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I Rom nell'arte

La Fuga in Egitto: due storie contrapposte

30 gen , 2017  

Analogamente al tema della crocifissione, la tradizione popolare ha elaborato due storie diverse e opposte riguardo al ruolo che i Rom avrebbero avuto nella drammatica vicenda della fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Secondo una versione a loro favorevole, i gitani si dimostrarono ospitali verso la Sacra Famiglia, accogliendo i tre pellegrini, dando loro alloggio e sostentamento. Per questo furono premiati dal volere di Dio, che concesse loro il diritto di rubare. L’altra leggenda, all’opposto, li dipinse come malvagi infedeli che rifiutarono di aiutare la Vergine e il Bambino Gesù, scacciandoli dai loro accampamenti. Per questo furono puniti dalla maledizione divina, che li condannò a lasciare la loro terra e a vagare per il mondo senza sosta né pace.

 

 

L’accoglienza e l’ ospitalità alla Sacra Famiglia

Una delle variazioni tematiche più originali della Fuga in Egitto è quella che focalizza l’attenzione non sulla classica rappresentazione della Sacra Famiglia in viaggio o in sosta nelle più svariate situazioni ambientali, bensì sull’accoglienza della popolazione locale a una famiglia straniera e fuggiasca, circondata da un’aureola di sacralità religiosa. L’antico Egitto, per la sua proverbiale prosperità e l’abbondanza dei cereali, era terra di rifugio per gli israeliti, specialmente nei periodi di congiuntura economica e di carestia. Abramo fuggì in Egitto con la moglie Sara in seguito alla carestia che colpì Canaan. Giacobbe si recò in Egitto con tutta la sua numerosa famiglia, il bestiame e tutti i suoi beni. Anche la Sacra Famiglia trovò riparo in Egitto per sfuggire alle insidie di Erode.

Questo insolito tema ebbe uno sviluppo particolare, e quasi esclusivo, nella penisola iberica, dove trovava linfa nella tradizione popolare e nella cultura religiosa del tempo. Il carmelitano portoghese José de Jesú María (1562-1629), nella sua “Historia de la vida y excelencias de la Virgen Maria Nuestra Señora” (Storia della vita e delle eccellenze della Vergine Maria Nostra Signora), racconta che le donne egiziane andarono a fare visita alla “bella pellegrina, esiliata dalla sua terra” e a suo figlio, portando doni e intrattenendosi in conversazioni edificanti (José de Jesú María, 1652, p. 655). In un canto religioso di un poeta anonimo spagnolo della stessa epoca, intitolato “La Predicción de la gitana”, una chiromante zingara predice alla Vergine che sarà costretta a fuggire in Egitto con il Bambino Gesù e san Giuseppe, ma che in quel paese si troverà bene con la sua gente (“Os irá bien con mi gente”) e la tratteranno con affetto (“Os tratarán con cariño”) (Caballero, 1866 p. 281).

Questo scenario narrativo è rappresentato in uno straordinario disegno, forse l’unico nel suo genere, L’esilio della Sacra Famiglia di Reyes Messia de la Cerda, 1594, in cui la Sacra Famiglia è accolta dagli “egipcios”, termine con cui a quell’epoca erano chiamati gli zingari, al loro arrivo in Egitto. Due giovani gitane, con le vesti di raso lunghe fino ai piedi e il grande copricapo o “rodete” a forma di grande ruota, vanno incontro alla Sacra Famiglia, portando in dono un grande panno rigato, accompagnate da due uomini con i loro cappelli, una tunica e corti gambali, che con i loro strumenti musicali accolgono con allegria i forestieri.

Dove sta l’interesse storico-artistico e didattico-allegorico di questa straordinaria opera? Il disegno è la riproduzione di uno degli 81 “passos” o “decorados callejeros”, grandi riquadri rappresentanti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento che furono esposti sui muri delle case lungo le vie di Siviglia per la festa del Corpus Domini nell’anno 1594. Innanzitutto è evidente il tratto elementare e spontaneo dell’anonimo artista, che sacrifica la fedeltà esegetica, l’accademismo  e  l’esercizio erudito per ricreare una decorazione “callejera” o di strada in chiave teatrale e di immediata lettura iconografica. Inoltre esprime il senso popolare, che in nome della religione veicolava un atteggiamento cristiano di accoglienza verso gli stranieri e favoriva al tempo stesso un’immagine più mitigata e meno invisa dei tanto discriminati gitani (Álvarez, 2008, pp. 273-275).

 

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Reyes Messia de la Cerda, L’esilio della Sacra Famiglia, 1594

 

I pittori portoghesi del XVI e XVII secolo svilupparono questo tema, combinando l’esotismo delle donne zingare, che risultavano essere “di casa” in Egitto, con la raffigurazione di nature morte con cesti di frutta e fiori (i cosiddetti “bodegones”), e il messaggio sociale dell’accoglienza dei forestieri, con l’allusione indiretta agli stessi gitani.

Uno dei primi esempi è il Riposo durante la fuga in Egitto del pittore manierista Diogo de Teixeira, datato 1580 circa e conservato nel Museo Nazionale di Arte Antica di Lisbona, che costituì il modello iconografico degli artisti successivi. Al centro vi è la Vergine con il Bambino in piedi sulle sue ginocchia, mentre due angioletti piegano i rami di una palma in modo che possa cogliere i datteri. Le fanno corona cinque donne, di cui quattro zingare con il caratteristico copricapo a forma di disco, tre bambini e, in disparte all’estremità destra, san Giuseppe. Una di loro tiene in grembo un bambino addormentato, mentre guarda con tenerezza la madre di Gesù, due guardano divertite verso l’alto la scena degli angioletti e una congiunge le mani in atteggiamento orante. L’altra donna regge sulle ginocchia un cesto di frutta, mentre si gira distrattamente verso una zingara che le è vicino. Completa la scena un altro cesto di frutta, posto per terra in basso al centro, simbolo dell’abbondanza della terra d’Egitto, proverbiale ai tempi biblici.

 

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Diogo de Teixeira, Riposo durante la fuga in Egitto, 1580 circa, Museo Nazionale di Arte Antica di Lisbona

 

Nel dipinto Riposo durante la fuga in Egitto del manierista Simão Rodrigues, datato 1607 circa e conservato nel Museo Nazionale Machado de Castro di Coimbra, la Vergine con il Bambino in grembo è seduta sullo sfondo di un frondoso albero, mentre san Giuseppe è alle prese con l’asino. Sullo sfondo è raffigurata una scena complementare con la Sacra Famiglia in viaggio. Accanto alla Vergine, sedute per terra, vi sono tre gitane con le lunghe vesti, i tipici copricapi rotondi e gli splendidi monili. Una di loro offre al Bambino Gesù un vassoio con vari frutti, legati alla Passione di Cristo, come l’uva, che richiama il sangue versato, la mela, il frutto proibito mangiato da Adamo ed Eva e, sembra, il frutto della passione o maracujà, simile a una prugna per il colore rosso-violaceo e le sue dimensioni. Le è accanto una donna anziana che si mette le mani al petto, ad esprimere la commozione e la certezza di avere davanti il Messia. In primo piano, di spalle, è rappresentata sant’Elisabetta con il piccolo Giovanni, la quale porta un orecchino a forma di croce, che rimanda alla crocifissione di Cristo.

Nel dipinto Riposo durante la fuga in Egitto di André Reinoso, 1620-30 circa, Museo di Lamego, la Vergine con il Bambino è seduta all’ombra di un grande albero, mentre san Giuseppe è dietro di loro a capo chino. E’ circondata da un gruppo di donne con i loro bambini, venute a venerarla e a portare cesti di frutta. Una donna, inginocchiata davanti alla Vergine, la contempla estasiata, mentre Gesù prende una mela da un cesto e un bambino gli regala una specie di girandola o, forse, una croce stilizzata. Tra le donne, sullo sfondo a destra, si scorgono due gitane in piedi, di cui una con in braccio un bambino, che osservano con grande devozione la madre di Gesù.

 

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Simão Rodrigues, Riposo durante la fuga in Egitto, 1607              André Reinoso, Riposo durante la fuga in

circa,  Coimbra, Museo Nazionale Machado de Castro                    Egitto, 1620-30 circa, Museo di Lamego

 

Il dipinto Riposo durante la fuga in Egitto di Baltazar Gomes Figueira, datato 1643 e conservato nella chiesa di São Brás Dagorda, Óbidos, è sostanzialmente una replica del “Riposo durante la fuga in Egitto” o “Madonna delle ciliegie” di Federico Barocci, 1570-1573, Musei Vaticani. In un paesaggio naturale, la Vergine è seduta in terra mentre attinge l’acqua da una fonte con una piccola coppa. Giuseppe, alle sue spalle, porge a Gesù Bambino, seduto si un cuscino, un ramo pieno di ciliegie rosse che ha appena staccato da un albero, che richiamano il sangue versato da Cristo sulla croce.

Ma qui, sullo sfondo a destra del dipinto, vi è una scena secondaria, in cui la Sacra Famiglia si allontana, accompagnata da un gruppo di tre donne con il copricapo rotondo e con in mano vassoi pieni di vivande, e si dirige verso una capanna nel bosco. E’ la rappresentazione pittorica dell’episodio, tramandato in canti religiosi fin dal XVI secolo, in cui la Sacra Famiglia trova alloggio presso una famiglia di gitani. In particolare nell’Aucto de la huida de Egipto, un dramma religioso di un anonimo spagnolo, datato tra il 1559 e il 1578, una gitana invita la Vergine ad entrare nella sua umile dimora con queste parole: “Anda, señora agraziada,/ sosiega, no ayaz temor,/ que en esta pobre posada,/ puedes ser tan reposada, como en tu casa, y mejor” (Vieni, graziosa signora, sii serena e non temere, che in questa povera locanda, tu potrai riposare come a casa tua, e anche meglio) (Lozano, 2007, p. 193). E Lope de Vega, uno dei più importanti poeti e drammaturghi spagnoli, nell’opera Pastores de Belén, 1612, racconta che le donne di Matarea, dopo aver accolto la Vergine, il Bambino Gesù e san Giuseppe con canti e balli, li condussero in una casa “que les pareció conveniente y que estaba desocupada, dichosa que mereció tales huéspedes)” (che sembrava comoda e che non era occupata, ma tanto fortunata da meritare tali ospiti) (Lope de Vega, Pastores de Belén, 1612, p. 343).

L’opera, inoltre, è una preziosa testimonianza della circolazione di modelli pittorici italiani e della relazione con la tradizione popolare spagnola nella creazione della pittura portoghese, in particolare barocca.

 

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Baltazar Gomes Figueira, Riposo durante la fuga in Egitto, 1643, Dagorda, Óbidos, chiesa di São Brás

 

 

 

I cinque soldi degli zingari

     Una curiosa leggenda dei Paesi Baschi, intitolata “Les cinq sous des Bohémiens” (I cinque soldi degli zingari), racconta come una zingara riuscì ad eludere le guardie del re Erode e a far passare Gesù incolume oltre il confine della Giudea, e in che modo gli zingari furono ricompensati da Dio.

Appena seppero dell’ordine di re Erode di uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni, la Vergine e San Giuseppe si prepararono ad abbandonare il paese, ma non sapevano come nascondere il bambino ai soldati. Una zingara che faceva la stessa strada, disse loro di mettere il piccolo nella sua bisaccia, che l’avrebbe fatto passare lei, in barba ai soldati. Quando fu il momento di passare, i soldati chiesero alla zingara che cosa nascondeva e lei rispose tranquillamente che portava un bambino, il più bello del mondo. I soldati, sapendo che la zingara era una grande bugiarda, la derisero per la sua sfrontatezza e la lasciarono passare. Come ricompensa del generoso gesto della zingara, il buon Dio permise ai Rom di rubare cinque soldi al giorno (Cerquand, 1976).

Questo racconto, per la sua fantasiosa originalità, ha avuto il merito di essere riprodotto, a mo’ di fumetto, in una delle stampe colorate di fine Ottocento, che venivano realizzate dalla celebre stamperia “Imagerie d’Épinal”, che prendeva il nome dalla località francese in cui sorgeva la fabbrica.

 

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 Imagerie d’Épinal, I cinque soldi degli zingari, fine XIX secolo

 

 

 

 

Il rifiuto della Sacra Famiglia

     La leggenda del rifiuto della Sacra Famiglia risale all’inizio del XV secolo, al tempo della prima comparsa degli zingari nei paesi dell’Europa occidentale, come riferito in diverse cronache del tempo. Il teologo e storico svizzero Christian Wurstisen nella sua “Cronaca di Basilea” riferisce che gli zingari apparsi per la prima volta in quella città nel 1422 “dicevano di discendere da quegli egiziani che non vollero dare ospitalità a Giuseppe e Maria, che erano fuggiti in quel paese con il neonato signore Gesù per paura di Erode, e per questo Dio li aveva condannati all’esilio” (Wurstisen, Basler Chronik, Basilea, 1580, p. 240).

    Tra le opere più famose di Adam Elsheimer, un pittore tedesco trasferitosi a Roma all’inizio del XVII secolo, figura la Fuga in Egitto, eseguita nel 1609 poco prima della sua morte prematura (morirà l’anno successivo ad appena trentadue anni) e conservata nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. A differenza della maggior parte degli artisti che lo avevano preceduto, Elsheimer colloca la scena in piena notte, coerente con il racconto evangelico di Matteo, secondo cui per salvare il Bambino, San Giuseppe e la Madonna, avvertiti da un angelo, fuggirono in Egitto durante la notte.

Al centro la Sacra Famiglia avanza nella notte in una fitta foresta sotto un cielo stellato, attraversato diagonalmente da sinistra a destra dalla Via Lattea, mentre la luna, facendo capolino tra le nuvole, si riflette in un laghetto. La Madonna è seduta su un asino con in braccio il Bambino e San Giuseppe cammina a piedi, reggendo una torcia con la quale illumina il sentiero. Il gruppetto sacro si dirige fiducioso verso una radura, dove arde un grande falò intorno al quale stanno alcuni individui tra buoi, pecore e capre. Secondo i critici si tratterebbe di un bivacco di pastori, presso i quali la Sacra Famiglia troverà un rifugio per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio e per scongiurare i pericoli del buio ma, come vedremo, non è così.

Se osserviamo attentamente la scena a sinistra, vediamo che non si tratta di un bivacco di pastori, ma di un accampamento di zingari con i propri armenti. Non vi sono tre pastori, ma un uomo in piedi appoggiato a un bastone, un ragazzo accosciato che attizza il fuoco e in disparte una donna sdraiata a terra e avvolta in un ampio mantello da cui emerge un viso da megera con occhi circospetti. In questo paesaggio, carico di suggestiva atmosfera notturna, i personaggi della Sacra Famiglia non trovarono l’accoglienza che si aspettavano, ma un terribile e sacrilego rifiuto. Il dipinto, infatti, rappresenta Il rifiuto degli zingari, colpevoli di non aver fornito un ricovero per la notte al Bambino Gesù, non avendo riconosciuto la sua divinità[1].

 

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Adam Elsheimer, Fuga in Egitto, 1609, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

 

Questa lettura del dipinto diventa di un’evidenza lapalissiana se lo accostiamo a una prima versione della Fuga in Egitto, che Elsheimer aveva eseguito undici anni prima nel 1598, all’età di vent’anni, anch’essa custodita nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. In questo dipinto ritroviamo la stessa atmosfera notturna, anche se non raggiunge i livelli artistici dell’opera più matura. Sotto un cielo nuvoloso debolmente rischiarato da una luna piena che sovrasta un piccolo borgo solitario, la Sacra Famiglia cammina nella notte. La Vergine è ritratta di spalle seduta di traverso sull’asino, avvolta in un ampio mantello e il tipico copricapo circolare delle “egiziane” con in braccio il Bambino. San Giuseppe, in abiti da viandante con una larga tunica e una collana con un crocifisso al collo (allusione alla morte in croce di Cristo) con un bastone in mano guida l’asino. Il gruppo dei pellegrini, diversamente da quanto ci aspetteremmo, si sta allontanando in piena notte dal bosco, dove un gruppo di persone sono raccolte intorno a un falò, e riprende l’esule cammino, segno inequivocabile del “gran rifiuto”. Qui non ci sono dubbi che si tratti di un accampamento di zingari. Si può scorgere un uomo appoggiato al bastone davanti al falò; alla sua destra un uomo e una donna sono seduti per terra mentre stanno conversando; a sinistra due donne con in braccio ciascuna un bambino siedono accanto al fuoco, mentre ai loro piedi sembra di scorgere la sagoma di un cagnolino.

I due dipinti sono quindi complementari l’un l’altro e si completano a vicenda, rappresentando il rifiuto degli zingari di accogliere la Sacra Famiglia in due momenti narrativi diversi. Il dipinto del 1609 descrive il momento in cui i tre viandanti, stanchi per il lungo viaggio, al sopraggiungere della notte, si dirigono verso il luogo della loro salvezza. Sui loro visi brilla la gioia e San Giuseppe infonde coraggio al Bambino Gesù, offrendogli un piccolo virgulto. Nel dipinto del 1598, il primo in ordine di tempo, invece, la Sacra Famiglia si allontana dall’accampamento zingaro e riprende il cammino nella notte, con la Vergine che guarda davanti con un’espressione sconsolata e San Giuseppe che si trascina rassegnato sulle gambe tozze e stanche.

 

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Adam Elsheimer, Fuga in Egitto, 1598, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

 

La sensazione di solitudine e di insicurezza del viaggio caratterizza anche il dipinto Fuga in Egitto di un seguace di Elsheimer, dove la Vergine con il turbante zingaro e l’anello all’orecchio guarda il Bambino con uno sguardo di rassegnazione, al pari di Giuseppe con la lunga barba e un bastone in mano che cammina a capo chino, guidando faticosamente l’asino carico di suppellettili, seguito da un cane spaurito.

 

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Adam Elsheimer (seguace), Fuga in Egitto, XVII secolo

 

Anche Rembrandt ha ricreato il soggetto di Elsheimer, portando alle estreme conseguenze pittoriche e simboliche i motivi ispiratori, nella Fuga in Egitto, eseguita nel 1647 e conservata al National Gallery of Ireland di Dublino. Nel catalogo ufficiale dell’artista, il dipinto era significativamente indicato come I gitani, sebbene uno strato di vernice ingiallita ricopriva quasi totalmente la superficie del quadro, rendendo pressoché illeggibile gran parte della scena.

La scena della fuga, infatti, è relegata in un minuscolo angolo a destra del dipinto, dove in un paesaggio immerso nell’oscurità e nel silenzio San Giuseppe, con in mano un bastone e nell’altra una lanterna, guida l’asino con Maria e il Bambino fuori da un fitta foresta. La luna, nascosta dietro le nuvole, squarcia il cielo, lasciando nel buio sulla sommità di una collina un castello con le finestre illuminate (il palazzo di re Erode?).

La parte sinistra è interamente occupata da una famiglia di zingari accampata vicino ad uno stagno, nel quale si riflette la luce lunare. Una ragazzina attizza il fuco a un falò, mentre un uomo in piedi, seminascosto da un bovino, con un cappellaccio in testa guata con occhi torvi. In una caverna sotto la montagna una donna, avvolta in un lungo mantello e il viso quasi interamente nascosto da un turbante di stoffe legato sotto il mento, siede con in braccio un bambino. Un uomo sdraiato per terra con un copricapo alla turca di colore rosso tiene in mano uno strano oggetto, una specie di bastone, che sembra alludere al gioco della gherminella o correggiola. Era, un singolare gioco di abilità, praticato su larga scala dagli zingari, che consisteva nel mettere un bastoncino nelle pieghe di una cintura e il giocatore vinceva o perdeva a seconda che, una volta tirata la cintura, il bastone rimaneva imprigionato o meno nella cintura.

 

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 Rembrandt, La fuga in Egitto, 1647, Dublino, National Gallery of Ireland

 

Nelle intenzioni di Rembrandt il soggetto principale del dipinto non è la fuga in Egitto, tant’è che la Sacra Famiglia è quasi impercettibile, al punto che alcuni critici non l’hanno neanche notata, scambiando la scena dell’accampamento zingaro come il Riposo nella fuga in Egitto. Il ricorso a un motivo religioso così popolare è solo un pretesto per esprimere la propria posizione critica nei confronti di quella popolazione nomade che creava problemi in una società ordinata e organizzata, sfruttando l’ignominia del loro sacrilego rifiuto del divino bambino.

Elsheimer, lasciando nel vago l’identità etnica del gruppo accampato nel bosco, sembra suggerire che non gli importava tanto rappresentare la colpa, quanto porre l’attenzione sul dramma della Sacra Famiglia. L’attenzione di Elsheimer e del pittore della sua cerchia è concentrata sulla rappresentazione dei tre pellegrini  rassegnati e costretti a un continuo errare per la crudeltà di un re e l’insensibilità del prossimo. Al contrario di Rembrandt, che si concentra sugli zingari, dipingendoli con i soliti stereotipi negativi: selvaggi, infidi, insidiosi, frodatori e privi di pietas religiosa.

 

 

 NOTE

 [1] In un processo per vagabondaggio contro una compagnia di Rom nel 1747 in Boemia, essi si difesero dicendo che “quando la Vergine Maria vagava nella terra d’Egitto, disse loro: Come io cammino vagabonda sulla terra, così anche voi dovrete vagare per sempre in tutto il mondo; e così fino ad oggi ancora camminiamo sulla terra” (Svatek, 1879, pp. 299-300).

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Álvarez Sellers AliciaDel texto a la iconografía: Aproximación al documento teatral del siglo XVII, 2008.

Caballero Fernan, Cuentos y Poesias populares Andaluces, 1866.

Cerquand Jean FrançoisContes populaires et légendes du Pays Basque, Parigi, 1978. 

José de Jesú MaríaHistoria de la vida y excelencias de la Virgen Maria Nuestra Señora, 1652.

Lope de Vega, Pastores de Belén, 1612, pp. 339-343.

Svatek JosephDie Zigeuner in Böhmen in Culturhistorisce Bilder aus Böhmen, Vienna, 1879, pp. 273-311.

Wurstisen ChristianBasler Chronick, Basilea, 1580, p. 240.

 


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