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I Rom nell'arte

Fiere, sagre e mercati: il rendering della festa e del commercio

17 mar , 2019  

Uno dei luoghi comuni della ziganologia è che i Rom hanno sviluppato una preminente relazione con il mondo rurale e contadino. E’ indubbio che il loro stile di vita itinerante li metteva costantemente in contatto con le popolazioni rurali, alle quali chiedevano i generi alimentari di prima necessità (farina, pane, lardo, patate, parti scadenti di carne bovina e suina, acqua da bere e per fare da mangiare) e alle quali offrivano vari tipi di prestazioni (pentole di rame, caldaie, casseruole, ferri di cavallo, ceste di vimini, mollette da bucato, oltre a spettacoli e intrattenimenti musicali ecc.).

Tuttavia si è enfatizzato troppo il ruolo che la società agricola ha svolto nelle dinamiche interattive con le varie comunità rom, a scapito di una giusta loro collocazione in un ambito cittadino. Per la maggioranza dei Rom è il centro urbano il luogo principale deputato allo svolgimento delle loro attività economico-commerciali e delle loro prerogative “predatorie”, come la questua e la chiromanzia, in un rapporto di simbiosi a basso profilo e a loro esclusivo vantaggio. E’significativo che nella lingua rom il termine per “città” è foro (dal greco foros ‘mercato’), identificando la città con il mercato cittadino. I Rom non hanno mutuato dal greco il termine più ovvio polis ‘città’, ma foros perché rispondente al loro immaginario della città, insignificante sotto l’aspetto politico-urbanistico (polis), ma importante come luogo economico (foros).

Una costante comune a tutte le comunità rom è la loro frequentazione dei mercati cittadini, le fiere dei cavalli, le sagre paesane, le feste patronali, dove vi è grande concorso di folla e di clientela per le transazioni economiche degli uomini (commercio di equini, vendita di prodotti artigianali) e delle performances esclusive delle donne (questua e chiromanzia). Gli artisti non mancano, quindi, di rappresentare il “rendering” di questo spettacolare mix di attività economiche e cerimonie farsesche, inserendo gli zingari (specialmente le donne) nelle scene che rievocano appuntamenti mercantili o momenti di festa, come le sagre paesane, il carnevale, i pellegrinaggi e le ricorrenze religiose.

Nella Festa fiamminga, opera di un pittore fiammingo della cerchia di Pieter Balten, uno dei principali inventori del genere della scena del villaggio, seconda metà del XVI secolo, Palais Galliera di Parigi, è rappresentata l’esuberante allegria che anima la fiera cittadina in una molteplicità di scene e di personaggi coloratissimi e farseschi. Gente che mangia e beve attorno a un tavolo fuori dalla taverna, bancarelle con i prodotti, nobili a cavallo, giocatori, gente che balla in cerchio, qualcuno che ha un malore, una rissa tra i cani che abbaiano. In primo piano a destra due donne zingare intrattengono i clienti. Una zingara dallo straordinario turbante circolare, seduta per terra, legge la mano a una contadina, mentre due marmocchi trafugano il cibo dal cestino lasciato incustodito. Accanto una giovane zingara conversa con un distinto giovanotto con un bastone in mano, mentre un bambino ricciuto avvolto in uno svolazzante mantello lo borseggia.

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Pieter Balten (seguace), Festa fiamminga, seconda metà XVI secolo, Parigi, Palais Galliera

 

In una Festa fiamminga di Jan Brueghel il Vecchio, datata 1600 e conservata alla Royal Collection Trust di Londra, viene rappresentata una kermesse popolare tra manifestazioni religiose e profane, come solitamente se ne vedevano nelle Fiandre e in Olanda, sullo sfondo di uno straordinario paesaggio fluviale. Davanti a una basilica si svolge una processione religiosa con un grande concorso di folla. A sinistra vi è una locanda, piena di gente seduta attorno a un tavolo, mentre un un gruppo di avventori giocano a dadi sotto un albero. Al centro due gruppi di contadini danzano in cerchio al suono di cornamuse. In primo piano a sinistra alcuni mendicanti procedono con il bastone e il cappello in mano, mentre un giullare scherza con un gruppo di bambini. A destra, sul ciglio di un dirupo sulla vallata, l’immancabile scena di chiromanzia con un’anziana zingara che legge la mano a un rozzo contadino, sotto gli occhi di una giovane zingara che tiene in braccio un bambino.

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Jan Brueghel il Vecchio, Festa fiamminga, 1600, Londra, Royal Collection Trust

 

Il dipinto Scene di mercato alla piazza Meir di Anversa di un artista anonimo della Scuola olandese meridionale, inizio XVII secolo, conservato nei Musei Reali delle Belle Arti del Belgio di Bruxelles, è un interessante spaccato di un giorno di mercato ad Anversa, importante centro commerciale dell’Europa, punto d’approdo delle spezie portoghesi importate dall’India e delle merci baltiche di legnami e pellicce. Nella piazza brulicante di gente, sullo sfondo delle tipiche case fiamminghe che si affacciano sulla strada, nel trambusto dell’attività mercantile, le donne zingare, riconoscibili per il loro tipico abbigliamento, soprattutto il loro copricapo, si ritagliano spazi appartati in basso a destra, sfruttando il momento opportuno per i loro affari. Una di loro legge la mano di una donna borghese con un cesto di vivande e un’altra si intrattiene con una contadina. Alle loro spalle una coppia ricalca la stessa scena della Festa fiamminga del seguace di Balten, ma con un sottinteso più ambiguo, fatto di intensi sguardi e della posa molto confidenziale della giovane zingara con il braccio appoggiato sulla spalla dell’aitante giovane, forse per offrire qualche prestazione amorosa.

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Scuola olandese, Scene di mercato alla piazza Meir di Anversa, inizio secolo XVII,

Bruxelles, Musei Reali delle Belle Arti del Belgio

 

Anche in Italia nel XVII secolo ogni manifestazione popolare era un’occasione importante che vedeva la presenza costante e puntuale delle donne zingare in mezzo alla folla. L’incisione La fiera dell’Impruneta, una delle opere più note di Jacques Callot, in una copia colorata datata dopo il 1620 e conservata nei Musei Reali delle Belle Arti del Belgio di Bruxelles, rappresenta la spettacolare fiera Fiera di San Luca, una delle più importanti fiere di bestiame della Toscana che si svolge ogni anno alla metà di ottobre sulla vasta spianata antistante il Santuario di Santa Maria ad Impruneta, borgo posto su un colle poco a sud di Firenze. Nella grande spianata, dominata dalla grande chiesa dell’Impruneta, vi è un magma caotico di oltre 1500 figure, molte di dimensioni ridottissime, tra pellegrini, mercanti, soldati, imbonitori, mendicanti, saltimbanchi, religiosi, nobili a cavallo e prostitute. In primo piano a sinistra, a debita distanza dalla chiesa e vicino a una locanda dove si svolge una scena conviviale, una zingara assistita da una compagna con un bambino in braccio legge la mano a una gentildonna, mentre un ragazzino borseggia una delle sue accompagnatrici.

 

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Jacques Callot (copia da), La fiera dell’Impruneta, dopo 1620,

Bruxelles, Musei Reali delle Belle Arti del Belgio

 

Il dipinto Il Carnevale in Piazza Colonna a Roma di Jan Miel, pittore fiammingo appartenente al gruppo dei Bamboccianti, datato 1645 e conservato nel Wadsworth Atheneum di Hartford (USA), ci offre una scena di massa durante il martedì grasso nella Roma del ‘600 sullo sfondo di Piazza Colonna.

Al centro del dipinto vi è la colonna con la statua di San Paolo, circondata dalla nobiltà romana a cavallo o in carrozza. La piazza è affollata di gente in festa, mendicanti, monelli, venditori ambulanti, giocatori di morra. Una troupe di attori della commedia dell’arte in piedi su un carro partecipano alla baldoria, mascherati dalle figure del ciarlatano, del dottore, dello Zanni chitarrista. A sinistra una specie di manichino penzola dalla forca, a simboleggiare la fine dell’inverno (http://www.wikiwand.com/en/Jan_Miel). In basso a destra una zingara in piedi con una lunga veste azzurra e con il capo avvolto in un grande foulard legge la mano a un giovane in cappa e cappello, mentre un’altra donna, seduta per terra con una bandana in fronte, attira con gesti teatrali la curiosità di alcuni uomini. In questa spettacolare farsa, in cui i vari personaggi in costume e mascherati recitano la loro parte di finzione, le zingare nei loro strani ma autentici costumi e senza travestimenti svolgono il loro ruolo quotidiano, come se stessero compiendo azioni carnevalesche (Maynard).

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Jan Miel, Carnevale in Piazza Colonna a Roma, 1645, Hartford (USA), Wadsworth Atheneum

 

Il contrasto tra la finzione scenica e la dura realtà quotidiana è particolarmente evidente nella Rappresentazione della commedia dell’arte di Karel Dujardin, un pittore olandese trasferitosi in Italia nel 1642, noto soprattutto come bambocciante, seconda metà del XVII secolo, collezione privata. Questa scena popolare è ambientata probabilmente a Roma e rappresenta una troupe di comici italiani impegnati a dare uno spettacolo teatrale all’aperto di fronte a un pubblico pittoresco e variegato. In primo piano vi è una famiglia zingara dedita alla spettacolo itinerante, un uomo che gestisce il banco degli anelli, un gioco di abilità che consiste nell’infilare un anello di legno in un un lungo chiodo infisso in in tavolo, una donna con in braccio un bambino addormentato, sorretto mediante una lunga sciarpa al collo, e una giovane danzatrice seduta su una pietra con in mano un tamburo appoggiato per terra. Due mondi e due modi diversi di procurarsi da vivere; in mezzo la folla, immersa in una ipnotica e alienante finzione teatrale, ignara della dura vita quotidiana.

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Karel Dujardin, Rappresentazione di commedia dell’arte, seconda metà XVII secolo, collezione privata

 

I gitani spagnoli, detti propriamente Kalé ‘neri’, hanno costituito, specialmente in Andalusia, parte integrante nel tessuto sociale ed economico della nazione. Il dipinto Alla fiera di Siviglia del pittore Manuel Cabral Aguado Bejarano, uno dei migliori rappresentanti del costumbrismo andaluso, datato 1855 e conservato nel Museo Carmen Thyssen di Malaga, offre una ricostruzione minuziosa e documentaria della fiera del bestiame, risalente al 1847, che si svolge sul Prato di San Sebastiano fuori le mura di Siviglia.

Sullo sfondo dei principali monumenti della città, la Cattedrale con la Giralda, l’Alcazar, la Reale Fabbrica di Tabacchi e la Porta di San Fernando, un grande spazio ospita la straordinaria manifestazione con gli avventori che trattano gli affari o si rifocillano sotto i tendoni gastronomici. In primo piano al centro spiccano due giovani sivigliani, in magnifici costumi su cavalli bardati a festa, di cui uno corteggia una ragazza splendidamente vestita con una rosa rossa in mano. A sinistra alcuni allevatori di bestiame, accanto a un ovile recintato, contrattano il prezzo di pecore e maiali. A destra sorgono i padiglioni con le bancarelle di buñuelos, ciambelle o frittelle fatte con farina, latte, uova, zucchero e succo di limone, gestite da donne zingare in eleganti abiti, orecchini, fiori nei capelli, collane di corallo, scialli sul petto e grembiuli bianchi. Una zingara, seduta su una sedia, aiutato da un giovane gitano che indossa una giacca corta e un “sombrero de queso”, frigge le frittelle in una grande padella su un forno improvvisato, che una sua compagna serve su piatti di ceramica ai commensali seduti attorno a un tavolo sotto la tenda (Jimenez, 2017).

Il mestiere di buñoleras o venditrici di frittelle è una prerogativa tipica e antica delle gitane del quartiere di Triana e ha ispirato una delle più belle leggende sivigliane. Si racconta che il re Don Pedro I di Castiglia (13341369), si invaghì di una bellissima nobildonna di Siviglia, Donna Maria Coronel, ma fu respinto poiché Don Pedro aveva fatto uccidere suo padre per impossessarsi delle sue proprietà. Per sfuggire alle continue molestie del re, aveva cercato rifugio nel quartiere zingaro e quando stava per essere raggiunta, prese dalle mani di una zingara una padella d’olio bollente con cui stava friggendo le frittelle, e la gettò in faccia all’inseguitore (Dembowski, 1841, p. 159).

 

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 Manuel Cabral Aguado Bejarano Alla fiera di Siviglia, 1855, Malaga, Museo Carmen Thyssen

 

     In Inghilterra erano soprattutto le fiere di cavalli ad attirare i gypsies inglesi da ogni parte del paese, secondo le scadenze del calendario, come la Lee Gap Fair, la più antica fiera di equini d’Inghilterra, che si svolge a West Ardsley nello Yorkshire alla fine di agosto o la più nota fiera di Appleby nella contea di Cumbria in giugno o il derby di Epsom Downs, vicino a Londra, con le famose corse di cavalli. I gypsies arrivavano con i loro tradizionali carrozzoni colorati e finemente scolpiti per commerciare in cavalli o vendere i prodotti del loro artigianato, ferri di cavallo, briglie, ceste di vimini, scope, fiori carta, mollette da bucato, pelli di coniglio essiccate. Le donne giravano tra gli stand e i capannelli delle persone a fare la questua o a leggere la mano.

Il Derby Day o Il giorno del derby di William Powell Frith, datato 1858 e conservato alla Tate Gallery di Londra, è un grande dipinto che mostra una vista panoramica della grande manifestazione ippica di Epsom Downs alla fine di giugno. Sullo sfondo dell’ippodromo, dove si muovono fantini, allibratori e spettatori, nella platea in primo piano ai bordi del campo si sviluppano tre scene che rappresentano l’umile mondo dei bisognosi che gravitavano attorno alla società aristocratica inglese in epoca vittoriana. Sulla sinistra, giocatori d’azzardo in giacche di velluto e cappelli a cilindro si accalcano attorno a un tavolo, dove si svolge il gioco delle tre campanelle. Al centro una famiglia di poveri saltimbanchi si esibisce davanti a un pubblico di nobili e damigelle. Un acrobata è pronto a fare un numero con suo figlio, ma l’attenzione del magro ragazzo è tutta rivolta verso un distinto signore che sta preparando un lauto picnic. All’estrema destra, una vecchia zingara, dal viso scuro e un rosso foulard a fiori in testa, tenta di persuadere un’elegante damigella, mollemente seduta su una carrozza con un ombrellino da sole in mano, a farle la carità, ma lei volge altrove lo sguardo indispettita. Una ragazzina, con un lungo saio marrone e un foulard identico a quello della vecchia, offre un fiore di carta a un azzimato damerino appoggiato alla carrozza con un sigaro in bocca, fidanzato o marito della donzella scontrosa, che la degna di uno sguardo di disprezzo e superiorità.

 

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William Powell Frith, The Derby Day, 1856–58, Londra, Tate Gallery

 

L’opera di Frith conseguì una notevole celebrità e fu imitata da altri pittori, come Aaron Green, che rappresentò una scena simile, anche se in prospettiva più ravvicinata, nel dipinto Epsom Downs, datato 1863 e conservato nel The Potteries Museum & Art Gallery di Stoke-on-Trent. Sullo sfondo si vede l’ippodromo con la pista di corsa, i fantini e le tribune degli spettatori. In primo piano vi sono alcune scene di intrattenimento popolare con imbonitori, teatranti, musicisti, esibitori di giochi di abilità e zingari. A sinistra un barbuto lord con cappello a cilindro e una coppia di giovani borghesi si cimentano nel tiro a segno, lanciando un bastoncino verso un manichino di donna mascherata. Al centro vi è il lancio degli anelli di legno in spiedi conficcati nel terreno e il lancio di palle nei buchi tondi di una tavola di legno appoggiata in piedi sul terreno. Alla destra una compagnia di teatranti in maschera, accompagnati da una scimmia ammaestrata, suonano diversi strumenti musicali. In basso una famiglia di borghesi londinesi, seduti sul prato, fanno un lauto picnic, mentre una zingara con in braccio un bambino, chiede qualche boccone avanzato, tra l’indifferenza indispettita dei commensali, e uno scaltro bambino, vestito di laceri stracci, sottrae una bottiglia di vino a un bevitore che si è assopito e un altro bambino gli ruba di soppiatto il portafoglio.

 

Green, Aaron, 1820-1898; Epsom Downs, 1863    Green, Aaron, 1820-1898; Epsom Downs, 1863

Aaron Green, Epsom Downs, 1863, Stoke-on-Trent, The Potteries Museum & Art Gallery

 

Ma è in Francia che si svolge la più grande manifestazione che vede protagonisti i Rom come realtà di popolo, in una dimensione storica, socio-economica, festosa, religiosa, simbolica e “patriottica”. E’ il grande raduno annuale di migliaia di Rom e Sinti alla fine di maggio alle Saintes-Maries-de-la-Mer, una piccola cittadina della Camargue, in Provenza, per festeggiare Santa Sara la Kalí (Sara la Nera), la loro protettrice. Un vangelo apocrifo dei primi secoli dell’era cristiana, la riesumazione e la ricognizione di ossa femminili nel medioevo, l’antica teoria dell’origine “egiziana”, la speculazione settecentesca sulla provenienza dall’India e il sentimento romantico dell’Ottocento hanno costituito le tappe fondamentali nella creazione del mito di Sara, una santa mai canonizzata dalla chiesa.

Secondo un vangelo apocrifo, dopo la morte di Cristo, Maria Giacobea, parente della Vergine, e  Maria Salomè, madre degli apostoli Giacomo e Giovanni, fuggirono dalla Palestina su una barca  senza remi né vele, con alcuni compagni, tra cui Sara, la serva egiziana dalla pelle scura, e approdarono sulla spiaggia della Camargue, dove ora sorge il paese che da loro prese il nome di Les-Saintes-Maries-de-la-Mer. Nel 1448, durante gli scavi nella cripta della medievale chiesa-fortezza del borgo, voluti dal re Renato di Provenza, furono rinvenuti i presunti resti delle due Marie oltre alle ossa di una fanciulla. Nacque così la leggenda di santa Sara Kalí l’egiziana, patrona degli zingari, favorita dal fatto che i gitani erano considerati di origine egiziana. A ciò si aggiunse la fantasiosa ipotesi che collega il culto di Sara Kalí a quello indiano della dea Kalí, come retaggio ancestrale della loro religiosità primitiva. In realtà il termine “kalí” è un semplice attributo morfologico, che significa “nera”, che si riferisce al colore scuro del suo volto e rappresenta un ennesimo esempio di distorsione storico-linguistica della cultura zingara.

Un’altra leggenda medievale vuole che Sara fosse la sovrana delle popolazioni nomadi della zona della Camargue e che quando vide l’imbarcazione delle Marie in difficoltà nel mare in burrasca non esitò a gettare il proprio mantello regale nelle acque e che per miracolo si trasformò in una zattera, con la quale potè aiutare le sante a raggiungere la riva.

La complessità di tutte queste suggestioni ha prodotto un’iconografia ibrida e surreale, in cui si mescolano i cliché tradizionali cristiani, come nel pannello in legno di una porta della chiesa, che rappresenta Lo sbarco miracoloso delle due Marie e di Sara in Camargue, XVI o XVII secolo, in cui si vede la barca fluttuare sulle onde del mare e le due Marie e Sara con le mani giunte in preghiera, mentre raggi di luce divina irraggiano dal cielo.

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Pannello in legno, Lo sbarco miracoloso delle due Marie e di Sara in Camargue, XVI o XVII secolo

 

L’iconografia “indiana” di Santa Sara traspare in un dipinto che rappresenta Lo sbarco delle due Marie e di Sara, databile alla metà del XIX secolo, con le tre donne nella barca, salvate dall’intervento della Vergine, di un angelo e del dio del mare che al rullo di un tamburo calma le acque, mentre un altro angelo regge il modello della futura chiesa che sarà eretta in onore delle sante. Le due Marie, in piedi sulla barca, vestono il tradizionale costume delle donne arlesiane, il tipico droulet, la lunga gonna decorata e stretta in vita con un piccolo gilet bianco aperto e frastagliato sul petto e il copricapo con il famoso nastro di velluto (http://www.museonarlaten.fr/collections/uow/Arlatentest4/). Sara, invece, sdraiata sul fondo della barca, con il viso scuro, i lunghi orecchini, la collana e una corona floreale in testa, veste il tipico abbigliamento indiano, costituito dal sari e da una corta e sgargiante camicetta.

Un altro quadro, conservato all’interno della chiesa di Les Saintes Maries, Sara aiuta le sante Marie a sbarcare sulla spiaggia della Camargue, databile alla fine del XIX secolo, mostra le due Marie in balìa delle onde del mare, mentre Sara, con il tipico copricapo con il laccio sotto il mento delle “egiziane” del passato, dopo aver gettato il proprio mantello in acqua, vi cammina sopra e le raggiunge portandole in salvo.

 

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Anonimo, Lo sbarco delle due Marie e di Sara,                           Anonimo, Sara aiuta le sante Marie a sbarcare

metà del XIX secolo                                                                            sulla spiaggia della Camargue, fine Ottocento

 

La statua di Santa Sara, con il viso scuro, ricoperta da numerosissime vesti colorate sovrapposte le une alle altre e una corona in testa, è collocata nella cripta sotto il coro della chiesa, riservata esclusivamente ai gitani, che rendono omaggio alla loro santa con preghiere e canti, accendono ceri, chiedono grazie e baciano e toccano ripetutamente la statua per lasciare tutte le energie negative accumulate durante l’anno, che verranno poi lavate nell’immersione rituale nelle acque del mare il 24 maggio.

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          Santa Sara la Kalí, la vergine nera degli zingari

 

Il pellegrinaggio zingaro alle Saintes-Maries è in effetti un evento molto recente e risale alla metà del XIX secolo, allorché ebbe grande risonanza sulle riviste illustrate francesi, che descrissero con toni folcloristici e con grandi tavole a colori i momenti salienti dell’importante raduno. La prima menzione dell’evento compare in un articolo della rivista “Illustration” del luglio 1852, con una bella incisione Accampamento di pellegrini alle Saintes-Maries-de-la-Mer di J.B.Laurens, che mostra una panoramica di un grande accampamento di zingari con i loro carretti, cavalli, anatre e i loro utensili domestici sullo sfondo della maestosa chiesa fortificata della cittadina.

Il settimanale “Le Petit Parisien” del maggio 1908 dedica la copertina alla Festa degli zingari a Saintes-Maries-de-la Mer con un accampamento di uomini e donne intorno a un treppiede tra carri e roulottes nella grande spianata della chiesa. Il settimanale “Le Petit Journl” del 1 giugno 1913 riporta il momento solenne dell’elezione della regina degli zingari.  Tra un folto gruppi di astanti, che agitano ramoscelli di quercia, un autorevole capo delle tribù zingare pone una corona sul capo di una fanciulla, cerimonia che secondo quanto riferito nella rivista avveniva ogni anno durante il raduno annuale. Evidentemente si tratta di una leggenda, alimentata dalle suggestioni letterarie di alcuni scrittori romantici francesi come Frédéric Mistral, o a una pantomima messa in scena dagli stessi gitani per spillare soldi a giornalisti e fotografi, dal momento che nella società  zingara non vi è nessun capo superemo investito di poteri sovrani e assoluti.

 

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J.B, Laurens, Accampamento di pellegrini alle Saintes-Maries-de-la-Mer, Illustaration del luglio 1852

 

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La festa degli zingari alle Saintes-Maries-de-la Mer,       L’elezione della regina degli zingari  alle Saintes-

Le Petit Parisien, maggio 1908                                                Maries-de-la Mer, Le Petit Journal, 1 giugno 1913

 

La cerimonia dell’immersione di Santa Sara nelle acque del mare risale agli anni ’30 del XX secolo, per l’intervento del marchese Folco de Baroncelli, discendente da una illustre famiglia fiorentina stabilitasi ad Avignone, amico degli zingari e promotore del folclore camarghese, che ottenne dalle autorità civili e religiose l’autorizzazione a organizzare una processione per Santa Sara il 24 maggio, come quella che per tradizione si svolgeva il 25 maggio per le due Sante Marie (Asséo, 2000, p. 40).

Nel pomeriggio del 24 maggio, la statua di Santa Sara, preceduta dai gardians, i mandriani camarghesi a cavallo, e dalle eleganti dame provenzali in costume, accompagnata dal suono di musiche zigane al grido di “Viva Santa Sara”, viene portata in processione fino al mare in una eccitazione indescrivibile di centinaia di zingari, provenienti da ogni parte d’Europa, dove viene immersa nell’acqua per tre volte.

Nel dipinto La processione al mare delle sante Marie di Nicolas Barrera, 1960 circa, custodito nella sala consiliare del municipio di Arles, viene rappresentato il momento in cui le statue di S. Maria Giacobea e S. Maria Salomè vengono scortate dalla chiesa al mare dai gardians che reggono la lunga pertica con il tridente su cavalli bianchi. A destra un gruppetto di donne zingare, con le coloratissime gonne e il foulard, che contrastano con l’abbigliamento delle donne arlesiane, assiste con grande interesse alla manifestazione. Nel disegno La processione al mare di Santa Sara di R. Tournon, anni ’30 del XX secolo, gli zingari con il clero, gli stendardi e la statua di legno della santa si incamminano  sulla spiaggia verso il mare. In primo piano una zingara con in braccio un bambino si unisce al corteo, mentre un uomo conduce un orso al guinzaglio.

 

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    Nicolas Barrera, La processione al mare delle                        R. Tournon, La processione al mare di Santa Sara,

   sante Marie, 1960 circa, municipio di Arles,                           anni ’30 del XX secolo

    

Di anno in anno, con questo rito simbolico di una religiosità primitiva e superstiziosa, si rinnova e si cementa il senso di appartenenza di un popolo, che nonostante le persecuzioni, prosegue lungo il corso di una tradizione millenaria.

 

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    BIBLIOGRAFIA 

Asséo Henriette, La Chiesa cattolica e gli Zingari in Francia in AA.VV, La Chiesa cattolica e gli Zingari, 2000.

Dembowski Charles, Deux ans en Espagne et en Portugal pendant la guerre civile 1838-1840, Parigi 1841, p. 105-112; 157-159)

http://www.wikiwand.com/en/Jan_Miel.

Jimenez Gonzales Nicolas, Pintando gitanas y gitanos, 5 febbraio 2017, in   https://gitanizate.wordpress.com/2017/02/05/pintando-gitanas-y-gitanos/).

Maynard Powell Linda, Feasts, Fairs and Festivals: Mirrors of Renaissance Society in  http://teachersinstitute.yale.edu).


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