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I Rom nell'arte

I Rom e il rifiuto dell’ospitalità alla Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto: Elsheimer e Rembrandt

30 gen , 2017  

 

Tra le opere più famose di Adam Elsheimer, un pittore tedesco trasferitosi a Roma all’inizio del XVII secolo, figura la Fuga in Egitto, eseguita nel 1609 poco prima della sua morte prematura (morirà l’anno successivo ad appena trentadue anni) e conservata nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. A differenza della maggior parte degli artisti che lo avevano preceduto, Elsheimer colloca la scena in piena notte, coerente con il racconto evangelico di Matteo, secondo cui per salvare il Bambino, San Giuseppe e la Madonna, avvertiti da un angelo, fuggono in Egitto durante la notte.

Al centro la Sacra Famiglia avanza nella notte in una fitta foresta sotto un cielo stellato, attraversato diagonalmente da sinistra a destra dalla Via Lattea, mentre la luna, facendo capolino tra le nuvole, si riflette in un laghetto. La Madonna è seduta su un asino con in braccio il Bambino e San Giuseppe cammina a piedi, reggendo una torcia con la quale illumina il sentiero. Il gruppetto sacro si dirige fiducioso verso una radura, dove arde un grande falò intorno al quale stanno alcuni individui tra buoi, pecore e capre. Secondo i critici si tratterebbe di un bivacco di pastori, presso i quali la Sacra Famiglia troverà un rifugio per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio e per scongiurare i pericoli del buio ma, come vedremo, non è così.

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Adam Elsheimer, La Fuga in Egitto, 1609, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

 

E’ noto che gli artisti attingevano le informazioni per la realizzazione dei loro dipinti a carattere  religioso, come nel caso della fuga in Egitto, a diverse fonti, come i Vangeli, gli scritti apocrifi o le leggende medievali fiorite intorno all’episodio, la cui conoscenza ci è utile per interpretare simboli e significati delle opere stesse. Ora, in nessuno di questi testi si fa cenno all’incontro nella notte della Sacra Famiglia con un gruppo di pastori.

Invece c’è una leggenda  molto antica e ampiamente diffusa nella tradizione popolare e letteraria dell’Europa nord-occidentale che si adatta al dipinto. Secondo quanto riferito dal teologo e storico svizzero Christian Wurstisen, gli zingari apparsi per la prima volta a Basilea nel 1422 “dicevano di discendere da quegli egiziani che non avevano voluto dare nessun alloggio a Giuseppe e Maria, che erano fuggiti in quel paese con il neonato signore Gesù per paura di Erode, e per questo Dio li aveva condannati all’esilio” (Wurstisen, Basler Chronik, Basilea, 1580, p. 240).

Se osserviamo attentamente la scena a sinistra vediamo che non si tratta di un bivacco di pastori, ma di un accampamento di zingari con i propri armenti. Non vi sono tre pastori, ma un uomo in piedi appoggiato a un bastone, un ragazzo accosciato che attizza il fuoco e in disparte una donna sdraiata a terra e avvolta in un ampio mantello da cui emerge un viso da megera con occhi circospetti. In questo paesaggio carico di suggestiva atmosfera notturna, i personaggi della Sacra Famiglia non trovarono l’accoglienza che si aspettavano ma un terribile e sacrilego rifiuto. Il dipinto, infatti, rappresenta Il rifiuto degli zingari, colpevoli di non aver fornito un ricovero per la notte al Bambino Gesù, non avendo riconosciuto la sua divinità[1].

 

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Adam Elsheimer, La Fuga in Egitto (part.), 1609, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

 

Questa lettura del dipinto diventa di un’evidenza lapalissiana se lo accostiamo a una prima versione della Fuga in Egitto, che Elsheimer aveva eseguito undici anni prima nel 1598, all’età di vent’anni, anch’essa custodita nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. In questo dipinto ritroviamo la stessa atmosfera notturna, anche se non raggiunge i livelli artistici dell’opera più matura. Sotto un cielo nuvoloso debolmente rischiarato da una luna piena che sovrasta un piccolo borgo solitario, la Sacra Famiglia cammina nella notte. La Vergine è ritratta di spalle seduta di traverso sull’asino, avvolta in un ampio mantello e il tipico copricapo circolare delle “egiziane” con in braccio il Bambino. San Giuseppe, in abiti da viandante con una larga tunica e una collana con un crocifisso al collo (allusione alla morte in croce di Cristo) con un bastone in mano guida l’asino. Il gruppo dei pellegrini, diversamente da quanto ci aspetteremmo, si sta allontanando in piena notte dal bosco, dove un gruppo di persone sono raccolte intorno a un falò, e riprende l’esule cammino, segno inequivocabile del “gran rifiuto”. Qui non ci sono dubbi che si tratti di un accampamento di zingari. Si può scorgere un uomo appoggiato al bastone davanti al falò; alla sua destra un uomo e una donna sono seduti per terra mentre stanno conversando; a sinistra due donne con in braccio ciascuna un bambino siedono accanto al fuoco, mentre ai loro piedi sembra di scorgere la sagoma di un cagnolino.

 

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Adam Elsheimer, La Fuga in Egitto, 1598, Monaco di Baviera, Alte Pinakothek

 

I due dipinti sono quindi complementari l’un l’altro e rappresentano il rifiuto degli zingari di accogliere la Sacra Famiglia in due momenti narrativi diversi. Il dipinto del 1609, che è cronologicamente posteriore, racconta il momento in cui i  tre viandanti, stanchi per il lungo viaggio, al sopraggiungere della notte si dirigono verso il luogo della loro salvezza. Sui loro visi brilla la gioia e San Giuseppe infonde coraggio al Bambino Gesù, offrendogli un piccolo virgulto. Nel dipinto del 1598, il primo in ordine di tempo, invece la Sacra Famiglia si allontana dall’accampamento gitano e riprende il cammino nella notte, con la Vergine che guarda davanti con un’espressione sconsolata e San Giuseppe che si trascina rassegnato sulle gambe tozze e stanche.

La sensazione di solitudine e di insicurezza del viaggio che si respira da questo dipinto è rappresentata con grande efficacia in una copia del dipinto, realizzata da un seguace di Elsheimer, dove la Vergine con il turbante zingaro e l’anello all’orecchio guarda il Bambino con uno sguardo di rassegnazione, al pari di Giuseppe con la lunga barba e un bastone in mano che cammina a capo chino, guidando faticosamente l’asino carico di suppellettili, seguito da un cane spaurito.

 

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Adam Elsheimer (seguace), La Fuga in Egitto, XVII secolo

 

Anche Rembrandt ha ricreato il soggetto di Elsheimer, portandone alle estreme conseguenze pittoriche e ideologiche i motivi ispiratori, in un drammatico ed enigmatico dipinto, La fuga in Egitto, eseguito nel 1647 e conservato al National Gallery of Ireland a Dublino. Nel catalogo ufficiale dell’artista il dipinto era significativamente indicato come I gitani, perché uno strato di vernice ingiallita ricopriva quasi totalmente la superficie del quadro rendendo pressoché illeggibile gran parte della scena.

La scena della fuga è relegata in un minuscolo angolo a destra, dove in un paesaggio immerso nell’oscurità e nel silenzio San Giuseppe con in mano un bastone e nell’altra una lanterna guida l’asino con Maria e il Bambino fuori da un fitta foresta. La luna, nascosta dietro le nuvole, squarcia il cielo, lasciando nel buio un castello con le finestre illuminate (il palazzo di re Erode?).

 

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 Rembrandt, La fuga in Egitto, 1647, Dublino, National Gallery of Ireland

 

In primo piano a sinistra vi è una famiglia di zingari accampata vicino ad uno stagno, nel quale si riflette la luce lunare. Una ragazzina attizza il fuco a un falò, mentre un uomo in piedi, seminascosto da un bovino, con un cappellaccio da brigante guata con occhi torvi. In una caverna sotto la montagna una donna avvolta in un lungo mantello e il viso quasi interamente nascosto da un turbante di stoffe legato sotto il mento siede con in braccio un bambino. Un uomo sdraiato per terra con un copricapo conico alla turca di colore rosso tiene in mano uno strano oggetto, che sembra alludere al gioco della gherminella o correggiola, un singolare gioco di abilità, che consisteva in una cintura con le due estremità cucite e un bastoncino, come si vede in una inedita xilografia nel frontespizio della Comedia llamada Aurelia di Juan de Timoneda, pubblicata a Valencia nel 1564.

Il giocoliere metteva su un tavolo una cintura di cuoio avvolta in una serie di pieghe, mentre uno dei giocatori metteva un bastoncino in una delle pieghe al centro della cintura, in modo da trattenere la cintura sul tavolo. Una volta rilasciata la cintura, se il bastone rimaneva imprigionato nella cintura vinceva il giocatore, in caso contrario vinceva il giocoliere. Questo gioco, che in realtà era una vera truffa, era praticato dai Rom su scala europea, dalla Spagna, dove era chiamato la correhuela, al Portogallo, denominato la corjolla, che fu proibito nel 1647 dal re Giovanni (Coelho, 1892 p. 242), alla Toscana dove era detto il giocho che l’è drento et che l’è fora (Gallucci, 1981, p. 254), alla Sicilia, dove era conosciuto come lo iocu di li zingari, (Rizza, 2009, p.18) all’Inghilterra, dove era chiamato fast and loose (tira e molla) (Crofton, 1880, p. 114).

 

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Xilografia, Gitano che gioca con la correhuela, dalla Comedia llamada Aurelia di Juan de Timoneda, Valencia 1564

 

Nelle intenzioni di Rembrandt il soggetto principale del dipinto non è la fuga in Egitto, tant’è che la Sacra Famiglia è quasi impercettibile, al punto che alcuni critici non l’hanno neanche notata, scambiando la scena dell’accampamento zingaro come il Riposo nella fuga in Egitto. Il ricorso a un motivo religioso così popolare è solo un pretesto per esprimere la propria posizione critica nei confronti di quella popolazione nomade che creava problemi in una società ordinata e organizzata, sfruttando l’ignominia del loro sacrilego rifiuto del divino bambino.

Elsheimer, lasciando nel vago l’identità etnica del gruppo accampato nel bosco, sembra suggerire che non gli importava tanto rappresentare la colpa, quanto porre l’attenzione sul dramma della Sacra Famiglia. L’attenzione di Elsheimer e del pittore della sua cerchia è concentrata sulla rappresentazione dei tre pellegrini  rassegnati e costretti a un continuo errare per la crudeltà di un re e l’insensibilità del prossimo.

Rembrandt invece si concentra sugli zingari, dipingendoli con i soliti stereotipi negativi: selvaggi, infidi, insidiosi, frodatori e privi di pietas religiosa.

 

 

 

NOTE

 

[1] In un processo per vagabondaggio contro una compagnia di Rom nel 1747 in Boemia, essi si difesero dicendo che “quando la Vergine Maria vagava nella terra d’Egitto, disse loro: Come io cammino vagabonda sulla terra, così anche voi dovrete vagare per sempre in tutto il mondo; e così fino ad oggi ancora camminiamo sulla terra” (Svatek Joseph, Die Zigeuner in Böhmen in Culturhistorisce Bilder aus Böhmen, Vienna, 1879, p. 273-311) p. 299-300.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Wurstisen Christian, Basler Chronick, Basilea, 1580, p. 240.

Coelho Adolfo, Os Ciganos de Portugal, Lisbona, 1892 p. 242.

Gallucci Joseph J., Florentine festival music 1480-1520, Madison, 1981 p. 254.

Rizza Sebastiano, Gli zingari nella cultura (popolare) siciliana in Ethnos Quaderni di etnologia, Siracusa n. 9/2009 p. 14-29.

Crofton Henry T., Annals of the English Gipsies under the Tudors in Papers of the Manchester Literary Club, vol VI, Manchester 1880 p. 93-116.


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