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I Rom nell'arte

Gli zingari “en plein air”: Barbizon e dintorni

20 gen , 2018  

La caratteristica fondamentale che distingue i Rom dagli altri, i gagé, è il loro rapporto con la natura. Nomadi o sedentari, i Rom hanno elaborato un rapporto di simbiosi con la natura fondato su una rete di relazioni empiriche e simboliche estremamente originali[1]. La loro vita quotidiana all’aria aperta, sotto una tenda o in un carrozzone ippotrainato, nei boschi o lungo un fiume, nell’aperta campagna o nell’arida brughiera, nei campi nomadi o negli insediamenti urbani, è costantemente scandita dal ritmo della natura e fondata su relazioni sociali in spazi aperti. Vivendo a stretto contatto con l’ambiente naturale, si sono specializzati in una raffinata tecnica di “domesticazione” delle risorse del mondo vegetale. Hanno potuto nutrirsi grazie alla raccolta di erbe selvatiche e frutti spontanei, funghi, radici, miele selvatico e alla cattura di animali selvatici come lepri, conigli, cinghiali, porcospini, lumache. Grazie al quotidiano contatto con la natura, hanno sviluppato una farmacopea naturale (drab ‘erba medicinale’), fondata sulla conoscenza e sull’utilizzo terapeutico delle erbe e delle piante. La drabarní, la donna che raccoglie le erbe, ossia guaritrice, era una figura emblematica nella società romaní, ferratissima in tutti i tipi di erbe, sulle loro proprietà curative, l’età della fioritura, il pe­riodo in cui raccoglierle, il grado di essicazione necessario e il trattamento nel preparare tisane, infusi  unguenti e decotti.

E’ naturale che molti artisti abbiano trovato l’ispirazione per le loro opere negli zingari “en plein air”, dove essi hanno sempre dimostrato di sapersi muovere a meraviglia. Tra i primi vi furono gli artisti cosiddetti della Scuola di Barbizon, che intorno al 1830 scelsero questo piccolo villaggio francese, ai margini della foresta di Fontainebleau a sud di Parigi, come luogo privilegiato ove lavorare a contatto diretto con la natura e ritrarre il paesaggio dal vero. Il loro principale luogo di ritrovo era una locanda o albergo, gestito da Madame Ganne, dove potevano trovare alloggio e scambiare le loro esperienze artistiche. Un acquarello intitolato Barbizon, l’albergo Ganne di Maurice Jacques, 1880, offre una romantica veduta del tranquillo borgo francese con uno spaccato realistico di vita quotidiana. Davanti alla celebre locanda, oggi trasformata in un museo che ospita una collezione di oltre 400 dipinti, sosta una carovana di zingari, mentre una donna legge la mano a un contadino, tra l’indifferenza di alcune donne intente ai lavori domestici e di qualche distratto viandante.

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Maurice Jacques, Barbizon, l’albergo Ganne, 1880

 

La foresta di Fontainebleau, che si trovava a una lega da Barbizon, offriva rifugio a numerose carovane di zingari, che si accampavano nelle radure e vivevano di selvaggina e di frutti selvatici, ricevendo talvolta la visita dei pittori alla ricerca di un naturalismo esotico e spontaneo a cielo aperto[2]. Tra queste carovane ve n’era una guidata da un certo Rasponi, alla quale si era unito il poeta e scrittore francese Jean Richepin, affascinato dalla loro vita nomade. Una mattina del 1890 all’alba una nutrita schiera di “rapins” (apprendisti pittori) di Barbizon, muniti di cavalletto, tela e pennelli, si piazzarono davanti  all’accampamento e cominciarono a ritrarre i membri della famiglia, compreso anche Richepin che aveva “l’aria più zingara della truppa” (Crest (du), 2008, p. 262).

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Jean Richepin posa con una famiglia zingara per i pittori di Barbizon (da Le Figaro illustré 1890)

 

La foresta di Fontainebleau fa da suggestiva cornice al dipinto Zingari che si recano a una festa di Narcisse Virgilio Díaz de la Peña, pittore francese di origine spagnola tra i più rappresentativi della scuola di Barbizon, che passava le estati a dipingere paesaggi en plein air o, come amava dire, “a sorprendere la natura a casa sua”, datato 1844 circa e conservato al Museo di Belle Arti di Boston. L’artista ritrae una pittoresca banda di uomini, donne e bambini, all’uscita da una gola che si perde nella profondità della foresta, che avanzano allegramente, recando cesti di frutta e vivande, verso un vicino villaggio. Alle ombre del fogliame e del sottobosco si alternano morbidi effetti di luce che rimbalzano sui tronchi degli alberi, sui massi rocciosi e sugli orpelli scintillanti delle donne zingare nella concitazione del viaggio ( Ronzières (de), 1844, p. 25-26).

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 Narcisse Virgilio Díaz de la Peña, Zingari che si recano a una festa, 1844, Boston, Museo di Belle Arti

 

In un altro dipinto Zingari in una foresta, datato 1851 e conservato nel Museo di Belle Arti di San Francisco, il pittore ritrae in primo piano un gruppo di uomini e donne con in braccio i loro bambini seduti sui massi rocciosi della foresta e sullo sfondo il sentiero che s’inoltra nel bosco. La luce, che filtra dallo scuro fogliame degli alberi, si riverbera sui volti e sulle candide vesti dei personaggi, sapientemente collocati nello spazio, creando un vibrante contrasto coloristico e nello stesso tempo una straordinaria atmosfera di armonia tra la componente umana e la natura.

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 Narcisse Virgilio Díaz de la Peña, Zingari in una foresta, 1851, San Francisco, Museo di Belle Arti

 

Il paesaggismo di Fontainebleau riappare nell’Accampamento di zingari del pittore abruzzese Giuseppe Palizzi, caposcuola del verismo pittorico italiano, che fu influenzato dalla scuola di Barbizon durante il suo soggiorno in Francia, datato 1845 e conservato nella Galleria d’Arte Moderna di Firenze. L’artista rappresenta in una visione arcadica il bivacco di un gruppo zigano al limitare della foresta (probabilmente una scena consueta a quel tempo), con le donne vestite con lunghi mantelli e gli uomini indaffarati tra animali e fagotti e con il fuoco al centro del raduno familiare (Morelli, 1994, p. 72-73). Una luce diffusa inonda il gruppo in primo piano, mentre sullo sfondo l’intrico lussureggiante di vecchie querce, faggi, pini silvestri e larici nelle variazioni cromatiche del sottobosco lascia trasparire uno sprazzo di cielo azzurro.

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Giuseppe Palizzi, Accampamento di zingari, 1845, Firenze, Galleria d’Arte Moderna

 

    Oltre ai boschi la pittura “en plain air” sfruttò l’aperta campagna, la brughiera o la steppa che si perdono a vista d’occhio, creando scene piene di romanticismo ma anche di umanità. Édouard Debat-Ponsan, pittore francese di formazione realista, cerca di cogliere l’interiorità dei personaggi, in accordo con il contesto naturalistico della campagna dell’Occitania sud-occidentale, dove era nato e dove trascorreva gran parte delle estati. Nel dipinto La gitana à la toilette, 1896, collezione privata, una ragazza, seduta sul  prato vicino a un piccolo stagno, pettina con sensuale naturalezza i lunghi capelli neri, specchiandosi in uno specchio appoggiato a una vecchia sedia spagliata, con accanto un cagnolino. Più in là, sul ciglio della strada sterrata, all’ombra di un boschetto la famiglia di manouches si riposa accanto al vecchio carrozzone (verdine) e a un bianco cavallo libero di pascolare.

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Édouard Debat-Ponson, La gitana à la toilette, 1896, Collezione privata

 

Anche gli artisti polacchi attivi nell’Ottocento a Monaco di Baviera prediligevano dipingere all’aria aperta, immergendosi nella natura, alcuni dei quali hanno dipinto quadri di genere ispirati agli zingari. Il dipinto Il pittore all’aperto del polacco Antoni Kozakiewicz, 1895, collezione privata, rappresenta un accampamento di rom sedentari o semisedentari dei dintorni di Szczawnica, nella Polonia meridionale, dove l’artista si era stabilito. Nella scena, di straordinaria freschezza inventiva, il pittore rappresenta sé stesso al cavalletto, mentre sta ritraendo una ragazza con un bambino in braccio. Dietro di lui, due giovani sdraiati per terra e una madre con i suoi bambini osservano il pittore al lavoro con aria curiosa e, nello stesso tempo, perplessa, chiedendosi che cosa ci potesse trovare un artista nelle loro capanne fatiscenti e nelle loro ordinarie persone, rivestite più di stracci che di indumenti.

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Antoni Kozakiewicz, Il pittore all’aperto, 1895, collezione privata

 

Nella Spagna ottocentesca protagonisti emblematici della vita “en plein air”, circondati da un’aureola di esotismo romantico, erano i gitani che vivevano nelle cuevas del Sacromonte di Granada. Nella Famiglia di gitani in viaggio di Achille Zo, un pittore francese di origine basca, 1861, Museo di Belle Arti di Bayonne, vediamo un’allegra comitiva di gitani, chi a piedi, chi a cavallo o a dorso di un’asino, che camminano lungo un sentiero passando accanto a una delle loro case scavate nella roccia. Non sono “in viaggio”, come dice il titolo, piuttosto sembra che stiano tornando a casa da una festa o da una cerimonia, come mostra il giovane che suona il mandolino e l’asino bardato a festa. Sullo sfondo alle loro spalle vi è l’Alhambra vista dal Sacromonte.

Questa angolatura prospettica doveva essere tra le più suggestive e ricercate, se essa si ritrova pressoché identica in alcune opere di altri artisti, come nel dipinto Due donne gitane fuori dalla loro casa del pittore danese Peder Severin Krøyer, datato 1878 e conservato nello Statens Museum for Kunst di Kopenhagen, in cui si vede il sentiero protetto da un muricciolo, la facciata della cueva con un enorme cactus e la porta con architrave invece che con arco a tutto sesto e sullo sfondo la torre dell’Alhambra che svetta tra gli alti cipressi.

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 Achille Zo, Famiglia di gitani in viaggio, 1861, Bayonne, Museo di Belle Arti

 

Un altro grande pittore che si ispirò al costumbrismo spagnolo incentrato sui gitani, fu il francese Alfred Dehodencq, che visse a stretto contatto con i suoi modelli e fu esaltato da Mérimée per aver catturato con il suo realismo “l’essenza dello zingaro spagnolo”. Dehodencq inserisce magistralmente i gitani nel paesaggio andaluso, fondendo la loro essenza pittoresca e quasi selvaggia con la magica atmosfera, carica di cromatismi e di luminosità, del sud della Spagna. Nel dipinto Gitani al ritorno da una festa in Andalusia, datato 1852 e conservato nel Museo di Chaumont, una eterogenea comitiva di uomini, donne, bambini e animali scende disordinatamente da uno stretto sentiero delimitato da una ripa scoscesa. Le donne vestono colorate gonne a balze e scialli scuri, con un fiore tra i capelli neri e grandi orecchini. Gli uomini indossano una camicia bianca, un gilet scuro, pantaloni stretti di panno, una fascia di seta attorno alla vita e scarpe di cuoio marrone. I bambini con corti sai a maniche larghe e un cappello come gli adulti camminano a piedi nudi. Alcune donne viaggiano su un rudimentale carro trainato dai buoi e i più piccoli in groppa a un asino. La fiumana di persone ondeggia festosa al ritmo di danza agitando le mani, accompagnata da un vecchio che suona la chitarra e da una giovane ragazza con un tamburello basco.

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Alfred Dehodencq, Gitani al ritorno da una festa in Andalusia, 1852, Museo di Chaumont.

 

In un altro dipinto Bohémiens in marcia, datato 1869 e conservato nel Musée d’Orsay di Parigi, una famiglia gitana con donne dal colore scuro, il profilo ovale, il naso aquilino e grandi orecchini pendenti e uomini dai visi scuri con la camicia e il gilet o una lunga cappa nera o zimarra incede con l’ordinaria sicurezza tra le aride balze del Sacromonte di Granada con sullo sfondo la sagoma dell’Alhambra. Figure dinoccolate, quasi danzanti, come se il movimento per loro non sia che eterna danza.

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    Alfred Dehodencq, Bohémiens in marcia, 1869, Parigi, Musée d’Orsay

    Come tutti gli altri rom, i gypsies inglesi o Romanichels sono stati discriminati e perseguitati ferocemente fin dal loro arrivo in Inghilterra agli inizi del XVI secolo. Ma, a differenza degli altri paesi, essi non erano considerati stranieri, semmai diversi, e costituivano parte integrante e naturale della società inglese, vivendo a fianco del resto della popolazione. I vari e numerosi clan familiari in cui erano suddivisi si accampavano, soprattutto durante l’inverno, nelle numerose foreste di cui è ricca l’Inghilterra, come la Foresta di Dean, nel Gloucestershire, nell’Inghilterra sud-occidentale; la Foresta di Winterfold, nel Surrey, nell’Inghilterra sud-orientale; la Foresta di Norwood a sud di Londra, dove potevano vivere indisturbati, lontano dai controlli oppressivi delle autorità locali[3].

Uno dei luoghi più famosi era la New Forest (“Nevi Wesh” in lingua gyspy), nell’Hampshire, a sud-ovest di Londra, una riserva reale di caccia, dove vivevano grosse comunità di zingari, appartenenti soprattutto al clan degli Stanley e per questo soprannominatiKashtengrees” (abitanti dela foresta). Si procacciavano il cibo cacciando i cervi con cani lurcher e raccogliendo ogni sorta di frutti selvatici, fra cui il mirto di palude, con le cui foglie lasciate macerare in acqua e miele producevano una birra artigianale o “sweet gale”, come veniva chiamata (Soper, 1996, p. 97).

Numerosi artisti inglesi trassero la loro ispirazione dagli zingari “en plein air” della New Forest. A differenza degli artisti del continente, come i pittori della scuola di Barbizon o i frequentatori delle cuevas del Sacromonte di Granada, che praticavano l’approccio del “mordi e fuggi”, la maggior parte degli inglesi condividevano il loro modo di vita, vivendo stabilmente presso di loro in carovane, tende o cottage di legno. Inoltre il loro interesse li coinvolgeva nella partecipazione alla difesa dei loro diritti in associazioni culturali, antropologiche o filantropiche.

    Una delle prime pittrici ad essere attratte da questo mondo fu Amelia Goddard, che compì i suoi studi a Parigi, avendo come maestro il ritrattista Charles Chapelin, e visitò Fontainebleau, dove incontrò Rosa Bonheur, la famosa pittrice di animali, vicina agli artisti della Scuola di Barbizon, con cui divenne amica. Tornata in patria nel 1875, fedele alle parole del suo maestro: “Segui la Natura che è sotto i tuoi occhi e non allontanarti mai da lei”, si stabilì nella New Forest, dove visse per molti anni in una carovana, dipingendo ritratti e scene di vita zingara, tanto da essere chiamata la “Gypsy Painter” (https://tjgoddard.wordpress.com/eliza-goddard-1840-1915/).

Nel delizioso dipinto In holly shelter, fine XIX secolo, collezione privata, è rappresentato un piccolo accampamento gypsy nella lussureggiante New Forest al riparo di cespugli di agrifoglio. Al centro vi è una piccola tenda a cupola (bender), fatta con rami flessibili di salice o nocciòlo, ricoperti con un telo grossolano. A sinistra un carretto a due ruote per piccoli spostamenti e per il trasporto di vettovaglie e bagagli, sotto il quale sta riposando un vecchio, all’ombra lontano da occhi indiscreti. Accanto alla tenda, da cui si affaccia curiosa una bimba con la corta gonna e i piedi nudi, vi è il treppiede (chittie), con una pentola tra le volute del fumo, e gli zingari felici attorno al fuoco, donne e bambini distesi sull’erba, e un uomo al lavoro, forse a fabbricare scope d’erica o mollette da bucato, con cui gli zingari si guadagnavano da vivere.

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 Amelia Goddard, In holly shelter, fine XIX secolo, Collezione privata

 

     Qualche decennio dopo, alla fine degli anni ’40 del secolo scorso, un’altra pittrice, la gallese Eryl Vize, si adattò a vivere per alcuni anni tra gli zingari in un carrozzone a Chilly Hill, nella New Forest. Trasse ispirazione dalla natura e dai suoi amici, che l’accolsero come una di loro, dipingendo scene di vita “piene di spirito zingaro” (Bairacli-Levy).

Nel disegno Zingari della New Forest, 1950 circa, l’artista ci offre uno straordinario spaccato della vita quotidiana che si svolgeva in una delle ampie radure di quella straordinaria estensione di boschi, pascoli, prati e paludi che nel 2005 fu trasformata in parco nazionale, con la denominazione New Forest National Park. In primo piano alcune povere baracche di legno, donne sedute per terra con i loro bambini, un uomo sdraiato sulla soglia della sua capanna, la pentola sul fuoco, bambini che giocano su una rudimentale altalena a carosello e una bambina che attinge acqua da uno stagno. Sullo sfondo altre casupole di legno con il tetto di paglia e accanto un carrozzone (vardo) e alcuni uomini indaffarati che trasportano materiali su un carro a due ruote.

Questa immagine servì da illustrazione per la copertina del libro “Wanderers of the New Forest” (1858) di Juliette de Bairacli-Levy, una celebre studiosa di botanica e di erboristeria, nel quale racconta le sue esperienze in un lungo periodo trascorso nella foresta vivendo in un cottage, durante il quale fece la conoscenza dell’artista gallese.

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 Eryl Vize,  New Forest Gypsies, 1950 circa

 

L’artista più strettamente associato ai gypsies della New Forest fu il famoso pittore post-impressionista inglese Augustus John, con i quali trascorse molti anni, lui e la sua famiglia allargata, che comprendeva la moglie Ida, l’amante e modella Dorothy (Dorelia) McNeill e i figli di entrambe le donne. Viveva in un tipico carrozzone zingaro (vardo), imparò la lingua romanì e amava vestire in stile gitano, tanto che gli zingari della foresta, che lo chiamavano Sir Gustus, lo consideravano il loro re. Ricoprì la carica di presidente della Gypsy Lore Society, la più prestigiosa associazione di ziganologi fondata nel 1888, dal 1937 al 1961, è lottò strenuamente per i loro diritti a viaggiare e insediarsi liberamente nelle aree pubbliche.

Nel dipinto La tribù zingara, datato 1940 e conservato nel National Museum of Walles di Cardiff, raffigura in primo piano, come fosse un’istantanea, una donna gypsy dai tratti fortemente inglesi con i capelli corti e biondi, a piedi nudi e con i vestiti logori e rattoppati e i suoi bambini, prevalentemente biondi, in una radura boscosa occupata da due carrozzoni con ruote traballanti e un malfermo cavalluccio bianco.

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Augustus John, La tribù zingara, 1940,  Cardiff, National Museum of Walles

       Un altro artista, la cui vita fu condizionata da una attrazione fatale per i gypsies fu Sven Berlin, pittore, scultore e scrittore inglese. All’inizio della sua carriera artistica aderì al movimento di avanguardia astrattista di St. Ives nella Cornovaglia occidentale, ma dal quale si dissociò per insanabili contrasti con alcuni membri. Alle difficoltà artistiche si aggiunse poco dopo il divorzio con la moglie Helga. Su incoraggiamento di Augustus John, che aveva conosciuto a Mousehole, nell’estremità occidentale della Cornovaglia, nel 1953 si trasferì con la nuova moglie Juanita a Shave Green, nella New Forest, accolto favorevolmente dalla comunità gitana locale. Durante gli anni in cui visse in questo dorato isolamento, Berlin realizzò una importante serie di dipinti e disegni, nei quali documentò la vita degli zingari nella foresta. In seguito narrò le sue esperienze e conoscenze della cultura zingara in un romanzo intitolato “Dromengro: Man of the Road” (1971).     Nel dipinto Juanita, 1956, l’artista rappresenta il ritratto della moglie con i lunghi capelli neri e un cappello floscio in testa seduta su una poltrona, alle cui spalle appaiono gli intarsi colorati del carrozzone di legno del tipo Ledge, un vero e proprio cottage ambulante. Indossa un lungo cappotto scuro e una gonna fiorata, lunghi orecchini con corallo e una collana di corallo da cui pende una strana moneta. L’abbigliamento dai colori vividi, l’acconciatura hippy, l’atteggiamento fiero e il fucile da caccia che tiene in mano le conferiscono un’aria da vera gypsy, libera e ribelle. Qualche anno dopo, nel 1963, Juanita avrebbe abbandonato Sven e sarebbe fuggita con il giornalista irlandese Fergus Casey, che sposò nel 1971.

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Sven Berlin, Juanita, 1956

 

Artisti come Augustus John e Sven Berlin hanno raccolto gli ultimi bagliori della vita “en plein air” delle comunità zingare nelle foreste inglesi prima di essere sfrattate con la forza a metà degli anni ’60 dalle autorità locali e costrette a vivere in case popolari o in veri e propri ghetti (Caravan Sites Act del 1968). Lapidi e targhe, erette sul posto dei loro insediamenti, ricordano i gloriosi tempi in cui gli zingari animavano con le loro voci, le occupazioni quotidiane, i canti e le cerimonie rituali le aree naturali più nascoste e protette dall’intervento distruttivo dell’uomo civilizzato e fornivano ispirazione artistica ai pittori.

Uno dei memoriali più significativi si trova a Black Patch, una vasta area a brughiera e boschi a Smethwick, Birmingham, nell’Inghilterra centro-occidentale, dove dalla metà del XIX secolo fiorì una comunità zingara sotto l’autorità del loro “re” Esaù Smith, che le autorità locali sfrattarono nel 1905, trasformando l’area in un parco. Black Patch assurse agli onori della cronaca negli anni ’90  quando da alcune testimonianze e ricerche emerse che il famoso comico Charlie Chaplin non era nato a Londra nel 1889, come comunemente si crede, ma in una roulotte nella comunità gypsy di Smethwick e che sua madre Hannah Smith era una romanichel inglese.

Il solenne monumento, in cui è raffigurato artisticamente un classico accampamento zingaro con alcuni tradizionali carrozzoni, le tende e una famiglia raccolta attorno al fuoco, fu eretto nel luglio del 2015 “per onorare -come si legge nell’epigrafe- lo storico contributo dato a Black Patch Park dalla comunità delle famiglie zingare Smith, Loveridge, Badger, Clayton, Scarret, Owen, Hill, Davies e Gorman alla preservazione di questa terra come spazio aperto che ha consentito di creare e aprire ufficialmente il Black Patch Recreation il 21 giugno 1911”  (http://www.winsongreentobrookfields.co.uk/).

Il rapporto dei Rom con l’ambiente e il territorio ha avuto una fondamentale importanza, non solo da un punto di vista artistico e “romantico”, ma anche dal punto di vista della loro tutela e valorizzazione, per l’uso ecologico e simbolico che ne hanno fatto lungo i secoli.

 

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Monumento commemorativo dell’insediamento zingaro a Black Patch (Smethwick, luglio 2005)

 

 

 

NOTE

[1] Rino Gaion osserva che ci sono due diverse intelligenze di concepire la natura. L’uomo occidentale, il gagio, conosce il mondo solo impadronendose e trasformandolo continuamente. Dall’altro lato vi è un diverso modello di intelligenza, che consiste piuttosto nel tentare di umanizzare il mondo, costruendo su di esso una rete di relazioni simboliche (Leonardi-Gaion, 1985, p. 9).

[2] George Sand ebbe contatti diretti con gli zingari accampati nella foresta di Fontainebleau, che fa da cornice iniziale al suo romanzo “La Filleule” (La Figlioccia) del 1853, che narra la vicenda della gitana Morena, venuta alla luce proprio in quella foresta.

[3] All’inizio del XIX secolo il medico John Goddard di Christchurch, ai margini della New Forest, fu svegliato in piena notte da uno zingaro che era giunto a cavallo da un remoto angolo della foresta a chiedere aiuto per una donna della sua tribù che stava male. Il medico si mise subito a disposizione, ma dovette essere bendato, in modo che il luogo in cui si trovava il campo rimanesse segreto (https://tjgoddard.wordpress.com/eliza-goddard-1840-1915).

 

 

BIBLIOGRAFIA

  

Crest (du) XavierBohémiens, Gitans, Tsiganes, et Romanitchels dans la peinture française du XX siècle, in Moussa Sarga (a cura di), Le mythe des Bohémiens dans la littérature et les arts en

Europe, Parigi 2008.

https://tjgoddard.wordpress.com/eliza-goddard-1840-1915.

http://www.winsongreentobrookfields.co.uk/.

Leonardi Walter, Gaion Rino, Zingari Immagini di una cultura braccata, Milano, 1985.

Morelli BrunoMaledetti dal popolo, amati dall’arte. L’Immagine dello Zingaro nella Pittura Europea da Leonardo a Picasso, 1994, L’Aquila (tesi di laurea).

Ronzières (de) AlfredSalon de 1844, in Revue de l’orient, de l’Algérie et des colonies, Volume 4, Parigi 1844, p. 25-26).

Soper Irene, The Romany Way, Londra, 1996.


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