa, mostra un accampamento di Kalderash nelle vicinanze di Varsavia. E’ una scena tratta dal vivo e documenta la dispersione dei Kalderash nei paesi europei e l’arrivo di una comunità in Polonia.

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Vincenz Melka, Zingari nomadi al lavoro, 1870        Wojciech Gerson, Campo degli zingari, 1868 circa

 

La litografia Zingari nomadi del pittore ungherese Miklos Barabas, 1855, descrive in modo suggestivo e romantico la vita di un accampamento di Rom calderari, che lavorano attorno alla fucina, davanti alle grandi tende rettangolari. Un giovane uomo è seduto per terra con un martello e una lamina di ferro in man, un bambino sorregge un grande maglio e in piedi un anziano, dal viso scurissimo e con la barba ispida, esamina attentamente la stagnatura di una pentola, mentre sul terreno sono sparsi oggetti di rame, coperchi e la lama di una falce da affilare. A sinistra una giovane ragazza a petto nudo e con una pipa in bocca torna all’accampamento con l’anfora dell’acqua, a destra una donna legge la buona ventura a una contadina.

 

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    Miklos Barabas, Zingari nomadi, 1855

 

Una professione minore, legata alla metallurgia, era quella dell’arrotino, praticata dai Sinti dell’Europa centrale, dai Rom del Burgerland e dai gypsies inglesi, che consisteva nell’affilare forbici e coltelli, sulla cui lama l’arrotino imprimeva un proprio segno di riconoscimento.

L’incisione Arrotino zingaro di un anonimo inglese, 1880 circa, rappresenta un arrotino al lavoro nei sobborghi di Londra con il carretto a due ruote, accanto al misero carrozzone di legno, che nei vari spostamenti era trainato da un cavallo, come indica la grande sella in primo piano davanti alla scaletta di legno.

 

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Anonimo inglese, Arrotino zingaro, 1880 circa

 

 

L’allevamento e il commercio dei cavalli

    Al loro arrivo in Europa le bande zingare avevano una consi­derevole quantità di equini: cavalli con in sella donne e bam­bini, cavalli aggiogati ai carri, cavalli da vendere e scam­biare con i sedentari. Il commercio degli equini è una delle attività principali dei Rom, praticata un po’ dovunque.

Nell’Europa orientale costituiva l’attività tipica dei Lovara (dall’ungherese “cavallo”), appartenenti alla grande famiglia dei Rom Vlax, originariamente insediati in Transilvania e nel Banato, che trasmigrarono a cavallo del XX secolo in Slovacchia, Polonia ed Europa occidentale. Quello dei Lovara ungheresi costituisce un caso paradigmatico della concezione del mondo del lavoro dei Rom. Benché la maggior parte di loro siano diventati operai salariati che lavorano nelle fabbriche, hanno continuano a dedicarsi al commercio dei cavalli nei mercati cittadini. Il profitto derivante da questa transazione economica e rituale, permette loro di riaffermare la loro identità e di mantenere in vita la loro concezione del mondo degli affari, facendo rientrare del denaro senza sforzo né lavoro (Stewart, 1991, p. 50).

In Inghilterra si svolge una delle più celebri fiere di cavalli ad Appleby, dove convengono da ogni parte i gypsies inglesi. Anche in Spagna il commercio degli equini è sempre stato fiorente. Tuttavia sembra che i gitani spagnoli preferissero commerciare con i muli e gli asini, piuttosto che con i cavalli, sia perché era più facile venderli per il prezzo più basso, sia perché passibili di pene meno gravi, se scoperti (Bright, 1818, p. LXVII).

Nell’Italia centrale i Rom abruzzesi, a differenza dei Rom dell’Italia meridionale che erano prevalentemente fabbri, esercitavano quasi esclusivamente il commercio dei cavalli, seguendo il calendario delle fiere e dei mercati della zona. Intrattenevano regolari rapporti commerciali con i contadini, prendevano lavori in appalto, come il trasporto di legna e carbone con i muli con le tipiche barde o grandi selle e perfino rifornivano l’esercito e i distretti militari di muli. Esercitavano un indiscusso monopolio nell’economia locale che il gergo dei mercanti di cavalli in Abruzzo era derivato dal dialetto dei Rom Abruzzesi e, per esempio, si potevano sentire espressioni come: “bëkëññammë lu krastë?” (hai venduto il cavallo?), “kabburda kammelë lu krastë?” (quanto vuoi per il cavallo?’), “ma ji aččelë nu krastë ta tu aččelë n’angarné. Paruesë ?” (io posseggo un cavallo, tu un asino. Facciammo il cambio?) (Giammarco, 1964).

I Rom erano rinomati per il loro fiuto per gli affari, compravano un animale in una contrada a buon mercato e andavano a rivenderlo dove costava di più. Sapevano utilizzare le loro abilità retoriche nel celebrare le qualità degli animali più malconci. In Spagna con l’espressione “Ser gran gitano” si indicava una persona molto intelligente ed esperta a vendere e acquistare cavalli (Sobrino, 1721, p. 263). Essendo bilingui, avevano modo di congiurare e mettersi d’accordo tra di loro come raggirare l’acquirente. In Provenza usavano un gergo per cui bataou significava che l’affare era buono da concludere e davar che era meglio astenersi (Lunel, 1990, p. 23).

Sapevano escogitare vari espedienti e trucchi per mascherare le “pecche” del cavallo, le principali erano l’età, che si evidenziava nella dentatura, e la bolsaggine, una patologia dell’apparato respiratorio. Per far sembrare più giovane un cavallo, limavano i denti e vi mettevano della pece, lucidavano il pelo e indurivano gli zoccoli lavandoli più volte con acqua e aceto. Per farlo urinare gli si faceva mangiare una manciata d’erba mescolata con paprika. Se l’animale era stitico, gli si faceva bere succo di carne salata. Contro la bolsaggine e l’asma venivano somministrati semi di lino o essenze di erbe varie o si usava mettere un pugno di farina in un secchio d’acqua e darlo da bere per rinfrescare e attutire l’asma. Lo si faceva pascolare al mattino presto in un prato con la rugiada, che lo spurgava di tutta la roba secca che aveva mangiato e rifiatava meglio[2].

L’incisione Commercianti di cavalli, di un anonimo ungherese, 1872, illustra la vendita di un cavallo presso una fattoria ungherese. A sinistra un giovane zingaro è indaffarato a dare una “sistematina” ai denti del cavallo, in modo che risulti perfetta, e a somministrargli qualche preparato per renderlo aitante. A destra un suo compagno sta contrattando il prezzo, lodando le buone qualità dell’animale, coadiuvato dalla moglie con in braccio un bambino che si agita piangendo che cerca di suscitare compassione. Uno degli avventori, in piedi con il lungo mantello, gli stivali e il tipico bastone deglli allevatori ungheresi, osserva con interesse il cavallo in vendita, un altro abbassa la testa dubbioso, mentre un terzo nell’ombra gli sussurra qualche cosa all’orecchio.

 

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 Anonimo ungherese, Commercianti di cavalli, 1872

      Anche le figurine pubblicitarie dei prodotti industriali, sebbene con stereotipi e luoghi comuni, documentano questa attività di fondamentale importanza nella tradizione del popolo rom, tanto che vige il “tabù” di cibarsi della carne di questo animale, simbolo di libertà.

In una figurina dei cioccolatini tedeschi della “Hildebrand Schokolade”, intitolata Il commercio dei cavalli, inizio XX secolo, in una fattoria della puszta ungherese, uno zingaro, con la lunga barba e un cappello con la piuma, propone l’acquisto di un cavallo e di un puledro a due contadini, dubbiosi e indecisi sul da farsi.

Un’altra figurina della “Gartmann Schokolade”, Il mercato dei cavalli, inizio Novecento, illustra alcune scene che vede protagonisti uno zingaro, anche qui con la barba e il cappello piumato, che con un frustino in mano sta esaminando la dentatura di un cavallo e un suo compagno che sta conducendo un magnifico esemplare, probabilmente dopo averlo rubato, inseguito dal proprietario con un bastone in mano.

 

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Hildebrand Schokolade, Il commercio dei cavalli,             Gartmann Schokolade Il mercato dei cavalli,

inizio XX secolo                                                                            inizio XX secolo

 

 

Cestai e impagliatori

Una delle attività artigianali che troviamo diffuse un po’ dovunque è la fabbricazione di cesti, canestri, sporte, scope e panieri in vimini. Come materiale venivano usati specialmente vimini di salici o nocciolo, giunchi e altri arbusti che crescevano lungo i corsi d’acqua e gli stagni.

Era particolarmente praticata dai manouches francesi, che avevano come loro patrono San Paolo, che a Damasco fu assalito dai pagani e riuscì a fuggire alla cattura lasciandosi calare dalle alte mura all’interno di una cesta. In Spagna vi sono i gitani canasteros, in Inghilterra i kipsimengring o fabbricanti di cesti, in Ungheria e nel Burgenland i kuritari, in Turchia i Sepečides, fabbricanti di cesti per la raccolta del cotone, utilizzando giunchi e foglie di palma.

L’incisione Cestai ungheresi di un artista anonimo, 1889, oltre che un capolavoro artistico è un concentrato di suggestioni socio-etnografiche di rilevante interesse. Rappresenta un numeroso gruppo di uomini, donne e bambini, seduti davanti alle tende rettangolari del loro accampamento situato sul bordo della carrozzabile, intenti alla fabbricazione di ceste, cestini e sporte di vimini. Non si può non restare ammirati dalla stupefacente bellezza delle donne con le collane, gli orecchini e il giro di monete tintinnanti intorno alla fronte e dai costumi degli uomini, un po’ stravaganti e insoliti in un ambiente di lavoro, specialmente del giovane seduto in mezzo al mucchio di verghe, che sfoggia una magnifica uniforme ussara, con una giubba corta, ornata di bottoni e con le maniche foderate di pelliccia, e il colbacco piumato in testa. Inoltre la pulizia, la serenità e la tranquillità che regna nel campo, la grazia, l’abilità e la gentilezza delle mani con cui lavorano, la laboriosità collettiva e l’allegria dei bambini. Dall’altro canto l’artista esprime una forte denuncia sociale contro la discriminazione e il razzismo, di cui sono vittime. Un ricco signore si è presentato sul posto con la carrozza per far scacciare questi nomadi, che svolgono tranquillamente il loro lavoro, ma trova la ferma opposizione del gendarme, che prende le difese di questa gente che non sta facendo niente di male e non sta infrangendo la legge.

Un’atmosfera di serena laboriosità caratterizza anche il disegno Canestrai manouches di un artista anonimo francese, seconda metà del XX secolo. Un gruppo di artigiani, seduti davanti al tipico vurdón di legno, fabbricano oggetti in vimini e impagliano le sedie, mentre una donna prepara la cena in una pentola, appesa a un rudimentale treppiede, e una bambina, seduta sugli scalini, consuma un frugale pasto. Come si può notare, per le comunità rom non vi è distinzione tra negotium, il tempo che si dedica al lavoro e agli affari, e otium, il tempo libero. Il lavoro è uno degli aspetti della vita quotidiana  e parte integrante delle incombenze familiari.

 

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Anonimo ungherese, Cestai ungheresi, 1889             Anonimo francese, Canestrai manouches, seconda metà XX sec.

 

 

Lavorazione del legno e altri manufatti

     Un’altra attività caratteristica era la lavorazione del legno, in cui si distinguevano i Rudari, una classe degli schiavi “domnesti” o domestici della Valacchia e della Moldavia, che dopo la loro emancipazione si stabilirono nelle foreste delle zone montuose, i Beash della Transilvania e del Banato e i Lingurari della Moldavia e della Bulgaria. Si dedicavano alla produzione di oggetti in legno, come cucchiai, ciotole, fusi, vasche e truogoli.

Nell’Europa occidentale l’intaglio del legno era praticata dai gypsies inglesi e dai Sinti della Germania, Austria e Italia nord-orientale. In particolare i membri del clan degli Eftavagarja (Sette carovane) erano rinomati per la produzione di pipe, posate, bastoni e le riparazioni dei mobili. Si tramanda che uno di loro si era specializzato nella fabbricazione di crocifissi e statue religiose. Una volta aveva scolpito un grande crocifisso che fu posto all’ingresso di un santuario. Pochi giorni dopo durante un temporale un fulmine si abbatté sulla croce e la incenerì. I contadini della zona, che erano supestiziosi, interpretarono questo straordinario evento naturale come un ammonimento divino e da allora più nessuno acquistò i suoi lavori (Wittich, 1911, p. 10).

Un’attività complementare all’artigianato del legno era la produzione di pennelli e pennellesse da calce, realizzati con alcune specie di erbe selvatiche, in particolare l’”agrostis stolonifera”, che un tempo erano molto comuni per imbiancare le case, e l’attività manufatturiera di strumenti e fili di corda (Bencsik, 2013, p. 30).

Nell’incisione Fabbricanti di vasche della Transilvania di Nemes Oedön, 1886, due uomini, seduti su grossi tronchi davanti alla loro tenda rettangolare ai margini di un tipico vilaggio della Transilvania, scavano grandi truogoli per maiali con accette, raspe e sgorbie. Dietro di loro una donna, con alcune vasche e truogoli sulle spalle e con in mano alcuni cucchiai e una lunga pennellessa, si avvia verso il villaggio per venderli.

L’incisione Fabbricanti di pennelli da calce di un anonimo ungherese, 1870, rappresenta una famiglia di fabbricanti di pennelli o Bidinari, davanti alla loro povera capanna. In piedi vi è una giovane donna, con in mano una pennellessa e al braccio un cesto di pennelli. Seduta per terra, l’anziana madre con un foulard in testa e la pipa in bocca lavora alla tessitura di corde, manovrando l’ordito con le abili mani e trattenendo lo spago con un dito del piede, mentre un bambino, coperto da uno straccio allacciato alla spalla e con in mano un bastone, la osserva con curiosità.

 

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Nemes Oedön, Fabbricanti di vasche         Anonimo, Fabbricanti di pennelli da calce, 1870

della Transilvania, 1886

 

Fabbricanti di setacci

Nella società contadina fino al secondo dopoguerra i Rom hanno svolto un importante ruolo nel fornire ai gagé servizi e strumenti per i lavori agricoli e domestici. Oltre a strumenti di ferro, come vanghe, zappe, forche, falci e accette, procuravano oggetti necessari per vagliare il grano e la farina o filtrare i liquidi. Uno dei gruppi più caratteristici era quello dei Ciurara (dal rumeno ciur “setaccio”), rom originari della Romania che si propagarono in Ungheria, Scandinavia, Francia, Spagna.

Nel disegno Fabbricanti di setacci del pittore G. van Burgstaller, metà XIX secolo, vediamo due rom ciurara itineranti, nella tipica foggia rumena, scuri in volto e con la lunga barba, girare di villaggio in villaggio vendendo i loro prodotti: setacci, crivelli, colini e altri prodotti utili, come scope, petti­ni, spazzole e pennelli.

 

 

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G. van Burgstaller, Fabbricanti di setacci, metà XIX secolo

 

 

Fabbricanti di mollette e fili della biancheria

Uno dei mestieri più praticati dai gypsies inglesi fino alla seconda metà del XX secolo era la produzione di mollette da bucato, che nella loro lingua chiamavano chin the kost (tagliare il legno). Le mollette venivano fabbricate tagliuzzando il legno di salice, poi venivano legate con la corteccia di nocciòlo e infine appesi a una fune per asciugarsi e consentire alla fessura di assumere la forma aperta.

L’incisione Fabbricante di mollette e l’acquirente di un anomnimo inglese, prima metà del XX secolo, mostra un uomo seduto davanti al carrozzone con accanto una fascina di legna, mentre taglia un bastone, lasciando cadere a terra i trucioli, accanto a una cassetta di legno su cui sono appoggiati gli strumenti del mestiere e per terra le mollette fabbricate. Una massaia inglese, accompagnata dal figlio, offre i soldi che tiene in mano per l’acquisto di un certo quantitativo di mollette. Capitava spesso, però, che il compenso fosse pagato con generi alimentari piuttosto che in contanti.

Il disegno Zingari che vendono mollette da bucato, 1890 circa, mostra una giovane ragazza e un bambino, accompagnati da una donna anziana, con in mano una di mollette e la corda per stendere la biancheria. La legenda dice che mentre la lavanderia è al chiuso con un grande fuoco, “le mollette e i lunghi fili di corda sono comperati dagli zingari”.

 

 

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Anonimo inglese, Fabbricante di mollette e l’acquirente,         Anonimo inglese, Zingari che vendono mollette da

   prima metà del XX                                                                           bucato, 1890 circa

 

  

Il lavaggio delle sabbie aurifere

     In Ungheria, Transilvania, Banato e Valacchia i Rom, detti Aurari, erano formalmente incaricati dell’estrazione dell’oro dalla sabbia dei fiumi mediante il lavaggio, dietro pagamento un tributo annuo. Utilizzavano una tavola di legno lunga tre metri e larga un metro circa, ricoperta di flanella, nella quale erano incise da quindici a venti tacche, che veniva fissata in modo da formare un angolo di 45 gradi. Quindi vi versavano la sabbia tolta dai fiumi e la innaffiano. La sabbia ruzzolava giù, mentre le particelle d’oro venivano trattenute nei solchi, attaccandosi alla lana. Levavano la stoffa e la sciacquavano a fondo in vasche piene d’acqua, ripetendo l’operazione tre o quattro volte. Così la polvere d’oro si liberava delle scorie e delle impurità (Birkbeck, 1854, p. 347).

Nell’incisione Aurari del Banato di un anonimo ungherese, metà XIX secolo, si vede un gruppo di rom che lavorano con abilità e velocità sorprendenti. In primo piano due uomini, vestiti di pelliccia e con alti stivali, raccolgono la sabbia dal fiume, altri la rovesciano nel tekenyo e vi fanno scorrere un po’ acqua, un altro risciacqua la tavola in una tinozza, fino a che vede brillare l’oro puro.

 

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Anonimo ungherese, Aurari del Banato, metà XIX secolo

 

 

Produzione di mattoni

     La fabbricazione dei mattoni in Romania, Ungheria e Transilvania era nelle mani dei Rom, che venivano denominati Keramidarja. Era un mestiere stagionale, che si praticava in estate. Si faceva un impasto con argilla, sabbia e paglia, che veniva messo in forme di legno a formare i mattoni, che venivano fatti essiccare al sole per due o tre giorni. Un indizio della lunga tradizione di questa occupazione è che, secondo un registro delle nascite e delle morti, il parroco di un villaggio ungherese mise nella fossa uno “strato di mattoni fatti dagli zingari” (Bencsik, 2013, p. 28).

Nel dipinto Fabbricanti di mattoni di Markó Ferenc, pittore ungherese specializzato in paesaggi, 1870 circa, un uomo con un cappello di paglia in testa e una corta tunica e un bambino nudo, dopo aver versato l’acqua in una buca con argilla e fango,  pestano con i piedi, mentre una ragazza torna dallo stagno con un’anfora piena d’acqua in testa. In primo piano è seduta una giovane madre con un bambino addormentato tra le sue braccia. Vicino ci sono gli stampi e sullo sfondo un cumulo di mattoni lavorati.

L’incisione Zingari che fabbricano mattoni dell’incisore ungherese Jankó Ujházy, 1862, rappresenta un villaggio di rom sedentarizzati, costituito da capanne semisotterranee, la cui parte abitabile è scavata nel terreno e la parte superiore emerge, tra animali da cortile e maiali, che durante l’estate si dedicano alla fabbricazione di mattoni. Un uomo, con una tunica sollevata  e un bastone in mano, pesta continuamente l’impasto di argilla e paglia e aggiunge di tanto in tanto l’acqua conservata in un’anfora. Una donna mette l’impasto nelle forme e un’altra ammucchia i mattoni in un angolo dell’aia, che una volta essiccati al sole, serviranno alla costruzione delle fattorie della pianura (http://dka.uz.ua/kereses/reszletes.phtml?id=46709).

 

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arkó Ferenc, Fabbricanti di mattoni, 1870 circa           Jankó Ujházy, Zingari che fabbricano mattoni, 1862

 

 

Tosatori di animali

     La tosatura di cavalli e muli (esquilar), costume introdotto in Spagna dai Mori, era praticata soprattutto dai gitani dell’Andalusia, che nella loro lingua chiamano “monrabar”. Gli strumenti necessari per la tosatura consistevano principalmente in un paio di grandi cesoie molto affilate, dette cachás, che il tosatore teneva nella cintura e l’aciál o torcinaso, uno strumento di legno che si metteva sul naso dell’animale per farlo stare tranquillo (Borrow, 1841, p. 229).

L’incisione Tosatori di Granada dell’incisore francese J. Lavee, 1874, mostra un gruppo di tosatori al lavoro su una grande piazza di Granada. Indossano una casacca, pantaloni stretti e stivali alti slabbrati e con risvolto di cuoio e una bandana in testa. I tosatori operano sulla schiena, le orecchie e le code di muli, asinelli e cavalli mettendoli a nudo. Come si può vedere, alcuni cavalli hanno una morsa di legno sul naso o hanno le zampe anteriori e posteriori strettamente legate insieme con una corda d’erba, per evitare eventuali morsi o calci dell’animale infastidito. All’occorrenza, come si può vedere a sinistra, i tosatori si trasformavano in barbieri e tagliavano i capelli dei clienti.

L’incisione Gitani tosatori di muli del pittore francese René Gérard Villain, 1827 circa, mostra quattro tosatori gitani al lavoro intorno a un magnifico esemplare di cavallo, mentre un altro accosciatoper terra esamina gli zoccoli dell’animale. Indossano una casacca di panno, pantaloni di stoffa ruvida che giungono fino al ginocchio, un fazzoletto annodato al collo, un foulard o una bandana in testa, mezzecalze di lana o cotone e la faja, la fascia di seta che avvolge la vita con inserite le cesoie. Il proprietario, elegantemente vestito con un gilè con numerosi bottoni d’argento piccoli e rotondi, spardile o sandali di canapa allacciati a mezza gamba, un mantello a maniche larghe a righe diagonali, con in mano un frustino e una pipa, appoggiato al muretto, impartisce gli ordini. A sinistra, nel bosco, altri animali sono in attesa del loro turno.

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J. Lavee,  Tosatori di Granada, 1874                                 Gérard  René Villain, Gitani tosatori di muli, 1827

 

 

Lavori stagionali

     Il lavoro stagionale era un’attività molto diffusa e praticata un po’ dovunque in Europa. I Rom, specialmente le donne, erano impiegati come manodopera nelle fattorie e nelle aziende agricole, nella raccolta dei vari prodotti lungo l’arco dell’anno, specialmente in estate: frutta e verdura in varie regioni d’Italia, barbabietole nel Burgenland, cotone in Turchia, peperoni e peperoncini in Romania e in Macedonia. Erano retribuiti in parte con denaro e in parte con i generi alimentari e i prodotti agricoli dei gagé-datori di lavoro.

    Una delle attività più comuni era la raccolta dell’uva durante la vendemmia. In particolare la Francia, terra di vini e di champagne, era un vero paradiso per i Sinti e i Manouches che vi circolavano. Arrivavano nelle zone viticole con le loro roulottes, cariche di bambini, a prendere parte alla raccolta dell’uva nei mesi di settembre e ottobre (Sutre, 2010). Di importanza fondamentale era la coltivazione del mais, con cui si preparava la polenta, il cibo principale della dieta contadina fino alla seconda guerra mondiale dall’Italia alla Polonia, dalla Francia all’Ungheria.

Nel disegno La vendemmia di Joseph Pennell, artista americano che realizzò le illustrazioni del libro “To Gipsyland”, un resoconto di un viaggio in Transilvania e in Romania, scritto dalla moglie  Elizabeth Robins Pennell, 1893, i Rom prendono parte alla raccolta dell’uva in una vigna della Transilvania. Gli uomini con un vestito bianco, una fascia al fianco e un cappello in testa e le donne con la gonne lunghe, una casacca e un voluminoso foulard in testa riempiono le ceste di grappoli d’uva.

Una cartolina d’epoca, intitolata Famiglia zingara, 1918 circa, gelosamente conservata nelle collezioni del Museo della Cultura Rom di Varsavia, 1918 circa, è una straordinaria e pittoresca testimonianza della raccolta del mais in una fattoria della pianura polacca. In un campo che si perde a vista d’occhio, tra i colori giallo-arancioni delle messi e della calura estiva, un’intera comunità di Rom è al lavoro, come consumati contadini. Alcuni uomini, con la camicia bianca, i pantaloni lunghi di panno, un foulard annodato al collo e un cappello da contadino in testa, staccano le pannocchie dallo stelo e le ripongono nei sacchi, a sinistra una donna e un bambino, che si confonde tra la selva di steli, riempiono una cesta, altri trasportano i sacchi a un carro, su cui un uomo li sistema con la forca.

 

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        Joseph Pennell, La vendemmia, 1893                           Cartolina d’epoca, Famiglia zingara, 1918 circa

 

In Inghilterra il lavoro dei gypsies era molto richiesto nei campi di lavanda. Specialmente la zona di Mitcham, a sud-ovest di Londra, centro di produzione di erbe aromatiche, in particolare di lavanda, attrasse un grande numero di famiglie che fornivano una grande forza lavoro temporanea per tagliare i fiori, quando fiorivano pronti per la distillazione in olio di lavanda. Inoltre la lavanda è sempre stata una delle preferite per loro in quanto acquistavano anche grappoli da vendere nelle strade di tutta la regione (https://www.culture24.org.uk/history-and-heritage/).

Ma essi costituivano una quota considerevole di lavoratori nella raccolta del luppolo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre nelle contee del Kent, Sussex e Surrey. Tra i lavoratori delle piantagioni di luppolo operavano alcune associazione filantropiche, come la Hop Picker’s Mission, fondata nel 1868 dal reverendo Samuel Chinn di Alton (Hampshire), che svolgeva un apostolato religioso con incontri di preghiera e la predicazione evangelica.

    Era un periodo felice per i Rom che potevano trovare vitto e alloggio sicuri, anche se a volte succedeva qualche infortunio sul lavoro o addirittura qualche disgrazia. La sera del 20 ottobre 1853 a Hadlow nel Kent, il carro che trasportava un gruppo di raccoglitori di luppolo, che tornavano al loro accampamento dopo una giornata di lavoro, precipitò nel fiume Medway mentre attraversava il ponte di Hartlake. Morirono 30 persone, in maggioranza donne e bambini. A perenne memoria delle vittime, fu eretto davanti alla chiesa del villaggio un monumento che rappresenta un forno per l’essicazione del luppolo.

Uno dei pittori che immortalò i gypsies, raccoglitori di luppolo, fu Alfred Munnings. Affascinato dal mondo zingaro, nel settembre del 1913 trascorse un’intera stagione di raccolto a Binstead, vicino ad Alton, per dipingere le famiglie di zingari accampati, e da allora si presentò per diversi anni all’appuntamento. L’acquarello La carovana verde, 1913 circa, collezione privata, risale appunto a questo periodo. Sullo sfondo di una estesa piantagione di luppolo, è rappresentata la vita serena di una famiglia di raccoglitori, che si godono il meritato riposo nel loro accampamento alla fine della giornata. In fondo, sotto un cielo nuvoloso, sono sistemati un carrozzone e un carretto coperto dalle linee geometriche e dai verdi acquosi. A sinistra un’agile figura di donna con la faccia scura, i capelli neri e la gonna nera e alcuni bambini guardano verso lo spettatore; un vecchio, con la giacca scura, i pantaloni di velluto, un fazzoletto rosso al collo e un cappello in testa, è seduto su una sedia girando le spalle al focolare, mentre un giovane, sdraiato a terra, tiene per la cavezza un magnifico cavallo bianco (Morris, 2012, p. 58).

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         Alfred Munnings, La carovana verde, 1913 circa, collezione privata

    In passato erano ampiamente praticati il commercio ambulante e la vendita al dettaglio. In particolare la vendita “porta a porta” o chine (francese chiner ‘commerciare in anticaglie’) di articoli di merceria, come bottoni, nastri, aghi, cerniere e stringhe o di vario genere, come fiori di plastica, fazzoletti, centrini, mollette da bucato, pettini, saponette, asciugamani ecc., praticata dalle donne sinte e dalle romanichels inglesi.

Una delle più curiose e caratteristiche attività commerciali era quella degli zingari dei paesi baschi della Francia, detti Erromančél o Cascarots. Insediati a partire dal XVIII secolo nelle località di Biarritz,  Ciboure e Saint-Jean-de-Luz hanno incominciato a mescolarsi con la popolazione locale e a dedicarsi alla pesca. Le donne al mattino presto, al ritorno delle barche, si presentavano a prendere il pesce che i loro uomini avevano preso durante la notte e andavano a venderlo al mercato di Bayonne, offrendo uno spettacolo singolare, degno di meritare un posto nella storia della pesca. Le “Cascarottes”, così erano chiamate, si dirigevano correndo a piedi verso il mercato di Bayonne con le ceste di sardine fresche sulla testa. Queste ultime venditrici di pesce sono scomparse verso gli anni cinquanta del XX secolo.

L’incisione Les Cascarottes di Eustache Lorsay, 1861, mostra le venditrici di pesce, con le gonne corte e strette in vita e un grembiule bianco tenuto alzato, che corrono senza fermarsi con il loro cesto pieno di pesci sulla testa, a piedi nudi, verso il mercato di Bayonne.    L’incisione Venditrici di sardine che si recano al mercato da Biarritz a Bayonne di Charles Maurice, 1852 circa, coglie il momento in cui queste venditrici di pesce, come sfrontate e beffarde danzatrici, dopo aver percorso a piedi circa 8 chilometri, entrano a Bayonne con la loro preziosa merce da vendere al mercato.

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Eustache Lorsay, Les Cascarottes, 1861                 Charles Maurice, Venditrici di sardine che si     

                                                                                                recano al mercato da Biarritz a Bayonne, 1852 c.

 

    Mentre i loro compatrioti della Romania erano tenuti in schiavitù, tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo i Ciganos o Calon del Brasile facevano grandi affari con la tratta degli schiavi africani. I mercanti zingari agivano come intermediari nell’acquisto e nella vendita all’ingrosso e nel mercato degli schiavi di seconda mano, lucrando guadagni tanti ingenti, quanto esecrabili (Corrêa, 2008, p. 51,56, 60). In particolare Mello Moraes menziona uno zingaro di Bahia, di cui segnala solo l’iniziale M…, che acquistò una immensa fortuna grazie alla sua attività di mediatore nella tratta degli schiavi (Moraes, 1886, p. 40-41).    Uno dei porti principali di sbarco degli schiavi nelle Americhe era Rio de Janeiro, dove approdò circa un milione di schiavi (il 25% del totale giunto nel paese) al molo di Valongo. Il viaggiatore e pittore francese Jean-Baptiste Debret in un album iconografico “Viaggio pittoresco e storico in Brasile” illustra la situazione del Brasile e le condizioni degli schiavi neri all’inizio del XIX secolo.    L’acquarello Casa di via Valongo a Rio de Janeiro, 1820-1830, mostra una delle scene che si svolgevano in una delle case del mercato di schiavi che si affacciano sulla lunghissima strada di via Valongo a Rio de Janeiro. In una grande e squallida sala vi sono due panche di legno, poste a ridosso di un muro, dove sono seduti gli schiavi con le loro teste rasate, magri e malnutriti, dallo sguardo triste e sofferente, che appartengono a due diversi proprietari e si differenziano per il colore rosso e giallo della stoffa che li avvolge. Sullo sfondo, sopra di loro, un attico fungeva da dormitorio, a cui potevano salire mediante una scala a pioli.  per i neri che salire attraverso una scala a pioli. Al centro della sala un gruppo di bambini si intrattengono in qualche gioco o passatempo. A destra un panciuto commerciante zingaro, con una bandana a strisce in testa e le maniche della camicia arrotolate, seduto su una sedia, accanto a una parete, da cui pende una frusta, tratta la vendita di un bambino nero con un acquirente brasiliano, con un grande cappello e un bastone (https://www.nexojornal.com.br/colunistas/2017/O-Cais-do-Valongo).

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Jean-Baptiste Debret, Casa di via Valongo a Rio de Janeiro, 1820-30

 

 

  NOTE

[1] In Inghilterra nel 1549 Battista, Amy e Giorgio Fawe furono incarcerati a Durham, nell’Inghilterra nord-orientale, per aver falsificato il gran sigillo del re (Groome, 1880, p.29, nota).

[2] Il  medico di Campli in Abruzzo era stato costretto a vendere un bellissimo cavallo, perché bolso. L’uomo che portò la bestia alla fiera si vide ben presto circondato da una catena di zingari che gli offersero 100 lire. I compratori lo portarono fuori dal piazzale e dopo qualche tempo ritornarono e misero in vendita il cavallo, non più “bolso”. Trottava che era una meraviglia. L’uomo del dottore stava a guardare a bocca aperta, inebetito. Il cavallo fu venduto a 800 lire… Alla domanda “come fate a guarire i cavalli bolsi?”, risposero “Lui è il dottore dei cristiani, noi siamo i dottori dei cavalli. Lui sa i suoi segreti, noi i nostri, poche parole soffiate all’orecchio del cavallo, e tutto è fatto” (Ugo Pellis, Con gli zingari, Udine 1940 in Bollettino della Società filologica friulana, Anno XV n. 5-6, p. 3-8 a p. 4-5).

 

 

BIBLIOGRAFIA

  

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George BorrowThe Zincali, or an Account of the Gypsies of Spain, with an Original Collection of their Songs and Poetry, and a Copious Dictionary of their Language, Londra 1841 (2 voll.).

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Nagy MariannA cigányok képe A magyarországi cigányság történeti ikonológiája a 20. Századig, Pécs, 2010.

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Sobrino F.Dicionario nuevo de las lenguas española y francesa, 1721.

Sutre AdèleLa mobilité bohémienne à travers les carnets anthropométriques, 2010.

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Wittich EngelbertBlicke in das Leben der Zigeuner, 1911.


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