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I Rom nell'arte

I figli del vento: il viaggio e la sosta

30 mar , 2019  

 

Un popolo indoeuropeo

La storia dei Rom ha inizio oltre duemila anni fa nel subcontinente indiano. Si chiamavano propriamente Ḍom che significa “uomini” (dalla radice indoeuropea *gdhom, da cui derivano il latino homo ‘uomo’ e humus ‘terra’, il greco χθών ‘terra’, il sanscrito kshas ‘terra’, l’irlandese duine ‘uomini’ ecc.). Parlavano una lingua, oggi detta “romanés”, il cui substrato originario si collegava con l’antico indoario, la lingua parlata dagli invasori indoeuropei dell’India. Su questo fondo di base si sono sovrapposti altri strati linguistici derivanti dai dialetti neo-indiani di varie aree geografiche dell’India centrale, come l’hindi del Rajasthan, e settentrionali, come le lingue dardiche del Panjab e del Kashmir. Sulla base di questi fattori linguistici (linguaggio risultante da un miscuglio di elementi “indiani” eterogenei) e culturali (tratti socio-culturali arcaici, specifici e antitetici alla sviluppata società hindu) possiamo ritenere che i proto-Rom erano una popolazione nomade e costituivano un clan primitivo, residuo della grande diaspora del II mil­lennio avanti Cristo delle popolazioni di lingua indoeuropea, mantenutosi separato dagli altri invasori. Lasciata l’India intorno al V secolo dopo Cristo per cause non ancora chiarite, i Ḍom iniziarono un lungo cammino verso ovest attraverso la Persia, l’Armenia, l’impero bizantino e i Balcani, giungendo all’inizio del XV secolo nell’Europa occidentale.

 

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Cartina del percorso dei Rom dall’India all’Europa          Zingari nomadi in India, terra di provenienza dei Rom

 

 

 

La tribù profetica in viaggio

Il nomadismo dei Rom, dalle origini ai nostri giorni, è un tratto fondamentale della loro cultura. Un antico adagio rom dice: “Non c’è una strada che porta alla felicità; la felicità è la strada” (Naj jekh drom kaj tradel po radosto; radosto si o drom). A chi intraprende un viaggio, o semplicemente dopo un incontro si augura “lacio drom” (buon viaggio). Le classi speciali per i bambini rom, istituite nel 1965 per la loro scolarizzazione, furono chiamate “Lacio Drom”, come augurio di un felice percorso culturale e formativo della gioventù rom[1].

I Rom non sono nomadi “per natura”, dotati, secondo l’aberrante teoria nazista, del gene dell’istinto al nomadismo (Wandertrieb), ma si spostano per motivi economici o in seguito ad avvenimenti bellici, persecuzioni, carestie (la storia insegna che quando i Rom se ne vanno da un territorio, ci sono guai in vista). Nell’immaginario collettivo il nomadismo zingaro, che per gli altri popoli è una semplice tassonomia antropologica, ha finito per rappresentare metaforicamente l’ideale di libertà individuale e di una vita prossima allo stato di natura, senza le barriere geografiche e i vincoli di una società convenzionale. Specialmente la letteratura romantica dell’Ottocento ha esaltato la libertà poetica della strada, anche se vagheggiata in una dimensione irreale e senza tempo, più che veramente ricercata. Questo fascino ha trovato una delle sue espressioni letterarie più alte nella poesia “Bohémiens en voyage” di Charles Baudelaire, che fa un brillante ritratto degli zingari, paragonandoli ai poeti visionari, anch’essi emarginati dalla società e uniti da uno stretto legame con la natura. Un disegno dell’illustratore francese Paul Balluriau, tratto dalla rivista “Gil Blas Illustré” del 1900, descrive la pittoresca scena della “tribù profetica dagi occhi ardenti” che si è messa in viaggio. Una lunga carovana, guidata da uomini armati di spade e bastoni del comando, con le donne sistemate sui carri mentre allattano i loro figli o procedono a piedi portando sul dorso i loro piccoli, avanza lungo una strada serpeggiante, sullo sfondo delle colline. Al loro passaggio i grilli raddoppiano il loro canto e accompagnano questi viandanti verso una nuova destinazione.

 

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 Paul Balluriau, Bohémiens en voyage, 1900 circa

A piedi o con i cavalli

    Gli artisti di ogni paese d’Europa hanno rappresentato il pittoresco spettacolo delle comitive di questi “Figli del vento” in viaggio in tutte le sfumature possibili: a piedi (piesal), con il cavallo (kliste), con il carretto o il carrozzone (wordineha)[2].

Anticamente gli zingari si spostavano da un luogo all’altro camminando a piedi, trasportando sulle loro spalle l’equipaggiamento essenziale, come gli attrezzi dell’attività lavorativa, gli utensili di uso domestico, le stuoie e le tende per dormire. Il dipinto Truppe zingare in viaggio del pittore tedesco E. Schmidt, datata 1866, collezione privata, mostra una piccola comitiva che avanza su una strada polverosa della puszta ungherese sotto un cielo nuvoloso. Gli uomini con una pelliccia e la pipa in bocca portano sulle spalle i fagotti con le loro vettovaglie e alcuni setacci, frutto del loro lavoro, da barattare in cambio di cibo. Le donne a piedi nudi e i vestiti laceri camminano con un bastone in mano e con i loro bambini sulle spalle o tenuti per mano. Si dirigono verso una fattoria che appare loro sullo sfondo, affrettando il passo, tra la contentezza di un bambino completamente nudo, a cui il padre rivolge uno sguardo di tenero compiacimento.

 

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 Schmidt, Truppe zingare in movimento, 1866, collezione privata

 

I più fortunati si accompagnavano con animali da soma, come cavalli, asini e muli che trasportavano le tende, la biancheria e le suppellettili, come nel dipinto Zingari in viaggio del pittore tedesco Hermann Bayer, 1874, collezione privata. Un uomo con un bastone in mano e la pipa in bocca guida la numerosa compagnia che sta uscendo da un bosco, con alla testa una donna a cavallo con un bambino in braccio. Al suo fianco una ragazza tiene stretta in una mano la selvaggina, mentre un bambino con una lunga tunica bianca e un cappello in testa suona il violino. Del gruppo fanno parte anche i cani, che dopo il cavallo sono gli animali preferiti di sempre, utili per fare la guardia alle tende, cacciare la selvaggina e stanare i ricci. Le prime bande apparse in Europa occidentale agli inizi del XV secolo avevano con sé levrieri da caccia. I cani appaiono negli arazzi fiamminghi del Cinquecento che descrivono questi gruppi esotici in viaggio.

Il dipinto Şatră de Ţigani del pittore rumeno Arthur Verona, inizio XX secolo, collezione privata, descrive una comunità di zingari nomadi (şatra), che camminano in una landa desertica, carica di macchie di colore, nella luce dorata del tramonto. In primo piano un uomo anziano, provato dalla fatica, si regge a malapena in groppa al cavallo con un bambino e una donna dal viso scuro, incorniciato da un foulard rosso fiammante, cammina a piedi, portando i bastoni del treppiede. Segue il resto della truppa, con gli uomini a piedi che portano un fardello sulle spalle. Dalla scena traspare una visione meno romantica, più realistica e partecipe, di un gruppo errante perennemente in viaggio, che sembra vagare senza meta da un posto all’altro, rassegnato al proprio destino. Su di loro incombe la dura legge della selezione naturale, come sembra suggerire la figura indefinita e opaca che resta indietro, distaccata dal gruppo, che si dissolve quasi nei colori dell’orizzonte.

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Hermann Bayer, Zingari in viaggio, 1874,                                    Arthur Verona, Şatră de Ţigani,inizio XX secolo

collezione privata                                                                                 collezione privata

 

 

 

Il carro scoperto

A partire dall’Ottocento in molte parti dell’Europa cominciò a diffondersi un mezzo di trasporto, semplice e veloce, costituito da un carro scoperto, a due o quattro ruote, trainato da cavalli e, nei Balcani, persino da buoi o bufali, come si vede nel disegno Famiglia zingara in viaggio in Moldavia di Augute Raffet, illustratore e litografo francese che nel 1837 fece parte di una spedizione al seguito del barone Anatole de Démidoff attraverso l’Ungheria e la Russia meridionale. Un rustico carro, trainato da una coppia di buoi, su cui trovano posto le donne e i bambini e in cui sono accatastati i pali e il telo della tenda e i recipienti dell’acqua, avanza lentamente nella grande pianura moldava. In testa alla carovana cavalca un uomo dal comportamento fiero che sembra essere il capo, che indossa una camicia bianca a maniche larghe, un lungo cappotto foderato di pelliccia, pantaloni larghi, lunghi stivali e in testa un cappello cilindrico di feltro nero, seguito da due luogotenenti. Dietro segue un altro carro, al cui fianco marcia un uomo con in mano un pungolo per buoi.

 

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Auguste Raffet, Famiglia zingara in viaggio in Moldavia, 1837

     

Tra le numerose opere rappresentative di questa tipologia di veicolo, due straordinarie incisioni illustrano due diversi tipi di mobilità, in rapporto all’ambiente circostante e all’interazione con la popolazione locale. L’incisione Zingari in viaggio del pittore polacco Ludwik Kurella, uno dei rappresentanti più importanti della cerchia artistica di Monaco, 1883, Museo Nazionale di Cracovia, mostra un gruppo di Rom Ursari, dediti allo spettacolo viaggiante con l’esibizione di orsi e scimmie, che scende lungo il sentiero di una collinetta boscosa. In primo piano un giovane uomo barbuto, con un tamburo sulla spalla e il bastone del comando in mano, conduce un orso. Gli sono accanto una donna con una pipa in bocca e un fagotto sulla schiena e un bambino a piedi nudi con una pelliccetta e un fardello sulle spalle. Dietro di loro segue un carro tirato da un cavallo, carico di coperte e stoviglie, su cui riposano due bambini e, presumibilmente, una scimmia, con il resto della truppa. L’artista coglie l’istantanea del viaggio, nella sua dimensione astratta e statica, senza alcuna relazione con l’ambiente, se non in funzione paesaggistica. Un viaggio atemporale e senza una destinazione precisa o programmata, che esprime il concetto zingaro di giav piri (andare camminando), andare per l’andare senza sapere dove.

Nell’incisione La migrazione degli zingari di anonimo tedesco, fine XIX secolo, collezione privata, viene espressa tutta la tensione del viaggio attraverso le varie fasi del suo svolgimento, raccontate con grande realismo e umoristico senso aneddotico. In primo piano è descritto lo spettacolare passaggio dei carri stracarichi di roba attraverso il piccolo villaggio, che suscitava al tempo stesso curiosità e apprensione. Il conducente sprona con la frusta i cavalli lungo la ripida salita, tra lo stupore dei bambini che hanno interrotto i loro giochi (la bambina con la frusta) o le loro occupazioni (la ragazzina con il grembiule con in braccio un marmocchio), e l’abbaiare di cani innocui e galline che razzolano. Sullo sfondo a sinistra una zingara con un bambino sulle spalle si avvicina a un gruppo di persone e tende la mano per chiedere l’elemosina tra l’indifferenza delle donne preoccupate di sbarrare la porta del casolare, mentre un giovane uomo, che porta sulle spalle una pentola di rame, allunga la mano verso un albero per coglierne i frutti, tra le imprecazioni di un contadino che alza il pugno in segno di minaccia. E’ il viaggio del giav ladi (andare per fermarsi, accamparsi), l’intervallo che intercorre dalla partenza da un luogo di sosta, che si è lasciati alle spalle, fino a una nuova destinazione, dove potersi accampare in un ciclo senza fine.

 

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Ludwik Kurella, Zingari in viaggio, 1883,               Anonimo tedesco, La migrazione degli zingari,

Museo Nazionale di Cracovia                                        fine XIX secolo, collezione privata

 

 

 

Il carro con copertura ad arco

A questo tipo si aggiunse un carro più confortevole a quattro ruote, munito di sponde e coperto da un grande telo impermeabile o da una leggera struttura di legno, simile a quello dei pionieri americani, trainato da un cavallo, che veniva solitamente utilizzato solo per il viaggio e per trasportare le cose necessarie, come vestiti, tende, coperte e piumoni. Vi trovavano posto alcuni membri della famiglia – anziani, bambini piccoli e donne incinte -, mentre  gli individui validi procedevano a piedi accanto al carro.

Nel dipinto Zingari nomadi dell’artista austriaco August von Pettenkofen, 1856, Vienna, collezione privata, una carovana avanza in una piatta e desolata pianura, sotto un cielo carico di nubi nere, da cui filtra la luce radente del tramonto, che illumina un uomo a cavallo dai tratti mongolici e dall’atteggiamento mesto e pensoso. Due cavalli tirano un misero carretto, su cui vi sono persone seminascoste nella penombra. Dietro al carro donne e bambini procedono stanchi nell’oscurità, in una visione malinconica e di velata drammaticità dell’esistenza nomade, senza alcuna concessione al folclore.

Carica di pathos romantico e idealistico è la Carovana di Zingari del pittore macchiaiolo Luigi Michelacci, 1945, collezione privata. Una carovana di viandanti, rassegnati al loro destino di eterni erranti, percorre una strada che costeggia un grande fiume come una linea retta infinita, senza un punto di partenza né di arrivo. Dietro al traballante carro, coperto da un telo pieno di rammendi, su cui viaggiano alcuni membri del gruppo e tutto quello che costituisce la loro proprietà materiale, le sagome di una ragazzina e di una bambina camminano, tenendo il passo al monotono procedere del cavallo. Si sentono echi di un romanticismo retorico e melanconico, intriso di senso antieroico. Gli accostamenti di colori caldi e freddi marcati di forte chiaroscuro suscitano un sentimento mistico di umana sofferenza (Morelli, 1994, p. 66).

 

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August Pettenkofen, Zingari nomadi, 1856,                    Luigi Michelacci, Carovana di Zingari, 1945,

Vienna, collezione privata                                                  collezione privata

 

Anche le cartoline postali e le figurine pubblicitarie, che si sviluppano a cavallo tra il XIX e il XX secolo, veicolano un tipo di iconografia decisamente stereotipata, ma non priva di interesse etnografico. Nella litografia Kalderash itineranti, 1900 circa, una numerosa comunità di rom calderai, fabbricanti e riparatori di pentole, attraversano un piccolo villaggio ungherese. E’ guidata da due uomini, di cui uno presenta la classica iconografia del capo, con i capelli neri che cadono sulle spalle, pantaloni larghi infilati negli stivali, un camiciotto bianco, un mantello e un berretto nero, mentre fuma la pipa e porta su una spalla una grande caldaia di rame, simbolo dell’attività del gruppo.

871Kalderash    Stampa d’epoca, Kalderash itineranti, 1900 circa

 

Il dipinto Lo zingaro sfortunato di György Vastagh, pittore ungherese che ha messo al centro delle sue opere gli zingari della Transilvania, 1886, collezione privata, documenta, al di là dello stereotipo, uno degli incidenti che potevano funestare la tranquilla ed “idilliaca” avventura sulla strada: la morte per sfinimento del cavallo. Con grande realismo descrittivo e sensibilità psicologica, l’artista rappresenta uno zingaro che, toltosi il cappello, si liscia la testa in segno di profonda costernazione, davanti al cavallo stramazzato a terra, liberato dalle briglie e ancora attaccato con le redini al carro. Un ragazzino tiene in equilibrio il carro sostenendo la stanga del carro, mentre un bambino si accinge a scendere dal sedile. Una donna con in braccio una bambina e un’altra attaccata alla gonna, osserva desolata l’animale, come fosse una sua creatura o un membro importante della famiglia, da cui dipende il proprio destino, mentre un cane bianco lascia cadere dalla bocca un bastoncino per osservare l’animale morente.

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 György Vastagh, Lo zingaro sfortunato, 1886,

 

 

 

Il carrozzone di legno ippotrainato

Il mezzo di trasporto più conosciuto è il carrozzone di legno ippotrainato, detto nei vari dialetti vurdón, vardo, verdine o campina, che fece la sua comparsa intorno al 1830 in Inghilterra. Era una vera casa viaggiante, non solo per trasportare persone o merci, ma per viverci. Per questo erano dotati di confort semplici, ma indispensabili, come una rudimentale stufa e posti per sedere e per dormire.

Un esempio di vurdón molto primitivo lo troviamo nel dipinto Zingari di Ernest Eimert, pittore tedesco dell’Assia, famoso per aver illustrato le fiabe per bambini e aver dipinto “l’uomo, il paesaggio e l’animale come una triade della creazione”, prima metà del XX secolo, collezione privata (https://ernst-eimer.de/166/zur-person). Si tratta di un misero carrozzone a quattro ruote, col comignolo della stufa e alcune finestre, da una delle quali si affaccia la puri daj, la donna anziana del gruppo, piena di premura e di compiacimento che osserva i suoi familiari che le camminano accanto. Qui gli zingari non hanno niente di esotico, ma appaiono come semplici persone, appartenenti a quel mondo degli umili che il pittore di origini contadine sentiva vicini e non diversi. Gli uomini, con pantaloni di fustagno e giubbe imbottite, camminano con le mani in tasca e con naturale trasandatezza. Una giovane madre, con la lunga gonna e gli zoccoli da contadina, a capo scoperto e senza i soliti orpelli tipici delle donne zingare, porta un bambino addormentato sulle spalle e tiene per mano un altro che cammina al suo fianco. Dietro viene una bambina che stringe una bambola tra le braccia, un ragazzo con il cappello in testa e una ragazza con una ruvida gonna, quasi tolti dall’ambiente rurale, che si tengono per mano, e una bambina col cappuccio rosso, che richiama la famosa protagonista di una fiaba infantile. In questo scenario, dove si riafferma l’universalità della condizione umana, trovano posto gli altri due elementi della “triade della creazione”: il cavallo e il cane, in primo piano, e il paesaggio naturale, essenziale e senza tempo.

Il dipinto Zingari nella foresta di Dean di Bernard Ninnes, pittore inglese della colonia artistica di St. Ives, 1936, collezione privata, descrive una colonna di pittoreschi carrozzoni che scendono dalla collina della foresta di Dean verso la riva del fiume Severn nei pressi di Lindney, nella contea di Gloucestershire, in Inghilterra. Lì si trovava il quartier generale dei clan zingari dei Lock, Buckland e Smith che si accampavano, soprattutto durante l’inverno, nella foresta di Dean, nei pressi di Viney Hill. La chiesetta del posto era conosciuta come la “chiesa degli zingari”, dove nel 1957 fu sepolto Xavier Petulengro, commerciante di cavalli, violinista, scrittore e astrologo, conosciuto come il “re degli zingari”, discendente di Jasper Petulengro, immortalato nei libri di George Borrow “Lavengro” e “The Romany Rye.

 

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Ernest Eimert, Zingari, prima metà del XX secolo,                   Bernard Ninnes, Zingari nella foresta di Dean,

collezione privata                                                                              1936, collezione privata

 

Una figurina pubblicitaria della ditta di cioccolato tedesca Hildebrand Vita zingara: Al sorgere del sole dei primi anni del Novecento rappresenta la ripresa del viaggio al nuovo mattino. Nell’immagine vengono accostati motivi stereotipati di contaminazione con il tipico carrozzone inglese, seguito da un carro carpatico ad arco, un musicista ungherese con in mano un violino e una danzatrice in abito balcanico con in mano un tamburello, elemento visivo tipicamente spagnolo. Lo scopo è quello di indurre un forte simbolo pittorico di migrazione, a cui sono associati gli zingari a qualunque paese appartengano (Bencsik, 2012).

Nel fumetto “I gioielli della Castafiore” di Georges Remi detto Hergé, sceneggiatore e disegnatore belga, che racconta le peripezie di una troupe zingara alle prese con l’ostilità e il rifiuto della popolazione sedentaria, pubblicato nel 1961, è riprodotta una straordinaria vignetta Zingari in viaggio, con una lunga fila di carrozzoni che serpeggia lungo una carrozzabile che conduce al villaggio, sotto un luminoso cielo estivo. Lo scalpitare dei cavalli sotto la frusta dei conducenti e i due ragazzi comodamente seduti sul predellino posteriore del cigolante carrozzone di legno esalta il desiderio nostalgico di una evasione totale in un mondo ritenuto sereno e felice.

 

 

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Figurina Hildebrand, Vita zingara: Al sorgere del sole,                Georges Remi detto Hergé, Zingari in

inizio XX secolo                                                                                         viaggio, 1961

 

Il dipinto Roulottes sotto la neve del pittore francese Paul Lemasson, 1953, collezione privata, fa rivivere una scena zingaresca tipica degli anni ’50 del secolo scorso nello stile spontaneo di un naïf e in un’atmosfera quasi fiabesca, poetica e senza tempo, riprendendo dall’alto il passaggio di una fila di vecchi carrozzoni che attraversano la via principale di un villaggio. I carri, tirati dai cavalli, si avanzano faticosamente nella neve e una teoria di uomini, donne e bambini infreddoliti li accompagna, tra la gente curiosa del villaggio che osserva sull’uscio delle case (http://paullemasson.free.fr).

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 Paul Lemasson, Roulottes sotto la neve, 1953, Collezione privata

 

Nella seconda metà del XX secolo inizia la parabola del nomadismo zingaro per tradizione o libera scelta e trasforma in nomadismo forzato per l’impossibilità di trovare un benché minimo spazio pubblico, dove poter sostare, a causa di leggi urbanistiche sempre più restrittive, norme sanitarie, cartelli di divieto di sosta per i nomadi e l’intervento delle forze dell’ordine. Un disegno dal significativo titolo Wohin? (Dove?) di Walter Wegmüller, poliedrico artista svizzero di origini yenish, se non addirittura rom, come vorrebbero alcuni, meglio conosciuto per le sue carte di tarocchi, è la rappresentazione emblematica del nuovo corso della storia. Il manifesto, realizzato per il convegno “Giorni Internazionali di attivisti culturali yenisch” dell’associazione Schwäw qwant del febbraio 2007, rappresenta un carrozzone zingaro, trainato da un ronzino affaticato, in una selva di palazzi e grattacieli tutti uguali, come alveari, e senza vita, tra transenne, pali e filo spinato. Dai finestrini del traballante veicolo si affacciano visi malinconici di donne e bambini a osservare la strada che non finisce mai.

 

 Internationale Tage jenischer Kulturschaffender, Plakat, 2007

Walter Wegmüller, Wohin? (Dove?), 2007

 

 

 

La sosta dopo il viaggio

L’altro tema iconografico strettamente legato con il viaggio, e ad esso complementare, è il momento della sosta in accampamenti di fortuna, ai bordi delle strade, al crocevia dei sentieri, in mezzo alla campagna o nei boschi. La sosta, dopo il viaggio, rappresenta una tregua irrinunciabile alla fatica, ma anche una situazione complessa, che ha suscitato negli artisti il bisogno di un’invenzione scenica per restituire agli occhi dell’osservatore tutta la poetica della vita all’aperto in mezzo alla natura e il senso transitorio della vita che fugge (Morelli, 1994, p. 68).

 

 

La tenda

La tenda ha costituito per secoli l’habitat tipico degli zingari in tutta Europa, dalle loro origini fino ai nostri giorni. Leggera e facile da trasportare, è diventata il simbolo della vita nomade e vagabonda degli  zingari[3]. E’ singolare che non si sia conservato nel romanés il termine indiano originario per indicare questo oggetto tipico della cultura nomade, ma vi siano nomi differenti presi a prestito dalle lingue locali: katuna (dal turco), cehra (dal rumeno), čerga (dal serbocroato) tselta (dal tedesco), ecc. La tenda, infatti, non è una semplice forma abitativa dei Rom, ma la rappresentazione della propria territorialità e la legittimazione del proprio possesso di un determinato territorio. E ‘estremamente significativo che la lingua zingara non ha alcuna espressione per abitare. L’idea di abitare è resa con me atschava ‘io resto, io prendo il posto’ (Liebich, 1863, p. 81). I gypsies inglesi, quando si accampavano con le loro tende e i carrozzoni, usavano l’espressione hatch the tan o piantare la tenda, ma che etimologicamente significa “piantare il proprio posto, il proprio luogo” (than).

Le tende possono avere forme e dimensioni diverse. Nei paesi balcanici e danubiani il tipo più comune era la tenda triangolare, costituita da una struttura di pali, fissati a terra con dei picchetti, che sorreggono teli o pelli di copertura. Per terra si stendevano tappeti e stuoie o, nel peggiore dei casi, la paglia.

    L’Accampamento zingaro del pittore austriaco Alois Schönn, 1856, collezione privata, rappresenta un accampamento di tende nell’arida e piatta puszta ungherese sotto un cielo nuvoloso. In primo piano una famiglia si riposa tra le volute azzurre del fumo di un focolare, sul quale bolle un grande pentolone (kakkavi), appeso a una catena che pende dal palo centrale della tenda. A sinistra un musicista con in mano un violino esce da una capanna in parte scavata nel terreno, secondo una tipologia abitativa in uso nel XIX secolo, da cui esce il fumo del focolare posto al centro del tugurio, con accanto un bambino completamente nudo. Al di là degli stereotipi romantici, il dipinto documenta con dettagli descrittivi uno dei momenti più sacri della vita quotidiana rom, il pasto serale al tramonto del sole.

Il dipinto Nomadi del pittore rumeno Ludovic Bassarab, inizio XX secolo, collezione privata, mostra un tipico accampamento di zingari rumeni, da mezzo secolo affrancati dalla schiavitù. Seduti davanti alle grandi tende triangolari gli uomini sono intenti ai loro lavori tradizionali. In primo piano un fabbro, con la pipa in bocca, dopo aver arroventato un pezzo di ferro sul fuoco alimentato da un giovane seduto per terra con un mantice di pelle, lo appoggia sull’incudine, mentre un ragazzino in piedi si accinge a battere con un grande martello. Sullo sfondo, davanti a un’altra tenda, uno stagnino è intento a riparare pentole e caldaie di rame, secondo un metodo immutato al giorno d’oggi, appoggiando il manufatto su una barra di ferro infissa nel terreno e battendo con il martello.

 

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Alois Schönn, Accampamento zingaro, 1856,                       Ludvic Bassarab, Nomadi, inizio XX secolo,

Collezione privata                                                                        Collezione privata

 

Nell’acquarello Accampamento zingaro del pittore polacco Seweryn Bieszczad, noto per il suo senso del realismo nella pittura paesaggistica, seconda metà del XIX secolo, collezione privata, una famiglia zingara è raccolta attorno al fuoco, davanti a una tenda triangolare che si confonde nel paesaggio boscoso, mentre il capofamiglia in piedi si gode il meritato riposo dopo il viaggio, fumando la pipa. A destra un carretto a quattro ruote coperto ad arco per il trasporto dell’equipaggiamento indispensabile, con accanto un cavallo, completa l’idilliaco quadretto.

In Inghilterra erano in uso tende semicircolari o a cupola, chiamate “benders”, costituite da una intelaiatura di rami di frassino o nocciòlo piegati ad arco, fissati nel terreno con pioli o paletti e uniti insieme con corde, che veniva ricoperta di teloni incerati, panni o stracci. Il dipinto Zingari in un viottolo di William Turner di Oxford, prima metà del XIX secolo, collezione privata, mostra uno degli esempi più semplici e primitivi di una tenda “bender” di una famiglia accampata a Pilsey presso Bakewell nel Derbyshire, una famosa terra di sosta del clan dei Boswell. La piccola tenda, simile a un igloo, con un indumento rosa gettato sopra ad asciugare che dà una nota di colore e di grazia, sorge al riparo di un cespuglio, lungo un corso d’acqua, prospiciente un viottolo di campagna. Davanti alla tenda, inondata da sprazzi di luce pomeridiana, una famiglia si scalda alla fiamma di un piccolo falò, l’uomo con un rudimentale bastone in mano, la donna con le mani incrociate e una bambina che sembra lavorare di ricamo. Sullo sfondo un grande casolare e pagliai nell’aperta campagna, su cui si addensano nubi nere.

 

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Seweryn Bieszczad, Accampamento zingaro,                                William Turner di Oxford, Zingari in un viottolo

seconda metà XIX secolo, collezione privata                                   prima metà XIX secolo, collezione privata

 

Un tipo particolare e curioso di tenda era quella in uso presso i Rom abruzzesi e molisani. Fino al secondo dopoguerra, questi Rom si spostavano con la big (biga), un calesse a due ruote, tirato da un cavallo. La big, mezzo di trasporto di giorno, si trasformava in tenda per dormirvi di notte. Le stanghe venivano alzate verso l’alto e si utilizzavano come impalcatura per la tenda: si buttava sopra un grande telo impermeabile, che veniva fissato a terra con pietre o picchetti, sotto il quale si accovacciava l’intera famiglia su giacigli e pagliericci improvvisati (Cerelli, Di Rocco, 1993, p 5). Questa invenzione geniale è magistralmente illustrata nel disegno Il carro trasformato in tenda dell’artista Rosa Preziuso, 2002.

 

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 Rosa Preziuso, Il carro trasformato in tenda, 2002

 

Alcuni artisti, appartenenti a correnti pittoriche di avanguardia dell’inizio del XX secolo, hanno rappresentato questo tema con una tecnica nuova e una sensibilità moderna. Il dipinto Campo di zingari di Carlo Domenici, uno dei più celebrati pittori Labronici, un sodalizio di post-macchiaioli fondato a Livorno nel 1920, seconda metà del XX secolo, collezione privata, mostra una scena di accampamento zingaro dal sapore bucolico nella campagna toscana. In primo piano un gruppo di donne con i loro bambini si concedono spazi di libertà femminile in dolce conversazione, sullo sfondo uomini e donne indaffarati tra carri, grandi tende e animali, in cui si fondono naturalismo e piacere di vivere all’aria aperta (https://www.pisacanearte.it/index.php/artisti/d/carlo-domenici.html).

Un altro originale dipinto è l’Accampamento gitano del pittore uruguaiano di origini spagnole Rafael Barradas, 1918, Museo Nazionale delle Belle Arti di Buenos Aires, inventore del “vibrazionismo”, una particolare espressione pittorica che si rifà al cubismo. Rappresenta in modo plastico un gruppo di donne dai coloratissimi abiti tradizionali, sedute in semicerchio con i loro bambini, tra le tende stilizzate di un accampamento, delimitato da un contesto urbano costituito da un grattacielo, un grande caseggiato rurale e un casolare. Una tavolozza di forti tonalità, che ricompongono in una certa misura la rappresentazione figurativa che appare totalmente frammentato nella composizione vibratoria (Gabriel Peluffo Linari in https://www.bellasartes.gob.ar/coleccion/obra/10668).

 

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Carlo Domenici, Campo di zingari, seconda                                Rafael Barradas, Accampamento gitano, 1918

metà XX secolo, collezione privata                                                  Buenos Aires, Museo Nazionale delle Belle Arti

 

 

 

Il treppiede con la pentola del cibo

Gli zingari sono spesso rappresentati davanti alle loro tende mentre sono a riposo o preparano il cibo attorno a un fuoco acceso. Il falò è un attributo imprescindibile dei loro accampamenti, centro della vita materiale e simbolica dei Rom. Il fuoco (jag) è il nume tutelare della famiglia, del clan e dell’intera etnia. E’ una specie di “genius loci”, che fornisce energia per cuocere le vivande, ­tiene lontano gli spiriti dei morti, alimenta i canti e i racconti della tradizione e demarca il territorio rom oltre il quale vi è “il mondo buio e ostile” dei gagé. “Senza il fuoco – dice un detto zingaro-, muori” (Nan i yag, mulas). Anche oggi le famiglie sedentarie tengono sempre acceso il fuoco in casa, giorno e notte, inverno ed estate, anche se in genere sta evolvendosi verso l’uso d’un fuoco “simbolico”, come la TV, sempre accesa, anche se di fatto nessuno la guarda.

Sul fuoco si usava mettere un treppiede (trinkasht), costituito da tre pali di legno piantati nel terreno e incrociati tra loro alla sommità, a cui era appesa una grande pentola per fare da mangiare (kekkavi), un altro elemento ricorrente e centrale nelle rappresentazioni degli accampamenti zingari.

Il dipinto Zingari in sosta del polacco Francis Streitt, datato 1886, collezione privata, rappresenta una famiglia di zingari, probabilmente Rom Bergitka o zingari dei Carpazi, accampata su uno spiazzo erboso tra le montagne. Una donna è seduta sul prato con in braccio un bambino, mentre un uomo in piedi li osserva compiaciuto con una pipa in mano e tre ragazzini sdraiati per terra attorno al treppiede, attendono il momento della cena. A sinistra vi è un carretto a due ruote con copertura ad arco, carico di paglia, e un cavallo che pascola.

Il dipinto Accampamento zingaro dell’inglese Shayer il Vecchio, 1830, collezione privata, rappresenta una famiglia gypsy accampata sulla riva di un fiume, raccolta intorno al treppiede (chittie). Una donna sta giocando con la sua bambina, che tiene sulle ginocchia. Un uomo conversa con un signore col soprabito, un passante o forse il proprietario dell’area occupata. A sinistra due asini pascolano tranquillamente, mentre un uomo sta salendo dalla piccola vallata, portando una fascina di legna. Non deve stupire che l’uomo sia andato lontano a rifornirsi di legna, mentre tutt’attorno vi è una ricca vegetazione, poiché gli zingari avevano l’accortezza di raccogliere tronchi e rami secchi, più adatti a un bel falò, ma anche per rispetto alla natura. In particolare i gypsies inglesi avevano un così grande rispetto per il sambuco e il prugnolo selvatico, di cui usavano le lunghe spine per appuntare come spille i lembi di stoffa con cui ricoprivano le tende, che non avrebbero mai bruciato tali piante nei loro fuochi (Soper, 1996, p. 101).

 

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Franciszek Streitt, Zingari in sosta, 1886, collezione        Shayer il Vecchio, Accampamento zingaro,

privata                                                                                           1830, collezione privata

 

Nell’incisione colorata Zingari di Boemia del pittore belga Jean-François Portaels, noto per i temi orientali e considerato il fondatore della scuola orientalista belga, 1882, collezione privata, le donne con i bambini sono raccolte attorno alla gigantesca pentola, mentre sono assorte a contemplare il fuoco su cui bolle la zumí, il classico minestrone di verdure e carni. Nella cartolina illustrata Nomadi della Transilvania, inizio del XX secolo, una donna che allatta un bambino e una schiera di marmocchi distesi per terra in una serena quiete serale sembrano in adorazione di questo feticcio magico della cucina zingara, che sembra emergere su tutto (la tenda, i cavalli al pascolo e la foresta di conifere), mentre il capofamiglia con i capelli lunghi e la giubba di alamari rimesta la pentola.

 

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Jean-François Portael, Zingari di Boemia,1882,                    Cartolina illustrata, Nomadi della Transilvania,

collezione privata                                                                             inizio XX secolo

 

L’acquarello Primo mattino in un campo di zingari di Laura Knight, famosa artista dell’impressionismo inglese, metà XX secolo, collezione privata, illustra una numerosa comunità di gypsies inglesi in un accampamento, al loro risveglio nella bruma mattutina al levar del sole. In primo piano un gruppo di persone intorno al fuoco che arde in mezzo al campo consuma la colazione, chi beve il thè, chi taglia fette di pane. Qui si nota un tipo diverso di treppiede, tipico dei gypsies inglesi della fine del XIX secolo, detto kettle-prop, costituito da una lunga barra di ferro con un gancio a uncino piantata nel terreno obliquamente e orientata verso il fuoco, su cui si collocava la pentola. Questa soluzione aveva il vantaggio che si potevano collocare intorno al fuoco più kettle prop, anche quattro o cinque, sui quali poter cuocere contemporaneamente più vivande. Il vento spinge volute di fumo verso le roulottes, cosa che gli zingari considerano segno di buon auspicio, poiché un proverbio dice: “O thuv gial kote kaj si shukaribé taj barvalipé” (Il vento va dove c’è bellezza e ricchezza).

    Una ragazza si stira le braccia sbadigliando, un’altra si fa lunghe trecce con i neri capelli, i bambini si sdraiano con naturalezza sull’erba tra le galline e i cani. Sullo sfondo alcuni uomini spingono un carrozzone trainato da un cavallo, mentre un altro sta aggiogando un cavallo a un carro, pronti per partire verso una nuova destinazione. In primo piano un carrozzone con accanto una tenda indugia ancora un po’. Partiranno più tardi e raggiungeranno i loro compagni, nel nuovo posto in cui si sono dati l’appuntamento. Durante i loro viaggi i Rom, per segnalare la direzione intrapresa a chi rimaneva indietro per un qualsiasi imprevisto (una partenza ritardata, una ruota fuori uso o l’azzoppamento di un cavallo), hanno sviluppato un sistema particolare di comunicazione, detto patrin (letteralmente “foglia”), costituito da segnali caratteristici del loro passaggio lasciati lungo la strada: un mucchietto di foglie, ciuffi d’erba annodati, ramoscelli spezzati, stracci appesi ai rami di un albero, un mucchietto di sassi, segni intagliati sulla corteccia degli alberi e perfino piume di uccello o cocci di vetro o ceramica.

Alla pratica della patrin è legata la patetica storia di Ursula, una gypsy inglese della metà dell’Ottocento, e del marito Lancillotto Lovell. Costui, condannato alla deportazione in Australia per aver rubato un cavallo, riuscì a fuggire di prigione e si diede alla macchia, inseguito dai gendarmi. Ursula andò alla sua ricerca con il suo carro, seguendo le pateran (così venivano chiamati nel romanés inglese) che il marito disseminava lungo il tragitto per mezza Inghilterra attraverso pianure, vallate  e colline. Poi, quando erano ormai vicini, avvenne la tragedia. Una notte, mentre attraversava la riva a strapiombo di un torrente, cadde in acqua e morì (Borrow, 1857).

 

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Laura Knight, Primo mattino in un campo di zingari, metà XX secolo, Collezione privata

 

 

La narrazione orale attorno al fuoco

     Attorno al fuoco, specialmente nelle sere d’estate, si consumava un altro importante rito della cultura orale rom: la narrazione di fiabe e racconti (paramicia) da parte degli anziani del gruppo. I Rom, infatti, hanno un ricco e straordinario patrimonio, che affonda le radici in una tradizione tramandata da secoli di generazione in generazione. Oltre ad assolvere una funzione ricreativa, che coinvolgeva l’intera comunità dal più giovane al più anziano  il racconto aveva l’importante finalità pedagogica di trasmette i valori tradizionali del gruppo. Nelle fiabe traspare la fierezza della propria identità, la coscienza dell’ostilità che li circonda, la superiorità compensatoria in certe storie di gagé beffati e la bonaria autoironia in storie di disavventura. In una figurina, emessa a scopo pubblicitario dalla ditta tedesca di caffè Aecht Franck, vi è una scena di vita zingara Attorno al fuoco, dei primi del Novecento, che raffigura un anziano con la pipa in bocca che, davanti a un falò al calar del sole, intrattiene con le sue storie un gruppo di bambini, accoccolati per terra, sotto lo sguardo materno di una giovane donna.

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Figurina Aecht Franck, Attorno al fuoco, inizio ’900

 

 

 

Carrozzoni per ogni stagione

     Se la tenda e i vari carri da trasporto furono in uso presso i Rom di tutti i paesi europei, il carrozzone di legno, trainato da uno o più cavalli, fu prerogativa esclusiva degli zingari dell’Europa occidentale, in particolare i gypsies inglesi e irlandesi, che furono i primi a servirsene già verso la metà dell’Ottocento, i manouches francesi, i sinti mitteleuropei e dell’Italia centro-settentrionale. Gli artisti si sono prodigati a rappresentare i carrozzoni con le più disparate tecniche pittoriche e nelle più varie situazioni, in mezzo a un prato, presso uno stagno, lungo un sentiero di campagna, sotto la neve, tra la fitta vegetazione di un bosco o presso le mura di una città.

La tradizione inglese contemplava diversi tipi di carrozzoni, i più comuni e caratteristici erano il Bow-top, a forma di botte e con il tetto ad arco, e il Ledge, un vero e proprio cottage ambulante. Erano dipinti con vivaci colori e decorati con intagli in legno con motivi floreali, disegni geometrici e spesso arricchiti con foglie d’oro.

L’acquarello Accampamento zingaro di Alfred James Munnings, un artista inglese che trascorse lunghi periodi negli accampamenti degli zingari e nei loro spostamenti nel Kent durante la raccolta stagionale del luppolo, datato 1914, collezione privata, ci offre una realistica descrizione della vita nomade dei gypsies inglesi all’inizio del XX secolo. A destra vi è una piccola tenda a cupola con un pagliericcio ben visibile all’interno e con accanto una giovane donna con i capelli scuri, un lungo grembiule nero e una collana di perline rosse al petto, che posa in piedi con il braccio appoggiato alla sommità curva dell’abitacolo. Una cortina di fumo sale tra gli alberi dal fuoco acceso davanti alla tenda. A sinistra è parcheggiato un carrozzone verde dalle eleganti linee geometriche del tipo Ledge, con il tetto leggermente curvo e le grandi ruote posteriori, che i gypsies ungevano con le lumache raccolte nel bosco. Un comignolo della stufa svetta sulla parte destra del tetto, poiché in Inghilterra i veicoli viaggiano tenendo la sinistra, per evitare che si impigliasse nei rami degli alberi sporgenti sul ciglio della strada.

Il dipinto Tinkers irlandesi di pittore anonimo, fine XIX secolo, collezione privata, rappresenta due famiglie di Tinkers o stagnini itineranti, una popolazione mista di antichi viaggiatori irlandesi e famiglie Romanichals inglesi, che parlano un gergo detto Gamon, un misto di Shelta e Romani, che si sono accampate in una vasta e selvaggia brughiera. Alcune persone sono raccolte davanti a un falò acceso con la compagnia di un grosso cane lurcher, usato per dare la caccia a conigli e lepri, mentre alcune donne abbeverano i cavali che pascolano nel prato. Accanto a un magnifico carrozzone Ledge, vediamo un altro carro del tipo Bow-top, a forma di botte, con un camino situato inspiegabilmente nella parte sinistra, e con l’ingresso chiuso da una porta generalmente “a spinta”, come nei saloons del Far West, su cui generalmente era raffigurato un cavallo. Questo tipo di carro era originariamente utilizzato nelle regioni collinari, essendo leggero e facile da manovrare (Vesey-Fitzgerald Brian, 1944, p. 162).

 

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 Alfred James Munnings, Accampamento zingaro,                   Anonimo, Tinkers irlandesi, fine XIX secolo,

1914, collezione privata                                                                    collezione privata

 

     Il dipinto Carovane zingare nella neve dell’inglese Leila K. Williamson, attiva tra il 1884-1919, membro della Royal Cambrian Academy of Artm, un’associazione di artisti del Galles costituita nel 1882, è una rara immagine di un accampamento invernale nel selvaggio Galles settentrionale, nei pressi di Betws-y-Coed. In una landa innevata sotto una secolare quercia sono posteggiati due primitivi carrozzoni con il tetto a cupola completamente carico di neve con il comignolo posto regolarmente a destra, dal quale escono volute di fumo che salgono volteggiando verso il cielo bigio. A sinistra, mimetizzata tra i colori della natura, si intravede una piccola tenda, da cui si affacciano un uomo in piedi e una donna accosciata davanti a un treppiede, che sembrano tolti da una Natività. In primo piano un ragazzo, che regge un fagotto sulle spalle, e una piccola bambina ritornano chissà da dove all’accampamento, tenendosi per mano e affondando i piedi nella neve.

L’acquarello Accampamento zingaro del pittore statunitense Millard Sheets, noto per i suoi paesaggi e scene urbane raffiguranti persone di umili condizioni, mostra uno dei soggetti dei suoi viaggi, come questa scena inglese nei pressi di York nel North Yorkshire, 1967, collezione privata. Eccellente esempio dello stile modernista californiano di questo artista, l’opera mostra in primo piano una nodosa e contorta quercia che spande ovunque i suoi rami spogli, sotto cui si è sistemata una famiglia zingara ai bordi di una stradicciola di campagna, dove gli azzurri e i rossi acquosi del carrozzone a botte fanno da contrasto con i colori brillanti verde e giallo della natura circostante  (https://www.collectorsnet.com/product/gypsy-camp-york-england/).

 

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Leila K. Williamson, Carovane zingare nella neve,               Millard Sheets, Accampamento zingaro, 1967,

1884-1919, collezione privata                                                     collezione privata

 

Quando si parla di carrozzoni francesi, o più propriamente di roulottes, viene subito in mente il famoso dipinto Le roulottes di Vincent Van Gogh, datato 1888 e conservato nel Musée d’Orsay di Parigi, che rappresenta l’accampamento di una famiglia di manouches francesi in sosta nella campagna nei pressi di Arles, in Provenza. Una fila di carri, due carrozzoni verniciati di verde e un carretto coperto con un telo, costituiscono una parete sospesa sul prato a segnare il limite dell’accampamento, chiuso ai lati da due cavalli dal manto marrone, come a delimitare un “proprio” territorio, chiuso all’orizzonte da una linea retta, oltre il quale vi è il mondo dei gagé, i non-zingari, rappresentato dalla sagoma di un campanile. Gli interspazi lasciati liberi dai veicoli sono “riempiti” dalle figure umane. A sinistra, tra il cavallo baio e il carretto rosso, vi è una bambina vestita di rosa; tra il carretto e le roulottes centrali vi è un gruppo di persone sedute intorno al fuoco e un uomo in piedi, che regge una stanga del carretto; persino lo spazio sotto le ruote dei due carrozzoni è chiuso da persone sedute all’ombra o attorno a un falò. Tutto sembra essersi fermato, nella luce accecante del sole in una esplosione cromatica di colori brillanti, “data a tocchi e virgole”. E’ una pausa dalla realtà in cui l’artista si immerge, alla ricerca di una solitudine non alienante, ma appagata nella natura primitiva e nei rapporti umani senza costrizioni e differenze sociali (Morelli, 1994, p. 68).

 

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Vincent Van Gogh, Le roulottes, 1888, Parigi, Musée d’Orsay

     

Gli accampamenti dei sinti, manouches e romanichels francesi, genti del circo e del luna park, grandi viaggiatori del passato e del presente, sono stati oggetto di numerose opere di artisti, a partire dalla metà del XX secolo. I Romanichels del pittore francese Raymond Rochette, 1950 circa,  Museo delle Belle Arti di Digione, mostra un accampamento di carrozzoni variopinti, due dei quali dipinti in verde in modo da fondersi con il paesaggio, disposte in cerchio, e persone tranquillamente sedute su uno spiazzo erboso accanto a un torrente, tra le colline del Morvan. L’elemento caratterizzante, che attraversa orizzontalmente la tela, sono i panni stesi ad asciugare al sole su una lunga fune, appesa da una parte al carrozzone e dall’altra a un lungo palo, di uno straordinario candore e pulizia, voluta provocazione contro lo stereotipo degli zingari sporchi. I manouches francesi ci tengono molto alle loro case viaggianti e quando acquistano una roulotte nuova, la fanno benedire da un prete e collocano sulle pareti e le mensole interne crocifissi, statuette della Madonna di Lourdes e immaginette dei santi (Dollé, 1980, p. 66).

Nel dipinto Accampamento di Romanichels di Marcel Derulle, artista lorenese che ha trovato fonte di ispirazione nelle scene zingaresche e circensi, metà XX secolo, collezione privata, vediamo un classico treppiede su cui bolle una pentola (piri), due carrozzoni variopinti, una grande tenda triangolare e una donna con un bambino che torna all’accampamento, portando due secchi d’acqua in mano (http://artlorrain.com).

 

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Raymond Rochette, I Romanichels, 1950 circa              Marcel Derulle, Accampamento di Romanichels,

Digione, Museo delle Belle arti                                            metà XX secolo, collezione privata

 

Il dipinto Accampamento zingaro del pittore impressionista francese Marcel Dreyfus, metà XX secolo, ci restituisce una movimentata e romantica scena di vita quotidiana zingara. I manouches si sono sistemati con le loro modeste roulottes in un campo fuori mano lungo un viottolo di campagna. Mentre un uomo conduce al pascolo un cavallo, una donna si appresta a cucinare su un piccolo treppiedi di ferro (pirostjá), tra bottiglie, fiaschi e secchi per l’acqua. A sinistra, all’ombra di uno steccato di cannicci una donna allatta il suo bambino, mentre alcuni marmocchi si riposano dopo l’estenuante viaggio a piedi.

Nel dipinto Les Gitans di Edouard Planchais, metà del XX secolo, collezione privata, in primo piano campeggia un’elegante roulotte verde, all’ombra della quale alcune donne, sedute in cerchio con i loro bambini tra il caotico ammasso di cose sparse intorno, conversano amenamente e un uomo è intento a impagliare una sedia. Altre roulottes della grande kumpania, insieme di famiglie in movimento, sono disseminate lungo un dolce pendio della montagna.

 

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Marcel Dreyfus, Accampamento zingaro,                        Edouard Planchais, Les Gitans, metà XX secolo,

metà XX secolo, Collezione privata                                   Collezione privata

 

Altri artisti francesi documentano con idilliaci quadretti la sosta di carovane itineranti alle porte delle cittadine, dove erano tollerate dalla popolazione locale e che con il passare del tempo suscitavano nostalgici ricordi.

L’acquarello Le roulottes degli zingari sotto i bastioni di Avignone di Antoine Vincent, 1929, collezione privata, ritrae piccoli carrozzoni malandati tra le alte mura medievali della celebre città provenzale e una fila di querce, con una giovane donna in piedi con un bambino in braccio e un’anziana seduta e una sagoma indistinta di un uomo accanto a un cavallo, tra note colorate di azzurro in un paesaggio insolito che sa di antico.

Anche il dipinto La Porta del Mulino a Montreuil-Bellay,  di un artista anonimo (forse lo stesso Vincent?), 1929, ci restituisce l’immagine idilliaca di una piccola roulotte di manouches o verdine, che staziona indisturbata vicino alla Porta del Mulino, vecchia porta medievale della città di Montreuil-Bellay nella regione dei Paesi della Loira, nella Francia settentrionale (https://jacques-sigot.blogspot.com/2015/02/ces-tsiganesnomades-que-la-france.html).

 

 

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Antoine Vincent, Le roulottes degli zingari                         Anonimo, La Porta del Mulino a Montreuil-Bellay, 1929,

 sotto i bastioni di Avignone, 1929, collezione                    collezione privata

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Nel secondo dopoguerra, tra i sussidi didattici della scuola moderna che intendevano avvicinare gli alunni alle culture dei vari popoli vi erano le grandi tavole a colori da appendere sul muro dell’aula, che ne illustravano gli aspetti generali e folcloristici. In questo ambito pedagogico svolse un importante ruolo André Rossignol, un insegnante francese, che creò una serie di mappe scolastiche chiare, educative e dai colori vivaci, che univano arte e pedagogia (http://www.cndp.fr/crdp-poitiers/a decouvrir/files/Brochure-grand-public.pdf).

Un cartellone didattico intitolato Les Bohémiens, 1953 circa, rappresenta un  felice accampamento zingaro alle porte di un villaggio su un vasto prato verde, lungo il corso di un torrente, con i carrozzoni lussuosi contrassegnati da particolari segni simbolici, come il ferro di cavallo sulla porta di entrata o la gabbia delle galline o gadra vicino alle ruote. Una donna al centro dell’accampamento prepara la cena in una pentola sul treppiede di legno, un uomo mangia la minestra sui gradini del carrozzone (ricordiamo che i Rom non si mettono “a tavola”, ma ognuno si serve da sé e si apparta in un angolo tranquillo), mentre un giovane beve a garganella, come il gitano della celebre incisione “Les Tsiganes”, 1862, di Edouard Manet. Un uomo, seduto a gambe larghe su un grande masso, fabbrica cesti e panieri di vimini. Due giovani ragazze tornano dalla  chîne, la vendita “porta a porta” di fiori di carta e di articoli di merceria, come bottoni, nastri, centrini, fazzoletti, asciugami. I bambini giocano nel fiume o cavalcano un cavallo. Intanto dal ponte sul torrente si vede sopraggiungere un altro carro trainato da due cavalli, che raggiunge l’accampamento dopo aver seguito le tracce o patrinjá, lasciate lungo il cammino dai suoi compagni.

 

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André Rossignol, Les Bohémiens, 1953 circa

 

Anche i sinti dell’Italia centro-settentrionale hanno avuto i loro pittori, che ne hanno fatto una rappresentazione a volte viva e realistica, a volte simbolica o stereotipata.

Nel dipinto Zingari di Renzo Martini, artista del gruppo livornese dei Labronici, seconda metà del XX secolo, collezione privata, una famiglia di sinti toscani è riunita in cerchio attorno al falò, davanti a un carrozzone, che porta i segni di un lungo peregrinare, nella calma serena della brezza marina. Una donna in piedi con in braccio una bambina, un uomo con una camicia, calzoni e cappello da contadino seduto su una tinozza rovesciata e una puri daj, la matriarca della famiglia, che indossa vestiti tradizionali, una lunga gonna fiorata e un foulard verde in testa. In disparte un cavallo che si regge faticosamente sulle zampe, mentre bruca un po’ di paglia.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA    Renzo Martini, Zingari, seconda metà XX secolo, collezione privata

 

Il dipinto Accampamento di zingari nei pressi di Milano, 1959, collezione privata, è una grande composizione di Arturo Bollati, in arte Bollart, pittore paesaggista, che giovanissimo si unì a una tribù di sinti lombardi, che gli offrirono ospitalità, e presso i quali visse una breve storia d’amore con la bella Laruka, come racconta lui stesso in modo alquanto romanzato in un libricino di memorie intitolato “Avventure Vagabonde. Vita di un pittore con gli zingari”, pubblicato a Milano nel 1975 circa (Bollati Arturo, Avventure Vagabonde. Vita di un pittore con gli zingari, Milano, 1975 circa).

Le varie scene e i personaggi che animano l’accampamento sono topoi visivi stereotipati, attinti dalle tradizioni di diversi gruppi etnici, e giustapposti in una sintesi pittoresca e coloratissima, per creare un effetto di vita libera e spensierata. Tradizionali carrozzoni sinti figurano accanto a carri semicircolari, a carretti a due ruote e a una grande tenda arabeggiante a strisce colorate con una specie di veranda sostenuta da paletti, tipica dei gruppi balcanico-danubiani. Più che gli individui, sono rappresentati i tipi caratteristici dell’immaginario zingaro, come la donna sulla soglia del carrozzone, che guarda fuori, l’uomo davanti con in mano la chitarra, la fanciulla seduta sul prato che suona la chitarra, con accanto una bella ragazza dai lunghi capelli neri e il seno quasi scoperto che accenna alcuni gesti di danza flamenca, i bambini sdraiati attorno al fuoco scoppiettante che manda volute di fumo che salgono al cielo o fanno il bagno nudi in uno stagno, il focolare con il treppiede e la pentola lasciato inopinatamente incustodito. Più che la rappresentazione della realtà, sembra il tentativo di ricreare un’atmosfera nostalgica di vita da parte di un giovane sognatore vagabondo che, diventato artista, ha fissato le sue illusioni in una suggestiva opera d’arte.

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Arturo Bollati (Bollart), Accampamento di zingari nei pressi di Milano, 1959, collezione privata

    Zingari del pittore neorealista Antonio Corazza, 1961, collezione privata, è un’opera originalissima, sia per la tecnica ad affresco su tela, che per il linguaggio altamente simbolico della struttura compositiva. In un’atmosfera cupa e notturna, che accentua il senso di solitudine, è rappresentato un accampamento delimitato da tre carrozzoni-parallelepipedi di colore azzurro, rosso e verde, disposti in semicerchio, e da uno spiazzo antistante, che racchiude un gruppo di persone-sagome attorno a un falò, le tende e un enorme cavallo bianco. Sono zingari diversi da quelli che conosciamo, immersi nella natura e sublimati dal mito romantico. Questi zingari sono prigionieri del loro mondo, come bachi chiusi nel bozzolo della loro caparbia ostinatezza, rassegnati nel silenzio della loro emarginazione (Antonio Corazza, Edizioni Andrea Moro, Tolmezzo (Udine), 2005 in Orietta Masin orietta.masin@alice.it).

 

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Antonio Corazza, Zingari, 1961, Collezione privata

 

Concludiamo questa  breve ma densa panoramica sull’immaginario artistico, che si è sviluppato intorno alla poetica del viaggio dei “Figli del vento”, con una straordinaria incisione Zingari in riposo di Maria Uhden, pittrice espressionista tedesca, morta dando alla luce il figlio Markus, datata 1918 e conservata nel Museo delle Belle Arti di San Francisco. In una scena notturna dalle suggestioni chagalliane, una famiglia zingara dorme tranquillamente su un prato verde, à la belle étoile. Una madre dorme con il suo bambino tra le braccia appoggiata al cavallo, steso di traverso tra lei e il suo uomo, che sonnecchia a gambe larghe stringendo un altro marmocchio, davanti alla loro casa su ruote, proiettata contro l’infinito cielo stellato, simbolo del loro vagabondaggio. Dopo il lungo e faticoso viaggio diurno, l’augurio della buona notte. Laci rat!

 

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 Maria Uhden, Zingari in riposo, 1918 San Francisco, Museo delle Belle Arti

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bencsik Gábor, http://cihanyokrol,blog.hu.2012.

Bercovici Konrad, The story of the gypsies, London 1929.

Biester Johann Erich, Ueber die Zigeuner, besonders in Königreich Preussen in Berlinische Monatsschrift, v. 21, Berlino, 1793, pp. 108-166; pp. 360-393.

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Borrow George, The Romany Rye, Londra, 1857 (2 voll.).

Cerelli G., Di Rocco M., Di Rocco A., Rom Abruzzesi (a cura di Manna Francesca), 1993.

Corazza Antonio, Edizioni Andrea Moro, Tolmezzo (Udine), 2005 in orietta.masin@alice.it).

Dollé Marie-Paul, Les tsiganes Manouches, 1980.

http://artlorrain.com.

http://paullemasson.free.fr

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https://ernst-eimer.de/166/zur-person

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https://www.pisacanearte.it/index.php/artisti/d/carlo-domenici.html. Liebich Richard, Die Zigeuner in ihrem Wesen und in ihrer Sprache, 1863.

Morelli Bruno, Maledetti dal popolo, amati dall’arte. L’Immagine dello Zingaro nella pittura

       europea da Leonardo a Picasso, 1994, L’Aquila (tesi di laurea).

Peluffo Linari Gabriel in https://www.bellasartes.gob.ar/coleccion/obra/10668.

RomSinto n. 8, novembre 2005.

Soper Irene, The Romany Way, ‎Ex Libris Press, 1996.

Vesey-Fitzgerald Brian, Gypsies of Britain, Londra, 1944.

 

 

 

  NOTE

[1] L’insegnante di una di queste classi intitolò la propria agenzia turistica “Lacio Drom”, in omaggio alla vita errabonda e avventurosa dei suoi piccoli scolari rom (RomSinto, 2005, p. 14).

[2] Il capo zingaro Christoph Adam dei “Rom Xaladitka” della Lituania sintetizzava così le modalità di movimento dei Rom: “Tryne tannende mje sasti dschaha: piesal, kliste e wordineha” (In tre modi possiamo viaggiare: a piedi, a cavallo e con il carro” (Biester, 1793, p. 381).

[3] Konrad Bercovici, animato da una ammirazione sviscerata per i Rom, afferma: “C’è più gioia e più felicità, c’è più poesia e profonda emozione in un campo zingari di tre tende lacere che nella più grande città del nostro mondo civile” (Bercovici, 1929, p.1).


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