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I Rom nell'arte

I Bohémiens: le incisioni di Callot

1 mar , 2017  

In Francia uno degli appellativi per designare i Rom, che ha avuto una grande fortuna dal Medioevo ad oggi, è quello di Bohémiens, che evoca straordinarie suggestioni, dalla poetica romantica dei “Bohémiens en voyage” di Baudelaire, all’ispirazione artistica di due generazioni di pittori della Bohème parigina fino alla consacrazione musicale in una celebre canzone popolare, che diceva: “Zingaro chi sei?” “Figlio di Boemia!”.

La prima e più antica citazione del termine è contenuta in una delibera del 1457 del consiglio cittadino di Sisteron, in Provenza, nella quale si registra il versamento di “un fiorino dato per l’amore di Dio ai Boemianis, perché si allontanino al più presto”. Era una specie di gratifica che le autorità cittadine elargivano alle compagnie zingare di passaggio, perché non si fermassero a danno della comunità, ma proseguissero oltre (Bataillard, 1844 p. 52). Tale denominazione viene comunemente spiegata dagli studiosi con il fatto che le prime bande organizzate di Rom che nel XV secolo entrarono in Francia esibirono un salvacondotto rilasciato loro dall’imperatore e re di Boemia Sigismondo di Lussemburgo, e quindi erano ritenute originarie di quella regione[1].

Una ricostruzione tra il romantico e il caricaturale di questo epico evento è il dipinto L’arrivo degli zingari in Francia dalla Boemia di John Gilbert, pittore e illustratore inglese dell’Ottocento, conservato nella Walker Art Gallery di Liverpool. Una carovana festosa e pittoresca avanza lungo un sentiero in aperta campagna. Davanti un uomo a cavallo, che suona una zampogna, guida un carro di legno con ruote “celtiche” che trasporta uomini donne e bambini, accompagnato da una donna col capo cinto di alloro e da alcuni bambini che avanzano a piedi danzando. Dietro segue il resto della truppa, le donne con i bambini in groppa ai cavalli e gli uomini a piedi con le picche in mano.

 

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 Gilbert John, L’arrivo degli zingari in Francia dalla Boemia, secolo XIX, Liverpool, Walker Art Gallery

 

I “Bohémiens” sono stati immortalati in una serie di straordinarie incisioni da Jacques Callot (1592-1635), disegnatore e incisore francese di Nancy, capoluogo della Lorena, nel nord-est della Francia. Di origine nobile, fin da giovane coltivò la passione per l’arte, ma contrastato dalla sua famiglia, a dodici anni fuggì di casa con l’obiettivo di raggiungere l’Italia, unendosi a una carovana di zingari. E’ da questa esperienza che avrebbe iniziato ad eseguire alcune incisioni, ispirandosi alla loro vita nomade e stravagante. Vero o no, questo aneddoto ha ispirato un altro incisore lorenese, Aimé de Lemud, che ne ha dato una versione romantica nell’incisione Infanzia di Callot, datata 1839 e conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia di Parigi. Callot, ritratto come un giovinetto altezzoso in abiti signorili con in mano un album di disegni, precede il carro della compagnia, a fianco del capo e di sua moglie, che lo tiene per mano, come fossero i loro nuovi genitori adottivi.  In effetti ritroviamo Callot a Roma nel 1608. Nel 1612 si trasferì a Firenze, dove risiedette per nove anni sotto la protezione di Cristina di Lorena, moglie del granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici. Nel 1621 tornò in Francia, dove traspose in incisione i numerosi disegni stesi in Italia, che ritraevano vagabondi e mendicanti, maschere e malandrini, soldati e zingari, che hanno costituito uno straordinario modello per la pittura di genere.

 

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Aimé De Lemud, Infanzia di Callot, 1839, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

     La serie, conosciuta come Les Bohémiens, è costituita da quattro incisioni eseguite nel 1621, che illustrano lo stile di vita nomade degli zingari all’inizio del XVII secolo, mediante alcune scene che rappresentano i “bohémiens” in marcia, durante la sosta e i preparativi del festino. Sebbene ciascuna incisione costituisca un’opera indipendente, unite insieme formano un unico fregio di circa un metro per dodici centimetri, senza soluzione di continuità, nel quale sono descritti in successione i momenti fondamentali del viaggio dei Bohémiens nel corso di una giornata. Edouard Meaume, in effetti, riporta una tradizione secondo la quale i disegni furono originariamente incisi su una singola lastra e in seguito divisi dallo stesso Callot in quattro parti (Meaume, 1860, vol. I part II p. 322-323). Come ha osservato McRitchie, se si uniscono le  incisioni nell’ordine naturale, si vedrà che il ripiano lungo il quale gli zingari stanno marciando corrisponde in ogni riga e ombra al bordo di unione di ciascuna. Inoltre lo sfondo con i casolari e  la gente raffigurata minutamente in una si prolunga nell’altra con minuziosa coerenza (MacRitchie, 1890, p. 7-17).

Due incisioni, tradizionalmente conosciute come Les Bohémiens in marcia, raffigurano un’intera tribù in viaggio, come veniva descritta nelle cronache, formata da una trentina di individui a piedi, a cavallo o su un carretto di legno. In testa al corteo vi sono due uomini a cavallo, probabilmente il capo della banda che portava il titolo di “capitano” e il suo luogotenente, vestiti di farsetto, calzoni al ginocchio, un cappello con un grande pennacchio, alti stivali a imbuto con speroni, armati di pistole e archibugi. Dietro vengono le donne in groppa ai cavalli con i loro bambini. Indossano lunghi mantelli a righe o sfrangiati e portano turbanti di varie tipologie: alcune hanno un semplice foulard legato dietro la nuca, una donna porta la classica ruota circolare e un’altra porta un largo cappello con un grande pennacchio.

Questa avanguardia è scortata da uomini a piedi, alcuni con giubbe eleganti e altri con vestiti dismessi o raccattati chissà dove, con cappellacci a larghe falde piumati o a cono, stivali di pelle e armati di archibugi sulle spalle, spadini al fianco e pistole alla cintura. Un distico  in alto a sinistra avverte ironicamente di non fidarsi di queste persone, che sotto le sembianze di “messaggeri” vanno compiendo misfatti nei paesi stranieri:

Ne voila pas de braves messagers

Qui vont errants par pays estrangers.

     Ecco dei poco raccomandabili messaggeri

Che vanno errando in paesi stranieri.

 

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Jacques Callot, Les Bohémiens in marcia: l’avanguardia, 1621, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

      La retroguardia è formata da un carro, carico di donne, bambini e masserizie, trainato da un cavallo e guidato da un uomo seduto sul basto, che tiene in mano una lunga frusta e porta sulle spalle un piccolo barile di vino, sul quale è appollaiato un gallo che sembra dominare la scena. Ai lati del carro dei bambini a piedi portano gli utensili da cucina. Un ragazzo porta un’enorme pentola sulla schiena, un lungo girarrosto in mano e un bronzino sulla testa a mò di elmo alla don Chisciotte, mentre gli è accanto una bambina con in mano una grande padella rotonda. Altri bambini e alcuni uomini recano in mano, in spalla o sotto il braccio polli, anatre, pecore e montoni rubati lungo la strada. Infine un asino segue il carretto portando una donna che allatta un bambino.    Sullo sfondo in secondo piano sono riprodotte alcune scene minute, appena visibili tra le zampe dei cavalli, che si sviluppano con regolare sequenza in entrambe le incisioni. Si vedono individui sorpresi a rubare animali e galline nei casolari e nelle fattorie, che vengono inseguiti da uomini a cavallo e da contadini armati di forche e bastoni e alcuni di loro sono malmenati o uccisi. Anche qui una didascalia spiega che questi stranieri vivono di rapine e di espedienti e non portano con sé se non le cose che troveranno sul loro prossimo cammino:

Ces pauvres gueux pleins de bonadventures

Ne portent rien que des Choses futures.

Questi poveri mendicanti pieni di rapine

Non portano niente se non cose future.

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Jacques Callot, Les Bohémiens in marcia: la retroguardia, 1621, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

     Nella terza incisione “La sosta dei Bohémiens” la banda si ferma in un villaggio e gli abitanti si affollano intorno agli zingari per farsi dire la buona ventura. Mentre una zingara legge la mano a un gentiluomo, un ragazzino gli sottrae la borsa dalla tasca. Intanto il resto della banda saccheggia pollai, stalle e granai, facendo man bassa di polli, maiali e sacchi di farina. In primo piano una famigliola, seduta tranquillamente per terra, consuma un frugale pasto. A destra un uomo a piedi, armato di archibugio, e una donna a cavallo, probabilmente rimasti indietro per accaparrarsi un lauto bottino, arrivano portando lepri, polli, agnelli e altre piccole rapine. Infine un  uomo con un cappellaccio in testa si gira soddisfatto verso i nuovi arrivati, mentre riempie una cesta di galline e volatili.

Anche questa incisione è la continuazione delle prime due, come mostra a sinistra la scena di un gruppo di contadini che inseguono con forche e bastoni alcuni zingari sorpresi a rubare nel casolare. Sotto il portico, un uomo rincorre una zingara impugnando un’arma di ferro, mentre i maiali fuggono travolgendo ogni cosa, perfino gli stessi zingari. All’aperto due coloni rincorrono due zingare, di cui una è caduta per terra e l’altra è trattenuta per i lunghi capelli. Questa incisione viene chiusa magistralmente con un albero che prelude alla quarta, poiché le sue radici si prolungano nell’incisione successiva. La didascalia in alto a sinistra è un avvertimento per chi si fa dire la buona ventura a non farsi sedurre dalle parole, ma a stare attenti a propri scudi (blancs), alle monete d’argento (testons) e alle monete d’oro (pistolles):

Vous qui prenez plaisir en leurs parolles

Gardeéz vos blancs, vos testons, et pistolles.

Voi che prendete diletto delle loro parole,

Attenti ai vostri soldi, alle vostre monete e ai vostri dobloni.

 

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Jacques Callot, La sosta dei Bohémiens, 1621, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

 

Nella quarta incisione “Il festino dei Bohémiens” i nomadi, dopo essersi procurato durante il giorno le provviste con inganni e ruberie, si sono accampati in una radura del bosco e si apprestano a preparare il pasto serale. A sinistra un uomo sta scuoiando un capretto, mentre in primo piano le donne e i bambini spennano i polli. C’è della carne a cuocere allo spiedo e sul fuoco bolle una pentola di minestra. Al centro una donna sta facendo la “toilette” a suo marito, togliendogli di dosso le pulci, mentre più in alto una donna si dibatte nei dolori del parto. A destra quattro uomini, con un cappello ornato da una piuma di fagiano, segno tradizionale di banditi e soldati mercenari, armati di spadini ed archibugi, giocano a carte sotto un albero, che chiude la serie delle quattro incisioni e la lunga giornata dei Bohémiens. In alto la solita didascalia conclude che questi stranieri sono venuti fin qui dall’Egitto (Callot fa riferimento alla loro supposta origine egiziana) per organizzare questo banchetto:

Au bout du compte ils treuvent pour destin

Qu’ils  sont venus d’Aegipte à ce festin.

Alla fine dei conti essi trovano come destino

Che sono venuti dall’Egitto a questo festino.

 

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 Jacques Callot, Il festino dei Bohémiens, 1621, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

 

Queste originali distici, insieme alla straordinaria resa iconografica, hanno ispirato oltre due secoli dopo il sonetto Les Bohémiens en voyage di Charles Baudelaire. A questo impatto artistico non rimase estraneo il grande compositore e pianista ungherese Franz Liszt, che nel 1861 offrì al poeta un esemplare firmato del suo libro “Des Bohémiens et de leur musique en Hongrie”, un appassionato tributo al talento musicale dei Rom. Tre grandi geni dell’arte, della poesia e della musica, che si incontrano idealmente nel segno dei “Bohémiens” per celebrare la loro straordinaria epopea.

La serie di queste incisioni di Callot sono state  molto spesso copiate, ma la maggior parte di loro si riconoscono facilmente. Molte riportano nomi di editori come Chereau, Langlois, Wisher, che non si trovano mai sulle stampe originali. Inoltre dopo il nome di Callot si legge inventor, mentre negli originali il nome del maestro è seguito dall’abbreviazione fec (fecit). Alcune sono generalmente più scure e le ombre sono più fortemente accentuate, altre hanno dimensioni leggermente superiori all’originale (Meaume, 1860, vol. I part II p. 634-635).

 

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   Jacques Callot, Les Bohémiens (con le incisioni unite)

 

E’ stato giustamente osservato che i “Bohémiens” di Callot hanno un carattere soldatesco. Indossano giubbotti imbottiti, stivali a imbuto, cappelli con piume o pennacchi e sono armati di spade, pistole, pugnali e archibugi. Si spostano in grosse compagnie da una località all’altra, come tanti soldati mercenari dell’Europa moderna, dediti alla rapina e al saccheggio. Le truppe dei soldati e le bande zingare erano accomunate da un medesimo stile di vita itinerante sulle strade maestre, nelle modalità di accamparsi, nell’abbigliamento, nella consumazione dei pasti, nel rapporto conflittuale con la popolazione sedentaria e nella considerazione etica dei loro comportamenti eversivi.

In una incisione Carovana di Egiziani, tratta dall’opera “Raetia” di Giovanni Guler von Weineck, stampata a Zurigo nel 1616, viene raffigurato un drappello di uomini, donne e bambini che camminano a piedi in ordine scompoto come una truppa di soldati, guidati da tre uomini a cavallo con la folta barba e i capelli lunghi, con pesanti giubbe e armati di alabarde.

 

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Carovana di Egiziani, tratta dall’opera “Raetia” di Giovanni Guler von Weineck, 1616, Zurigo

 

Un dipinto intitolato I soldati saccheggiatori di Jean Tassel, datato 1648-1650 e conservato nel Museo d’arte e di storia di Langres, in realtà ritrae una truppa itinerante e armata di zingari. Un uomo, con un fucile in spalla e con una borraccia e un’anatra appese alla sua cintura conduce per la briglia un cavallo bianco, su cui cavalca una donna vista di spalle con la camicia bianca, il corpetto blu e il vestito rigato che tiene nelle sue braccia un bambino. Alla sella è appesa altra selvaggina e una grande pentola per cucinare. Essi sono accompagnati da altri due uomini con grandi cappelli ornati di piume e armati di corte spade. Il gruppo avanza lungo il sentiero in direzione obliqua, inondato dalla luce radente, che indica la fine della giornata al tramonto del sole. La composizione, sfoltita dei personaggi che seguono nell’ombra, sembra suggerire il motivo religioso della fuga in Egitto che, come abbiamo visto, non è estraneo alla rappresentazione iconografica zingara (Ronot, 1990, p. 316-317).

 

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Jean Tassel, I soldati saccheggiatori, 1648-1650, Langres, Museo d’arte e di storia

    Un’incisione Zingari in marcia del pittore tedesco Gotthelf Wilhelm Weise, datata 1771, da un dipinto dell’austriaco August Querfurt, riprende evidentemente il motivo e il titolo delle incisioni di Callot. Uomini a cavallo o a piedi con giubbe e cappelli piumati e armati di tutto punto guidano la comitiva. Dietro seguono le donne su cavalli e giumente con i bambini avvolti nei mantelli, mentre alcuni del gruppo portano sulle spalle la selvaggina e le masserizie. Un’unica nota “settecentesca”, forse poco realistica, è il gregge di pecore, poiché è noto che i Rom erano solo allevatori di cavalli e inoltre una mandria di animali avrebbe solo rallentato la marcia.

 

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Gotthelf Wilhelm Weise, Zingari in marcia, 1771

 

Tra il XVI e il XVII secolo il destino dei Rom si incrocia con quello dei soldati e dei lanzichenecchi sulle strade dell’Europa, devastata dalle guerre di religione (1559-1648) e dalla guerra dei Trent’anni (1618-1648), in un rapporto che coinvolge due aspetti differenti e complementari del fenomeno. Da un lato i Rom, adattandosi e approfittando del disordine politico, dismettono i panni di “pellegrini”, che aveva permesso loro in un primo tempo di ricevere cibo e denaro dalle municipalità cittadine “per l’amor di Dio” e adottano lo stile di vita proprio dei soldati. Questa connivenza di truppe di soldati e compagnie zingare si manifestava negli incontri sulle strade maestre e nelle bettole, nei campi di battaglia dopo uno scontro sanguinoso per accaparrarsi armi e vestiti dei soldati morti, nei saccheggi delle città messe a ferro e a fuoco dalle milizie o abbandonate dagli abitanti per lo scoppio di epidemie. Un’incisione Corteo di soldati di Franz Brunn, datata 1559 e conservata al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga, che mostra una piccola colonna di soldati con le loro mogli, a piedi e a cavallo, è un esempio indicativo della somiglianza delle due formazioni (cavalli, armi e bagagli) e la dimestichezza dei loro rapporti (l’abbigliamento maschile e femminile, l’eccentrico cappello della donna a cavallo, l’elmo piumato del soldato). Si noti il gallo appollaiato sul fagotto che la donna che chiude la marcia porta sulle spalle, una figura ricorrente anche in Callot.

 

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 Franz Brunn, Corteo di soldati, 1559, Norimberga, Germanisches Nationalmuseum

     L’altro aspetto è quello degli “zingari-soldati”, che intrapresero la carriera militare al soldo dei grandi signori o degli stati nazionali in guerra. Numerose bande armate di zingari si arruolarono negli eserciti regolari, agli ordini di un capo che portava il titolo di “capitano”, come Jean de la Fleur che nella seconda metà del secolo XVI militò con alcuni suoi compagni sotto le insegne dei Paesi Bassi spagnoli, o il capitano Jean de La Verdure al servizio di Carlo Emanuele II di Savoia o ancora il capitano Jean-Charles che con la sua compagnia di 400 zingari rese buoni servigi a Enrico IV di Francia durante le guerre di religione. Nel maggio del 1629 a Brissac, nella Loira, si svolse il solenne funerale di Charles de La Grave “capitano di una compagnia di Egiziani”, al quale parteciparono più di trecento persone (De Vaux de Foletier, 1956, n. 2 pp .2-10). Il 16 luglio 1626 nei registri della chiesa parrocchiale di Schonebeck, in Sassonia, è registrato il funerale del capitano Tommaso Tommaso di Diepholz che “fu sepolto con tamburi e corni militari” (Mode-Wolffling, Lipsia 1968 p. 154).

Soprattutto durante la guerra dei Trent’anni si incontrano numerosi membri di queste bande, accompagnate dalle donne e dai bambini, tra le truppe mercenarie, accanto a soldati e fanti dell’esercito regolare, come illustra questa incisione Zingari con carro del XVII secolo, Archivio Dankward Heinrich.

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 Guerra dei Trent’anni, Zingari con carro, Secolo XVII, Archivio Dankward Heinrich

 

L’arruolamento consentiva ai Rom di avere a disposizione le cavalcature, le armi e tutto l’equipaggiamento necessario, ferri di cavallo, finimenti di cuoio, briglie e speroni, nonché capi di vestiario. Come acutamente osserva Diana de Marly, sotto l’impatto di queste guerre gli uomini zingari furono i primi a modernizzare il loro abbigliamento, avendo a disposizione una quantità di abiti procurati sui campi di battaglia denudando i soldati uccisi oppure acquistati di seconda mano nei mercati e nelle fiere. Anche lo stravagante cappello, stretto dietro e molto spiovente davanti con un maestoso pennacchio che vediamo addosso alle donne zingare nelle incisioni di Callot, doveva caratterizzare le mogli dei soldati e offriva il vantaggio di essere molto più pratico rispetto al vecchio disco, che aveva bisogno di un telaio in vimini per tenerlo su (de Marly, 1989,  p. 55).    Uno dei personaggi più rappresentativi del ruolo svolto dai Rom in uno dei periodi più catastrofici della storia europea è l’avventuriera “Courage”, l’eroina del romanzo picaresco di Hans Jacob Christoffel von Grimmelshausen “Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Coraggio”, pubblicato nel 1670. Il romanzo racconta le avventure di Libuschka, soprannominata Courasche, una donna rotta a tutte le esperienze più nefande della guerra dei Trent’anni, vagabonda, avventuriera, vivandiera, soldato (travestita da uomo per sopravvivere in un mondo di uomini violenti), prostituta, moglie di molti ufficiali, che alla fine diventa la donna del capo di una banda di zingari, vivendo di furti, rapine e arti magiche. 

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La vagabonda Courage, da “Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Coraggio” di Hans Jacob Christoffel von Grimmelshausen, 1670.

 

 

 NOTE

[1] Pierre Belon, naturalista francese del XVI secolo, faceva derivare la parola Bohémiens dall’antico bretone boëm ‘stregato’, adducendo il fatto che gli zingari “vivono di sortilegi e divinazioni” (Belon, 1554 f.112).

 

 

   BIBLIOGRAFIA

 Bataillard Paul, De l’apparition et de la dispersion des Bohémiens en Europe, Parigi, 1844.

Belon Pierre, Les observations de plusieurs singularitez et choses mémorables trouvéès en Gréce, Asie, Judée, Égypte, Arabie, etc, Parigi, 1554.

De Marly Diana, The Modification of Gipsy Dress in Art (1500-1650) in Costume, the journal of the Costume Society n. 23 1989, Londra.

De Vaux de Foletier François, Recherches sur les Tsiganes dans les anciens registres paroissiaux in Etudes Tsiganes, 1956, n. 2 pp .2-10

MacRitchie David, Callot’s “Bohemians” in JGLS Edinburgo, s. 1, vol. II (1890), p. 7-17.

Meaume Edouard, Recherches sur la vie et les ouvrages de Jacques Callot, Parigi, 1860, II volumi.

Mode Heinz-Wolffling Siegfried, Zigeuner, Lipsia 1968.

Ronot Henry, Richard et Jean Tassel: peintres à Langres au XVIIe siècle, Parigi, 1990


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